L’aria scivola via

Lo spazio si restringe. Giorno dopo giorno. E mi manca l’aria. E’ una strana combinazione di fattori che si presentano all’improvviso e poi si consolidano, senza andare più via. Tutto ebbe inizio un giorno, all’improvviso. Fino a quel giorno non avevo nemici, o se li avevo non me ne curavo molto. Ma quel giorno, in una Bari assolata e ventosa, all’interno di un appartamento polveroso, sede del sindacato di cui ero dirigente, avvenne il primo passo di una inversione di tendenza. Fui colpito duramente, senza preavviso, da una persona a cui volevo bene e che consideravo una sorella piccola, una persona che avevo accudito per anni. In realtà avvenne una cosa tutto sommato banale: si liberò di me e della mia presenza ingombrante per scegliere la sua strada politica. E per fare questo bisogna uccidere il proprio maestro, ammesso che potessi considerrmi tale. Insomma, una normale vicenda di crescita.

Per me invece fu una crepa profonda che mi tolse fiducia. In quella crepa si infilarono altre persone che in realtà non vedevano l’ora di infilarci le dita, poi le mani per aprire sempre di più la crepa e veder scorrere il sangue. E così andò. Giorno dopo giorno ho perso tutto quello per cui avevo lavorato per una vita. E insieme a quello scesero dalla macchina con cui viaggiavamo insieme tutte le persone con cui avevo condiviso la strada. Quelle persone hanno nomi e cognomi, delle facce, delle storie, ore ed ore di chiacchierate, di vita condivisa, di affetti scambiati. Ogni viaggio una scendeva per non risalire più.

Nell’ultimo viaggio è sceso anche il mio cuore, mi ha lasciato. Era poggiato sul cemento grigio di una strada, ormai quasi rinsecchito per non avere più sangue dentro di sé. Era sdraiato su un lato, pompava lentamente l’aria, sembrava cercasse di afferrare l’aria con le sue ultime forze, vanamente perchè aveva perso l’elasticità. E dopo poco è morto. Ed io sono rimasto solo. Senza cuore ma ancora vivo.

Come si fa a vivere senza cuore? Ogni attimo passato era porsi un enigma senza risposta. Senza cuore non si può vivere ma io lo facevo. Continuavo a camminare, a respirare, ad andare al lavoro, a leggere, scrivere, mangiare. Ma erano una serie di azioni meccaniche, tutte svolte senza anima e senza passione e sentimento. Era tutto piatto, monotono. In certi giorni mi sentivo in effetti morto, senza provare più emozioni positive. Stranamente l’unica sensazione provata era una sorta di rabbia che covava sotto la pelle ed esplodeva all’improvviso, senza alcun segno premonitore.

Capitava che mentre parlavo con una persona, da un momento all’altro iniziavo a perdere il controllo e urlavo, gettavo via le cose, prendevo a pugni i muri oppure prendevo la rincorsa per sbattere la testa contro il muro. Non ce l’avevo con la persona di fronte a me, era solo uno strumento per stare male, per sentirmi una merda, per farmi del male. Era la ricerca di una punizione da assegnarmi. Dopo quell’esplosione di rabbia scendeva la calma. Una calma totale, appagante, piacevole. Era anche una sensazione di quiete muscolare, perchè la carne si scioglieva, i muscoli si rilassavano lentamente ma fino in fondo. Il silenzio scendeva intorno e dentro di me. Durava poco, però. Poi l’inquietudine riappariva. Nel silenzio non sentivo più il battito del mio cuore. Diventava un buco nero opprimente perché era un nulla totale, non un ronzio, non un rumore. Nulla. E senza quel battito era come vivere immerso nel nulla, nel buio più totale. Senza cuore. Appunto.

L’avevo lasciato lì, su una strada in un pomeriggio al tramonto del sole. L’avevo abbandonato, ormai rinsecchito, asfittico, senza più sangue e senza aria. Sì, era andato via lui. Ma io l’avevo fatto andare via senza combattere, senza lottare per cercare di rinfilarlo dentro il mio corpo, per tentare di fargli affluire il mio sangue, poterlo vedere diventare di nuovo rosso. Invece avevo accettato il suo abbandono, senza opporre nulla, senza fargli capire quanto fosse importante per me.

E ora vago nel tempo e nello spazio senza più percepire il bello del tempo che passa e dello spazio che in cui mi muovo e che a sua volta si muove, ritmicamente.

Da solo.

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Orecchiette al pomodoro

Un piatto di orecchiette al pomodoro. La pasta è fresca, integrale, noi diciamo “callosa” ad indicare lo spessore e l’elasticità dell’impasto che sotto i denti è ruvido, nodoso, impegna in una masticazione lunga e appagante. E io questo desideravo: masticare lentamente, assaporando ogni boccone, ogni attrito dei denti sulla pasta, ammorbidendola, allargandola, spianandola. Tutto un movimento che va identificato in “ola”. E’ un’azione cosciente e responsabile che spinge verso la gioia fisica e quella interiore. La pasta si mescola con il sugo, anche lui denso, rosso carminio, che mescola il sapore acuto della cipolla con l’acidità e la morbidezza del pomodoro fresco.

Insomma, una epifania del gusto e della psiche.

