Le storie. Ne aveva tante da raccontare. Erano impavide e rumorose come l’acqua e i sassi del torrente che scorreva furioso sotto gli abeti e i larici con i rami, carichi di neve candida, che scricchiolavano per il peso. Ma lui, paziente e sorridente, le prendeva per mano e le portava con sé in cima alla montagna glabra.

Lì sopra, dentro il frastuono del vento secco e irsuto con i piedi tra le rocce coperte di ghiaccio, le invitava, guardandole dentro, a inspirare l’aria pura e gelida e a contemplare la bellezza della tavolozza di colori di un luminoso tramonto infuocato.

Chiusero gli occhi e aspettarono che il silenzio le quietasse.

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Briciole di silenzio

Due passeri e un pettirosso mangiavano, saltellando senza geometria, le briciole che aveva sparpagliato sul balcone. Lui era dietro la finestra ad osservare, braccia conserte e chiuso nel suo silenzio. Nel vetro intravide la sua ombra, il disegno del suo viso, i capelli biondi, il sorriso leggero sulle labbra rosse. Si girò. Non c’era nessuno.

Tornò a guardare gli uccellini, ormai vicini alla finestra, il muso alzato verso di lui in un chiassoso cinguettio di ringraziamento.

Lo sguardo si confuse, le immagini si offuscarono. Il calore liquido scivolò lentamente dal viso e colò gocciolante sul pavimento

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Il muro macchiato e il puntino nero

L’uomo era seduto sul tappetino color ruggine, le gambe nella posizione del loto, gli occhi chiusi, la luce flebile della lampada Ikea alla sua destra. Inspirava lentamente e poi espirava, tirando giù il diaframma. Liberava i polmoni e la mente. No mente, si ripeteva come un mantra. No mente. La sera prima aveva visto in televisione per l’ennesima volta “L’ultimo Samurai”. No mente. I rumori intorno a lui si erano amplificati e moltiplicati. Percepiva con chiarezza gli scricchiolii nei muri, il legno dei mobili che si stiracchiava a scatti, il rombo lontano ed offuscato di un motore, il sibili del vento che smuoveva gli alberi. Fissava il punto nero nella parete bianca della sua coscienza. Ma era distratto dalle impronte che aveva lasciato durante la sua vita su quel muro. Ormai non era più bianco, anzi era molto sporco. Quelle macchie, le ombre, lo distraevano in continuazione. Il senso di colpa che era legato a ciascuna di quelle macchie era come un grumo di marmellata scivolato dal coltello sulla tovaglia immacolata appena stesa sul tavolo. Grugnì, innervosito. Cercava la pace. Trovava la confusione. Ma continuò ad inspirare ed espirare, lentamente.

Sentì il rumore della porta che si apriva. Fece finta di nulla. Intuì la sua ombra dietro il chiarore della lampada, sotto la palpebra chiusa. Lei iniziò a parlare, chiedendo scusa come al solito. E lui, come al solito, pensò dentro di sé: “perché chiede sempre scusa?”. Fu costretto ad aprire gli occhi. E la vide, dritta sulla schiena, i capelli lunghi sciolti sulle spalle, un largo scialle di lana grigia intorno al corpo, le mani giunte davanti la pancia. Era di spalle alla finestra e il chiarore della sera ne illuminava il profilo. Lui annuì, l’ascoltò, l’osservò piegando leggermente la testa. Lei apriva le mani, allargava le braccia e lui continuava a guardarla, colpito. Il viso, anche se poco illuminato, si intuiva rosso per le parole, per la grana pesante del suo racconto.

Dopo qualche minuto, lui si perse. Le parole diventarono lo scroscio di un torrente gonfio d’acqua che scorreva furibondo. Il suono diventò massa, groviglio di sentimenti e di sensi di colpa, di accuse e di dolore. Lui alzò lo sguardo e pensò che la sua postura, la penombra, i gesti erano quelli di un profeta. O di una suora. Era comunque qualcosa di trascendente.

