Lo scrittore e l’ape operaia

Aveva adorato quell’appartamento. Al secondo piano, nulla sopra di lui, nulla intorno a lui. Solo il cielo bucato da qualche antenna che oscillava al vento e la canna fumaria di un camino, sormontata da una palla di metallo cromato che girava vorticosamente spinta dal vento. Il terrazzo ampio e coperto era esposto a sud, al vento di scirocco caldo e umido ma protetto dalle bordate gelide della tramontana. La città era esposta sempre al vento. Per suo figlio aveva scritto alcune fiabe che avevano per protagonisti i tre venti che battevano ogni giorno che dio comandi la città: tramontana, scirocco e grecale.

Gli era piaciuto da subito sedersi al sole sul terrazzo e scrivere, le gambe incrociate nella posizione del mezzo loto, il laptop comprato usato su ebay poggiato sulle ginocchia e le sue mani che pestavano rapide sui tasti. Lui restava ore in quella posizione, seguendo lo spostamento del sole. A fine giornata rientrava nella casa, rintronato dalla luce e bruciato dal calore. In primavera le rondini giravano in tondo sopra il suo appartamento, qualcuna si infilava sotto il tetto temeraria e gli sfrecciava intorno. Le api giravano veloci e tranquille succhiando il polline dai fiori, senza mai infastidirlo perché lui non infastidiva loro. Una di quelle api un giorno iniziò a andare e venire e ad infilarsi dentro un cespuglio, proprio di fronte al suo naso. Non si avvicinava mai e restava a lavorare a qualche centimetro da lui. Alcune volte quando riprendeva il volo restava un attimo ad osservarlo, oscillando con le ali che ruotavano rapide, e poi andava via. Lui vedeva su quel piccolo musetto un sorriso leggero. Non lo immaginava. Lo vedeva con i suoi occhi e ne era sicuro. Dopo alcuni giorni, incuriosito, si alzò e infilò il naso nel cespuglio e vide ciò che l’ape stava facendo ogni giorno, di fronte a lui che lavorava: stava costruendo un favo. Probabilmente avrebbe dovuto allarmarsi ma cosi non fu. Anzi, restò molto contento di quella novità. Voleva dire che l’ape lo considerava affidabile. Si sedette e riprese a lavorare.

Il vento spesso condizionava il clima della sua città. E quando spirava un forte vento di scirocco che gli sferzava, umido e tiepido, la faccia, dopo qualche ora il sole spariva coperto da nuvole dense e sfilacciate nel cielo. Un brivido gli percorreva la schiena, alzava la testa e restava ammirato a guardare la novità. Dopodiché riprendeva a battere i tasti sul laptop, apparentemente indifferente. Dopo alcune ore il cielo si copriva di una coltre grigia e scura e le prime gocce di pioggia iniziavano a battere sul terrazzo. Lui restava lì e continuava a scrivere finché la pioggia non diventava solida e copiosa. Solo in quel momento si alzava, rientrava nell’appartamento, spostava un tavolo vicino alla finestra e senza chiuderla si sedeva e riprendeva a scrivere, preceduto solo da un rapido scuotimento scocciato della testa.

Ogni mattina si alzava quando il cielo era ancora buio, si lavava infreddolito, si preparava il caffè con la moka che aveva sciacquato e asciugato con cura la sera prima. Nel silenzio della notte che lasciava il posto al mattino che si stiracchiava con lentezza illuminando gradualmente il cielo, lui leggeva i giornali su un vecchio tablet, acquistato anch’esso usato su ebay, e sorseggiava il caffè bollente mordicchiando un biscotto su cui aveva spalmato una striscia abbondante di marmellata rossa di ciliege.

Dopodiché si vestiva e andava a correre lungo le strade ancora silenziose. Nel correre, oltre il tonfo sordo delle scarpe sul cemento umido, percepiva il respiro profondo della natura, degli alberi, dell’erba che sprigionava la brina, della terra che scrocchiava alla prima luce del sole e poi ascoltava il profondo, rumoroso, respiro dell’umanità che stava per svegliarsi e mettere in moto la sua prodigiosa macchina produttiva e distruttiva. Dopo qualche decina di minuti l’acqua sarebbe uscita dai rubinetti, gli scarichi dei water sarebbero stati tirati e le fogne si sarebbero riempite degli scarti umani. Le cucine si sarebbero illuminate, le lenzuola dei letti tirate via per prendere aria e gli zaini si sarebbero riempiti.

Ma lui sarebbe tornato nel suo appartamento, evitando di incontrare quella umanità chiassosa, e dopo una doccia calda avrebbe ripreso il suo laptop, incrociato le gambe sul terrazzo, e ripreso a scrivere, mentre le rondini giocavano e l’ape ricominciava a costruire il suo favo, alimentando il desiderio di incontrare la sua ape regina per invitarla nella sua casa nuova di zecca, mostrargliela con la speranza di riuscire a sedurla, amarla e trattenerla con sé. Ancora non sapeva che invece lei avrebbe accettato l’invito ma per farlo lavorare a lungo, invogliandolo con lo sbattimento dei suoi occhioni grandi e neri, per poi ucciderlo e gettare via il suo corpo inerte. Nel mentre l’uomo avrebbe continuato a scrivere sul suo laptop nero e usato e solo dopo molto tempo si sarebbe soffermato a chiedersi: ma la mia ape operaia che fine ha fatto?.

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La rabbia e la primavera

“Le tue scelte sono dettate dalla rabbia”.

Smisi di ruotare il cucchiaino nel caffè. Le onde del liquido nero continuarono a muoversi. Restai ad osservare il ruotare lento nella tazzina bianca. Alzai la testa solo nel momento in cui la calma era tornata nella ceramica calda. Le onde del fumo caldo continuavano a salire, nell’aria fredda del mattino di fine marzo.

Fissai lo sguardo dritto nei suoi occhi. Il nero lucido dei suoi occhi. Le palpebre truccate di un azzurro intenso, il fard scuro steso sugli zigomi, le labbra rosse, i capelli ricci con colpi rossi sulle ciocche.

La guardai, indagando su quel volto, più volte. Mi chiesi se fosse stata lei a parlare. Mi guardai anche intorno alla ricerca di un’altra voce, nella vana speranza che quella frase fosse uscita da qualche persone seduta in un tavolino vicino, o magari da qualche registrazione whatsapp di un cellulare.

Ma intorno a noi non c’era nessuno. Il bar era deserto, erano gli ultimi minuti prima che scattasse l’orario di entrata nelle scuole e nei posti di lavoro. Era una mattina di fine marzo e il cielo era dipinto di quell’azzurro acceso che apre le strade della città all’arrivo delle rondini e dei loro stridii acuti e il rincorrersi tra i muri dei palazzi nelle strade strette, rimbalzando sui muri dorati dal sole dell’inizio primavera.

Tornai nei suoi occhi. Annuii stancamente. Lei afferrò una fetta biscottata e iniziò a spalmarla con la marmellata di arance amare prodotta dalla proprietaria del locale. “Che hai detto?” le chiesi finalmente dopo un momento di incertezza.

“Che le tue scelte sono state dettate dalla rabbia”

La rabbia. Quell’onda acida che mi stava salendo nello stomaco e che bruciava le sue pareti togliendomi il respiro. Iniziai a tossire. Riposi sul piattino la tazza del caffè un attimo prima che mi si versasse sui pantaloni. Lei restò con la mano sospesa nell’aria, il coltello impugnato storto, la punta colma del gel giallo della marmellata.

“Tutto bene?

Inspirai con forza e dentro di me pensavo “tutto bene????”. Presi il tovagliolo di carta e mi pulii la bocca dalle parole che stavano per uscire. Le tirai via con forza, cancellandole. Mentre lo poggiavo vicino alla tazzina guardai la forma di quelle parole, il loro colore sbavato ma erano trasparenti, invisibili.

Allungai la mano sotto il tavolino e sfiorai il suo ginocchio. Sentii sotto le dita il nylon ruvido. Aprii la mano e le strinsi una coscia. La carne era solida, ampia, allungava il tessuto. Era lei.

La rabbia si insinuò nelle mie mani e strinsi la sua carne. Un lampo passò nel suo sguardo e un leggero sorriso le increspò le labbra. “Ehi!”. Solo quell’”ehi”.

Stavamo insieme da sette anni. Avevamo deciso di non vivere insieme e abitavamo distanti l’uno dall’altra. In realtà stavamo sempre insieme. Anche le notti le passavamo insieme. Ogni notte facevamo l’amore ma subito dopo ognuno andava in un’altra stanza. Le case in cui vivevamo avevano due stanze da letto, una per lei e l’altra per me. Anche i bagni erano due, uno per lei e un’altro per me. Separati. La colazione ogni mattina la facevamo in quel bar prima di andare al lavoro. Ci incontravamo lì, mezz’ora prima dell’orario di ingresso. Sì, lavoravamo anche vicini. A pranzo ognuno andava per conto suo. Avevamo passioni e impegni in comune, ma vissuti separatamente. Al mattino, ogni giorno, si sorprendeva della velocità con cui leggevo i quotidiani. La sua espressione era un misto di stupore e di ammirazione. Lei lo leggeva la sera, dopo cena e subito prima di chiudersi nella sua camera per truccarsi, infilarsi un tanga, un negligé e un paio di collant per poi farmi entrare, farsi accarezzare a lungo, lasciare che la spogliassi, la leccassi e poi lasciarsi penetrare. Ma nel momento in cui sprofondavo nei suoi occhi spalancati avevo la chiara sensazione ad essere io penetrato da lei. Ogni sera era così. Subito dopo, un bacio, due carezze e ognuno rientrava nella propria stanza.

