Due pensieri sul futuro

Come affrontare la follia che sta divorando l’Italia e la sua gente? Mi guardo intorno, ascolto, leggo e resto di stucco. Razzismo, maschilismo, gesti fascisti, violenza verbale. Il tutto servito con una leggerezza che non si comprende. Era un qualcosa che strisciava sotto una pellicola di perbenismo oppure è emerso all’improvviso, condito con la rabbia per come il paese si sta involvendo?

Certe volte penso che la perdita del buonsenso stia scavando un buco profondo che sarà sempre più difficile ricoprire. Questo è un paese in cui il circolo virtuoso tasse- servizi pubblici non si è mai attivato, ma che adesso ha raggiunto livelli insopportabili. I servizi pubblici sono essenziali per diffondere una cultura di solidarietà. Servono scuole, ospedali, servizi pubblici efficienti che aiutino chi sta peggio a sentirsi parte di una collettività, a comprendere che non saranno lasciati indietro e che tutti insieme si risolvono i problemi. Perché i servizi funzionino bene servono due cose: strutture e personale adeguati. Servono quindi soldi, investimenti e manutenzione. Quindi servono soldi pubblici. E come si trovano, oggi, i soldi necessari in un paese che non produce più ricchezza da molti anni? Anche in questo caso le strade sono solo due: o si pagano più tasse o si fanno pagare a quelli che le evadono. E per fare quest’ultima cosa servono risorse, tecnologia e personale in numero adeguato e con competenze all’altezza.

L’Italia fa questo? No. Se si usasse il buon senso si capirebbe che reclamare un taglio delle tasse oppure continuare a difendere chi le evade non significa portare più soldi nelle tasche degli italiani ma significa solo che i servizi pubblici andranno a scomparire. E se questo dovesse accadere significherebbe che solo i più ricchi potranno permettersi una scuola privata, una sanità privata, servizi non più pubblici, una previdenza privata. E chi sta male semplicemente non potrebbe più curarsi, ambire a migliorare il proprio tenore di vita ma potrà solo sentirsi più escluso e più povero. Insomma, tutto quest’odio è la risposta sbagliata a problemi veri. Girare il collo verso il passato non è una risposta ma una minaccia alla collettività e a tutto ciò che si è costruito dopo la seconda guerra mondiale.

Non è nemmeno una risposta pensare a soluzioni tampone oppure balbettare timidamente risposte che non abbiano il carattere di un cambiamento politico. E il cambiamento non è il solito gioco del cambio di scatole, di contenitori o di nomi di nuovi partiti. Il cambiamento è avere il coraggio di fare scelte e dare risposte. Una cosa che la sinistra ha smesso di fare. Sono diversi anni che sono convinto che non esiste più in Italia una sinistra e una politica di sinistra. Dal 1990 ci si è limitati ad ambire al governo, al potere senza mai costruire una visione di ciò che stava accadendo nel mondo e nel nostro paese, senza mai alzare lo sguardo dalle emergenze e provare a tentare di pensare a come immaginare il futuro. La vicenda dell’Ilva e della città di Taranto è emblematico.

Sono decenni che si continua a blaterare di ricatto occupazionale e dell’inacettabilità dell scambio lavoro-salute. Ma parlarne e basta non risolve la questione. Taranto ha dentro di sé la più grande acciaieria al mondo. Dà lavoro all’intera città. E’ una fabbrica che ha violato da sempre le più elementari regole di tutela dell’ambiente. Ha sommerso di veleno il terreno, il cemento, il mare, le case, i polmoni delle persone e, soprattutto, dei bambini che vi abitano. Ora bisogna decidere cosa del futuro della città. E la sinistra deve assumersi la responsabilità di fare queste scelte. Nel mondo evoluto, nella Scandinavia, hanno elaborato progetti di ricerca, poi applicati, per produrre acciaio limitando l’inquinamento. E’ possibile studiare e verificare se sono applicabili all’ex Ilva? L’Arcelor Mittal ha firmato un contratto che prevede delle attività di bonifica e ambientalizzazione. Ora vuole rescindere il contratto senza aver fatto nulla di quanto avesse garantito. Un paese serio porta in Tribunale la Mittal, e in parte lo si sta facendo. Un paese serio nazionalizza subito la fabbrica. Un paese serio elabora un progetto di risanamento ambientale e per far questo destina delle risorse importanti. Un paese serio pensa da subito ad una politica industriale nuova, che abbia come obiettivo la produzione, il lavoro ma anche la salute dei cittadini. Un paese, e una politica seria, decide come recuperare i soldi necessari. In Italia vanno fatte delle scelte che guardino al futuro del paese, delle persone che ci abitano, e deve decidere subito con quali principi fare queste scelte. La sinistra ha il compito di fare queste scelte con trasparenza ma con chiarezza. Rispetto a temi fondamentali come la ricerca, l’innovazione, il ruolo dei servizi pubblici, la tecnologia, il lavoro, l’immigrazione, i diritti civili. Subito. E fare proposte coerenti. E battersi per quelle proposte: scuola e università pubblica perché non è giusto che chi ha i soldi abbia una strada privilegiata. E quindi servono luoghi, didattiche e tecnologie all’avanguardia. Non più scuole fatiscenti, con lavagne elettroniche non funzionanti e insegnanti ormai svuotati di tutto. Servono campus innovativi, tipo Google o Apple in piccolo. Serve un investimento sulle Università per attrarre intelligenze affinché i giovani non scelgano di andare via per costruirsi un futuro. Servono ospedali nuovi, efficienti, con macchinari e personale all’avanguardia. Persone motivate e ben pagate. Serve una politica di accoglienza: chi emigra va accolto, identificato, riconosciuto, rispettato e integrato nella diversità. E gli va offerto un lavoro e una casa. Non prima ma nemmeno dopo gli italiani. Perché questa palla del prima gli italiani va semplicemente smentita: l’Italia è un paese che invecchia e la domanda di lavoro fra qualche anno sarà sempre più ridotta. A questo punto bisogna iniziare da adesso a scegliere come affrontare questo problema. E non lo si può affrontare con una logica di paura e di razzismo ma, anche qui, con una logica di buon senso: cerchiamo di capire chi sono le persone che arrivano nel nostro paese, che competenze hanno, come possono contribuire alla costruzione di un paese migliore. Con regole, certo, ma anche applicando contratti di lavoro onesti e giusti.

