Il senso del potere

“Un tempo eravamo educati al rispetto del senso del dovere. Oggi i giovani sono educati al rispetto del senso del potere”. Seduti ad un tavolino di una locanda, sobria e pulita, due colleghi quasi sessantenni mangiano durante la pausa pranzo dal lavoro. Il volto è basso, lo sguardo concentrato a tagliare le sottili cotolette nel piatto. Tagliano, afferrano e masticano. Non rinunciano al dialogo e non rinunciano nemmeno a sforzarsi di guardare, leggere, comprendere quello che accade intorno a loro. I loro volti sono segnati dalle rughe, le labbra rese sottili dalle amarezze, lo sguardo è velato dalla delusione. Ma i loro gesti sono ancora giovani, il tono della voce è vigoroso, le parole costruiscono periodi strutturati, i dubbi emergono a testa alta e con un alito di profonda dignità.

La donna si ferma, guarda l’uomo di fronte a sé e butta nella discussione la frase. Piega la testa, lo sguardo è dritto, un vago sorriso si disegna sulle labbra. “Cosa ne pensi?”

L’uomo si ferma. Poggia le posate di fianco al piatto e termina di masticare il pezzo di cotoletta. Si sofferma ad osservare, pensoso, un pezzo di rosmarino sul piatto bianco. Alla sua sinistra la fila al banco si allunga ma il ronzio è sordo, un vago chiacchiericcio di sottofondo.

Si allunga sulla sedia e si liscia la barba. Alza gli occhi verso il soffitto.

“Sai, è difficile dare una risposta. Pensavo alle discussioni, alcune volte feroci, con mio padre e mia madre. Il buffo è che erano quasi sempre a tavola, a pranzo o a cena. Rimproveravo a loro il continuo battere proprio sul “senso del dovere”. Per me, allora adolescente polemico, era intollerabile. Non accettavo il rispetto del dovere. Desideravo, invece, inseguire il bello della scelta, intesa come inseguire la passione, il proprio percepire le cose da fare. Rispettare un qualcosa solo perché era un dovere mi sembrava fortemente riduttivo. Però poi ho tentato di ricostruire i ricordi tentando di essere più obiettivo e ho ricordato la differenza. Paradossalmente la persona che percepivo coma la più rigida, mio padre, fu quella che invece smorzava. Mio padre non contraddiva mai madre, a meno che non si toccassero corde sensibili che solo loro potevano conoscere. Però poi, con il suo modo burbero di approcciarsi a me, mi lasciava intuire che in realtà lui mi spingeva sì a rispettare il senso del dovere, legge primaria in natura, ma con un minimo di disincanto. Fra le sue parole emergeva la spinta a provare altro, ad inseguire sé stessi, i propri desideri. Comunque a provare nuove strade. Perché la vita era una e andava vissuta.”

Lei ascoltava attenta, sempre con la testa leggermente piegata e lo sguardo concentrato. L’uomo era gratificato dalla sua attenzione. Percepiva il rispetto del suo ragionare. Lei riprese ad affettare ciò che restava della cotoletta e delle patate.

Lasciando all’improvviso la forchetta sul piatto con il pezzo di carne infilato, lo guardò: “se pensi a questa frase, è comunque potente. Il senso del potere è una grande fregatura perché in realtà è un modo di tenere i giovani legati a chi quel potere ce l’ha, lo esercita e lo mantiene!”

Lui socchiuse gli occhi e corrugò la fronte. “Sì, hai ragione. Ma quarant’anni fa educare al senso del dovere non era poi la stessa cosa? Il dovere verso cosa? Verso chi? Cosa nascondeva il senso del dovere? Il rispetto degli orari in cui buttare la spazzatura? Lasciare il posto ad una persona anziana sul pullman? Far passare davanti in una fila le donne incinta? O era anche altro? Forse limitare la spinta ad andare contro l’autorità costituita? Il movimento del ’68 non fu forse una grande rottura del dovere verso la società cos’ com’era?”

Lei tenendo gli occhi abbassati sul piatto ribatté “non era solo quello. Il senso del dovere è anche rispetto della fatica per costruire e combattere per una nuova idea. Pensa al lavoro, allo studio, allo sforzo fisico che ci vuole per lottare per migliorare. Se la leggi così vedrai le cose con una prospettiva diversa anche se comunque quello che dici è anche vero. Dipende sempre dal punto di vista.”

Lei riprese la forchetta e imboccò il pezzo di carne.

Lui annuì lentamente.

“Ci hanno fottuti” disse la donna.

“Ci hanno fottuti” disse l’uomo.

E ripresero a masticare, ingoiando la rabbia insieme a un vago, sottile, amaro, senso di impotenza.