Macché. Non ci riesco. Non riesco a dare concretezza alla volontà che resta, invece, accantonata in un angolo sin dai primi momenti. Abbasso la testa sul piatto e inizio una corsa contro il tempo. Non per ingordigia. Per stress. Non ho mai mangiato con calma, ho sempre masticato rapidamente e brevemente, per cui, appunto, il “mente” sostituisce l’ “ola”. E vi assicuro che è deprimente. La meraviglia della pasta. l’arte artigiana della sua preparazione nel mio corpo si sfalda in una poltiglia informe, poco elastica, una specie di pallina di pongo, grigia e difficile da manipolare. Si piazza nello stomaco e lì resta, indifferente all’azione dei succhi gastrici che, mortificati, aumentano la produzione di acido ma la polpetta avvelenata resta lì, dura a morire. E le povere pareti del mio stomaco iniziano a bruciare, divorate dall’acido e dal peso di quella palla indigesta.

Un momento di piacere si trasforma in ore di pura sofferenza fisica. Berrò acqua frizzante nella speranza di aiutarmi a digerire e invece l’effetto sarà l’opposto perché il pongo assorbirà l’acqua e si rigerenerà.

Bene, dopo avervi schifati con questa descrizione vi chiederete il perché di questo post. Onestamente non lo so. Mi sono dato l’obiettivo di scrivere un post al giorno, di digitare parole su questo blog abbandonato nel tempo. Vanni Santoni nel suo ultimo libro dispone che si debba scrivere OGNI GIORNO, e questo io fo’.

Tanto non mi legge nessuno e anche questo breve scritto orribile, peggio degli altri, non lo leggerà nessuno per cui non si fa del male. Ovvìa.

E per oggi è tutto.

Ah, comunque le orecchiette erano spettacolari. E accompagnate poi da una ottima malvasìa bianca fredda…

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La misericordia del tramonto

E’ l’ora del tramonto. E’ quel momento della giornata in cui il vento scatena la sua furia per poi trattenere il respiro quando il sole scollina l’orizzonte. E’ il respiro che rallenta mentre i colore del cielo inizia a saturarsi e poi scurire cangiando da azzurro a blu cobalto ad un nero spesso. Intorno al sole il giallo diventa arancio, pesca, viola, blu. Al centro il fuoco si condensa, si trasforma in una gelatina rossastra, gli occhi finalmente lo possono guardare attratti e incuriositi.

Oggi il vento non si quieta, anzi stranamente rafforza la sua furia. E’ la compensazione della rassegnazione interiore. Il tramonto è il momento della riflessione. Ci si ferma in un bar, piccolo e spoglio, di fronte al porto. Ci si siede e si ordina una birra ghiacciata. No, grazie, non mangio nulla. Sul tavolino compare un piattino con qualche arachide troppo salata e un mucchietto di patatine. Ma l’attenzione è sul boccale di birra, sulla brina che intorpidisce il liquido giallo, la schiuma fino al bordo. Si alza il boccale e si guarda il sole attraverso quella patina di gelo. Si appanna il calore, lo si raffredda nella visione.

Si brinda alla fine della giornata. E’ il momento della resa dei conti. Il momento delle somme e delle sottrazioni. Si riflette, ci si appiglia, si agganciano le giustificazioni. Ma il sole scende, inesorabile. Non c’è il tempo per dirsi le bugie. C’è solo il tempo della verità. E la rassegnazione risale veloce dallo stomaco, si fa largo nell’acido, si espande su per l’esofago e arriva al cervello, allaga i pensieri, anche quelli più nascosti. Ed è come se in una notte buia, senza luna, smarriti nel bosco all’improvviso un fulmine squarcia il buio. E di fronte a sé si vede, mentre il magone stringe la gola, il sentiero che si è cercato vanamente per ore. Era lì, di fronte. Ed è solo il colpo di luce di un fulmine casuale che lo mostra, giusto per un attimo. Ma è quel momento che salva la vita.

I pensieri del tramonto sono come quel fulmine. La rassegnazione è quel sentiero illuminato. E’ l’amata constatazione che una giornata è passata, che il proprio tempo è stato usato male, al servizio di un errore, di una scelta comoda, di una parola sbagliata, di un risata negata, di uno sguardo evitato, di un sorriso bloccato. Il tempo è una risorsa speciale, una fortuna irripetibile, un attimo sfuggente. La rassegnazione è l’arrendersi alle debolezze.

Il sole è ormai sceso, sta per varcare la soglia della notte che avanza per portare il silenzio, la pace, la riflessione, per ammorbidire la bruttezza tingendola di arancio.

Il vento si è placato. L’aria è ferma. Il pensiero rallenta, come il respiro. Il bicchiere è vuoto, resta solo qualche bolla bianca, un residuo della schiuma ormai calda. Prendo un mucchietto di patatine, le porto alla bocca e il sale mi pizzica le mucose. Il porto è immerso nel nero, le luci nelle case si accendono. E’ il tempo della misericordia. Saluto e me ne vado.

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Una retsina, grazie.

E’ domenica. Un giorno ricco di sole e di caldo. Verso il tramonto un vento leggero risale dal mare e rinfresca l’aria. Ieri mi sono spaventato dalla massa di persone che girava per la città incurante delle misure di prudenza che ognuno dovrebbe seguire per evitare il contagio.