Sette anni di questa vita intensa, fatta di sesso, di chiacchiere, di scambi, di qualche discussione.

Non avevo mai smesso di amarla come il primo giorno. E lei di amare me.

“La mia rabbia?” le chiesi. Lei annuì, concentrata a spalmare la marmellata con delicatezza per evitare che la fetta biscottata si spezzasse. “Ma perché non mangi un cornetto caldo?” le chiesi, spazientito da quella contraddizione: mangiare al bar una fetta biscottata e bere un succo industriale d’arancia. Guardai sconsolato il mio caffè ormai freddo e il cornetto smozzicato. La fame mi era passata.

Lei continuò ad annuire. Le avrei voluto gridare “ma che cazzo annuisci? Spiegami!”

“Noi stiamo insieme da sette anni e tu mi parli della rabbia?” le dissi, invece.

Con la punta del coltello profilava la gelatina sul bordo eliminando le sbavature, con attenzione e sempre con una smorfia serena di concentrazione. Le palpebre abbassate mettevano in evidenza l’azzurro vistoso dell’ombretto.

Versò l’acqua bollente nella tazza di ceramica bianca in cui aveva depositato la bustina del thè.

Si tinse di un leggero arancione. Prese la striscia di carta che reggeva il filo e scosse su e giù la bustina. Scossi la testa perplesso. Non sopportavo chi aveva fretta nel lasciare in infusione le foglie di thè nell’acqua. Si alterava il sapore ed era un gesto che non comprendevo. Amavo, invece, la cerimonia lenta e pensosa della sua preparazione. Tolse la bustina dall’acqua e la poggiò su un piattino vuoto. Iniziò subito a sorseggiare la bevanda mentre con l’altra mano reggeva la fetta biscottata perfettamente spalmata della marmellata gialla. Ne intuivo le strisce delle bucce amare e la saliva riempì la mia bocca. Avevo fame e guardai sconsolato il mio cornetto ormai freddo, così come il caffè.

Una mano si poggiò sulla mia spalla. Saltai sorpreso sulla sedia e mi girai a guardare. Era la signora del bar, uno stecco lungo, ossuto e dalla pelle increspata con un largo sorriso sulle labbra. “Dotto’, il caffè si è freddato. Gliene faccio un altro?” Le sorrisi e annuii. “Magari anche un cornetto caldo, le va?” mi disse piegando leggermente la testa e socchiudendo gli occhi in un gesto che ormai mi era consueto.

“Sì, grazie. Lei è sempre così gentile”.

Con lo stesso sorriso stirato sulle labbra sottili si girò portando via sia la tazzina del caffè che il piattino con il cornetto smozzicato.

M. mi guardava continuando a bere il suo thè, la fetta biscottata ancora integra nella mano.

Mi piegai verso di lei, la mia mano sotto il tavolino risalì lungo la sua gamba. Era un’ancora. Il contatto con il suo corpo mi instillava le ragioni per non alzarmi e andare via da lei, dal bar, da tutto quello che avevo intorno a me.

Lei sorrise, lentamente, e finalmente dette un morso alla fetta. Sentii il croc del morso, vidi le briciole cadere sulla tovaglia giallina. Una goccia di marmellata rimase sul labbro. Allungai la mano, le pulii il labbro e portai quella goccia sulla mia lingua.

Lei sorrise.

“Sì, secondo me tu sei divorato dalla rabbia. Una rabbia cieca che non ti sta facendo vedere nulla. Hai perso il buon senso, la tua razionalità”

Percepii il colpo basso, ne saggiai la violenza fisica e un dolore cieco si irradiò nel mio corpo. Era una sensazione violenta che mi provocò un attacco di nausea.

Chi era quella donna che avevo di fronte? Lei era parte di quella scelta, ne rappresentava la ragione principale. Invece capii, in quel preciso momento, che non era così. Lei se ne tirava fuori.

Tolsi la mano dalla sua gamba. Inspirai a fondo e appoggiai la schiena alla sedia. Continuavo a guardarle gli occhi. Li percepii freddi, distaccati. Poggiò la tazza sul piattino, aveva finito di bere il suo thé e si dedicò con perizia alla fetta biscottata, mordendola a piccoli pezzi e masticando a lungo, concentrata. Afferrai con le mani tremanti i braccioli della sedia di plastica bianca. Li strinsi con forza, vidi le nocche diventare bianche per lo sforzo. La guardai ancora negli occhi che continuava a tenere fissi su quella maledetta fetta biscottata. Ogni morso sembrava un pensiero lontano tanto era distratta. Un vuoto si aprì dentro di me. Un buco nero che si allargava rapidamente. E un rivolo iniziò ad uscirne. Lo percepii con forza. Era come se un veleno si diffondesse nel mio sangue, un gelo che si diffondeva nella vene e nel mio corpo. Era di nuovo la mia rabbia che montava veloce e che afferrava tutti i miei pensieri e i gesti. Un dubbio si insinuò all’improvviso. E se avesse ragione lei?

La signora uscì dalla porta e poggiò sul tavolino la tazza di caffè e il piattino con un cornetto caldo. Si trattenne un attimo più del dovuto al mio fianco, mi poggiò di nuovo la mano sulla spalla con un gesto materno. Ne sentii il calore attraverso il tessuto della giacca e della camicia. La guardai, lei mi rivolse un breve, quasi impercettibile, sorriso. Poi si girò e andò via ma sulla soglia della porta si girò rapidamente e mi guardò. Uno sguardo fulmineo.

Masticai ancora una volta le parole nella mia bocca. Le frantumai e decisi di non farle uscire. Mi dedicai alla colazione. Addentai il cornetto e lo masticai con gusto. La crema calda mi riempì la bocca mescolandosi allo zucchero sulla sfoglia. Ruminai a lungo. Le parole frantumate si addolcirono con il dolce del cornetto. Ingoiai tutto insieme e rimandai dentro le mie reazioni emotive. La rabbia bruciava leggermente le pareti ma i succhi gastrici iniziarono a fare il loro lavoro. Poi sorseggiai il caffè. Staccai gli occhi da lei che era impegnata a tagliare in piccoli pezzi una fetta di torta. Mi guardai intorno. Gli alberi iniziavano a gemmare, le piccole foglie di un abbacinante verde chiaro spuntavano sui rami. Fra una settimana sarebbero già cresciute. L’umido risaliva dalla terra e dall’asfalto illuminati dai raggi del sole apparso al di sopra dei palazzi bassi che costeggiavano la piazza. I vetri del grattacielo dove entrambi lavoravamo scintillavano e le poche nuvole nel cielo scivolavano lungo le pareti dell’edificio.

Mi alzai, la guardai. Le labbra rimasero strette e chiuse in un ghigno involontario. Me ne andai senza riuscire a dire una parola.

La sua voce mi chiamò ma non la ascoltai più.

Lo stridio delle rondini scese dal cielo. Era un grido alto, garrulo che rimbalzava sui muri delle case. Mi fermai e le guardai inseguirsi con i loro voli veloci, precipitarsi verso le mura per poi scansarle all’improvviso, con un gesto elegante e rapido.

Era marzo, restai sorpreso dal vederle già lì con le ali sottili e curve, le pance bianche. La primavera era arrivata all’improvviso con il suo carico di colori, profumi, speranze e la temperatura mite che a breve avrebbe riempito i prati di fiori gialli e rossi.

Il buco lentamente si richiuse e una sensazione di sottile benessere mi avvolse. Alzai il passo e andai via da lì. Sulla porta del bar la signora si appoggiò al muro e sorrise soffermandosi sulle mie spalle mentre annuiva scuotendo leggermente la testa.

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Muto

Paolo decise di non parlare più. Era una sera di marzo. Una tipica giornata dal clima impazzito. La mattina un vento impetuoso lo svegliò, all’improvviso il silenzio fu rotto dallo scuotersi degli alberi. Le raffiche si alzarono all’improvviso e andarono a infrangersi sulle mura della casa, sulle tapparelle, sui vetri che scricchiolavano all’impatto. Poi sopraggiunse la pioggia, dapprima leggera come se fuoriuscisse leggera e frantumata dal bocchettone di una doccia. Poi diventò violenta, minacciosa nel suo legame furibondo con il vento di Grecale, umido e freddo. Le raffiche convogliarono gli scrosci di pioggia in nodi densi e dolorosi all’impatto con la pelle, rovesciando gli ombrelli, sradicandoli dalle mani delle persone che si arresero e accettarono passivamente di inzupparsi, impotenti di fronte a tanta furia. Poi il vento decise di spazzare le nuvole e pezzi di cielo azzurro comparvero a sprazzi tra il grigio e il bianco. 

Paolo ne approfittò per uscire e andarsi a prendere un caffè al bar vicino casa. L’aria era impregnata del profumo di muschio e mescolata con il puzzo di merda che usciva dai tombini intasati dalla troppa pioggia.