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Il bruno e il biondo

Sono due. Camminano l’uno affianco all’altro, anche se lievemente distanziati. Uno è bruno, l’altro è biondo. Hanno quasi la stessa altezza anche se c’è qualche anno di differenza tra i due. Il ragazzo bruno cammina veloce, sembra quasi sollevato da terra, impettito, le spalle larghe, la vita stretta, le braccia lievemente divergenti. Quello biondo si trascina le scarpe sul terreno ma ha comunque una sua levità pur nella sua andatura dinoccolata che lo fa apparire ondeggiante come un giovane albero sferzato dal vento.

Camminano in un bosco, calpestano il sentiero di terreno rossiccio tagliando le strisce di luce tra gli alberi. Parlano intensamente tra di loro, il biondo gesticola mulinando le braccia in uno strano gioco di assonanze con il suo passo strascicato ma leggero. Il bruno ascolta senza muovere un muscolo, risponde ma il suono delle sue parole non si percepisce. D’altronde anche le parole del biondo non si intuiscono, si percepisce solo una striscia rumorosa bassa, profonda con improvvisi acuti.

Li seguo. Dentro il bosco. Li osservo ammirato. Sono molto giovani.

Ogni tanto si fermano, afferrano lo smartphone, si guardano intorno, studiano la scena, la inquadrano, scattano la foto. Lo intuisco dal clic che simula il rumore secco dell’interruttore di una vecchia macchina fotografica. L’uno guarda la foto dell’altro, poi riprendono a camminare alla stessa andatura di prima, il biondo gesticola ancora di più di prima, il bruno scuote la testa in un vago gesto di assenso.

Il bosco si infittisce, il verde degli alberi diventa quasi nero, il terreno rosso scuro, l’erba verde intenso. Mi distraggo dalla vista dei ragazzi e ammiro incondizionatamente il lavoro oscuro e profondo della natura nel bosco. Le foglie cadute dagli alberi si sono seccate e hanno costruito un tappeto morbido che copre il terreno e lo mantiene caldo e umido lavorando affinché la vita continui ad andare avanti sia con il freddo dell’inverno che con il caldo di questa estate torrida. Lascio il sentiero, infilo gli scarponi nel manto di foglie. Pur essendo secche sono morbide, non scrocchiano e sento il calore umido che si sprigiona dalla terra. Alzo la testa e ascolto. Non c’è un rumore, non ci sono animali intorno a me. Ogni volta che mi infilo nel bosco resto stupefatto dal silenzio profondo come se non ci fosse vita. La vita in realtà c’è, è ricca di voci, di sussurri, di rumori ma in tutte le sue forme ha paura dell’uomo e trattiene il respiro in attesa che finalmente l’estraneo vada via. E’ incredibile il danno che l’uomo ha prodotto alla natura ed è incredibile scoprire come la natura sia terrorizzata dalla presenza dell’uomo. Non si ascolta il cinguettio di un solo uccello, gli scoiattoli restano immobili dietro i cespugli o sopra gli alberi. I serpentelli smettono di strisciare e si nascondono sotto le rocce. Solo qualche raro corvo vola da un ramo all’altro emettendo il suo rauco verso.

Rialzo la testa. La scuoto, perplesso. Riprendo il cammino. I ragazzi sono scomparsi in fondo al sentiero. Il bruno camminerà impettito. Il biondo strascicherà gli scarponi mulinando le mani nel vano tentativo di coinvolgere il bruno, suo fratello.

Sorrido. Ormai sono più veloci di me. Ci rivedremo in albergo.

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I due mondi e la trincea.

I due mondi. Il nuovo che arranca nel caldo torrido, nella siccità, nelle file chilometriche di macchine che si arroventano ferme in autostrada sotto il sole e lambite dalle fiamme che stanno distruggendo migliaia di ettari del patrimonio naturalistico italiano; il vecchio che nonostante l’aumento terribile delle temperature è immerso nell’aria fresca, sotto una pioggia che gela i pomeriggi e i fulmini che saettano nel cielo inerme arrabbiati di fronte allo sfacelo prodotto dall’uomo negli ultimi cinquant’anni e moltiplicati drammaticamente dalle scelte del pazzo che dimora nella casa bianca di Washington da qualche mese.

Dopo due anni sono di nuovo qui, sotto le cime del Brenta. Qui vicino un povero orso impaurito vaga per i boschi e attacca, per paura, un idraulico settantenne alle porte di Trento. Lo sguardo accarezza la superficie smeraldo del lago. Le montagne incombono scure di boschi e rocce arancioni sull’invaso. I sentieri si infilano e sembrano fili d’argento tra i capelli verdi degli abeti, dei tigli, delle conifere. Il vento batte forte e increspa l’acqua mentre qualche isolata canoa e pedalò disegnano strisce e rientrano velocemente.