Questa mattina ho evitato di fare la colazione al bar. Sono entrato, ho chiesto di impacchettare quattro cornetti e li ho portati a casa. Il caffè di quel bar non mi piace, preferisco quello della mia moka consumata. Ha un gusto più rotondo, equilibrato, profumato. Sa di casa. Il che non vuol dire nulla ma certi giorni mi fa piacere. Altri no.

Dopo sono dovuto andare al Decathlon. Una massa di macchine arroventate dal sole nel parcheggio, una certa fila per entrare, una guardia che misura la temperatura con lo scanner. Dentro un po’ di persone ma tutte con la mascherina. Vado nel reparto biciclette e un vuoto devastante mi ha accolto. Non c’era nemmeno una bicicletta, gli scaffali dei pezzi di ricambio desolatamente vuoti. Ho preso una bomboletta di grasso per le catene e mi sono diretto alla cassa. Una fila infinita perché i pos per il pagamento con le carte non funzionavano. In fila a serpente, senza il distanziamento. Un pericolo continuo. Scuotevo la testa ma non potevo farci nulla.

Sono rientrato a casa, per leggere, riflettere, correre sul tapis roulant. Ma l’aria di tarda primavera chiamava, spingeva ad uscire. Ecco, il problema è proprio in quel punto, in quel momento esatto della giornata: quando il richiamo della natura, della stagione mette in evidenza le anomalie di questa stagione di pandemia. Perché nell’esatto momento in cui si esce dal proprio appartamento si devono fare i conti con la primavera. Ho la fortuna di vivere vicino al mare, in un avamposto di cemento infilato dentro una natura ancora selvaggia. Appena esco dal cancello di alluminio nero sono circondato da alberi, da tronchi antichi, larghi e nodosi, da cespugli di more in fiore, da un gigantesco roseto di rose rosse che si intrufola ovunque e che macchia il verde intenso di un frutteto abbandonato perché il vecchio proprietario è morto da alcuni anni. C’è un piccolo edificio che lui teneva in un ordine quasi maniacale. Ora la porta è sfondata, il locale dove conservava gli attrezzi per la cura dell’orto è stato devastato. Ma la natura del suo piccolo pezzo di terra ha avuto la meglio. Gli alberi da frutta seguono le stagioni, si seccano al freddo, si riempiono di foglie verdi, a fine inverno, di fiori in primavera, di frutti tondi e succosi d’estate. I rovi di more hanno mantenuto un muro perimetrale che ha impedito di entrare e di distruggere quella terra. Sono anni che fioriscono dei loro piccoli fiori rosa e che si trasformano in gemme rosa, poi rosse e poi nere. I pensionati della zona le raccoglieranno e ci faranno delle marmellate buone, ricche di sapore, e guarniranno delle torte da leccarsi le labbra.

Oggi non ho resistito. Ho aspettato all’angolo della curva che porta sullo spiazzo vicino al mare. Ho atteso che le decine di persone senza mascherine passassero. Poi appena sono rimasto finalmente da solo, ho tolto la mascherina, ho chiuso gli occhi e ho inalato a pieni polmoni il profumo di quell’orto antico e selvaggio. Ho respirato l’aroma dolciastro e denso dei fiori delle more, quello gentile e delicato delle rose rosse, quello misto dei fiori degli alberi da frutta, e di sottofondo il profumo di legno di sandalo, un collante di odori.

Mi è montata la rabbia al pensiero che questo paradiso è solo un minuscolo angolo di natura che si è salvato, solo perché costeggia un aeroporto militare. Questa terra fino a qualche anno fa era piena di boschi, di spazi verdi, di alberi secolari, di profumi continui. Perché ogni stagione ha i suoi odori. Un tempo ci correvo dentro la sera tardi, con la luna bianca alta nel cielo e il respiro che si riempiva di questa meraviglia. Lì dentro mi sentivo un sospite, solo un essere vivente mescolato ad altra vita, animale e vegetale.

Ora il lockdown è finito, non credo per molto. Però per ora è finito. E le macchine hanno ripreso il possesso delle strade, il rombo dei motori ha stracciato il silenzio denso nelle strade. Il puzzo dei gas di scarico ha cancellato il profumo della natura. I ragazzi hanno ricominciato a riempire i muretti di bottiglie di birra, di bicchieri di plastica, di guanti e mascherine gettate con disprezzo sul cemento. Nel cielo intanto volano le gazze, qualche gabbiano grigio e le rondini garriscono nel vento e si inseguono giocando.

Mi guardo intorno, da un lato mi sento grato di questo piccolo pezzo di terra profumata che mi tiene legato a sè. Da un altro lato vorrei prendere una nave, andarmene in qualche piccola isola greca, abbandonare lo schifo che ha ripreso a girarmi intorno. Mi immagino seduto ad un tavolino di una osteria, vicino al mare calmo della sera mentre sorseggio una birra ghiacchiata. Immerso nei miei pensieri e circondato dalle chiacchiere lente dei vecchi.