Questo dovrebbe essere. E non c’è più tempo da perdere. Altrimenti finirà male.

Pubblicato in Pensieri, Resistenza | Lascia un commento

Cigarettes after sex

Spesso scrivo solo per sentire il ticchettio dei tasti del laptop. Mi siedo alla scrivania nel mio piccolo studio immerso nei libri, sotto una vecchia lampada comprata all’Ikea di Bari una grigia e fredda domenica non so più di quanti anni fa. Non ho nulla di cui scrivere, mi invento un qualche motivo per aprire questo blog e scrivere. Il solo rumore dei tasti mi fa sentire meglio. Con l’età l’inversione delle lettere è aumentata ma ho compensato riprendendo a digitare con dieci dita, non guardando più la tastiera ma direttamente lo schermo. Poi ho fatto un’altra scelta controcorrente: la musica. Ho ripreso ad ascoltare la musica ma mi sono rifiutato di chiuderla nelle cuffie e ascoltarla solo io. No. Ho deciso, come sempre ho fatto da ragazzo, di condiverla con il palazzo. Per cui, volume alto, e sparata direttamente dalle casse biodinamiche Cerwin Vega che ormai hanno 38 anni di vita ma continuano a funzionare benissimo.

Cigarettes after sex. Un nome emblematico e splendido. Cercateli su Spotify e ascoltateli. Alla lunga magari diventano noiosi ma per un’oretta sono un ascolto molto., ma molto, interessante. Beh, in effetti, la musica copre il rumore dei tasti ma fino ad un certo punto perché in realtà pesto forte sulla tastiera e il rumore si mescola molto bene con il tump-tump della batteria. Un po’ meno con la stoffa intessuta dalla chitarra elettrica che è un fondo spaziale, un suono cosmico che mi riporta ai primi album dei Pink Floyd o ai primissimi U2. Ma era un’altra epoca.

E’ molto difficile in questi mesi raccontare storie perchè vivo in una dicotomia molto pericolosa. Adoro scrivere con il taglio essenziale, di cesello, di Agota Kristof. Poche linee chiare che identificano i gesti, le emozioni e raccontano i fatti. Ma oggi viviamo in un mondo cattivo, complicato, in cui è difficile scegliere cosa raccontare proprio perché ce ne sono tantissime di cose da dire. Ma come si fa a raccontare la storia di persone che per disperazione sono costrette ad imbarcarsi su gommoni semi sgonfi e che sono destinati ad annegare, a perdere tutto, affetti, denaro, la vita. E invece che fermarsi a soffrire per loro e con loro ci si ritrov circondati da odio, sbeffeggio, indifferenza, rabbia. Come se la fine del mondo di luci e di profumi venduto dal capitalismo fosse colpa loro. Come posso io, che sono seduto qui in una stanza al caldo e sentendo musica, raccontare un dolore così grande? Come posso scrivere di una sofferenza così grande o dell’odio che la circonda quando non riesco a provare quel sentimento di odio così profondo, nemmeno nei confronti di chi quell’odio si diverte a diffonderlo e a radicarlo?

Semplice: non ci riesco. Eppure ci deve essere un modo per farlo. Forse guardando ai margini di quei drammi così forti. Quei margini in cui non c’è l’odio ma inizia a gorgogliare un crampo sotterraneo e leggero che fa montare i dubbi e i gesti di chi sta perdendo le proprie certezze e si ritrova dubbi che bussano alla coscienza, che provocano una sorta di cattiva digestione perché quello di cui ci si alimenta si sta avariando. Noi, nelle società neoliberiste, ci alimentiamo di notizie non più filtrate se non dai potenti di turno che ormai indirizzano la formazione delle coscienze. Non sono più i giornali o la televisione a formare la coscienza collettiva. No. E’ altro. Un altro che ha facce e strutture differenti e che sono nelle mani di poche persone giuridiche. Un controllo di massa nascosto dietro la parvenza diuna libertà individuale forse mai avuta. Un tempo il controllo era tipico degli stati dittatura. Non so, pensate al KGB, alla Stasi ma anche alla FBI. Oggi il controllo è nelle mani della NSA che usa in modo spudorato gli strumenti che noi stessi, più o meno ignari, ormai pigiamo distrattamente ogni secondo delle nostre giornate: Facebook, Whatsapp, Twitter, Instagram. Il secondo e il quarto sono proprietà del primo. Sono strumenti incontrollabili e di cui pure non possiamo più fare a meno perché, paradossalmente, ci rendono effettivamente più liberi di scegliere cosa leggere e come informarci.