Afferro il mio vecchio bastone la cui corteccia ho ripulito con un piccolo Opinel, l’unico oggetto affilato che abbia mai posseduto in vita mia. E’ un po’ incurvato perché in questi anni ha subito la nostalgia e la lontananza dalla sua terra, costretto a vivere in un ambiente che è ostile al verde. L’ho tirato fuori dall’auto e dopo averlo alzato al cielo, l’ho afferrato e ho iniziato a camminare, appoggiandomi a lui che a sua volta si infilava deciso nell’erba dei prati che circondano lo specchio d’acqua. Questa è casa sua, è qui che l’ho raccolto una mattina di quattro anni fa. Ed è qui che lui annusa l’aria fresca della sua terra, quella che l’ha accolto, l’ha aiutato a crescere e diventare nodoso e forte sino a quando è stato tagliato per lasciare lo spazio ad altri piccoli alberi affinché potessero crescere loro sani e forti. E’ una legge di natura in cui l’uomo, una volta tanto, l’aiuta a compiersi anziché a distruggerla.

Nel camminare il bastone resterà un po’ curvo ma tenterà di raddrizzarsi, per orgoglio ma anche perché l’aria buona lo aiuterà a ritrovare parte del suo antico vigore. Sono venuto per il silenzio. Sono stanco di parole, spesso ridondanti e inutili. Vorrei solo tornare ad ascoltare il respiro del vento fra le foglie, il rombo dei torrenti che scivolano giovani e potenti nelle anse del bosco, il cracchiare di qualche corvo incuriosito dall’uomo o che semplicemente gioca solitario tra gli alberi. Ma il tempo è cambiato anche qui. Sui sentieri sembra di camminare su una strada di città. Incrocio decine di persone che camminano veloci a testa bassa, che controllano con gli occhi gli smartwatch, che indossano indumenti  di materiale tecnico, molti che corrono come se fossero in una periferia di città. Incrocio solo qualche vecchio che cammina lentamente, con un bastone di legno anziché i moderni bastoni stroboscopici, che si ferma ad osservare in alto tra gli alberi e che, stanco, si lascia andare su una panchina di legno lungo il sentiero. Sono le stesse persone che con un sorriso salutano per primi e se ricevono una risposta annuiscono soddisfatti perché un piccolo gesto di cortesia è un pezzo di un mondo che va via ma che è la conferma che ha la pelle dura.

Camminando mi sento come se questo mondo fosse l’ultima trincea all’aggressione del denaro e della finanza. E’ un mondo in cui l’uomo non conta nulla e chi comanda è ancora la natura non asservita. E’ un mondo che combatte, che si difende con la forza estrema della natura e che ogni volta che si tenta di violentare restituisce il dolore subito con una forza sovrumana. E’ bene sempre ricordare la strage del Vajont e tutte le risposte che le montagne sanno dare all’ingordigia dell’uomo. Qui noi siamo formiche che devono rispettare un mondo che si è creato in millenni di spostamenti delle acque, delle placche terrestri, della migrazione delle acque e in cui l’uomo non può fare altro che osservare, rispettare, tutelare ed essere prudente.

Ma fino a quando?

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Kite Linux

Dal mondo sommerso della società civile emerge un manipolo di giovani programmatori con una visione sociale. Nel tempo in cui la politica caciarona litiga su una visione retrograda della società costringendo la collettività a misurarsi con il rifiuto delle diversità, da Taranto e dal Salento si costruisce una visione aperta al cambiamento e inclusiva delle diversità. Insomma, si definisce un progetto che è anche politico perché sceglie una strada nuova: utilizzare la tecnologia per includere e rimettere al centro la qualità della vita dei diversamente abili.

Per raggiungere questo obiettivo nasce il progetto Kite Linux. Un progetto elaborato da un gruppo di giovani programmatori tarantini che, con la collaborazione del Collettivo Tsé Tsé, dello Jonix Lg, dell’Associazione FareZero di Francavilla Fontana, insieme a cooperative sociali e associazioni di disabili, presenteranno al Digithon che si terrà a Bisceglie nei prossimi giorni (dal 22 al 25 giugno), questo ambizioso sistema operativo. Kite Linux è una distribuzione Linux italiana interamente progettata per mettere a disposizione delle molte forme di disabilità tutta la moderna tecnologia in una sapiente miscela che collega gli strumenti tradizionali (pc, laptop, domotica) a quelli in mobilità (smartphone, tablet) e che attraverso l’uso degli opendata, della mappatura del territorio e della geolocalizzazione consente al diversamente abile innanzitutto di essere autonomo nell’utilizzo dello strumento tecnologico, di poter gestire ciò che ha intorno (domotica) e di essere in costante contatto con i familiari, con i medici e di trasmettere in tempo reale i dati relativi al suo stato di salute. Kite Linux è un sitema operativo GNU/Linux, quindi completamente gratuito poiché il principio è l’utilizzo del principio del software libero, messo a disposizione dalla comunità di programmatori per renderlo aperto ai miglioramenti senza stravolgimenti.