Nel bar, immerso nella fredda luce dei led bianchi, sorseggiò con calma il caffè, guardando di sottecchi la bella barista magra, dai lunghi capelli neri raccolti in una coda lucente e dal piccolo seno che traspariva dal tessuto leggero della camicia, sapientemente sbottonata. Adorava i suoi larghi occhi neri, con le iridi enormi e che lo guardavano dritte, spavalde, consapevoli della loro profondità.

Pagò e all’uscita fu sorpreso da un nuovo scroscio di pioggia. L’acqua era talmente spessa che lui pensò che fosse davvero molto, ma molto bagnata. Si soffermò a pensare che probabilmente non si fosse mai inzuppato così nella sua vita. E scoprì quanto fosse bello ricevere quell’acqua sul viso, percepirne i rivoli che si infilavano nel collo impregnando il tessuto della camicia e del maglione. Gli abiti divennero una seconda pelle, umida e incollata come nessun vestito era mai stato capace di fare. Camminò lentamente fino a quando l’acqua scivolò nelle scarpe, dopo aver percorso in lungo e in largo il suo corpo in un lavacro radicale e completo, riempiendole. Lui ascoltò il cik-ciak e l’ondeggiare del liquido nella tomaia. Si divertì ad alzare la punta allungando il passo e alzando il tallone nella spinta in avanti lasciando che l’acqua scorresse intorno ai piedi. In quel momento la pioggia cessò. Lui avvertì un vuoto. Improvviso.

Paolo era stanco. Da tempo. Era in quell’età in cui non si è più giovani, quell’età in cui si inizia a percepire che il futuro smarrisce la speranza, in cui l’orizzonte si rimpicciolisce e si intravede il termine della propria strada. Cosa poi questo volesse significare, ancora non ne aveva idea.

Però era stanco. Alzò lo sguardo dalle scarpe e guardò il muro che separava la via dove abitava dalla caserma abbandonata. L’intonaco verde era ormai sbiadito e scrostato. La pioggia si era infilata nelle crepe formando della macchie scure. Alla base il muschio si arrampicava disegnando ghirigori affascinanti che facevano da sfondo ai cespugli di erba. Una piantina di pomodoro spiccava sfacciata, pur essendo ancora piccola. Dietro il muro si intravedeva il bosco abbandonato, gli alberi alti e fitti intorno a ciò che restava dei ruderi della caserma. Lui rammentò il tempo in cui al mattino risuonava l’alzabandiera e la sera la musica de Il Silenzio accompagnava i soldati verso il buio silenzioso della notte. Notò, guardando il muro, che la scritta che campeggiava da anni era stata cancellata con una mano di vernice verde scuro. Ci restò male. C’era scritto “S’agapò poliù”, in un greco casareccio. Quella scritta ogni giorno lo faceva sorridere. Era una bella dichiarazione d’amore e il fatto che fosse lì, proprio di fronte casa sua lo rendeva allegro, gli dava un vago senso di fiducia nel futuro. Ora non c’era più. Perché? Si guardò intorno, come se volesse cercare il colpevole di quello che per lui era uno sfregio. Lo percepì come un affronto personale, come se quella scritta fosse stata sua.

Si avvicinò per osservare con più attenzione. E vide, con un moto di disgusto, che al centro di quella macchia verdastra qualcuno aveva scritto “andatevene a casa vostra! Negri di merda”.

Gli si spalancò la bocca, come se fosse autonoma, e il vento freddo entrò in gola ghiacciandola.

Il suo era un urlo muto. Si guardò ancora intorno. Non c’era nessuno. Solo qualche ramo spezzato lungo la strada grigia e macchiata da pozzanghere scure in cui si rifletteva il cielo screziato.

In quel momento capì che le parole non avevano più speranza. Il greco antico, la dichiarazione di un amore antico, era stato cancellato con un gesto arrogante e violento da parole senza senso, ancor più violente. Si sentì colpito, come se l’atto di cancellare quella scritta fosse aver stracciato la sua personale dichiarazione di amore. Si sentì violentato.

Con rabbia sfregò con forza la mano sulla scritta ma non riuscì nemmeno a sbavarne l’inchiostro. Guardò stupito i palmi arrossati ma la scritta continuò a stare lì, davanti ai suoi occhi, con il suo messaggio.

Fu in quel momento che decise. Fu in quel preciso istante in cui il sole fece capolino dietro una nuvola grigia e compatta. Le parole avevano perso di significato, avevano smarrito il potere di sedurre, convincere, aggregare. Le parole erano diventate clave nella bocche e nelle mani di barbari. Capì che per comprendere doveva ascoltare. Capì che doveva cercare altro. Capì che doveva cercare il silenzio, quello totale, stordente.

Da quel momento Paolo smise di parlare. Decise solo di ascoltare. Decise di abbandonare la sua casa. Decise di andare nel bosco, in quell’intrico di rami che era in fondo alla sua strada, oltre il muro verde scrostato. Abbandonò tutto della sua vita e visse ascoltando il rumore del vento, dei rami che oscillavano, crescevano e si spezzavano sotto il peso della neve d’inverno. Ascoltò i rumori delle stagioni morenti e di quelle che nascevano, vide i rovi di more fiorire e poi fruttare. Si cibò di quel frutto denso e succoso, si leccò le dita macchiate di viola. Visse nel rumore della vita che passava di fronte ai suoi occhi e lasciò che il rombo dell’odio e della distruzione si mangiasse la sua strada, la sua casa, la sua città, il suo mondo. E fu lì, in quel vecchio bosco abbandonato, che un giorno lo trovarono, imputridito e incollato al tronco ammuffito e grigio di un vecchio ulivo mangiato dalla Xylella.

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Da oggi si cambia

Non esiste più una vera stampa progressista. Un tempo in Italia c’era una solida stampa di sinistra che diffondeva un ragionamento profondo e circostanziato sullo stato del paese e sul suo futuro. Oggi quella stampa, di cui potremmo ricordare nomi importanti ormai scomparsi e che le giovani generazioni non hanno mai sentito nominare, non c’è più. La questione di fondo è il vil denaro, che la sinistra politica non raccoglie più. Una sinistra che è scomparsa nelle città, nei paesi. Una sinistra che ha chiuso le sezioni e che non è stata capace di impugnare la tecnologia e usarla risparmiando soldi ma mantenendo il contatto con le persone. Molti dimenticano che il M5S è nato e si è diffuso usando una applicazione che si chiama MeetUp. Certo, non si è limitato ad organizzare una attività politica virtuale. All’organizzazione tecnologica ha fatto seguito quella umana, con incontri, iniziative e diffusione nei quartieri di un pensiero, se così vogliamo chiamarlo, e di una linea politica. Spesso teleguidata.

Insomma, al ragionamento profondo di un tempo è seguita la politica degli slogan, quella di cui si dice: “parla alla pancia della gente”. Dando per scontato che pancia e cervello siano scollegati. Ma così non è.

La sinistra politica, e anche parte di quella sindacale, ha smesso di parlare alle persone. Non si usano più, o perlomeno si usano poco. i luoghi sociali in cui sviluppare un ragionamento, far circolare idee, scambiarsi anche in modo brutale visioni del presente e del futuro. Questo vuoto è stato riempito da chi sa usare il nulla: La destra politica. Quella cosiddetta destra sociale che sostituisce al ragionamento l’elemosina, quel distribuire un pugno di spiccioli spacciandoli per una visione del futuro.

Ecco, la sinistra ha lasciato che ciò accadesse e non sa usare ciò che la modernità offre.

E’ in questo campo che bisogna lavorare. E’ un campo arido ma la cui terra è ancora buona e se arata, coltivata, innaffiata, potrà produrre nuove piante e nuove coltivazioni che potrebbero rendere il futuro di questo paese un po’ migliore e che, soprattutto, potrebbe richiamare all’azione politica quelle generazioni che oggi sono state lasciate da sole

Da oggi in questo blog si tenterà, molto in piccolo, di riflettere e lavorare su questo: come ricotture una comunicazione politica di sinistra, quali strumenti utilizzare per diffonderla, come sviluppare nuove idee. Serve oggi una comunicazione progressista che contrasti il nulla della destra.

Questo è quello che si tenterà di fare. Sono molti anni che lavoro su questo tema. Purtroppo inascoltato. Riparto da qui. Male che vada resterò inascoltato.

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Piccola storia triste con finale andante

Ok, l’ho fatto. Ho abbandonato il Mac. Dopo 23 anni ho acquistato il mio primo portatile non Apple. Non è stato un dolore: è stata una liberazione. Definitiva. E’ un amore che si è consumato nel tempo. E’ un amore che è gonfio del tradimento. Non mio. Ma della mela. 

Non voglio perderci molto tempo a raccontare delle ragioni che mi hanno portato a questa scelta per il semplice motivo che ne ho scritto a lungo nel passato nel mio blog. Il mio Macbook 12 pollici ha iniziato a creare problemi perché il disco rigido si era saturato e quello è stato il primo modello in cui la Apple ha deciso di uniformarsi alla concorrenza di basso livello saldando alla scheda madre sia la ram che il disco rigido. La sostanza è che non è sostituibile, si getta via è basta. Il piccolo, ma molto piccolo, particolare è che l’ho pagato ben 1.299 euro. Dopo soli tre anni ero nella condizione di dover gettare via un portatile, con una spesa annuale di oltre 450 euro. Una follia.