Insomma. Ci sono talmente tante storie. Perché la sofferenza è un intreccio delicato di sentimenti che vanno innazitutto rispettati. E poi, solo poi, vanno raccontati in qualche modo. Non sono in grado. Quindi leggo, guardo e ascolto.

Pubblicato in Pensieri, Racconti, Resistenza | Lascia un commento

Il senso del cicalino

Il silenzio è profondo. Il tocco delle mie dita sulla tastiera del laptop è ovattato. La luce banca della lampada a led è soffusa. Tutto lascia trasparire un non so che di delicato, soffuso, quasi gentile nei miei confronti. Dalla finestra alla sinistra della piccola scrivania su cui sto scrivendo entra solo il buio della sera. La pioggia leggera picchietta in lontananza sull’asfalto della strada. Un lampo nel cielo squarcia il buio. Sembra una luce al neon, lontana, che non riesce ad accendersi.

Il vento all’improvviso rinforza, geme, si gonfia, sbatte contro gli infissi in legno. Il silenzio ormai è spezzato. Sento le folate che prendono a testate i muri, anche la pioggia si gonfia, dal leggero picchiettare si trasforma nel rombo di un torrente che scende arrabbiato dalle montagne.

Ascolto questi rumori, tento di collocarli, di dargli un senso, cerco di immaginare in che modo possano influenzare il mio tempo, la mia mente. Dal piano di sotto sale il suono disturbante di una sveglia elettronica. E’ un pigolio montante, fastidioso, che si insinua tra il suono della pioggia e quello del vento. E’ come un filo che taglia in due il suono della natura, come se tentasse di separarlo da me, dalla faticosa ricostruzione di un silenzio che mi serve, che è urgente che riesca a ritessere e a dargli spessore, tessuto, trama.

Ho bisogno del silenzio perché ho bisogno di ascoltare i miei pensieri che sono aggrovigliati, intrecciati, confusi, dal suono rauco. Non li capisco, alcuni sussurrano, altri urlano, quelli razionali hanno un tono rassicurante. Ma quelli nascosti, invece, sussurrano suoni che appaiono come spifferi. Non si capisce da dove vengano ma sono fastidiosi, freddi e colpiscono la pelle della razionalità. Vorrei metterli in fila, staccarli, ordinarli, dare lo spazio e la voce ad ognuno di loro. Anche a quelli che per farsi ascoltare urlano disperati e prepotenti. Sono quelli meno pericolosi. So che quelli più insidiosi sono proprio quelli che fatico ad ascoltare, quelli che si mimetizzano sotto la logica della mia ragione. Sono proprio quelli che all’improvviso, come il fulmine, spezzeranno il silenzio dell’equilibrio. Ho bisogno di portarli alla luce, di farli parlare nel silenzio di questa stanza, di darli la voce con questi tasti, di trasformarli in parole. Saranno parole che taglieranno, apriranno la pelle e faranno uscire il sangue di cui si nutriranno. Ma non ho alternative.

La sveglia continua a suonare, irritante. E’ un suono che entra nella testa, prende lo stomaco, impedisce di pensare. Alzo la testa guardo oltre i vetri. La pioggia ora è silenziosa ma è compatta come nebbia. Le luci sono offuscate, i raggi spezzati in linee oblique, le cime degli alberi non si vedono più. Ho smesso di scrivere da tempo. Non ho nulla di dire, non più storie da raccontare. Mi basta solo la sottile eccitazione delle mie dita che battono sui tasti del computer. Non è più importante che da questo movimento escano parole con un senso, con una missione da compiere. Non ne ho più di missioni da compiere. Spesso penso che il mio tempo sia semplicemente finito e che ora tocchi ad altri prendersi la responsabilità di raccontare una storia, che sia la propria o quella di qualcun altro. La violenza intorno mi ha ammutolito. Ed ho la fortuna di leggerla, non di viverla. Eppure ne percepisco con forza, ogni giorno, lo spessore, la forza distruttrice dei rapporti, degli affetti, del senso del limite, del rispetto.

Ne sono talmente colpito che ho deciso di rinchiudermi in questa stanza, cercando il silenzio e di interpretare i miei pensieri. Perché da un lato sono ammutolito ma da un altro non trovo pace che questo sia accaduto. Mi attacco alla tastiera per dare un senso ma questo senso non lo trovo. Invece, sotto traccia, si rileva, con l’immagine di un ghigno beffardo, il vuoto delle parole, l’abdicare delle storie che un tempo mi portavo dentro e che, pur faticando a tirarle fuori, erano pur sempre lì. Mentre adesso non ci sono più.