In cosa consiste Kite Linux? E’ un sistema operativo alternativo ai più famosi Microsoft Windows e Apple MacOS da installare sul computer ed è anche una app da installare sul proprio smartphone o tablet. E’ un sistema, lo ripeto, gratuito che in questa versione installa, dopo una preventiva configurazione che definisce lo stato di salute e di disabilità dell’utente, tutto il software necessario per raggiungere gli obiettivi di miglioramento della qualità di vita dello stesso. Con Kite Linux una persona non vedente o non udente, oppure con un deficit di mobilità di qualsiasi tipo potrà avere a disposizione una serie di strumenti necessari per comunicare, per favorire la conoscenza, la didattica, la creatività, il gioco. Kite Linux si interfaccia e supporta la piattaforma GNU- Health favorendo una comunicazione continua con il proprio centro di cura o di riabilitazione, consentendo la continua trasmissione della situazione sanitaria-clinica e dotando la famiglia di una app per smartphone che comunica direttamente con il sistema, estendendo anche le possibilità di una maggiore e migliore cura domiciliare. Il sistema consente il controllo a distanza di dispositivi di domotica, integrando nella piattaforma strumenti che consentono l’interazione via computer e cellulare attraverso una semplice pagina web. La piattaforma prevede anche uno strumento social che supporta l’interazione tra utente e famiglia come luogo dove potersi scambiare informazioni, scambi, segnalazioni di barriere architettoniche, mappatura del territorio sotto vari profili (ad esempio spiagge attrezzate, uffici e servii che funzionano e quelli che non funzionano, luoghi di interesse sanitario o per la sicurezza). In sintesi è anche uno strumento che aiuta la crescita delle politiche del territorio dando la possibilità di interfacciarsi con gli enti locali e sanitari del territorio dove si vive.

E’ un progetto molto ambizioso che è già realtà. E’ uno strumento gratuito che disegna una visione realmente rivoluzionaria e vicina alle persone nell’uso della tecnologia. E’ un sistema operativo che rilancia il ruolo della stessa tecnologia come strumento per crescere, vivere meglio e superare i propri limiti rendendo ciò realmente possibile. E’ la visione di una tecnologia che non è corsa solo al consumo e alla ricerca dello strumento più costoso e più bello. Kite Linux è infatti installabile, come tutte le distribuzioni Linux, su un qualunque computer, nuovo o vecchio, aggiornato o accantonato in un garage. In sintesi il sistema è gratuito e gli strumenti su cui è installabile lo sono altrettanto o, comunque, sono quelli che costano poco rendendolo effettivamente usufruibile da chiunque.

Il progetto Kite Linux sarà presentato al Digithon di Bisceglie la mattina del 23 giugno 2017. Contribuite alla sua vittoria, andatelo a votare sul sito www.digithon.it Basta registarsi con il proprio profilo Facebook. Nel frattempo, per avere una idea più chiara, andate a visitare il sito http://www.hackcivic.altervista.org.

Contribuite alla rivoluzione di un gruppo di giovani che hanno reso l’utopia realtà lavorando in una realtà, come quella di Taranto, in cui il bisogno di risollevarsi, partendo dall’ambiente e dalla tutela di chi è disagiato, è forte e motivato.

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Rivoluzione digitale

Voglio liberarmi dalla schiavitù. Voglio liberarmi dall’uso della tecnologia imposta dal Cerchio. Pensateci: è una corsa per accaparrarsi l’oggetto più nuovo; cercare il primo difetto per cambiarlo; addurre le scuse più insignificanti per acquistare il nuovo tablet più leggero, lo smartphone con lo schermo più grande e la fotocamera con milioni di megapixel perché ormai siamo tutti fotografi professionali.

Il mercato è saturo ed è dominato da poche grandi aziende. Ormai tutto ciò che facciamo, i luoghi dove andiamo, i nostri gusti, le foto che scattiamo, le chat che scambiamo, l’orientamento sessuale, i messaggi di qualsiasi tipo che inviamo e riceviamo. Tutto è catalogato e venduto. Oggi, come non mai, è necessario avere consapevolezza di quanto sia importante la privacy e la sua difesa. Oggi, come non mai, in mezzo ad un continuo profluvio di parole, immagini, pubblicità esplicita e indotta, è fondamentale la custodia dei propri pensieri e l’uso saggio e parco delle parole.

Oggi, come non mai, è necessario acquisire una nuova consapevolezza dell’importanza delle proprie opinioni e dei pensieri che non vanno affidati alla prima piazza telematica che si incontra. E’ importante evitare che finiscano in un grande magma che brucia tutto rendendolo superfluo e commerciale.