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Non avete capito niente

Ci siamo presi in giro. Il lockdown è durato più di due mesi. E’ stato un lungo periodo in cui la vita è stata sospesa. Ci siamo rinchiusi negli appartamenti per evitare la diffusione del contagio dal coronavirus e la conseguente crisi dei sistemi sanitari. Decine di migliaia di persone sono morte. Un’intera generazione è stata cancellata e insieme ad essa si è trasformata in cenere una memoria collettiva.

Dopodichè il capitale ha imposto la riapertura delle imprese e quindi la circolazione delle persone, sia pur dietro il paravento della prevenzione con poche regole: lavarsi spesso le mani, indossare le mascherine, il distanziamento sociale. Ossia le stesse regole a cui si sono invitate le persone prima del lockdown. Sono state inefficaci prima, probabilmente saranno inefficaci anche adesso.

Il messaggio però è stato chiaro: il pericolo è scampato. Sì, il virus circola, ma vedrete che è ormai indebolito e il fattore RO è inferiore ad 1. Bisogna essere sfigati per contagiarsi. Sulla stampa circolano notizie contrastanti, come le fotografie dei luoghi della movida nelle città italiane. Il giorno prima sono strapieni di giovani senza mascherina, il giorno dopo sono deserti.

Stasera sono dovuto andare nel centro della piccola città in cui vivo. Ho parcheggiato la macchina vicino alla Stazione Marittima, un tizio anziano dal passo claudicante e dalla forma di un uovo, si è avvicinato e ripetendo la litania “onore e patria” mi ha chiesto dei soldi. “Onore e patria”, che vuoi dire? “Onore e patria”, aiutiamoci. E tu come mi aiuti? Ti faccio parcheggiare. Grazie, ma io sono abbonato e posso parcheggiare. “Onore e patria”. Va via sbuffando.

Infilo lo zaino e vado verso il corso. Giro l’angolo e spalanco la bocca incredulo. Un muro di persone di fronte a me. Famiglie con bambini piccoli, anziani, nugoli di ragazze e ragazzi. Tutti che camminavano senza mascherina, senza nessun distanziamento, senza alcuna protezione di nessun tipo. Sono le stesse persone che fino a dieci giorni prima erano rintanate dentro le loro case. Cerco di attraversare la strada, ma è un’impresa difficile: una lunga fila di macchina, un serpente dai motori roventi, dalle ventole rumorose che sputano aria bollente, i finestrini abbassati, gli stessi sguardi annoiati di tre mesi prima. Mi guardo intorno: è tutto come prima. Esattamente uguale. Non è cambiato nulla. Alzo lo sguardo verso il cielo ma il colore è di un azzurro pieno, saturo, intenso come non lo era da tanto tempo. Non ci vorrà molto, qualche altro giorno e gli scarichi slaveranno quel colore, lo renderanno ingrigito e l’aria anziché profumare di fiori e di legno di sandalo tornerà a puzzare di sostanze chimiche e di scarichi abusivi.

Peccato. Avevamo una grande occasione per cambiare il nostro stile di vita, per renderlo più compatibile con la difesa dell’ambiente, con la ricerca di un briciolo di silenzio e di rallentamento, con la ricerca della sostanza che abbattesse il muro di cartongesso luccicante che ci eravamo costruiti alle nostre spalle. Preferiamo ritornare a quella finzione di cartone che si abbatterà presto e mostrerà il cumulo di macerie che ci siamo lasciati alle spalle.

Avevamo una opportunità. Aveva ragione Guccini: la gente non cambia, piuttosto dimentica. E’ quello che è già accaduto. La gente ha dimenticato. Ma stavolta c’è un probema: il Covid 19 è acnora in giro, circola. Non si potrà fare finta di nulla a lungo. E se dovesse tornare…

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Sipario. Si va in scena. Ecco a voi la Fase 2.

Dopo 55 giorni finisce il Lockdown. Comunque andrà, è finito un lungo sogno-incubo. E’ stata una carcerazione domiciliare? No, è stato come vivere un film catastrofico. Ma era reale. Terribilmente reale. E’ cambiato all’improvviso un modo di vivere. Le libertà che davano per scontate sono svanite all’improvviso, con un colpo di spugna. Tutti quei piccoli gesti quotidiani, quelle consuetudini che suscitavano la noia sono svanite e sono diventati desideri, obiettivi, sogni ad occhi aperti.

Quali sono questi piccoli gesti quotidiani? Non so, li metto in fila in ordine casuale, magari caotico.

La fila in macchina per andare al lavoro.I dipendenti Onu che escono dagli alberghi del centro e sciamano per i corsi di Brindisi con i loro vestiti etnici. Il caffè al bar con il pasticciotto alla crema piccolo, le chiacchiere con Marco Spagnolo, il salto veloce a guardare la vetrina della Feltrinelli, che resta sempre la stessa per settimane ma suscita quel piccolo moto di curiosità. Lo scatto d’ira per la collega che controllo saccente il mio lavoro. Correre per le scale a chiocciola della banca, le chiacchiere con Luigi sul Linux Mint o sulla ennesima offerta di Wind-Tre e lui che telefona al call center dopo dieci secondi. La fila al Botteghino per mangiare un piatto di sformato di zucchine intrise di olio e un mucchio di patate al forno spiluccando pezzetti di pizza bianca e di quella al pomodoro. La passeggiata sotto il sole primaverile prima di tornare a casa. La corsa pomeridiana sulle stradine di periferia chiuse al traffico e che portano alla chiesa di Santa Maria del Casale. Guardare ammirato il sole che tramonta i colori che si saturano e che virano dall’arancione al violetto, annusare il profumo del finocchio selvatico e della liquirizia, lo stormo di corvi sul prato dell’aeroporto civile che si alzano in volo starnazzando al mio passaggio, il sudore che mi cola sulle tempie, il podcast di Riccardo Palombo nelle cuffie, il pensiero perso nell’aria fresca, la vita che mi sale dalle caviglie alle meningi. Il sale delle gocce di sudore sulle labbra, la libertà lì, di fronte a me, che scivola sul cemento grigio stinto della strada piena di buche e di acqua.