Lei terminò il suo racconto. Lui sorrise, raddrizzò la testa. Lei uscì dalla stanza e richiuse delicatamente la porta dietro di sé. Lui richiuse gli occhi, riprese ad inspirare e respirare. Visualizzò di nuovo il muro della sua coscienza e cercò di rintracciare il punto nero al centro di quel muro. Fu attratto, invece, da un’altra macchia nera sul muro, una più recente. La guardò.

Si sentì sconfitto.

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Il bosco nella notte.

Nel buio della notte si ritrovò all’ingresso del sentiero. Di fronte a sè c’era il bosco. Era fitto, frondoso, oscuro. Intorno al sé c’era silenzio. L’uomo alzò lo sguardo verso il cielo. Vide le stelle, punti luminosi su una lavagna nera, di un nero profondo, assoluto. Inspirò a fondo e trattenne l’aria dentro di sé. Percepì uno scatto e comprese il respiro dell’universo, intorno e sopra di sé. Era un suono basso, profondo, lungo, quasi impercettibile.

Espirò, guardò il chiarore del pietrisco del sentiero ed entrò. L’ombra era totale, aveva una consistenza profonda, gli entrò nel corpo, gli mozzò il respiro. Il cuore aumentò il battito e offuscò i pensieri. All’improvviso l’agitazione, il rincorrersi del dolore, il ricordo delle speranze interrotte, diventarono un flusso interrotto, si spezzarono in mille rivoli. Lui non riuscì più a raccapezzarsi, scivolarono via, colando sulla terra sotto il suo corpo.

Si fermò, chiuse gli occhi. Li cercò dentro, provò a scandagliare il suo cuore e la mente. Non trovò più nulla, se non molliche: uno sguardo, una ciocca di capelli, un brandello di tessuto, schegge di parole di cui però non percepì il suono, ormai lontano.

Riaprì gli occhi. Il blando chiarore delle stelle si intrufolava tra i rami degli abeti. Con una mano li allargò e guardò cosa ci fosse oltre. Davanti ai suoi occhi si aprì una valle illuminata dal chiarore del cielo. In fondo la cima della montagna era imbiancata dalla neve. Lui rimase così, le mani appoggiate sui rami ruvidi e gelidi, lo sguardo rivolto verso il futuro, la fine del sentiero. Si osservò e sentì, forte, nitido, il silenzio interiore. Il dolore circolava nel suo sangue, lo percepiva chiaramente. Ma era come un vaccino che lo curava dalla malattia.

Un sorriso comparve sul suo viso. Riprese il cammino, senza guardarsi più indietro.

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Breve

L’uomo, nel silenzio della notte, osservava fumando il lago.

All’improvviso vide la sua ombra.

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La fame e il lago

Lui è alla finestra della baita, ha un quaderno davanti a sé, aperto sul tavolo segnato dal tempo, e la penna in mano. Sente dentro di sé la storia, avverte la fame di riprendere a scrivere. Ha scritto molto, nel passato, su quella storia. O meglio, ha scritto molto sul contorno di quella storia, ne ha disegnato la cornice con qualche cessione alla pruderìe sessuale che ogni tanto lo assale. Ma ha scritto talmente tanto che la nebbia della confusione lo ha avvolto e non sa più come districarsi. Insomma, ha smarrito il sentiero e non riesce più a ritrovare le sue coordinate.

Sì, ha dentro la fame di riprendere. Sente montare l’ansia dello sviluppo, la vista dell’ultimo chilometro, la curva che, una volta percorsa, gli svelerà il traguardo e la promessa dell’abbandono, del sospiro finale, del lento rilassamento muscolare e del fiato che prima singhiozza e poi si distende nella normalità, del battito cardiaco che scende rapidamente.