Va costruita una nuova era. Va riscoperta l’arte del riciclo, la conoscenza degli oggetti a cui affidiamo, è la tecnologia che avanza, la nostra vita. Va compreso che è possibile affidarsi ad uno smartphone sicuro senza spendere capitali; che è possibile imparare facilmente, perché la diffusione della conoscenza con la tecnologia lo consente, a sostituire i pezzi che si rompono spendendo poco e imparando ad utilizzare un banale cacciavite; che è possibile uscire dalla massa acritica e utilizzare sistemi operativi liberi e gratuiti fondati sul principio della cooperazione e del rispetto del lavoro altrui.

Liberiamoci dal Cerchio, affidiamo la nostra vita a noi stessi, difendiamone la serietà; svincoliamoci dal commercio inconsapevole delle nostre idee, dei nostri gusti, dei nostri rapporti personali.

Andate a scoprire un mondo innovativo non fondato sullo sfruttamento. Date un’occhiata al progetto Fairphone, oppure affidatevi ai banali smartphone cinesi di qualità e dal costo ridotto, imparate a criptografare i vostri dati, realizzatevi un cloud personale utilizzando un vecchio computer e i vecchi hard disk installando un sistema operativo gratuito, imparate ad utilizzare le Raspberry che costano meno di 50 euro e vi consentono di realizzare progetti incredibili, installate sui vostri pc o laptop una buona versione di Linux, ormai semplice da installare e da utilizzare ma fondata sul principio del libero software. Che non vuol dire fare quello che si vuole solo perché è gratis. Significa entrare in una comunità che ha a cuore il bene dell’umanità e che applica il principio della collaborazione e del rispetto de lavoro altrui.

Si respirerà aria finalmente pulita. E anziché passare la vita assaliti dall’ansia del consumo e della ricerca delle mode si avrà finalmente il tempo di dare un senso alle cose importanti che ognuno di noi ha dentro di sé. Fare anziché consumare. Costruire anziché sciupare. Pensare consapevolmente anziché inseguire le opinioni altrui.

Ok, sermone finito.

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Il Dio Commercio e il Malato affacciato

Brinpark. Uno pensa: sarà un parco. Pieno di alberi. Ci saranno giochi per i bambini. Qualche campetto per giocare a basket o a calcetto. Un paio di campi di bocce. E poi è di fronte all’ospedale. Sarà un’oasi di verde per i familiari degli ammalati, uno di quei posti dove rinfrancarsi mentre si attende l’esito di un intervento chirurgico od i un esame delicato.

Invece è una enorme distesa di cemento, senza uno straccio di verde. Non c’è nemmeno un albero. Ci sono solo negozi. Tre casermoni di cemento rettangolari. Tre parallelepipedi grigi circondati da un enorme spazio di cemento, un parcheggio gigantesco al cui centro è stato piazzato un Mc Donald’s di finto legno.

E’ un altro, l’ennesimo!, ipermercato. Un ennesimo luogo impersonale e malfatto. Se camminerete sui marciapiedi noterete che le mattonelle di cemento, da cui fuoriesce la sabbia rossiccia secca, sono disallineate. Sembrano incollate da un ubriaco. In realtà è stata la fretta, perché hanno completato i lavori in poco tempo. Fra qualche mese quelle mattonelle inizieranno a saltare via.

Pensate ad un malato costretto in una stanza dell’ospedale. Appoggerà la testa al vetro sporco di quella stanza e di fronte a sé avrà la vista di quell’enorme colata di cemento brulicante di macchine e di persone. Proverà invidia oppure con un po’ di magone si allontanerà verso il corridoio su cui si affacciano le stanze e la cui vista, finalmente!, si dirigerà verso la meraviglia dell’invaso del Cillarese.

Un’altra cattedrale commerciale è stata realizzata. Un altro luogo in cui la socialità sarà sottomessa al Dio commercio, alle lunghe file per acquistare con qualche finto sconto qualche nuovo oggetto con cui trastullarsi e con cui sentirsi un po’ più realizzati. Ora finalmente abbiamo anche Mediaworld, la San Pietro dell’elettronica. Un luogo sacro in cui riversare le proprie curiosità e i propri risparmi per avere tra le mani un nuovo scintillante smartphone, un laptop di sicuro non all’avanguardia ma di cui sono state elogiate la dubbie caratteristiche tecniche nel manifesto pubblicitario infilato nella propria cassetta postale. Perché ora, finalmente!, la nostra vita vivrà una svolta. Finalmente Brindisi inizia la sua ricostruzione. Ha il suo Brinpark, di fronte all’Ipercoop, ad una manciata di km dall’Auchan, a duecento metri dalla Dok all’ingresso della città. Una nuova Zona Commerciale in cui il 45% di disoccupati potrà andare a sognare di ricostruire la propria vita e in cui una manciata di ragazze e ragazzi potrà lavorare qualche settimana sfruttati, sottopagati e poi licenziati non appena la massa di persone che si sono riversate nei negozi defluiranno via come la neve che si scioglie al primo sole della primavera.