Questi giorni sono stati anche altro. Sono stati il tempo che rallenta, che mi aspettavo sempre uguale e che così non è stato. Ricordo ogni giorno, i pensieri, le paure, i momenti di panico e quelli di serenità. La casa si è trasformata. Non è un groviglio incasinato, come mi aspettavo diventasse. No, si è trasformata in un luogo vivo, caldo, accogliente ma più pulito. Non importa se sia diventata più ordinata o meno. E’ un luogo accogliente, non un deposito di oggetti accatastati uno sull’altro. Ed p un luogo che non puzza di chiuso ma di aria fresca, ventilata, di pavimenti lavati spesso, di oggetti sistemati in modo da essere a portata di mano. Un ventre di vacca in cui vivono e lavorano quattro persone ognuna delle quali ha il suo ordine o disordine, ma si è imparato a rispettare lo spazio proprio e quello altrui. Non si è mai gridato, forse solo una volta, non ci sono discussioni ma risate, pianti, speranza, sconforto. Ma sono stati vissuti insieme, non come una famiglia da pubblicità ma come quattro adulti che hanno imparato a stare vicini e da soli, come un elastico che si allunga e si accorcia a seconda della spinta ricevuta.

Il silenzio esterno si è presto diffuso come un eco che si è amplificato dentro il corpo e dentro la mente. Un silenzio totale, che è stato più intenso la sera quando ci si azzardava a fare due passi intorno all’isolato e trovare le strade completamente deserte, le macchine immobili, parcheggiate nei cortili o vicino ai marciapiedi. Un silenzio che ha liberato suoni nascosti, piccoli rumori della natura che per anni erano afoni, cancellati dal rombo della modernità. Alzando il viso verso il cielo nero si vedono milioni di punti luminosi mai visti prima.

Il tempo è rallentato, il silenzio ha liberato i pensieri, mi sono fatto domande, dato risposte, pensato, percepito, deciso.

Ho lavorato da casa, lo smart working, con una modalità per cui ho litigato nel sindacato per anni. Ho capito di aver avuto ragione, anche lì si sono liberati pensieri e riflessioni. Ho avuto la fortuna di osservare, e forse un po’ aiutare, la passione degli insegnanti nel garantire a ragazze e ragazzi non solo la scuola, ma le parole di conforto, le domande che nessuno fa, quelle che vanno dritte al cuore, che fanno alzare gli occhi di un adolescente verso l’immagine sfocata sul proprio portatile e, aggrottando la fronte, pensare che quella tizia, ovunque essa sia in quel momento, un po’ mi conosce. E finalmente vedere la prof che beve la tazza di caffè, che un po’ piange sopraffatta dalla paura e dalla tensione e quindi un po’ come loro è.

Ho letto, ho scritto, ho visto film, non ho dormito e mi sono alzato con il mal di stomaco per berci sopra un goccio di grappa che, chiudendo gli occhi nonostante il buio pesto, mi rimandasse nel freddo dei boschi della montagna, a sognare una baita in cui rinchiudersi per sfuggire non alla pandemia ma ad un mondo che non mi piace. Un mondo che ancora una volta non saprà scegliere la strada giusta, quella che potrebbe trasformare questo dramma in una opportunità, in un qualcosa che ci consenta di guardare al futuro come ad un coacervo di scelte per migliorare davvero la vita delle persone, per farle stare meglio, più sicure, più serene, più allegre, più in pace con se stessi e con gli altri, oltre tutti gli steccati finti che sono stati costruiti negli ultimi trenta anni. E’ stato abbattuto il muro di Berlino per costruirne migliaia più soffocanti e più diffusi nel pianeta.

Coronavirus. Dopo, cosa sarà di noi. Inizia la fase 2. Lo vedremo.

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Piccole cose nel silenzio

“N” giorno di Lockdown. Ogni giorno è uguale. Ogni giorno è diverso. Il tempo scivola via lentamente ma talvolta ha delle accelerazioni imprevedibili. Mi aggrappo alle piccole cose, vado alla ricerca dei piaceri, quelli che nella normalità scivolerebbero via come consuetudini e sarebbero dimenticati velocemente.