Per questo cerco il silenzio. Per cercare il suono dei pensieri intrecciati, per fare finta che siano talmente rumorosi dal dover cercare di metterli in fila e in ordine. In realtà nel silenzio non percepisco nulla. Solo il rumore della pioggia che scorre come un torrente in piena oppure quello del vento che sbatte sui vetri della finestra. Oppure questo cicalino elettrico che mi trapana il cervello. O forse è questo il racconto di una storia. Quella che in cui i pensieri sono andati via da una testa e si sono trasformati nel cicalino di una sveglia al piano di sotto, in una giornata ventosa e piovosa in un giorno qualunque di un posto qualsiasi.

Pubblicato in Racconti, Sottrazione | Lascia un commento

Leggere il silenzio

Sono le quattro del pomeriggio. Il sole sta già scendendo e una grigia penombra cala nella casa. Voglio leggere. Accendo le luci e inizio a camminare. Mi piace leggere camminando. Ho sempre fatto così, tranne quando ero bambino. In quegli anni, invece, mi sedevo sulla vecchia poltrona ritappezzata sotto la lampada bianca svedese. E restavo ore a leggere i libri di Jules Verne.

La casa è silenziosa. Riesco a percepire solo il respiro del vento che si infila nel legno delle finestre e fa vibrare i vetri. Nelle stanze ticchettano gli orologi, i secondi si inseguono, si affiancano, si distaccano. All’improvviso il rombo di un aereo che atterra squarcia il silenzio ovattato della casa. Alzo lo sguardo dal libro, mi avvicino alla finestra, sono schiacciato dal rumore ma non vedo la fusoliera dell’aereo che si avvicina al suolo. Lo percepisco ma niente di più.

Non riesco a concentrarmi. Guardo le righe sui fogli ingialliti ma non le traduco in parole. Restano solo dei segni e nient’altro. Cammino più veloce ma lo spazio è stretto. Con i libro in mano inizio a correre per la casa. Sento il tonfo del passo, il rumore della mia spalla che sbatte sul muro bianco, avverto il dolore dell’urto ma continuo a correre. Poi, all’improvviso, smetto. E ascolto il mio respiro pesante. Ansimo. Sì, è corretto: ansimo.

Scuoto la testa e riprendo a camminare e a leggere. Le parole riacquistano la loro consistenza, la densità, un senso, e le frasi ridiventano costruzioni con una logica, un inizio, una fine. E poi un punto. La frase è finita. L’ho letta. L’ho compresa. Sorrido. Mi fermo, guardo oltre il vetro le nuvole che corrono scure nel cielo. E’ una distesa compatta e la forma a intuisco nei confini più scuri, alcuni più chiari, che scivolano sopra il fondo compatto del grigio scuro e avvolgente.

Ora il silenzio è tornato totale, avvolgente, incombente, assordante. E’ talmente spesso che esalta il fischio elettrico delle mie orecchie. Un fischio che da leggero sottofondo si eleva ad acuto e insopportabile. Chiamo Alexa e le chiedo un pezzo dei Cigarettes after sex da Spotify. Una coperta densa di musica si stende per la casa, la voce pastosa della cantante francese raggiunge anche le mura dei bagni. Il fischio è stato spezzato e frantumato. Posso tornare, di nuovo, a leggere.

Passano i minuti, poi le ore e io continuo a camminare e a leggere.

Ti sento. Percepisco il tuo respiro. Intuisco le tue forme. Ascolto i tuoi pensieri. Sei qui. Con me. Giro per le stanze per cercarti. Non ci sei. Ti sei nascosta. Ti piace giocare a nascondino con me. Ti piace che ti trovi. Che ti afferri. Che ti stringa. Che affondi il mio viso nei tuoi capelli. Giro. Non ti trovo. Ti chiamo con un urlo silenzioso. Non mi rispondi. Ma ti percepisco. Ascolto il rumore del tuo corpo, il fruscio dei tuoi passi, lo strofinìo delle cosce che si sfregano. Continuo a girare. Non ti trovo.

Il rombo potente dei motori dell’aereo esplodono nel cielo, aumentano di giri, il rumore diventa più forte, i vetri tremano. Mi affaccio. Eccolo. Ora lo vedo. La punta verso l’alto, le ali dispiegate, si alza. Decolla lentamente, e poi sale. Per un attimo ho l’impressione che si fermi nell’aria, ho il timore che stalli e poi precipiti. Invece vira verso sinistra, gira, torna indietro e spicca il suo volo. L’ho visto, finalmente. Ora posso tornare a leggere.

Ma questa è un’altra storia.

Pubblicato in Pensieri, Racconti, Resistenza, Sottrazione | Lascia un commento

Vieni via con me

Il cielo è grigio metallo. Le nuvole gonfie corrono nel cielo, spinte da un maestrale violento, secco e pungente. Decido all’ultimo momento. Mi prendo in giro e mi cambio prima che la ragione mi blocchi. Mi infilo la maglietta e i pantaloncini, indosso le scarpe. Osservo la suola, i segni dei chilometri si vedono tra le righe e i cuscinetti consumati. Mi infilo il cappellino nero, prendo al volo l’iphone, decido di evitare le cuffie perché voglio godermi il soffio del vento nelle orecchie, apro la porta e scendo le scale.