Guarda il taccuino aperto, la striscia di raso blu che segna la pagina, il pallore crespo della carta riciclata eppure a suo modo immacolata. Porta la mano a sorreggere il viso, alza la testa e guarda oltre il vetro. Il lago è lì, spiegazzato dal vento che soffia da tutte le direzioni. La luce è intrisa di ombre, un grigio metallico avvolge il bosco e le montagne, risucchiando i colori che ormai sono scomparsi.

E’ grato per quel panorama che qualche tempo prima, lui uomo di città, avrebbe percepito come opprimente. Aveva sempre pensato alla montagna come un luogo di silenzio tombale. Ora sa che non è così, che la vita nel bosco non va mai a riposare. La montagna è un luogo gonfiato dai rumori, dagli scricchiolii del legno e dell foglie, dallo zampettare di mille animali, dal raspare del fungo che cresce di notte e che sposta le foglie morte per uscire all’aria fredda e gonfiarsi di bianco sporco, dall’uh-uh dei gufi che non chiudono gli occhi e che vigilano per tutta la notte, dallo sbatter d’ali delle infinite specie di uccelli, del lavoro incessante dei ragni sul legno marcio degli alberi vecchi, del rimestare di milioni di formiche rosse e nere nella terra e sulla corteccia degli abeti e delle querce. E’ un mondo infinito, mai domo e mai fermo, è un richiamo costante alla fatica della vita in tutte le sue forme. Lì si è reso conto di non essere nulla, di non avere alcun diritto di primazia sulla natura. E’ solo un misero pezzo di quel mondo e nemmeno fra i più scaltri.

A questo pensa l’uomo mentre guarda quel mondo al riparo della sua baita ai piedi del lago e sotto tre montagne alte e confortanti, nonostante la loro minacciosa forma, con le guglie alte e rocciose che pungono il cielo in cui le nuvole quel giorno si rincorrono e si scontrano. L’uomo percepisce la carica montante di elettricità.

A questo e ad altro pensa mentre cerca di trovare il filo del racconto che è dentro di lui, la sua storia. Che non sarà più sua nel momento in cui la scriverà, ma fino a quel momento lo è. Una storia personale, in cui si mescola la fantasia con la realtà, in cui la sua voglia di sesso sarà fusa con il desiderio di carezze, di parole, di sospiri, di gesti morbidi, di rispetto, di alterità.

Ora, però, è la pigrizia della pace che lo avvolge, che da quel mondo oggi grigio cola nel legno della baita e che si diffonde dentro il suo corpo e la testa, svuotando i pensieri e placando, in altro modo, la fame.

Sorride, l’uomo. Sorride e si perde nelle onde crespe di quel lago.

Il tempo per pensare alla sua storia arriverà, lo sa.

Ma ora ha bisogno di quella pace.

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Le nebbia e il profumo della focaccia.

Novembre ha il profumo dell’adolescenza. Nel buio della sera i contorni si sfumano nella nebbia che lenta scende dal mare e durante la notte ingoierà le forme e i rumori. L’aria spessa e bianca si riempirà dell’odore del legno bruciato nei camini. Aprendo le finestre il freddo si intrufolerà e l’aria riscaldata delle stanze profumerà della focaccia al pomodoro. Il profumo della pasta lievitata si fonderà con quello dell’origano e dell’olio buono pugliese, il naso più sensibile riconoscerà quella vaga punta acida che sa di liquido denso e opaco, non filtrato.

Il ricordo si perderà nel tempo, rincorrerà i viaggi su un vecchio Boxer Piaggio rosso. Le mani paffute e morbide che afferrano la vita sottile del ragazzo che guida, fingendosi spericolato per sentire la pressione farsi forte, il cuore che rimbalza accelerato sulla sua spalla ben nascosto dal seno duro, pieno e appuntito della ragazza. Un sorriso si allarga sul viso del ragazzo, sente sulle labbra la promessa di un bacio che verrà rubato non appena lei scenderà, frettolosa di rientrare a casa per evitare il dispiacere della madre.