Per cui ho deciso di aprire gli occhi e mettermi in giro ad osservare per scegliere il nuovo portatile con attenzione, molta attenzione, forse troppa.

Per mesi ho studiato su internet, ho cercato su Amazon, sui siti dei produttori, ho seguito su Youtube decine di esperti di tecnologia. Quando mi avvicinavo alla soluzione e finalmente trovavo una possibile scelta, mi mettevo in auto e andavo alla ricerca di qualche negozio specializzato in cui poter visionare dal vivo il prescelto. Beh, ogni volta che me lo ritrovavo nelle mani la delusione mi assaliva. O era costruito male, oppure non trovavo esattamente il modello, oppure la tastiera sprofondava nel metallo troppo plasticoso, o il monitor fletteva facendo apparire sullo schermo delle orribili bolle. Insomma, una continua e costante delusione.

Ogni fine settimana era un peregrinare tra Euronics, Mediaworld, Expert, Unieuro ecc. ecc.

Ogni fine settimana era un ritorno a casa con le pive nel sacco dietro gli sfottò dei figli che non riconoscevano più in quell’essere indeciso il loro padre. Fino a qualche mese prima avevano a che fare con una persona che alla prima scusa si fiondava e acquistava tecnologia. Anche loro si erano resi conto che qualcosa era cambiato. Qualcosa si era rotto, definitivamente. Insomma ero passato dall’essere uno che rincorreva le novità a prescindere ad uno che non aveva più voglia di spendere soldi inutilmente. Ora volevo solo privilegiare la sostanza, cioè scegliere lo strumento in base a quello che volevo fare. Al centro dei miei desideri non c’erano più la grafica, la costruzione di mondi virtuali, i giochi. Per quei desideri negli ultimi anni mi ero dedicato allo studio per diventare autonomo e assemblarmi due pc, scegliendo i pezzi ed evitando di farmi dissanguare da qualche tecnico spudorato che mi poteva rifilare qualunque sciocchezza, considerando la mia ignoranza. Invece avevo deciso di metterci le mani e di imparare. Sono seguiti mesi di duro lavoro e di esercizio su due poveri vecchi pc abbandonati in cantina e che avevo resuscitato, cannibalizzato e rimessi in funzione. In questo lungo percorso ho iniziato ad innamorarmi di nuovo: del sistema operativo Linux. Anche in questo caso ho studiato, provato, sperimentato, sbattuto la testa per scegliere quello di cui avevo bisogno. Ed ho scelto Linux Mint. Con mia grande soddisfazione. Anche in questo caso ho assaporato il piacere di imparare a sporcarmi le mani, a sapere con precisione quello che volevo realizzare e a comprendere come farlo. Aprire il Terminale, digitare i comandi e veder scorrere velocemente le stringhe bianche su schermo nero è stata una iniziazione sconvolgente.

Comunque, torniamo a noi. Dopo mesi di insoddisfazione avevo intuito quale fosse il problema principale: non avevo nessuna intenzione di spendere molti soldi per un ennesimo computer. Perché  osservando mi ero reso conto che per poter acquistare il portatile che avevo in mente io dovevo spendere minimo mille euro, se non di più. Mi ero orientato da tempo verso il Dell Xps 13 il cui costo si aggira tra i 1.300 e i 1400 euro, poco più o poco meno. Una cifra che ritenevo spropositata. E pensavo anche che sarebbe stato un pessimo esempio per i miei figli dare l’idea che si potesse facilmente spendere una cifra del genere dopo soli tre anni dall’acquisto del Macbook. Per cui ripresi a cercare, sia virtualmente che concretamente. Mio figlio piccolo ormai mi prendeva in giro quotidianamente. Non appena mi vedeva borbottare con la testa china sul Mac oppure vestirmi per uscire e andare negli ipermercati mi rifilava la battuta ironica o lo sbeffeggiamento.

Insomma, non trovavo la quadra. Non riuscivo a mettere insieme il bisogno con la realtà delle cose. Mi ero, però, reso conto che la qualità costruttiva media dei portatili, laptop o netbook era decisamente bassa. Il mio bisogno principale, la prima cosa che andavo a verificare non appena mettevo le mani su una macchina, era la tastiera: mi serviva una tastiera solida, con i tasti ben distanziati e dalla corsa lunga. Non doveva flettere e avere un feedback tattile soddisfacente.

E qui cadeva l’asino: perché la stragrande maggioranza dei portatili avevano una tastiera che si incurvava sotto il peso del dito oppure dei tasti poco sporgenti e con una corsa molto ridotta. L’effetto era avere la sensazione di battere sulla tastiera virtuale dell’ipad. In sintesi: un disastro.

Ormai stavo meditando di lasciar perdere. Restava, però, il problema dell’Ssd del Macbook che ormai aveva pochissimo spazio libero nonostante l’avessi liberato di tutto ciò che poteva non essermi utile. L’unica idea percorribile era formattarlo e installare il Linux Mint che ha pochissime esigenze di spazio fisico. Ma era una strada che non potevo percorrere perché era l’ultima macchina Apple e lì sopra c’era un capitale di musica, film e libri acquistati, oltre che il back up di 25 anni di lavoro e di scrittura. Mi ero liberato, nel corso degli ultimi mesi, dei miei iPad, dell’iPhone e avevo formattato i vecchi MacBook pro, installandoci anche lì il Linux Mint 19.1.

Ero in un guado deprimente.

Ed è stato in quel momento che è arrivato il fulmine che mi avrebbe illuminato la via!

Da anni seguo il sito e il canale Youtube di Hdblog.it. All’interno di quel canale c’è un ragazzone belloccio e dal familiare accento toscano che si chiama Riccardo Palombo. Seguo da sempre con molto interesse le sue recensioni. Perché è bravo e, soprattutto, ha un approccio alla tecnologia che mi appartiene: va usata per i propri bisogni e non viceversa. E’ uno specialista che spinge molto verso le macchine, e le soluzioni informatiche, di buona qualità e dal costo basso. Al contrario di quello che normalmente accade. Poi ha altri interessi che mi hanno fatto innalzare le orecchie: la corsa, la lettura e Linux. In ogni recensione di un portatile c’è sempre lo spazio per fare due chiacchiere sulla possibilità di installare una bella distro Linux.

Ma all’improvviso, e per puro caso, mi imbatto in un suo tweet: andate sul sito Riccardo.im. Vado a darci un’occhiata, incuriosito. E trovo un mondo nuovo. Insomma, il ragazzone dall’accento toscano ha deciso di aprirsi al mondo e farsi conoscere. Tra le tante risorse c’è anche un link ad una cosa che si chiama Il Mordente.it. Un altro sito? Anche. Ma soprattutto un podcast. Mi fiondo e mi scarico la prima puntata. La ascolto con curiosità e mi ritrovo in un mondo familiare, ricco di spunti sulla corsa, sulla vita, sulla tecnologia, sulla lettura e sulla scrittura. Sono tutti argomenti che stuzzicano la mia curiosità e anche una mia certa vanità.

All’interno di quella prima puntata, all’inizio della seconda metà, scoppia il fulmine. Riccardo racconta del come non sia mai riuscito a trovare un portatile che sentisse come suo. E del desiderio di costruirsene uno su misura. E subito dopo racconta di come l’abbia trovato. Dove? Su Ebay. Quale? Un Lenovo ThinkPad x1 carbon. Cioè IL portatile business. Mi fermo e riascolto. Non l’avevo mai preso in considerazione perché molto costoso e poco diffuso in Italia. Palombo racconta nel dettaglio come cercarlo. Lui ne ha acquistato uno del 2015 con un processore i7, 8 giga di ram ma senza SSD, però dotato di uno slot 4g per inserirvi una sim ed essere autonomo in mobilità. Mi chiedo: ma quanto avrà speso. Perché su Ebay si trovano occasioni ma non ti regalano nulla. E in quel momento spara nel microfono: l’ho pagato 280 euro. Sobbalzo sulla sedia. Come? Quanto????

E poi aggiunge: “il pannello è un Tn e non mi andava bene. Allora ho acquistato un pannello Ips per una trentina di euro e non appena mi arriverà lo sostituirò. Con poco più di trecento euro mi sono procurato il portatile definito!”

Bam! Il fulmine è arrivato a terra, ha squarciato il pavimento e mi ha bruciacchiato i peli del braccio. Trecento euro. Un Lenovo ThinkPad x1 carbon. Non è possibile.

Era la risposta che cercavo? 

Da quel momento è iniziato un nuovo percorso, pieno di entusiasmo. Vado su Youtube e mi guardo tutte le recensioni possibile su quella macchina. Navigo sul sito della Lenovo e do un’occhiata ai prezzi del portatile nuovo. E sono altissimi. Poi, una volta accertato che quella macchina soddisfa tutte le mie esigenze vado, con un certo imbarazzo e timore, su Ebay. Ho riattivato il mio account fermo da anni. Ho sempre avuto un forte timore nel fare acquisti su Ebay. Ho avuto paura delle fregature anche se lì ho acquistato un paio di computer senza problemi.

Ma adesso…. Adesso la curiosità era fortissima.