La mattina mi sveglio molto presto, verso le cinque. Mi alzo, mi lavo, mi vesto, vado nel salone su cui si affaccia la piccola cucina, chiudo la porta che divide la zona giorno dalla zona notte per evitare che il rumore possa svegliare la famiglia. Spalanco la finestra perché ho bisogno di aria fresca, apro la zanzariera, esco sul balcone, guardo il cielo che inizia a schiarirsi, socchiudo gli occhi e inspiro con forza l’aria fresca e profumata d’erba umida del primo mattino. Ascolto il silenzio assoluto, non c’è ancora il ronzio dei motori al minimo delle navi che tra qualche ora partiranno per la Grecia e l’Albania.

Dopo qualche minuto rientro, sistemo la tavola, vado in cucina e predispongo tutto per la colazione: tiro fuori dal frigo i due barattoli di marmellata e, insieme ai coltelli di metallo chiaro e lucido, li sistemo sul tavolo. Preparo la caffettiera, dispongo le tre tazze grandi per il latte e la tazzina per il mio caffé. Con un cucchiaino grande infilo lo zucchero e la cioccolata, due cucchiaini per ciascuno, per i ragazzi e mezzo cucchiaino di zucchero di canna per il mio caffé. Accendo il fuoco sotto la moka grande e prendo le fette biscottate e i due tipi differenti di biscotti per i ragazzi e per me. Io mangio un biscotto e mezzo di farina integrale o ai cereali, spalmati con marmellata di ciliege o di fragole.

Poi accendo l’ipad e mi preparo a leggere i quotidiani. Il momento bello, quello piccolo che centellino attimo per attimo sono i pochi secondi in cui sorseggio il caffé, con calma studiata, mentre il sole inizia a sbirciare il tavolo sbucando da dietro il tetto della villetta di fronte al mio balcone.

Una striscia di luce dorata si intrufola nella stanza e accarezza la mia mano che solleva la tazzina del caffé. In quel preciso momento io abbandono la lettura del giornale e mi perdo ad osservare il fumo che lentamente sale dalla tazzina e si mescola con la polvere che da invisibile il sole trasforma in una nebbia leggera, anch’essa dorata. Sono attimi. In questi giorni sono secondi che si allungano e diventano minuti in cui il tempo si sospende e il silenzio fa da base musicale ad una danza leggera che risucchia le preoccupazioni, l’ansia per il presente e per il futuro e si espande in una bolla di bellezza, ai limiti dello splendore.

In quel momento il Covid 19 scompare. I pensieri si sperdono nell’aria. L’aroma del caffè si spande mentre il liquido caldo ondeggia placido nella ceramica bianca. L’ansia, la fretta grattano dietro la porta d’ingresso. Sento il loro rumore, un grattare furioso sul legno e nel mio stomaco. Ma oggi resteranno confinate lì. Fuori dalla mia casa e dal mio tempo.

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La nave e la luna

La mia nave è ancorata ad un gruppo di villette. Il mio balcone le sovrasta. Lo sguardo si alza sul cielo limpido e azzurro, il mio viso screpolato è bagnato dal sole, in fondo a destra si erge la testa del Monumento al Marinaio.

Di sottofondo si alza il ronzio dei vari Bimby con cui si stanno impastando pasta per il pane destinato ai bambini per il pranzo, tentativi di casatiello, sughi carichi di aromi. In fondo un abbaiare indeciso di qualche cane stufo di restare chiuso dentro casa. Il vento batte le cime delle palme e le palle di alluminio sulle cime dei camini vorticano instancabili.

Sono 31 giorni che siamo chiusi dentro casa. Sono 31 giorni di arresti domiciliari. Ma non abbiamo commesso nessun reato. Un piccolo, minuscolo, essere ci sta attaccando, alimentandosi con le nostre cellule e ci sta lentamente massacrando. In tre mesi sta divorando le persone più anziane e quelle più deboli, sta cancellando la memoria del pianeta. Mezza umanità è chiusa dentro casa, l’altra metà non può perché semplicemente una casa non ce l’ha.

La tecnologia ci sta aiutando a guardare film, a connetterci con le persone in piccole finestre dentro loscermo di uno smartphone, di un tablet, di un computer. Mentre chi non ce l’ha si affida ai ricordi e alla speranza che arrivi il giorno in cui, finalmente, ci si potrà rivedere sia pure a distanza.

Già la tecnologia. Quella che ci aveva resi immortali, superiori al mondo animale. Quella che nulla può contro questo piccolo essere. E’ un virus e al momento non abbiamo ancora un antivirus che difenda l’uomo da questa reazione, o rivoluzione?, della natura.

In questi giorni si cercano le ragioni, si tenta di comprendere come sia potuto accadere. Ci si scervella mentre l’evidenza è lì, di fronte ai nostri occhi ma non riusciamo a vederla, facciamo finta di non comprenderla. I ghiacciai si stanno sciogliendo, blocchi di ghiaccio si staccano dal Perito Moreno e gonfiano l’acqua azzurra della Terra del Fuoco. Nell’Antartide la temperatura è arrivata poco sotto i venti gradi e i pinguini vagano confusi e sudati sulla terra arida in cui il ghiaccio e i residui di neve si sono ormai sciolti e il pietrisco bianco sporco per la prima volta vede la luce del sole caldo.