Percorro il vialetto condominiale ed esco dal cancello nero, cigolante e mezzo rotto. Il vento sconvolge le carte per la strada, le alza da terra, le ributta giù, fanno capriole nell’aria. Avvio Runkeeper e inizio a correre. Ho fregato il mio cervello, la sua pigrizia, il mal di schiena che mi tormenta.

La corsa è come la scrittura. Pesa il pensiero di iniziare, ci si aggrappa a ogni scusa per evitarla, si è convinti di non farcela, di non aver nulla da dare. Quest’ultima impressione molto spesso è vera, ma c’è una cosa, una sola cosa, che annulla tutto: il piacere puro, semplice, dell’atto di correre. E’ quella sensazione di godimento fisico che sta nel gesto di andare veloci sulla strada, di osservare il grigio stinco e sporco dell’asfalto che viene incontro alle gambe e che si abbandona dietro la schiena, è il vento che oggi soffia forte sul viso o sulla nuca, il fiato che si scalda, il sudore che scivola lungo la pelle, la potenza fisica dei muscoli che si contraggono e subito dopo si rilasciano. E’ l’armonia che si scopre di poter disegnare nella strada con il proprio corpo e che dà sostanza a ciò che si temeva di aver smarrito. E ci sono le endorfine che si irradiano nel corpo e che danno un benedetto piacere fisico, un godimento che sfiora il piacere dell’eiaculazione.

Anche la scrittura, per quanto mi riguarda, è questo insieme di sensazioni. E’ un miscuglio di piaceri che nascono dalla sofferenza, da un impegno che spesso è insopportabile. So di non avere nulla da dire. So di non essere niente. Per questo scrivo solo per me o su questo blog che non legge nessuno. Per fortuna. Anche la corsa la vivo in solitudine, nel silenzio interiore che in realtà è un mucchiodi pensieri che si inseguono, per poi mettersi in fila da soli e darsi un ordine che mi aiuta a pensare meglio, in modo più lucido, e mi spinge a decidere. I rumori secchi, insieme a quelli ovattati del passo sul cemento, mi ricordano la fatica, l’impegno, la costanza necessaria. Decido di aumentare il passo, di darmi velocità, di provare ad uscire dalla mediocrità dei tempi che mi avvolge da mesi. Scendo sotto i sei minuti a chilometro, i battiti si mantengono stabili, ce la faccio e sono contento.

Per la scrittura non è più così, ma il godimento di scegliere le parole, mettere anch’esse in fila, è identico. Sono scelte che mi ricordano di essere vivo. Non ci sono più storie da raccontare perché la vita è diventata banale, triste, eccessivamente solitaria. E se non si osservano le persone, se non si parla con loro, non ci sono storie da raccontare. La corsa, invece, è un racconto ancora più intenso se si vive in solitudine. Inspiro, i profumi della natura che si sta seccando, le foglie che cadono dagli alberi mentre alcune piante, confuse dal caldo anomalo, continuano a fiorire. E’ anomalo anche il profumo del finocchietto selvatico ma penetra nelle mucose del naso e fa chiudere gli occhi per assaporarne fino infondo l’aroma intenso. I corvi volano nel cielo e si inseguono gracchiando, i motori degli aerei del vicino aeroporto si riscaldano ma il rombo è portato via da vento che soffia impetuoso da sud. In lontananza l’orizzonte blu è irregolare, sono le onde che si alzano verso l’Albania.

La corsa è come la scrittura. Ogni volta è un racconto uguale ma diverso, è un pezzo di vita intensa che va vissuta e che, come il grigio dell’asfalto che si percorre, va via per non tornare più se non in un altro modo e con un altro odore e sapore.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Google l’ingorda

E’ notizia di ieri: Google ha fatto un’offerta di acquisto di Fitbit per 2,1 miliardi di dollari. Non sono noccioline, sono dollari. Cos’è Fitbit e perché Google è così interessata al suo acquisto?

Fitbit è il principale produttore di smartband e smartwatch destinati al settoer sportivo. La gran parte di coloro che corrono abitualmente o svolgono una qualsiasi attività fisica indossano un fitbit al polso. Anche io lo indosso, da diversi anni. Sono oggetti poco ingombranti e molto affidabili, con una ottima app per qualsiasi sistema operativo mobile. Viene monitorata e registrata ogni attività fisica e i parametri vitali quali il battito cardiaco, il monitoraggio del sonno, le calorie consumate e assimilate.

Ok, è una moda ormai diffusa nel mondo occidentale o evoluto. Una moda che in prospettiva sarà molto utile per diversi aspetti, non solo quello medico. La Fitbit ha una policy che rispetta la propria privacy e i propri dati non possono essere ceduti a società terze.

Google ha un obiettivo opposto e ha una carenza nel settore degli smartwatch. Acquisendo Fitbit le si apre una enorme opportunità: accedere ai dati di milioni di persone e poterli utilizzare per fini commerciali e per profilare ulteriormente i propri utenti. Basti pensare a cosa potrebbe accadere se decidesse di vendere alle assicurazioni i dati personali attinenti allo stato fisico. Le compagnie di assicurazione potrebbero verificare in tempo reale lo stato fisico di chiunque indossi un fitbit e si rivolga a loro per sottoscrivere una polizza vita o una polizza sanitaria. Oppure provate a pensare all’enorme mercato della vendita dei dati alle aziende che producono prodotti per il fitness o, più in generale, per attività sportive.