Da quel momento è stato come fumarsi una canna: adrenalina e sindrome del giocatore d’azzardo. Ho iniziato a seguire alcuni venditori inglesi, ho scartato quelli tedeschi, ho provato anche a partecipare a qualche asta e in un paio di casi sono quasi arrivato a vincerle. I prezzi, però, erano superiori.

Ma una mattina l’occhio cade su una proposta di vendita di un modello del 2015 con un processore i5, 8 giga di ram e un SSD di ben 512 GB. Prezzo un po’ superiore a quello speso da Riccardo, ma comunque inferiore alla media dei prezzi. C’era in bacheca solo una foto non molto chiara ma sembrava integro. Contatto il venditore per chiedere un chiarimento sul pannello e mi arriva in poco tempo una risposta che appare onesta: non lo so. Come posso vedere?

Decido di tenerlo sott’occhio. Nel frattempo continuo a girare per Ebay. Visualizzo e ricerco sia i ThinkPad x1 carbon che i Dell Xps 13. Questi ultimi sono decisamente più costosi. Mi viene spontaneo pensare che siano i migliori perché no si può giustificare in altro modo la differenza di prezzo. Mi prendo una pausa di alcuni giorni. Me la prendo con calma, anche qui seguendo un consiglio di Riccardo: aver pazienza e aspettare l’offerta che si sente propria, quella più adatta alle proprie esigenze. Ogni giorno, però, torno a visualizzare quell’offerta. Non so, è come se il fatto che sia un italiano a vendere mi offra più garanzia, una maggiore fiducia. 

Attendo fiducioso, ci ragiono. Poi prendo qualche giorno di pausa in cui rinuncio completamente a cercare, giusto il tempo di pacificare la testa e non fissarmi.

Dopo un paio di settimane rientro in Ebay e vedo che il portatile è ancora lì, nessuno l’ha acquistato. Questo accade una mattina in cui il cielo è limpido e un forte vento di tramontana si infila attraverso i rami della grande magnolia che è dietro l’ampio vetro del mio ufficio. Prendo un sospiro, mi giro lentamente verso la vetrata e osservo il cielo il cui colore è di un azzurro immacolato. Mi ricorda il cielo dei giorni di sole a Roma, è di un colore talmente netto, pulito, da lasciare senza fiato. Ed è esattamente in quel momento che mi rendo conto che la scelta è fatta. Ed è, da un certo punto di vista, un momento simbolico, catartico. E’ la scelta di cambiare strada. E’ quell’attimo in cui si decide di abbandonare una via battuta per tanto tempo, una strada in cui ci sei è impegnati, in cui si sono impegnate le energie. Ma è anche quel momento in cui si intuisce che l’unica alternativa è abbandonarla per percorrerne una nuova. Una strada che riporti alla luce la curiosità, dei nuovi stimoli, la paura dell’ignoto. Sono tutte sensazioni che si sono perse nel tempo sostituite dalla tranquilla monotonia della sicurezza e delle cose note.

In quel momento, esattamente appena abbandono la vista del cielo blu, che decido di cliccare il tasto di acquisto accettando il prezzo proposto dal venditore. Un prezzo, lo ripeto, che da subito ho ritenuto onesto ed equilibrato. Probabilmente avrei potuto spuntarne uno migliore, ma non era quello il mio obiettivo. Io desideravo solo prendere la nuova strada. Ero pronto, incuriosito, anche un po’ ansioso.

Ora si trattava solo di aspettare e sperare che andasse tutto bene. In fin dei conti era la prima volta che mi avventuravo in una operazione simile. Su Ebay non avevo mai acquistato nulla di così impegnativo. Mi è tornato in mente, invece, il breve periodo in cui acquistai un portatile e un paio di computer usati. Rientrato a casa, sono andato in garage, li ho rintracciati con qualche fatica e li ho portati in casa.

Uno di questi era un vecchio MacBook Wallstreet, di cui ho scritto spesso. Lo acquistai nel mercatino dell’usato del sito Macity da un giornalista informatico, allora personaggio noto. Scriveva su importanti riviste di tecnologia ed era un buon programmatore. Senza saperlo avevo utilizzato un suo ottimo programma di catalogazione libri che lui diffondeva gratuitamente per le biblioteche delle scuole pubbliche. La trattativa fu privata e lo trovai persona affabile. Quando il portatile mi fu recapitato fui sorpreso dall’odore di fumo di sigaretta che emanava. Era vissuto ma perfettamente funzionante. 

Rientrato a casa lo estrassi dalla busta in cui l’avevo conservato con cura. Provai ad accenderlo e ripartì immediatamente, anche se erano trascorsi molti anni dall’ultima volta in cui l’avevo utilizzato.

L’ho fatto vedere con un moto di orgoglio ai miei figli. Nel periodo in cui l’acquistai la Apple era ancora un’azienda innovativa e quel portatile, se acquistato nuovo, costava quasi quanto un’autovettura.

Fatta la scelta, il passato resta dentro, ma si va avanti senza guardarsi indietro. Non c’è bisogno di pensare al tempo trascorso con nostalgia perché le cose importanti restano dentro, sono state metabolizzate e circolano nel sangue e nei gangli vitali del cervello. Perlomeno quei neuroni che non sono stati ancora bruciati.

Quel MacBook, le cose scritte e salvate lì dentro (il cloud non esisteva ancora e quel modello era dotato di un lettore Zip- qualcuno se lo ricorda?-), erano parte di me come l’affetto per quei tasti consumati e l’odore del fumo che ancora emana. Era vita mescolata nella plastica e nel ferro.

Nel tardo pomeriggio del giorno in cui avevo acquistato il ThinkPad mi arrivò la telefonata del venditore. Rimasi stupito perché giunse del tutto inaspettata. Fu molto cortese, mi spiegò lo stato in cui avrei trovato la macchina e garbatamente mi fece capire che l’avrebbe anche venduto ad un prezzo inferiore. Lo ringraziai e gli risposi che non avevo trattato perché il prezzo mi era parso onesto e che pensavo fosse esattamente ciò di cui avessi bisogno.

Mi rimaneva di attendere il suo arrivo. In realtà il pacco il venditore l’aveva già consegnato al corriere nel momento in cui mi aveva telefonato. Lo vidi nelle comunicazioni puntuali che mi arrivarono da Ebay. Era venerdì sera.

Il lunedì in tarda mattinata mi arrivò la telefonata del corriere. Avevo indicato come indirizzo di consegna quello di mia suocera che, poverina, era ormai una specie di ufficio consegna per la famiglia. In quella casa arrivavano pacchi di tutti i tipi, fondamentalmente libri, destinati a me, a mia moglie, ai miei figli, a mia cognata e quelli per mia suocera spediti da mio cognato che vive e lavora a New York.

Un paio di telefonate veloci per garantirmi che mia suocera fosse in casa e darne conferma al corriere. Fatto. Consegnato. L’ansia di vederlo mi assalì.

Dovetti attendere l’uscita dall’ufficio, nel pomeriggio, per andare a ritirare il pacco. 

Cosa avrei trovato? Era stato un errore?

A casa mi trovai fra le mani quel pacco rettangolare di carta grezza con il marchio Lenovo. Era la scatola originale, un po’ consumata. Ma già il fatto che ci fosse per me era un segnale positivo. 

Con qualche difficoltà, volevo evitare di lacerare la scatola, riuscii ad aprirlo. Non so se capita ad altri, ma quando devo aprire un pacco che contiene cose a cui tengo me la prendo con calma. Mi piace degustare quel momento di incertezza sospeso tra la gioia e la possibile delusione. E scelgo di dilatare quel momento trasformandolo da attimo in pausa lunga e riflessiva.

Ho fatto così anche davanti a quel pacco. L’ho aperto ma mi sono fermato. Ho atteso, ho assaporato l’adrenalina della curiosità sospesa. Poi, pesando i gesti, ho aperto la scatola e l’ho estratto con cautela. Era nero, pulito, senza un graffio. Non riuscivo a crederci. Mi attendevo un portatile usato, graffiato, con qualche segno di usura. Invece questo appariva come nuovo, perfetto. Ancora un po’ sospettoso ho tolto i fermagli antiurto e l’ho aperto. Incredibilmente anche dentro era integro, pulito, senza un solo segno sulla “scocca”. Certo, si intuiva la polvere ma la macchina era stata tenuta e pulita con cura. L’ultimo passo era l’accensione. L’ultimo dubbio. Anche in questo caso la sorpresa fu positiva. La macchina partì e veloce come una scheggia comparve la scrivania di Windows 10. 

Un sorriso ebete si disegnò sul mio viso. Ora arrivava il bello: la personalizzazione. E a questo punto sarebbe arrivato il vero divertimento. Su quel disco di 512 GB potevo installarci di tutto. 

Perché il progetto era ben preciso nella mia mente: liberarmi delle multinazionali che hanno drogato il mercato della tecnologia rendendolo accessibile solo a pochi fortunati e danarosi abbandonando la strada dell’informatica per tutti.

L’obiettivo era installare Linux, cifrare il disco rigido e proteggerlo con password complesse.

In serata, finalmente, l’ho personalizzato. Ho installato Linux Mint 19.1, ho eseguito tutti i passaggi post installazione, dal terminale ho scaricato i programmi necessari per le mie routine, ho scaricato LastPass per configurare le password e, infine, ho cifrato l’intero disco rigido. Era pronto. Ora restava l’ultimo passaggio da compiere, la prova definitiva: verificare la tastiera.