Il virus si alimenta nell’inquinamento atmosferico, si diffonde rapidamente nell grandi città: Wuhan, Milano, Parigi, Londra, New York. Si è trasmesso per la prima volta da un animale selvatico all’uomo nel pieno centro di una di queste metropoli, in uno di quei mercati in cui gli animali selvatici sono rinchiusi dentro gabbie asfissianti. La tortura, l’abominio, la cancellazione della logica, del buon senso, hanno avviato questa pandemia da cui non sappiamo come difenderci. Alla faccia dell’asettico mondo della ricerca, del freddo e superiore mondo della tecnologia occidentale e orientale. Oggi tutti a discettare di riprendere a produrre, a riaprire l’economia, a riprendere a vivere come prima. Mentre invece dovremmo ritornare alle radici: al rispetto della natura, alla cancellazione di un modo di vivere, di produrre, di distruggere l’ambiente e chi ne fa parte.

La fase 2 è tornare a fare le passeggiate dentro gli ipermercati, a riempire i carrelli di cose inutili, a girare in tondo con le macchine e riempire di gas di scarico l’aria che ci cironda.

Fate una cosa: la sera, quando tutto si fa silenzio assoluto, affacciatevi alle finestre, uscite sui balconi e alzate lo sguardo verso il cielo. Vedrete qualcosa che vi riempirà di gioia e di meraviglia. Vedrete milioni di stelle come non le avete mai viste. Vedrete alcuni pianeti del sistema solare come luci pulsanti di un bianco immacolato che vira verso il rosso e poi il blu. Vedrete la bellezza dell’Universo ad occhio nudo. Quella bellezza c’è sempre stata e ci sarà sempre oltre questa piccola palla di roccia in cui viviamo. Quella bellezza resterà lì anche quando la copriremo di nuovo con i nostri scarichi industriali, con la nostra sete di ricchezza effimera, che tanto finirà nelle tasche di pochi sfruttando il lavoro e la vita dei tanti. Velarla di un alone rossastro, di polvere mefitica e puzzolente di zolfo la farà solo sparire ai nostri occhi e nulla di più. E mentre noi ci perderemo la bellezza, discutendo di fase 2 e poi 3, di app per il tracciamento delle persone, di rispetto della privacy mentre si cancella il rispetto della dignità delle persone, un piccolo essere continuerà a girare indisturbato e in clandestinità. Morto uno se ne farà un altro. L’Universo, lì fuori sta solo aspettando con un ghigno di tristezza disegnato sul volto della luna.

Buona Pasqua.

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Il tempo immobile

I giorni passano e lo sguardo è impastato di una gelatina scivolosa. Tutto appare appannato, con punti un po’ più sfocati. I pensieri arrancano nel fango dei riflessi, progressivamente sempre più lenti. La lucidità cola lentamente verso il basso e le giornate gocciolano via lentamente. Ormai sono incardinate agli odori di una casa abitata ogni minuto di ogni giornata da quattro settimane. Sono tanti, mescolati tra di loro in un groviglio che spesso diventa insopportabile. E peggiora quando si spalancano le finestre per far volare via la polvere stantia e accumulata ai respiri saliti verso il soffitto e alle lacrime scivolate sul pavimento.

L’odore del Cif con cui ogni mattina si strofinano gli elementi dei bagni; quello del bagnoschiuma viola con cui ci strofiniamo la pelle ogni giorno per grattare via ogni presunto virus; quello del caffè e dei té vorticosamente preparati e sorbiti con ingordigia per inseguire il bisogno del risveglio, la riconquista di un briciolo di lucidità; l’odore della gomma surriscaldata delle scarpe da running con cui si corre e si suda sul tapis roulant nuovo di zecca e che a sua volta odora di quel puzzo di plastica e gomma cinesi, quell’odore acuto e intenso che assorbe qualunque morbidezza profumata. Avete presente quando si entra in un negozio Decathlon? Ecco. Quello.

La casa è diventata una piccola centrale informatica: un router, tre extender diffusi nella casa, fili ethernet srotolati, le quatttro stanze tutte occupate, le porte chiuse, quattro portatili e due pc fissi accesi, tablet in ogni angolo per non parlare degli smartphone che ululano in ogni momento della giornata. “Pronto?””Dimmi?””Non sento””Aspe’, non c’è campo. Mi sposto”. Un’insegnante che accarezza le immagini dei ragazzi sullo schermo unto di un vecchio macbook air. Uno studente universitario con le cuffie intrauricolari e il suo portatile lustro che segue le lezioni a distanza. Un altro studente liceale stravaccato su una sedia impagliata, un vecchio pc nero e pieno di ditate che fa finta di seguire le lezioni ma che compulsivamente guarda il suo OnePlus 6T alla ricerca del viso depresso della sua ragazza lontana. Un impiegato confinato su un tavolo che digita compulsivamente su un portatile aziendale graffiato e dai tasti piccoli su cui inciampa in continuazione mentre il suo Xiaomi Mi Mix squilla ininterrottamente. E lui risponde, grugnisce, ascolta, coccola, cerca di guarire ferite che non possono essere guarite. E poi rimette sul fuoco due moka per distribuire un caffè nero e caldo a tutti. Il profumo del caffè si mescola all’odore rossastro dell’alluminio rovente dei computer e tablet in azione.