Insomma, per Google si aprirebbe un mercato immenso da cui, per ora, è totalmente estranea.

Questo spiega il suo forte interesse. Questo spiega il perché di una simile offerta. Questo spiega il perché questa operazione è un ulteriore colpo alla nostra residua speranza di riservatezza.

Cavolo, 2,1 miliardi di dollari. Non noccioline, ma dollari.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Ma che volete?

Ha ragione Massimo Mantellini sul sito Post.it di oggi: questa storia della carta d’identità per aprire un profilo social è una solenne cazzata. Non varrebbe nemmeno la pena spenderci due parole. Perché è una cazzata? Semplice: basta un bot per saltare qualsiasi velleità di identificazione. Per cui, chi segue le regole, tanto per cambiare, si ritroverebbe fottuto per l’ennesima volta. Mentre chi quelle regole le viola avrebbe di fronte a sé un’autostrada con le corsie più larghe. E quindi potrebbe correre più veloce a insultare, dileggiare, mortificare e minacciare chi non la pensa come la destra razzista che imperversa su tutti i profili social.

Beh, io credo che la Rete sia un luogo in cui, come nella vita reale, si incontrano brave persone ma anche brutti ceffi. E bisogna conoscere quelle regole, esattamente come nella vita reale, che aiutano a sapersi difendere da chi ha idee bellicose, violente rappresenta una minaccia. Certo questa è, in linea di principio, una violenza ipotetica, virtuale ma che facilmente si può trasformare in una violenza reale, sia essa fisica o psicologica. Insomma fa male. E dal male bisogna sapersi difendere.

Uno dei problemi della società e di chi fa politica a sinistra, o si ritiene progressista, è la conoscenza molto superficiale della tecnologia e di come sia meglio usarla. Il mondo dell’informazione di sinistra e di chi frequenta con questo obiettivo i social network troppo spesso non sa dove mettere le mani e combina casini o si appresta ad abbassare la guardia e a subire un pestaggio mediatico e di contenuti. La destra salviniana e fascista sui social è imperante da diverso tempo. Il funzionamento della “Bestia” ormai è noto a tutti: inonda la Rete di notizi false, manipola realtà, fuorvia dai veri problemi, stuzzica l’odio per mettere gliuni contro gli altri. I giovani contro i vecchi, i bianchi contro i neri, i cristiani contro gli ebrei e i musulmani, i lavoratori dipendenti contro le partite Iva e viceversa, gli evasori contro chi paga le tasse, i ricchi contro i poveri. E’ uno spettacolo osceno che è sotto i nostri occhi tutti i giorni. Se qualcuno si permette di esprimere un concetto a favore dell’accoglienza, o un’apertura verso i diritti sociali delle minoranze viene aggredito dopo qualche minuto e seppellito da violenze verbali e offese.

La risposta non è sviare dal problema, ma organizzare una risposta vera. Usando gli stessi metodi ma con un fine differente. La questione centrale non è la carta d’identità ma diffondere la verità evitando di correre rischi inutili. Per farlo bisogna conoscere ciò che offre la tecnologia per raggiungere questo obiettivo. E quest, oggi, diventa una battaglia partigiana e di resistenza. I partigiani per organizzare la Resistenza sono entrati in clandestinità, si sono resi trasparenti, si sono organizzati e hanno iniziato a combattere. Certo non mi auguro in nessun modo di entrare in una guerra fisica e violenta. Ma mi auguro semplicemente che si organizzi una risposta adeguata: la verità contro la falsità. Ed è l’unica strada percorribile.

Per farlo bisogna usare l’anonimato anche a sinistra. Bisogna imparare ad usare i bot per inondare la Rete di notizie. Ma questa volta devono essere notizia vere, entrare nei contenuti e mostrare come stanno veramente le cose, la realtà, quali siano i veri problemi da affrontare e andare al sodo dei fatti.

Io dico che bisogna usare e diffondere i metodi dell’hacktivismo. Perché bisogna dire la verità e sfuggire all’onda di odio che, altrimenti, distrugge le persone e le idee progressiste. Ci sono altri luoghi per combattere alla luce del sole: il Parlamento,il Governo e le sue politiche, la scuola, gli ospedali, i luoghi di lavoro, il sindacato. Ma nella Rete la libertà, e il suo esercizio vero, profondo, passa attraverso l’utilizzo dell’anonimato. E non perché si abbia paura di metterci la faccia, ma per concentrarsi sulla verità, sulle cose da dire e sfuggire all’odio costruito artatamente da chi non ha altro da offrire se non un faccione che sputa bile, odio, rancore e fesserie vendute a casse da 6.

Pubblicato in Cloud e Web 2.0, Pensieri, Resistenza, Sottrazione | Lascia un commento

Scrivete.

Scrivere è un atto che richiede responsabilità. Le parole vanno pesate, riflettute, scelte. La lingua italiana ha così tante parole che consentono di individuare quella che esprima con esattezza la sfumatura di pensiero che si vuole manifestare.