Il motivo principale di questa mia ricerca è stata proprio la tastiera. Era un momento della mia vita in cui avevo la necessità di rompere con il passato e prendere, anche in questo caso, nuove vie. Doveva testare nuovi impegni, nuove emozioni. Era una rottura radicale con il passato che interessava gli aspetti più importanti della mia vita e forse si estendeva anche agli affetti. Per trent’anni mi ero impegnato su alcune direttrici. Ora desideravo solo romperle e dedicarmi ad altro. Bisogno solo di nuovi stimoli? Oppure la constatazione, amara, che non avevo più nulla da dare? Oppure che mi sentivo tradito?

All’interno di tutto questo si ripropose il bisogno di riprendere a scrivere. Un desiderio che avevo da sempre e che avevo perseguito a tratti, con lunghe pause. La scrittura è a tutti gli effetti un’attività fisica e come tale ha bisogno di costanza, allenamento, ricerca di obiettivi via via più complessi. Se si sospende si perde il ritmo e si perdono le parole. Ed è esattamente quello che mi è successo. Ma uno dei motivi che mi avevano spinto a smettere di scrivere cose un po’ più strutturate era proprio la tastiera del MacBook che era piatta e senz’anima. Una tastiera tecnologica che non procurava nessuna sensazione. 

La mia ricerca era incentrata sulla ricerca di una tastiera solida e “calda”. Il ThinkPad ce l’aveva eccome. La prova fu molto confortante. I tasti erano ben distanziati, la base solida che non fletteva mai. Da mesi avevo ricominciato, dopo molti anni, a digitare utilizzando le dieci dita delle mani. E’ stato un esercizio complicato perché dovevo ritrovare un equilibrio e un ritmo che avevo perso da tempo ma era un’altra scommessa che mi andava di fare con me stesso. Probabilmente anche in questo caso un tentativo di dimostrarmi che conservavo una buona elasticità nonostante gli anni che passano.

La prova fu, anche in questo caso, superata con successo, come si è intuito già da quello che ho scritto. Ho ritrovato un’anima persa e in fondo riafferrai il filo, smarrito nel tempo, del desiderio di scrivere sul computer. Negli ultimi mesi mi ero limitato a scrivere a mano sui miei taccuini ma fondamentalmente erano testi di un diario personale e solo in qualche caso buttai giù un racconto o appunti per qualche storia da approfondire successivamente.

Sono arrivato alla fine di questa storia. Una buona fine, una volta tanto. Ho avuto fortuna e ho fatto la scelta giusta. Ho cambiato strada. E’ stato meno difficile del previsto e non ho avuto contraccolpi. Faccio quello che facevo prima ma con uno strumento che è tornato ad essere tale e nulla di più. Eticamente ho abbandonato la sponsorizzazione di una multinazionale multimiliardaria; ho smesso di finanziare il costo folle dei suoi prodotti oggetto di culto e di design. Ora ho sotto le mani un computer usato i cui pezzi se si rompono possono essere sostituiti spendendo poche decine di euro e posso farlo con le mie mani, in autonomia e senza spendere soldi in tecnici. Utilizzo un sistema operativo free e fondato sulla collaborazione libera, gratuita e ormai accessibile a tutti.

Mi sento di essere dalla parte giusta. E credo che sia importante. Ora si può lavorare sui contenuti.

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Sì, la pacchia è finita.

E’ difficile sentirsi un essere umano in questa Italia che cambia. Viene voglia di abbandonare tutto, di mollare gli ormeggi e navigare via. Via da qui, da questa terra che è diventata inospitale, che sente più semplice definire le persone e le cose con parole dure, spesso violente. E’ una rincorsa a chi costruisce lo slogan più truculento, a chi definisce l’altro nel modo più sprezzante, a chi rincorre lo sfregio, a chi si diverte a cancellare la storia, che poi è anche la sua storia.

Cammino lungo le strade della mia città. E’ piccola, si percorre in qualche ora. E’ una lunga retta, il tratto terminale della Via Appia, intorno a cui si è gonfiata, estesa. Di poco. Anche qui ci sono gruppi di ragazzi e ragazze africane. Si incontrano in alcune zone in cui si rinchiudono. Camminano con passo leggero, le cuffiette nelle orecchie, i cappelli infilati sui ricci crespi, scelgono abiti scuri. Le donne sono invece colorate, rumorose, allegre, piene di vita, talvolta con un bambino piccolo infilato in un panno morbido allacciato dietro la schiena.

Li osservo di sfuggita e mi rendo conto che non so chi siano. Ogni tanto mi fermo a chiacchierare con un uomo sorridente e gentile che dà una mano all’ingresso del supermercato dove vado a fare la spesa. Ormai è un dipendente che viene lasciato fuori la porta scorrevole all’ingresso. Sia che ci sia bel tempo che la pioggia, resta lì tranquillo. Entra solo per dare una mano a infilare le bottiglie di olio, per portare la spesa pesante delle vecchiette. Se qualcuno lo chiede prende i pacchi di bottiglie di acqua e le buste della spesa e le infila nei portabagagli delle macchine. Non chiede soldi, anzi si gira e va via, discreto e silenzioso. Lo sento ridere solo quando parla la telefono o con un suo amico, alto e scuro, che ogni tanto, al tramonto, passa per salutarlo e fare due chiacchiere.

Non so chi siano. Non so da dove vengono. Nella mia ignoranza mi appaiono simili, nelle fattezze e nella lingua, che non comprendo. Ma non sono uguali e le loro lingue sono diverse. Vivono qui ma sono lasciati da soli, ai margini. Ne sento la responsabilità. Soprattutto quando li incrocio la sera, al buio, lungo le strade periferiche. Scivolano veloci sulle biciclette arrugginite lungo il bordo asfaltato. Rientrano dai campi dove hanno lavorato per tutto il giorno. Sono sfruttati da qualche caporale italiano, probabilmente collegato alla camorra. Li si incontra tutti i giorni, le schiene piegate sulla terra, con qualsiasi tempo. E’ un ritorno ad un tempo passato perché è la cancellazione silente di una società civile, in cui il lavoro è fondato sui diritti, sul rispetto della dignità di una persona. Quella società in cui il lavoro è espressione di sé, è la ricerca di un riscatto sociale, di migliorare la qualità della propria vita, la ricerca dei mezzi per studiare e far studiare i propri figli, acquistare una casa, accudire il proprio corpo, trovare la pace.

E invece, in questa terra smemorata, non è più così. I ricchi diventano ogni giorno più ricchi mentre noi, e siamo miliardi, ci impoveriamo ogni giorno che passa. C’è chi ha deciso di sventolare la bandiera dell’odio e ci sono quelli, e sono proprio tanti, che ci cascano come allocchi e allocchi non sono. La gente, la gente!, muore ogni giorno a centinaia nel mare, il mare che dovrebbe essere la madre, la speranza, e chi dovrebbe aiutarli li sbeffeggia al grido “è finita la pacchia”. Quelli che annegano sono esseri umani, sono bambini, donne giovani, uomini giovani. Nessuno prova ad immaginare cosa voglia dire morire così, su un barcone marcio che affonda nell’acqua gelida senza potersi difendere perché la gran parte di loro non hanno mai visto il mare e non sanno nuotare. Cosa si prova a veder morire così i propri figli, il proprio marito, la propria compagna? Nessuno se lo chiede. La pacchia è finita. Oggi, in questa terra smemorata, cercare di sfuggire dalla guerra e dalla miseria, lasciarsi tutto, affetti e radici, alle spalle, subire stupro, violenze e degrado viene considerata una pacchia. Nessun uomo, nessuna donna, potrebbe mai accettare una simile follia. Ma questa paese smemorato l’ha fatto. E l’ha fatto con facilità. Ha dimenticato la propria storia, la propria cultura più progressista; quella che l’ha fatto crescere facendolo diventare una potenza mondiale. Oggi ricorda solo la cultura del suo periodo più buio con la stessa truculenza, abbandonando per strada l’ironia e l’allegria caciarona, la solidarietà umana, l’attenzione a chi viene lasciato per strada. Oggi è una vergogna dichiarare di essere comunista nel paese che ha avuto per decenni il più forte e democratico partito comunista che ha contribuito a costruirla L’Italia e l’ha poi difesa dal terrorismo. Si è sbeffeggiati, sull’onda di una ricostruzione storica falsa, fondata sugli slogan e sulle bugie. Eppure si crede a quello bugie, è facile crederci, fa comodo. Come fa comodo sdoganare il nero del passato, il fascio, Casapound, le teste rasate, l’ordine fasullo, la violenza gratuita, le storielle sconce su Mussolini, le strade, le ferrovie e cazzate varie.