Il rettilineo gli impedisce di sterzare, rallenta per godere del poco tempo che ha davanti a sè prima di separarsi. Rallenta ancora, sente le ginocchia della ragazza che si stringono sulle sue cosce. Non ne avverte il calore perchè, maledizione, il tessuto dei jeans è spesso e ruvido. La sua mano sinistra rischia l’abbandono del freno e scende rapida, ormai ha deciso, per sfiorare il polpaccio della ragazza. Sente sotto i polpastrelli il tessuto morbido delle sue calze e, finalmente, avverte il calore della sua pelle. Gira il viso verso di lei, che piega leggermente la testa per guardarlo. Sorride, lei. E lui sente un soffio di felicità scendere nel respiro che si fa leggero.

Il semaforo chiude il rettilineo. E’ rosso. Lui si ferma. Poggia i piedi sull’asfalto umido. Si gira, gli occhi negli occhi. Si piega e la bacia. E’ il loro primo bacio. Sono inesperti, non sanno cosa fare. Si perdono nella ricerca di una tecnica, credono ancora che sia importante per farsi piacere. Le labbra da rigide, al tocco della morbidezza e del calore, al mescolarsi di un profumo sconosciuto, si cercano in un modo nuovo, spontaneo. Si uniscono, si scambiano gli umori, si socchiudono, azzardano spontaneamente lo sfiorarsi delle lingue. Gli occhi si chiudono, si perdono roteando, nel buio dello smarrirsi.

Sobbalzano al suono del clacson alle loro spalle. Gli occhi si riaprono, si cercano si sorridono. Lui inarca il sedere, alza il treppiede e dà gas. Lei lo abbraccia stretto e poggia la testa sulla sua spalla. E’ stato bello, pensano all’unisono senza dirselo. Sì, è stato talmente bello che lo ricorderanno per tutta la vita. Lui accelera e inizia la salita del ponte. Al termine lei sarà arrivata al portone di casa. In fondo al viale la nebbia scende velocemente e gonfia il profumo dei camini e della focaccia calda. Nasce un nuovo profumo, anch’esso indelebile. Fino alla fine dei giorni.

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La memoria lacerata

Una luce opalescente filtrava dalle imposte. Ho guardato l’orologio. Erano le sei del mattino ed era domenica. Ho cercato nella mia testa dei nomi. Non li ho trovati. Il panico mi ha assalito. Quei nomi erano le mie radici, il mio passato e li avevo smarriti. Ho cercato di rintracciarli usando immagini che mi avvicinassero ma ne ho ricordati solo un paio. Gli altri restavano sommersi nella sabbia degli ingranaggi mentali che non funzionavano bene, erano secchi perché poco usati. E io mi sentivo smarrito, un minuto dopo l’altro. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d’acqua fresca, senza bolle artificiali. Ho deciso di non lavarmi, di prepararmi un caffè caldo. Ho preparato la moka, ho acceso il fuoco, ho tirato fuori dal frigorifero la marmellata di ciliege. Ho osservato la densità un po’ liquida e scura dentro il barattolo di vetro. Ho preso il solito biscotto e mezzo dal pacco dentro la dispensa. Li ho posati sul tavolo e ho guardato il cielo grigio chiaro attraverso la finestra. Ho spalancato gli infissi, ho socchiuso gli occhi e ho inspirato l’aria fredda e umida del mattino. Mi sono soffermato ad osservare la palla di zinco cromato in cima alla canna fumaria del camino di fronte. Era immobile, un evento raro in questa città perennemente battuta dal vento.

All’improvviso un rumore di tuono e di pioggia mi ha sorpreso. Il cielo era coperto ma non dava segnali di pioggia. Un attimo ed è diventato nero, scosso da un’onda immensa. Era un battito di ali moltiplicato per milioni, come una furiosa gragnuola di acqua che cadeva impetuosa dal cielo: uno stormo immenso di storni. Iniziai a contare i secondi ma la massa di uccelli non si digradava, non smarriva la sua immensa maestosità. Solo dopo alcune decine di scansioni temporali, il cielo ricominciò a schiarirsi e l’onda sgocciolò via gli ultimi uccelli. L’aria si gonfiò, si ripulì nel silenzio del primo mattino e ne percepii il sospiro di sollievo.