Scrivere è un atto che richiede fatica. Una fatica fisica e mentale. Bisogna staccarsi dalla quotidianità, sedersi ad una scrivania o sdraiarsi su un letto, aprire un computer o un taccuino, usare la mani, collegarle alla mente, al corpo, e tirare fuori le proprie emozioni, i pensieri, i sentimenti, le storie e riportarle fedelmente o distorcerle con fantasia, ironia, raccapriccio.

Scrivere è un atto liberatorio. Bisogna soffermarsi su sé stessi e su quello che ci accade intorno. Ma poi bisogna cercare nelle proprie pieghe la verità. E la verità spesso si nasconde in anfratti oscuri, si maschera come la pelle di un camaleonte perché non vuole farsi vedere, ha paura a mostrarsi all’esterno, agli altri ma soprattutto al proprio sé. Cercare in quegli angoli bui è un lavoro pesante, significa mettersi a nudo, avere il coraggio di indagare lì dove ci sono sentimenti di cui ci si vergogna e che non si vorrebbe ammettere che esistano. Però ci sono. E tirarli fuori consente di osservare con limpidezza e una maggiore consapevolezza non solo la propria vita, le storie che si vogliono raccontare ma soprattutto aiuta a codificare, interpretare, la realtà in cui si vive.

Scrivere è una scommessa. Si può vincere e si può perdere. Scrivere non significa dover necessariamente essere degli scrittori o ambire ad esserlo. In questo paese ce ne sono già fin troppi e questo è comunque un bene. Ma ognuno di noi ha delle storie da raccontare, da tramandare, da tirare fuori. In fin dei conti non serve molto: ciò che si usa ogni giorno, un computer o qualche foglio di carta e una penna, un dizionario che è fondamentale per conoscere nuove parole e nuove sfumature, un minimo di dialogo con sé stessi, aprire gli occhi su quello che accade intorno a. Poi serve del tempo da dedicare. Con pazienza e un po’ di forza di volontà.

Scrivere è una gioia. Personale e profonda. Cambia alcune cose. Anche quando si perde la scommessa. Ma oggi, proprio oggi, in questo paese alla deriva in cui odio, rancore, follia, razzismo stanno emergendo con una violenza inaudita, la resistenza si ricostruisce da questo piccolo atto rivoluzionario. Guardarsi dentro e guardare fuori con attenzione, con metodo e senza paura. Scrivere è trovare il coraggio di tirare fuori tutto, anche l’indicibile, per chiamare le cose con il loro nome e cercare le parole giuste per combattere il ritorno all’oscurità.

Scrivete.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Ballerò per te

L’uomo varcò la grande porta di legno scuro. Si ritrovò in un largo corridoio illuminato da poche luci gialle. La prima cosa che lo colpì fu l’intenso odore di calce mescolato a quello della muffa. Alzò lo sguardo verso il soffitto. Rimase affascinato dalle tre navate affrescate da un antico gioco di quadrati le cui tonalità di colore variavano dal marrone al beige.

Non era mai entrato in quel palazzo antico. Nella sua memoria era sempre stato coperto da teli e lamiere. Non si era mai chiesto cosa ci fosse dietro quelle coperture. Per lui il panorama nella strada era quello e lo dava per scontato da anni.

Il respiro accelerò. Un attimo. Pensò a come si potesse nascondere, mascherare la bellezza sotto un velo robusto di bruttezza e di come si la potesse dare per ovvia. La bruttezza era così diffusa che la si immagazinava con una naturalezza priva di curiosità.

Riabbassò lo sguardo e la vide, all’improvviso. E si bloccò.

Per terra era stato sistemato un cubo bianco, largo e alto. Esattamente al centro della larghezza del corridoio. Una donna era in piedi, a sua volta al centro del cubo. Alta, le braccia allargate, i capelli neri ricci e lunghi scivolavano lungo le spalle. Indossava una lunga tunica trasparente grigia. Sotto la tunica un velo bianco che lasciava intuire la linea delle sue gambe, lunghe e dritte. I piedi nudi ben piantati sul cubo. Il viso era magro, allungato, gli zigomi importanti, gli occhi sorridenti.

“Buonasera! Benvenuti”. Lo sguardo della donna si concentrò sull’uomo. Il sorriso scivolò lungo le labbra. Lui osservò le sottili rughe che si disegnarono sopra le labbra, a tradire un’età meno giovane. Si sentì in imbarazzo. Non sapeva cosa fare. Il suo primo impulso fu quello di girarsi e andare via ma gliene mancò il coraggio. Abbassò la testa e accelerò il passo, ma appena giunse sotto il cubo non poté resistere e alzò la testa. La guardò, dal basso verso l’alto. Non era bella. Era interessante, si ritrovò a pensare. E la cosa lo infastidì.

Erano i capelli che lo attraevano. Si muovevano ad ondate, come il mare increspato. Scivolavano lenti per accelerare rapidamente e assecondare la forma del collo, che lui notò lungo e sottile, e delle spalle, larghe e delicate.

La donna si accovacciò, rapida. Abbassò la testa e la piegò di lato, increspando leggermente la fronte. Lui ne era catturato, mescolando l’imbarazzo alla curiosità. Lei alzò la mano verso di lui e quando lo sguardo dell’uomo si spostò la abbassò con un movimento lento verso gli oggetti che erano ai suoi piedi. “Ballerò per te… se vuoi”. “Qui, ai miei piedi, ci sono due elenchi. Come il menù di un ristorante. Scegli il piatto e te lo porterò. Ma sarà la mia danza per te. Solo per te. Al costo di un euro.”