Questa è una terra smemorata. Ma non potrà esserlo ancora a lungo. Perché queste ragazze e questi ragazzi africani sono giovani, forti, sono venuti qui e ci restano, perché amano questa terra. Non gli importa che noi si diventi smemorati perché loro vivono, lavorano, sperano, ambiscono esattamente come gli italiani di settanta anni fa. Loro la studiano questa terra, studiano la lingua. Se avete occhi per guardare li troverete seduti la sera tardi sulle panchine a leggere i libri di grammatica italiana. Loro vogliono contribuire a ricostruire questo paese. Noi diventiamo ogni giorno che passa più vecchi. Loro sono belli e giovani e la storia va avanti per conto suo scrivendo il futuro sotto i nostri occhi, che ci piaccia o no. Questa è la speranze per il futuro. E bene ha fatto oggi la parlamentare di LeU, Rossella Murioni, a fermare il bus che stava portando via un gruppo di migranti da una struttura per decisione del bullo Salvini. Ha fatto bene perché mandare via quelle famiglie integrate sarebbe stato spezzare un altro ramo del futuro. Perché quello è il futuro. Il futuro della nuova memoria. Noi la stiamo dimenticando, loro la stanno ricostruendo nonostante noi. E’ vero: la pacchia è finita. Per te, Salvini.

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Il vento grigio

E’ una sera buia e tempestosa. Raffiche furibonde del vento del nord battono il cielo e la terra. Sono bordate violente che spazzano l’asfalto delle strade, che strappano i rami degli alberi facendoli piombare per terra, sulle auto per le strade, che sfiorano pericolosamente i passanti curvi per resistere alla sua forza.

Io sono dentro casa che osservo il cielo nero da dietro una finestra. Il mio punto di riferimento per intuire la forza del vento è una palla d’acciaio grigio e lucido incima alla canna fumaria di un camino, nella villetta di fronte. Beh, quella palla ruota furiosamente. Non si notano più le lame, è una superficie liscia per la velocità con cui gira su se stessa. Subito sopra nuvole dense e nere si accalcano, sbandando paurosamente nel cielo. Sono al caldo. Osservo la furia della natura. La struttura spessa di quelle nuvole mi fa capire che fra poco, nonostante il vento, la pioggia inizierà a cadere copiosa e anch’essa spazzerà le strade. Il vento porterà con sé il gelo della steppa siberiana. Lame ghiacciate sferzeranno i volti di chi sarà per strada, geleranno la terra nelle campagne e lastre bianche si formeranno ai bordi dell’asfalto. La pioggia ritarderà di poco la gelatura che comunque arriverà inesorabile.

Io osservo ammirato la forza della natura. Un velo di tristezza però avvolge la curiosità del bambino che è ancora in me. Mi guardo all’improvviso nello specchio di fronte a me e resto interdetto. Mi chiedo, confuso, “ma chi è quel vecchio?”.

Sono rientrato da poco da una visita medica. Mi hanno sottoposto ad una lunga e accurata visita. Mi ha accolto un dottore di mezza età, basso, il viso tondo e sorridente. Indossava il camice immacolato e abbottonato. Mi ha trasmesso una sensazione di fiducia, una sensazione calda di tranquillità. I suoi gesti erano pacati, misurati, lo sguardo attento e diretto. Le sue mani mi hanno palpato, hanno saggiato la consistenza delle anse addominali, hanno verificato il livello del dolore mentre schiacciava quella strana e minuscola escrescenza che si era formata. Mi ha riempito l’addome, i fianchi e il pube di gel, mi ha sondato con l’ecografo. Avvicinava il suo viso al monitor della macchina, stringeva i suoi occhi miopi osservando le ombre nella poltiglia grigiastra che si intuiva nello schermo. Mi ha rimesso in piedi, mi ha strizzato dolorosamente nella zona dove si era formata l’escrescenza.

Ho aspettato l’esito della visita in uno stretto corridoio dopo che lui mi ha invitato a svuotare la vescica, una ulteriore ecografia. Poi mi ha fatto rivestire e mi ha spinto, l’espressione seria, verso il corridoio esterno. Ho atteso stravaccato su una scomoda poltroncina di plastica bianca. Pensavo che era assurdo pagare ed essere costretto ad aspettare su una sedia così ridicola e così scomoda. Lo pensavo e sorridevo, sorpreso da un simile pensiero che non credevo mi appartenesse.

Ho atteso che quella porta bianca si riaprisse e che lui mi richiamasse. Quel momento arrivò così come arrivò l’esito. Lo ascoltai con una attenzione svogliata. Qualunque fosse stato l’esito della visita desideravo solo andare via da lì, infilarmi in macchina e correre verso il mare. Fermarmi sulla costa, scendere e sentire il gelo sferzante del vento sul viso. Volevo solo quello: sentire il freddo della vita dentro di me, mescolato al rombo del mare e delle onde che si frangono sulla roccia, guardare ammirato la spuma bianca che si gonfia, si alza e si frantuma con un boato sulla pietra lucida e grigia. Invece il mio viso era impostato sulla modalità “concentrato” e “cortese”. In fin dei conti stava parlando del mio corpo e delle sue bizzarìe, della mia vita e del suo futuro, ammesso che ce ne fosse ancora uno.

Ascoltai tutto, lo guardai scrivere a lungo e con una grafìa stranamente ordinata su un foglio di carta intestata. In alto a destra c’era il suo nome, la sua specializzazione, il suo indirizzo, il numero del cellulare e questo mi stupì. Spostai lo sguardo su di lui e lo guardai con maggiore attenzione vera. Era un uomo ormai anziano, la sua voce era cordiale e gentile, i suoi movimenti lenti. Era indubbiamente empatico. La sentenza era addolcita dal suo comportamento. Aspettai, annuii alle sue raccomandazioni. Gli strinsi forte la mano. Andai via. Mi fermai a pagare distratto al tizio seduto dietro l’isola dell’accettazione. Invidiai la sua giovinezza ma non il freddo che entrava dall’ingresso alle mie spalle e che lo colpiva ogni volta che la porta a vetri si apriva. Rimasi colpito dalla sua fredda indifferenza a quel calo termico. Pensai che fosse peggio per lui. Ero stranito. Andai via dopo aver pagato.

E ora ero dietro i vetri della mia finestra ad ammirare la rabbia del clima, la violenza della natura, incazzata. Pensai che in realtà dovessi essere io l’incazzato. Dovevo essere io a soffiare con violenza, a lasciar uscire le urla di terrore, a colpire con forza tutto ciò che avevo intorno, a strappare i miei libri, a gettare via gli LP affiancati con un ordine maniacale. Pensai che avrei dovuto gettare via dalla finestra il mio portatile e il cellulare, cancellare ogni traccia di vita. Anche se sapevo che non avrei cancellato nulla perché non si possono tracciare le tracce della propria vita digitale. Resta tutto lì, in rete, segnato e tracciato. I numeri sono registrati, la sincronia di 1 e 0 sanciscono ogni cosa che ognuno di noi fa in rete e ne lascia un segno indelebile, come l’inchiostro nero che resta sui polpastrelli di un dito e che ci si può sforzare inutilmente a grattare con saponi, olio, creme o quel che si vuole. La traccia resta. Lì. A lungo.

Ma il gesto simbolico di prendere e gettare tutto nel vuoto, alla mercé del vento freddo del nord, delle sue raffiche, del ghiaccio incombente, sarebbe stato catartico, liberatorio. Quasi come la traccia luminosa di una luce in movimento registrata in una foto al tramonto.

Invece ero lì, dietro il vetro di una mia finestra. A guardare e ammirare la furia del vento e lo spessore grigio scuro delle nuvole. Il giro vorticoso e furibondo della palla di acciaio mi ipnotizzava. Il mio sguardo restò fisso su di lei.

Il dolore si assopì, come ammorbidito dalla bellezza della natura. Ma era lì, comunque, dentro di me.

La visita era andata bene. Ero andato a guardare il mare in burrasca. Il mio viso fu colpito dalla spuma delle onde sbattute sulle rocce. Il cellulare l’avevo lasciato in macchina, sul sedile di fianco al mio.

L’avevo spento, subito dopo aver letto il suo messaggio.

Non l’avevo riletto. Avevo abbandonato la tua traccia. Non la potevo gettare via. Non potevo tornare indietro. Non potevo far nulla per cancellare quella traccia informatica. Ormai era lì, scolpita. Dentro di me.

Avrei voluto tornare a casa e trovarla lì. Avrei voluto che lenisse con le sue carezze e la sua lingua il mio corpo saggiato, strizzato, auscultato, violato.

Ho trovato solo la sua maledetta e fredda traccia informatica.

Ora sono qui. Con le braccia conserte, appoggiato al muro riscaldato dal termosifone a guardare oltre il vetro della finestra. Nel silenzio rotto dal vento che sbatte sui muri e sui vetri. Quel vento del nord che mi sfida, mi invita ad uscire, a misurarmi con lui. 

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Fan#### va’

Prima o poi arriva il giorno in cui qualcuno ti presenta il conto. E’ il conto di una vita di impegno, di lavoro, di relazioni costruite. Prima o poi arriva il giorno in cui quella vita si conclude. Per una serie di motivi. In genere ci si arriva preparati, pronti a prendere un’altra strada, mantenendo un rapporto positivo ed equilibrato con il passato. Insomma, è semplicemente, anche se comunque difficile, una strada nuova su cui avviarsi. Una nuova opportunità.

La cosa diventa un po’ più complicata quando quel conto viene presentato sotto forma di un doloroso calcio nel posteriore che ti spinge via oltre una porta che ti viene, subito dopo, chiusa dietro la schiena, ancora dolorante.

Ancora più complicato è quando le persone con cui hai costruito proficue relazioni, e che credevi amiche, semplicemente ti girano le spalle e vanno via, spesso senza nemmeno salutarti. Anzi, se ti dovessi avvicinare troveresti sguardi impauriti, timorosi di essere compromessi dalla vicinanza dell’ “allontanato”.