La caffettiera borbottò il liquido caldo e nero. Presi la tazzina bianca, con cucchiaino lasciai cadere un po’ di zucchero grezzo e versai il caffè.

Mentre la portai al tavolo, compresi che dovevo fermare lo smarrimento della memoria. Mi guardai intorno, presi due pezzi di carta e individuai una penna che afferrai quasi d’impeto.

Su un pezzo la catena paterna, sull’altro quella materna. Iniziai a scrivere, con timore prima e poi con rabbia i nomi che ricordavo, dove il vuoto non si riempiva scrissi un punto interrogativo con una tale forza che rischiai di lacerare la carta. A seguire ricostruii i nomi dei figli, i miei cugini molti dei quali avrò visto un paio di volte quando ero un bambino. E dentro di me giustificai con un mezzo sorriso il vuoto di quei nomi così estranei. Almeno in quel caso non era colpa mia. Forse.

Mi fermai, agitato, dopo aver compilato i due fogli. C’erano alcuni punti interrogativi. Troppi.

Sospirai. Presi il coltello, svitai il coperchio del barattolo di marmellata e infilai la punta nella confettura. La spalmai con attenzione sul biscotto a forma di ciambella che avevo spezzato a metà. Masticai lentamente e nella bocca si mescolava il sapore dolce delle ciliege con quello quasi neutro dei biscotti. Una mescola perfetta. Presi la tazzina e assaporai il caffè bollente che mise in equilibrio i sapori dalle intensità differenti.

Il concentrarmi sul masticare e sorseggiare mi scaricò la mente dai pensieri impanicati. La memoria lentamente tornò con una lenta irrorazione del sangue e dell’ossigeno nella mia testa, in quella zona nascosta in cui si conserva la memoria della vita vissuta. Presi la penna e uno dopo l’altro cancellai il punto interrogativo e scrissi i nomi mancanti.

Osservai i due foglietti e ora tutti i campi erano stati compilati correttamente. I nomi erano lì, vergati da una penna dall’inchiostro nero un po’ scarico, e i tasselli rispondevano ad un volto, quasi tutti molto amati, e al sapore di ricordi antichi che sentivo le mie fondamenta.

Finalmente inspirai a fondo, scossi con un lento movimento circolare della mano la tazzina e bevvi il residuo ancora caldo.

Un lento rumore di pioggia riempì il cielo che si oscurò rapidamente. Gli storni stavano passando nuovamente nel cielo sopra di me.

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Amore che va, solitudine che resta

“I lose my baby”. Una donna appena salvata dalle onde del mare che si rotola su un gommone, disperata, alla ricerca del bambino ingoiato dalla massa liquida, grigia e fredda. Quel bambino sarà salvato dai soccorritori. Sarà lasciato morire da chi, sulla terra ferma, non arriverà in tempo, dopo quattro ore di inutile attesa.

Un uomo aspetta un messaggio su uno smartphone. Aspetta la donna che ama. Ha il Covid. Le ha scritto un messaggio preoccupato. Lei non ha risposto, ha letto ma non ha chiamato, non ha risposto, non l’ha cercato. Che amore è una cosa simile? Lui si rotola nel letto alla ricerca di una spiegazione, che non troverà. Ha perso l’olfatto, non può sentire l’odore della malattia, il sudore stantio che bagna le lenzuola. Riesce solo a percepire i dolori nelle ossa, il dolore annidato nel cuore.