Ogni tanto non sopporta più quel groviglio di odori e di dolori, di strappi e di scatti in avanti alla disperata ricerca di un obiettivo, qualunque esso sia, che spinga il giorno in avanti, che ridia senso al futuro, alla speranza di un nuovo passato che ritorni.

Ed è in quel preciso momento che lui apre la finestra, poi la porta zanzariera ed esce Socchiude gli occhi, perché la luce lo abbaglia. Li chiude. Inspira profondamente. Il profumo dell’aria. Gli odori sono netti, distinti, lineari e non aggrovigliati. Il profumo degli aghi di pino marittimo, l’erba tagliata di fresco, quello della pietra riscaldata dal sole, l’aroma dei fiori della pianta di pomodoro cresciuta spontaneamente in un vaso. E poi arriva il profumo del mare, delle alghe verdi nella conca lì vicino. Rimbomba il silenzio totale. Non ci sono più gli aerei che atterrano ogni dieci minuti. Risente il lento borbottio arrugginito delle barche ormeggiate nel porto. Squillano le voci dei bambini che provano un gioco, delle mamme che li coccolano con le parole e i gesti. Di sottofondo il lento soffio del vento, tranquillo, che si infila in quel gelido silenzio provocato dall’uomo fermo, rinchiuso, immobile, terrorizzato dall’ignoto. E’ un ignoto che toglie il respiro, l’aria portata da quel soffio di vento profumato e ripulito dallo schifo.

Questo è il tempo immobile nelle settimane del coronavirus.

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I fiori rossi dei cespugli di more

E’ sera. E’ passata un’altra domenica. Esco sul balcone. Accarezzo la balaustra in cemento e il passamano di alluminio anodizzato, screpolato dal sole, dal vento e dalla poggia come la pelle di una mano. Il cielo è nero, anche stasera. E le stelle sono sempre lì, leggermente spostate verso sinistra rispetto ad un paio di giorni fa. Sento il respiro dell’ aria, il fruscio lontano dei passeri che si vanno a mettere al riparo nelle fronde degli alberi. Il silenzio è totale, assoluto. E’ interrotto da finestre che si socchiudono timidamente, si intuisce qualche voce che parla, il fruscio di una televisione. Non si sente più il rumore rassicurante del motore a scoppio della motobarca che collega il quartiere al centro della città. Se mi concentro riesco addirittura ad intuire lo sciabordìo delle onde nelle acque del porto che è poco lontano. Sono giorni che i cieli sono liberi dal rombo dei motori degli aerei di linea, che l’asfalto delle strade non è scheggiato dalle macchine o dai motocicli. C’è solo il lieve soffio provocato dalle scarpe e dal passo leggero di qualche persona che non resiste dentro il proprio appartamento e rischia una passeggiata in queste silenti strade periferiche.

Se non ci fosse la paura a dominare potrebbe essere molto bello pensare ad una vita così, un ritorno alla naturalezza della vita, con pochi gesti misurati nel silenzio della meditazione interiore, di una vita in cui il consumo è sospeso e si è costretti a misurarsi, giorno dopo giorno, ad accettare quello che si ha e ad abbandonare la ricerca di quello che non serve. Sarebbe bello se la paura lasciasse spazio ad una nuova consapevolezza. Alla ricerca di quelle piccole cose che adesso mancano e che fanno la vita, quelle piccole cose che erano prima sommerse dalla fretta e dall’ingordigia del nuovo. Adesso si ha il tempo e la voglia di ascoltare i pensieri di un figlio, di abbracciarlo e dedicarsi interamente a quel gesto tentando di assorbire il dolore che lo angoscia e liberarlo dalle paure sconosciute che lo attanagliano. Si ha la voglia di guardare la compagna di una vita che si mette in gioco e si impegna allo spasimo per stare vicino ai suoi ragazzi e svolgere fino in fondo il ruolo di insegnante. Lo fa per dare una speranza, la forza, l’umanità, una prospettiva. Lo fa spremendo al massimo le competenze, e lo sforzo per imparare ancora di più, tecnologiche usando strumenti vecchi, consumati, graffiati. Eppure ci riesce con un vecchio MacBook Air la cui scheda wireless è rotta ed è stata sostituita con un accrocchio, o con un vecchissimo iphone di oltre sei anni la cui batteria dura un refolo di vento. Ma guai a toccarglieli, sarebbe come strappare brandelli della sua carne. A lei bastano, sono sufficienti. E’ l’esemplificazione della sobrietà, della serietà, dell’obiettivo da raggiungere a qualsiasi costo, senza fronzoli. Io guardo, affascinato, ammirato, invidioso.

Nel silenzio della sera, dentro le case le cui finestre sono aperte per assaporare l’aria fresca e profumata della primavera, ci sono tante storie così, di un popolo che vive, va avanti, ognuno a modo suo mettendoci quello che sa e quello che può. Certe volte sembra che le stelle pulsanti nel cielo nero, gli alberi potati di fresco e profumati, i prati tagliati, i piccoli fiori di more stiano lì, affacciati su un muretto immaginario ad osservarci con un sorriso affettuoso, fiduciosi che questo cambiamento possa portare qualcosa di buono a noi stessi, a loro, al futuro di questo pianeta stremato e che ora, finalmente, riesce a respirare nel vuoto obbligato di un capitalismo morente e furente.

Andrà tutto bene.

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