Quando accade, la prima domanda che ci si fa è: “perché?”

E se non riesci a trovare una risposta, vi assicuro che si entra in un meccanismo doloroso che porta rapidamente ad una forma depressiva. L’autostima cade rovinosamente a terra. Non si riesce a pensare al altro. Non si dorme la notte. Non si sopporta il silenzio che grava sul proprio cellulare, fino a qualche giorno prima gioiosamente pieno di suoni che anticipavamo i vari messaggini su whatsapp, su telegram, su Facebook.

Invece, all’improvviso, piomba il silenzio. E inizia, invece, un furibondo ronzio interiore, l’inseguirsi di pensieri, di domande che si insinuano nelle pieghe più profonde e che non fanno capire più nulla. Ci si interroga ma non ci si può rispondere.

Bisognerebbe affrontare la questione con semplicità. E’ finita. Basta. Hai dato. Ora devi farti da parte. Ok. Sono pronto. Ma perché, insieme al conto finale, bisogna “espellere” anche le relazioni costruite?

Perché erano finte. Punto.

Quindi, non hai molte alternative amico mio. Vai incontro al tuo bivio, prendi l’altro sentiero, attrezzati con le scarpe giuste, tanto le hai, e inizia un nuovo percorso. Fanculo al passato, fanculo alle persone, fanculo a tutto. Accompagnati con un bel bastone di legno liscio e solido. Riempi lo zaino di poche cose, di qualche buon libro, di una paio di taccuini e matite. E riprendi il tuo cammino. Non puoi fare altro. Anche se le lacrime scendono sul tuo viso, e sai che per molte notti non riuscirai più a dormire. Fino a quando, nel silenzio e nel buio, il ronzio dei pensieri inizierà a scemare e si trasformerà in una cantilena che con calma ti accompagnerà verso la pace e la quiete. Fanculo va’.

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Il mare nero

Ho provato a resistere, ma non ce l’ho fatta. Nella mia mente, durante le notti insonni, ho elaborato la volontà di cambiare le cose. Ho immaginato un’organizzazione, la costituzione di un gruppo di lavoro, la ricerca delle notizie da sbattere sul muso ai troll e ai provocatori, lo scandaglio continuo sui social per identificare le zone grigie in cui il conflitto si scatenerà, la scelta del momento in cui intervenire. Ho provato a ripetere a me stesso e a chi mi era vicino che l’unica strada è il social activism, la ricerca delle parole giuste, il senso di responsabilità, l’adesione al Manifesto per la buona comunicazione, il seguire Parole O Stili. C’era la voglia di fare, la voglia di cambiare una deriva, la voglia di metterci la faccia. Mi sono imbevuto dei video quotidiani, determinati, di Donata Columbro alias @dontyna su Instagram. Ho pensato: devo fare come lei. Studiare, scegliere la strada, seguirla con convinzione.

Nel frattempo il mondo, l’Europa, l’Italia, si avvita sempre di più in una spirale che strangola il sorriso, la solidarietà, l’umanità, quel sentimento che ti porta a guardare le persone con compassione, che spinge ad aiutare chi ha problemi, che ti porta ad aprire la porta di casa,  a cucinare un piatto in più, ad acquistare quando fai la spesa un pacco di pasta e una scatola di pelati e a metterli nelle mani della ragazza africana che aspetta all’uscita del supermercato. Lei è lì, in piedi, dritta come un fuso, con gli occhi spalancati e ti guarda, con uno sguardo dritto nei tuoi occhi. I suoi sono grandi, neri e lucidi, hanno dignità e tristezza. Nelle orecchie arriva il rombo delle onde, in sottofondo le sue urla quando l’hanno stuprata in una casupola lercia, dai muri scrostati e su un terriccio polveroso. Le metti in mano quelle due cose che hai pagato pochi centesimi e per lei rappresentano un paio di pasti. Vorresti sapere da dove viene, come si chiama, cosa ha subito per arrivare lì ed accontentarsi della tua elemosina. Ma non lo farai perché i vostri due mondi sono così diversi, così lontani.

La guardi e non capisci perché il motorino che passa veloce davanti all’uscita del supermercato rallenta per lanciarle un grido, una parolaccia, uno  sputo. Non capisci. Possibile che in un mondo sempre più piccolo il colore della pelle sia ancora sinonimo di una inferiorità, di un’appartenenza al pianeta delle scimmie? Ti guardi intorno disorientato. Pensi, è un incubo. Invece è la realtà.

Ho cercato di resistere, lo giuro. Ho cercato di provare a cambiare le cose. Ho provato anche a scriverlo ma i troll, username di persone sconosciute, nomi e cognomi di persone che, invece, credevo di conoscere bene mi hanno aggredito. Parole, parole, parole. Grida. Giudizi. Improperi. Inviti osceni. Uso distorto delle notizie già false di loro. Qualunque cosa va bene per scatenare la rissa. Mi sono guardato intorno. Mi sono guardato dentro. Mi sono sentito solo, abbandonato, senza forze. Ho provato a smentire le notizie false, a ricostruire un filo di ragionamento logico, mi sono aggrappato al buonsenso, alla solidarietà umana, persino alle statistiche che smentiscono i luoghi comuni di cui si alimentano a mandibole spalancate i fascisti di nuovo al governo dell’Italia. Niente. Mi hanno opposto di tutto, persino le ricostruzioni di avvenimenti di trenta-quarant’anni prima e che nulla hanno a che fare con quello che accade oggi, adesso, nel mare di fronte alle nostre coste. Non si può fare una ricostruzione storica mentre migliaia di persone boccheggiano nell’acqua. Non si può pensare ad aggredire verbalmente su uno schermo di uno smartphone mentre donne e uomini in carne ed ossa ingoiano l’acqua salata. Non si può. E invece è quello che accade.

Ho cercato. Non ce l’ho fatta. Mi hanno sconfitto. I loro sorrisi cattivi, il ghigno sbilenco di chi sputa odio, di chi cerca nel colore dell’altro il senso della propria povertà, hanno avuto la meglio. Non li giudico. Non sono migliore di loro, anzi probabilmente sono molto peggio di loro. Ma non li capisco, non li seguo, forse inizio ad odiarli. Ho pensato che le parole non servono più, non hanno la forza di cambiare. Ho pensato che l’unica soluzione fosse prendere in mano un bastone e spaccare quel ghigno bavoso che vedo sui loro volti. Sconfitto più volte. Anche per questo bisogno di violenza. Il bisogno di chiudere la bocca  e lasciare che il rumore sordo del legno che spacca la carne sia la risposta alla sete di giustizia, a quel vago sapore di vendetta che inizia a scorrere nel mio sangue.

E allora mi sono arreso. Ho chiuso i profili social. Ho spento gli schermi. Il ronzio elettrico è scemato, il rumore di fondo si è allentato, l’adrenalina, ci ha messo un po’, si è abbassata e, finalmente, il silenzio ha iniziato a entrare dentro di me.

E’ durato poco. Il rumore delle onde lo continuo a sentire, il battere dei piedi e delle mani, le urla delle bocche che si riempiono di acqua, lo spruzzo dalle bocche schiumanti. Il mare nero. E noi, nelle nostre case, che sogghigniamo soddisfatti. Salvini è uno statista. Salvini ha vinto. Bastardo.

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Il fumo del caffè

In cucina la tapparella è abbassata a metà. Il sole del pomeriggio rimbalza sul muro bianco, nel pozzo luce. Inspiro forte e assaporo i primi profumi della primavera. Sono gialli e viola, sono delicati con vaghe tracce di rosmarino. Svito la caffettiera, la sciacquo grattando la filettatura del serbatoio, la riempio di acqua fredda, verso la polvere marrone scuro del caffè nel filtro.

Accendo il gas sotto la moka, nel riduco l’intensità della fiamma azzurra. Asciugo le mani nello strofinaccio bianco.

Il sibilo del gas riempie il silenzio.

Le urla esplodono all’improvviso. Provengono dall’appartamento di fronte. Istintivamente mi abbasso sotto la linea della tapparella per osservare. La finestra è chiusa, la tendina tirata. Non si vede nulla.

“Basta! Non cela faccio più! Sei una troia!” urla l’uomo. Un grido bombato, gravido di rabbia.

La voce della donna la segue, acuta e graffiante come un vetro rotto.

“Zitto! Devi stare zitto! Sei un fallito!!

Le urla si inseguono, i corpi probabilmente immobili. Le mani sbattono su un tavolo di legno, si sente il colpo ovattato, gli scricchiolii che gocciolano nella stanza.

Lei singhiozza.

Mi affaccio. Li vedo dietro la tenda, ne intuisco gli sguardi colmi di odio e di rancore accumulato.

Alle mie spalle sento un fruscio.

“Che succede?”

Mi giro. Nella penombra gli occhi verdi luccicano, lo sguardo è nello stesso tempo rassegnato e inquieto. Con gli occhi seguo le rughe sottili sul viso.

Mi avvicino. Le prendo il viso tra le mani. Le labbra sono piene, morbide, chiare.

La bacio. Dentro di me le chiedo scusa.

Il caffé gorgoglia nella moka e un sottile filo di fumo caldo sale verso il buio del soffitto.

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