Un ragazzo è stravaccato davanti al pc. Guarda la telecamera poggiata sul monitor in alta definizione. Dentro le schermo ci sono i volti dei cuoi compagni di classe. Si muovono a scatti, i pixel sono grossolani, i volti in parte sfocati, le luci falsate dall’ombra o dalle lampade accese sopra le loro teste. Li guarda, sono infilati dentro celle rettangolari. Poi guarda la sua di finestra, i colori sono saturi, tendono all’arancione, sembra finto. Lo schermo si riflette nei suoi occhiali e lui si avvicina e vede, in quelle piccole lenti, le minuscole finestrelle in cui si intravedono le facce dei suoi amici. Si strofina gli occhi, sollevando gli occhiali. Gli bruciano, li sente umidi. Si accorge che sono lacrime e le guarda confuso, sconvolto. Il professore continua a parlare, lento, con la testa abbassata e del suo viso si vedono solo i capelli e la fronte lucida. Non si accorge di nulla.

Cosa resta di una vita? Cosa resterà a quella madre, sfuggita alle torture, allo stupro da cui era nato quel bambino, all’aver scampato la morte nel mare in cui morirà il suo bambino? “I lose my baby”.

Cosa resterà a quell’uomo che ha impegnato tutto sè stesso per un amore che non avrebbe meritato nemmeno un minuto in più di un veloce e appassionato rapporto sessuale?

Cosa resterà a quel ragazzo di questi lunghi mesi in cui ha perso amore, amicizie, scuola, sport, vita che nessuno potrà mai più restituirgli?

Cosa resterà di questa vita?

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Satura è la notte

Novembre è il mese dei tramonti più belli dell’anno. E’ una specie di consolazione per la riduzione della luce durante il giorno, un risarcimento per il ritorno dell’ora solare, quello che un tempo definivo come “il grande buio”. Uno scurore che gonfia le paure, l’ansia della malttia, l’alito del terrore che si nasconde dentro gli angoli, gli anfratti nelle strade, le crepe dei muri.

Ogni sera, nel momento in cui il cielo diventa un blu intenso che vira verso il grigio per poi tingersi di cobalto, io vado verso la campagna. Mi lascio alle spalle il cemento dei palazzi, le strisce grigio chiaro dell’asfalto consumato dalle macchine, quella lunga striscia bianca che taglia in due le corsie delle strade, i fari delle macchine che mi accecano anche se non ancora buio. Sterzo verso occidente e infilo il rettilineo che mi porta verso la pianura. Costeggio i filari dei vitigni le cui foglie sono rosse, vicine al seccarsi e diventare sottili come carta. L’erba è cresciuta e avvolge le barbatelle, in mezzo tra le fila di ferro che stringono i rami sono fiorite strisce gialle e profumate di camomilla.

In fondo, lungo la linea dell’orizzonte, si stagliano le linee dritte degli alberi che costeggiano qualche rigagnolo di acqua fredda e dolce. Subito sopra le cime piegate dal vento le nuvole coprono il sole che veloce scende verso l’altra metà del pianeta. La luce nascosta dal grigio gonfio e saturo è rossa. Sotto la massa ovattata la luce si frantuma in rivoli dritti di lampi colorati sulla cui parte superiore si mescola il grigio ferroso della nuvola. Sono i “raggi di Dio” che piombano obliqui verso la terra. Sono i rami del sole che afferrano il bordo dell’orizzonte per tirare giù la massa infuocata e spingerla verso l’alba nell’altro lato del mondo.

Fermo la macchina, scendo. Il vento freddo colpisce il mio viso. Alzo lo sguardo e inspiro a fondo l’aria profumata di fiori di campo e di erba umida. Il suono del vento si infila tra gli alberi, li piega, si abbassa e sfiora i campi. Al momento del tramonto il vento si arresterà e la temperatura si alzerà di un paio di gradi rendendo piacevole l’inizio della notte. Il silenzio ingoierà tutti i rumori, persino gli animali si fermeranno a rispettare la liturgia.

Il tramonto è un atto di pulizia, è il distendersi un velo leggero e misericordioso che spazzerà via il male del giorno, lo ripulirà nella quiete del riposo.

Nel frattempo mi godo i colori saturi del giorno che va via, la luce calda e colorata che mi ricorda la bellezza della vita. Nonostante. Già, nonostante.

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