E i malati, dentro l’ospedale, tra una trafittura di dolore e una speranza che scivola via penseranno: ma quei soldi non potevano essere spesi per un ospedale moderno, con i letti comodi e qualche siringa in più?

Ma questa è pura demagogia. Vero? Finalmente abbiamo anche noi il nostro Brinpark?

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Metti una sera di marzo

Ok: devo iniziare a fare i conti con la mia età. Per la verità ho iniziato a farci i conti tre anni fa. Ed erano conti in negativo. Ma il tempo che scorre fa dimenticare le cose brutte, anche le cose belle della vita. Una cosa con cui, però, non pensavo di dover fare i conti era il mio impianto osseo. Sono magro, faccio una vita sana, mi alimento con attenzione e mi muovo molto. Invece, all’improvviso, una domenica mattina mentre mi asciugavo dopo una bella doccia bollente arriva un track dietro la schiena e un dolore acuto. E dopo tutto ciò che era normale diventa difficile e doloroso.

In quei momenti, dopo l’impatto con il dolore, ci si aggrappa a qualsiasi cosa per guardare al futuro con speranza. Si fanno progetti. Si pensa “quando sarà passato, farò…” e si iniziano a incolonnare nella propria testa un elenco nutrito di piccole cose che si vuole riprendere a compiere. Nella mia, di testa, però appare solo un desiderio: correre.

Però i giorni passano e il dolore, anche se leggermente attutito, è talmente forte che pensare di indossare le scarpette e rimettersi sul cemento è impresa che appare decisamente ardua.

Eppure…, c’è un eppure. La mia testa è dura. Le rinunce quotidiane sono già troppe per resistere più di tanto alla tentazione. E ieri sera, dopo una giornata pesante tra lavoro, impegni sindacali e familiari, decido di tentare il tutto per tutto. Nel frattempo, mentre lottavo con me stesso lasciandomi sedurre dal desiderio, la schiena mandava segnali inequivocabili. “Stai fermo! Non fare sciocchezze!”. Ho indossato la tenuta da corsa e le scarpe da running, infilato il cappellino di lana e sono uscito. L’aria era umida, il sole tramontato, il cielo nero come l’inchiostro, una leggerissima brezza da sud sfiorava le foglie degli alberi. Ho schiacciato il tasto della app e sono partito.

L’atto del correre ha un qualcosa di molto simile ad un atto sessuale. E’ amore, è fatica, è piacere fisico. Ma i primi venti minuti sono un atto di fede perché è più la sofferenza che il piacere. Come spesso capita nella vita si deve cercare un equilibrio. E’ una ricerca di pace tra il respiro, il movimento degli arti, l’allungamento dei muscoli che deve essere morbido e non contratto, lasciare che il dolore si sciolga lottando contro la tentazione di indurirsi o di interrompere la corsa, imparare ad inspirare e poi espirare con il naso evitando di aprire la bocca per ingoiare più aria possibile.

Se si resiste e si cerca con calma di ascoltare il corpo assecondandolo, arriva il punto di equilibrio e inizia ad arrivare il piacere quasi orgasmico della corsa. In quel preciso momento inizia finalmente a scorrere fluido il sangue nelle vene e ad uscire dai pori il sudore caldo.

Ieri sera quel momento l’ho raggiunto mentre correvo su uno spiazzo buio, scivolando lungo le lunghe ombre azzurrine dei lampioni di uno stadio in cui giocavano bambini e ragazzi in divise colorate. Alla mia destra la campagna aperta sapeva di erba bagnata e un vago profumo di margherite arrivava al mio naso.

Non vedevo dove mettevo i piedi anche se conosco quel cemento scuro in ogni millimetro. Ogni tonfo del piede era un passo sicuro. All’improvviso ho percepito un frullare di ali. Uno sbattere tranquillo ma denso, allineato al mio passo. Il cielo era buio, segnato solo da qualche luce bianca di stelle lontane. Il battito era lì. Non vedevo nulla ma lo percepivo, tagliava l’aria immobile della sera. Era un’ombra che si materializzava e disegnava i contorni dell’uccello, pur continuando a non vederlo fisicamente con gli occhi.

E poi è arrivato, secco come un lampo. Il suo grido. Un grido che ha squarciato l’aria ferma. Era il suo richiamo. Il battito allineato alla mia corsa, il richiamo che da qual momento è diventato costante, ritmico, l’affermarsi di una presenza, amichevole.