La donna si rialzò, e restò in attesa. L’uomo abbassò la testa. Per un attimo le guardò i piedi. Poi la scosse e andò via.

Un lampo di delusione passò negli occhi della donna. Si sistemò i capelli. Si ripiazzò al centro del cubo, si allungò e allargò di nuovo le braccia. L’uomo, mentre entrava nel chiostro alle spalle della donna la sentì dire “Buonasera! Benvenuti!”. Si immobilizzò. Tornò indietro di qualche passo e si nascose dietro uno spigolo. Si appiattì al muro e non si accorse che la calce bianca gli aveva sporcato la camicia con un’impronta lna e larga bianca. Allungò la testa, cercando di mantenersi nascosto, e la guardò ballare. Ne restò affascinato.

Non si accorse del sorriso della donna.

Pubblicato in Racconti, Resistenza, Sottrazione | Lascia un commento

La sabbia mobile

La rabbia è una sostanza fangosa, una sorta di sabbia mobile rampicante che inizia a diffondersi da un qualche punto sconosciuto al proprio interno, per poi diffondersi. Talvolta lo fa rapidamente, qualche altra volta lo fa lentamente. La rabbia è quella marmellata inacidita e ammuffita che una volta ingurgitata fa compiere gesti inconsulti. Quando li compiamo siamo soliti affermare: “ho fatto una cosa che non mi appartiene, non fa parte di me”. Dentro, invece, esattamente nello stesso momento in cui diciamo la frase una vocina ci ricorda, con drammatica crudeltà, che non è così. Quel gesto che abbiamo compiuto ci appartiene. Eccome se ci appartiene. Ma il buon senso e le convenzioni sociali, quella sorta di buonismo che ci consente di essere accettati dalla collettività, ce l’hanno fatto nascondere, mascherato sotto un sorriso dolce e delicato con cui prendiamo in giro tutti coloro che incontriamo ogni giorno. Invece no. Quel gesto non è stato estemporaneo. Quel gesto lo maturavamo da tempo, graffiava la pelle, scorticava il sistema nervoso, era lì che si infilava nel sangue dentro le vene e circolava furibondo dentro i muscoli. Ed ecco che, all’improvviso, quando meno te l’aspetti, quando ormai pensi di averlo sotto controllo, il suo urlo squarta la carne ed esce come un fiotto di sangue, come un colpo di pistola, come una mano che si chiude a pugno e all’improvviso parte. Senza controllo, senza filtro, crepando la maschera che si è indossata.

Quella è la rabbia. Non è una fanghiglia piovuta dall’alto. Non è una sabbia mobile in cui le gambe si sono infilate inconsapevolmente. No. Quella è semplicemente la verità che emerge dall’interno, stanca delle convenzioni borghesi si ritaglia un suo spazio per opporsi allo strapotere del perbenismo e cercare un suo spazio di luce. La rabbia è quella poltiglia che ti fa parlare usando il verbo della verità cruda, senza infingimenti, senza l’appannamento della brina depositata dalla buona educazione.

La rabbia è la parte più vera di sé stessi, è la forza di ubriacarsi e vomitare sulle scarpe della persona che odi e che, invece, fai finta di rispettare. Ma dentro di te non vedi l’ora di fargli pagare tutto il male che ti ha causato. E di farglielo pagare con i giusti interessi, anche se dentro di te odi il concetto di interesse perché odi ogni cosa che abbia a che fare con le logiche del capitalismo moderno, ma anche di quello ottocentesco.

La rabbia però come esce di getto, dopo essere stata espulsa scivola via, sgocciola sul pavimento, sull’asfalto sporco della strada in cui ti sei fermato per appoggiarti con la mano sul muro e cercare di riprendere il fiato. Con la testa bassa la vedi scivolare, densa e rossastra, verso il primo tombino. Dopo qualche minuto resterà l’alone bagnato, una forma informe che disegna quello che era un pezzo di te. E che, ora, non c’è più. Nè dentro di te e nemmeno fuori. Un pezzo di te è scivolato via ed è finito lì dove era giusto che andasse: in una fogna.

Eppure resti lì, appoggiato al muro e senza fiato, a cercare di capire se sei integro, se le tue ossa sono a posto, se qualcosa si è rotto. E tu sai bene che qualcosa si è effettivamente rotto, che un pezzo di te, un pezzo importante è schizzato via. Ma non è il tuo sperma, è qualcosa di altrettanto intimo e di altrettanto fecondo. Che tu hai lasciato andare via rendendolo inutile e non più fertile. Sei più solo, sei rotto, la pelle scheggiata, lo stomaco infiammato, gli occhi arrossati, i polmoni che si stringono alla ricerca di aria.

La rabbia è andata via. L’hai lasciata andare via senza controllo. Ora non fa più parte di te. Potevi usarla, trasformarla, darle una dignità. Invece hai saputo solo fare del male. E ti senti solo un po’ più idiota.


Pubblicato in Pensieri, Racconti, Resistenza, Sottrazione | Lascia un commento