Era lì, correva con me, nel buio di una notte appena iniziata. Era la poiana.

Il mal di schiena è scomparso. Il futuro, l’elenco delle cose da fare erano lì. In quel momento. Insieme al richiamo della poiana. Dentro quel grido secco, asciutto, tagliente, amichevole.

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Ieri sera ho finito di guardare su Netflix un documentario su Aaron Swartz. Per chi non ne avesse mai sentito parlare, probabilmente si tratta del più grande programmatore della storia moderna. Un genio che ha lottato duramente per il libero accesso alla conoscenza tramite la tecnologia e che per questo è stato perseguito, in modo folle, dal FBI, dal Governo USA e dall’amministrazione Obama. Sino al punto che a soli 26 anni, schiacciato dall’impotenza a difendersi contro tanto accanimento, si è suicidato.

Aaron ha lasciato patrimonio di idee per cui lottare, oltre ad un patrimonio di codice libero da utilizzare. E’ stato uno dei primi seguaci del Creative Commons, dell’ Open Source, dell’Open Data. Uno di quei giovani che riteneva la tecnologia uno strumento importante per la diffusione della conoscenza e della libera diffusione del patrimonio culturale pubblico.

Il documentario molto ben fatto l’ho visto insieme ai miei due figli adolescenti. E nel seguire la storia e le interviste agli amici, ai compagni di lotta, ai fratelli e ai genitori di Swartz, mi chiedevo se dovessi proteggerli dalla violenza implicita nel dramma di quel ragazzo. Ho preferito non nascondere nulla, stare lì con loro spiegando in passaggi e stimolando, o perlomeno cercando di farlo, le loro domande.

Penso, infatti, che a loro tocchi il compito di portare avanti quelle idee. Insieme anche al mio contributo.

Era paradossale guardare la tenacia e la lucidità con cui un ragazzino lottava per un’idea collettiva, per garantire a tutti l’accesso alla conoscenza rifiutando di accettare che essa fosse invece intermediata dal mercato in cambio di profitti a vantaggio di poche grandi società. E rifiutando di patteggiare con un potere giudiziario che proteggeva il profitto privato anziché l’interesse collettivo. Tutto sommato questo sarebbe un principio elementare per una qualsiasi persona che abbia un’idea politica progressista. Invece nell’America di Obama non era così. Ma la tecnologia ha consentito ad Aaron di diffondere la sua idea e la sua lotta raggiungendo risultati importanti, come l’aver bloccato il SOPA, la legge americana che limitava il libero accesso ad internet.

La storia e la vita di Swartz sono un esempio, una specie di sveglia per noi che siamo addormentati e che subiamo ogni giorno soprusi da un potere ignorante e arrogante. Un potere che ha cancellato i diritti e la dignità del lavoro e che, pur nascondendosi dietro la scusa della tecnologia che sostituisce il lavoro delle persone e taglia l’occupazione, non è stato capace di investire un centesimo nella formazione e nell’innovazione tecnologica. Figuriamoci se dovessimo parlare nel nostro paese di libero accesso alla conoscenza.

Un disastro. Eppure mi chiedo cosa fare e come organizzarsi; come reagire. Perché se ci è riuscito un ragazzino potremmo riuscirci tutti. Lo pensavo oggi rientrando dal lavoro, mentre ero chiuso in macchina e in fila al semaforo dopo una dura giornata di lavoro. Una giornata in cui avevo solo tolto spille da pacchi di carte che avevo poi fotocopiato e rispillato con una vecchia spillatrice grigia e scrostata. Mentre spingevo il tasto della fotocopiatrice cercavo di pensare ma il cervello era spento, stanco, vuoto. Allora guardavo dalla finestra. Osservavo gli studenti sulle panchine di pietra che parlavano, una coppia che fumava con gli occhi socchiusi al sole, le macchine parcheggiate in doppia fila che bloccavano il traffico. E mi chiedevo se quella fosse la vita che avevo voluto.

Pensavo al coraggio di Aaron che ha lottato per le sue idee e la sua libertà. Una libertà a cui non ha voluto rinunciare, sia pure con un gesto estremo. E mi sono sentito un po’ complice dei suoi assassini.

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La paranoia è in uno schermo di 5 pollici (3a parte)

Sarebbe interessante conoscere il reale uso dei nostri dati. E’ molto facile, però, ipotizzarlo. Avete mai provato, faccio un esempio, a cercare i biglietti on line per entrare al Colosseo? Provateci. Dopo circa trenta secondi se aprite Facebook, o un normale browser per googlare qualcosa vi troverete sullo schermo una qualche pubblicità che vi invita a visitare il Colosseo, o vi indicherà gli alberghi a Roma o il costo del biglietto del treno per arrivarci. Tutto ciò che noi digitiamo o inseriamo nei nostri strumenti tecnologici è usato e venduto al miglior offerente nel giro di qualche secondo senza che noi ne sapessimo nulla o che qualcuno ci richieda l’autorizzazione.

Detto questo, è evidente, se ciò che ho scritto corrisponde al vero, che la tecnologia è uno strumento nelle mani di qualcun altro per controllare la nostra vita e, in qualche caso, usarla forse anche contro di noi. Perché se è possibile risalire ai nostri viaggi o è possibile avere la proprietà delle nostre foto e dei nostri pensieri è possibile anche manipolarli o manipolare la nostra conoscenza attraverso le informazioni che assumiamo durante la nostra vita. Ed è possibile anche sapere cosa ne facciamo diq uelle informazioni e di quale sia il nostro pensiero su ciò che accade intorno a noi.

In sintesi la tecnologia oggi è potenzialmente utilizzata per controllarci e non per farci crescere e sviluppare un pensiero autonomo e quindi mettere in piedi una migliore attività lavorativa.

In questo quadro che, me ne rendo conto, è potenzialmente paranoico è facile anche immaginare che a chi controlla la società in questo modo non interessa che i giovani lavorino o migliorino ma ha interesse esattamente al contrario: ha interesse che la società sia sempre più controllata e impoverita. In questo modo le risorse finanziare vanno a loro e si farà lavorare solo chi è propedeutico a costruire la società che hanno in mente. E “loro” non necessariamente sono singole persone, ma sono aggregazioni, società finanziarie o commerciali, entità statali o parastatali. Se qualcuno nutrisse dei dubbi in proposito si vada a vedere il film “Snowden” di Oliver Stone oppure si guardi il documentario, sempre sulla vicenda di Eduard Snowden, “Citizenfour” di Laura Potras. Il quadro sarà molto chiaro e ci si renderà conto che queste non sono paranoie ma è la triste realtà che alla stragrande maggioranza di noi è sconosciuta.

Però la risposta non è rinunciare alla tecnologia e all’innovazione. La risposta deve essere uscire dal giogo mediatico e dall’inseguire le mode. E’ necessario riflettere, capire a cosa ci serve uno smartphone, o un computer. Dopo averlo capito cercare le strade alternative. E’ un po’ come quando si prende la macchina per andare a visitare un bel posto. Si può scegliere la via più veloce, quella che ce a fa raggiungere in meno tempo. In questo modo, però, si perde l’avvicinamento graduale, si perde il contatto con la natura che si modifica pian piano, si sceglie la velocità alla lentezza e all bellezza. Con uno smartphone o un computer si può usare la stessa logica. In realtà, invece, esistono strade alternative che sono, probabilmente ma non è detto sia così, più complesse e che richiedono maggiore conoscenza e consapevolezza. Serve, insomma, che ci si metta le mani per capire quel che si fa e perché. Serve crescere.

Quando iniziai il mio lungo percorso tecnologico fui affascinato, come tanti, dalla Apple, da Steve Jobs, dalla sua idea di tecnologia. Il concetto della essenzialità, della linearità e pulizia nonché della semplicità di uso mi colpirono profondamente. La costruzione della GUI, l’interfaccia utente, e la programmazione ad oggetti di Hypercard mi stimolarono profondamente. Vi era dietro una filosofia attraverso cui si affermava il concetto che chiunque potesse aver accesso alla programmazione e che in poco tempo potesse diventare il costruttore di quello di cui aveva bisogno. Un concetto potente che disegnava uno scenario futuro rivoluzionario. Ma poi il principio si scontrò con i numeri delle vendite al ribasso e i costi eccessivi da sostenere per la costruzione di macchine potenti e innovative. Il mio primo Macintosh Plus lo pagai 7.700.000 lire italiane che era praticamente il costo di una autovettura. Jobs fu fatto fuori dalla Apple. Anni dopo tornò e riprese a rivoluzionare il mondo della tecnologia, ma il principio era cambiato. L’obiettivo non era più dare il controllo al possessore dello strumento tecnologico ma quello di controllare il mercato. Furono anni di idee rivoluzionarie ma che poco c’entravano con la diffusione di strumenti per crescere. Fu una imposizione costante di prodotti destinati a vendere e a creare nuove mode: iMac, iPod, Apple TV, iPhone. Tutti strumenti che hanno reso la nostra vita sicuramente più semplice ma sicuramente anche più semplice da controllare. Iniziò l’era del monopolio, l’era del controllo e del governo degli usi e costumi sociali. Oggi pur di avere un laptop Apple o un iPhone le persone si svenano, spesso senza nemmeno farsi qualche domanda. Me compreso. La bellezza del prodotto, il seguire la moda non hanno prezzo. E dove mettere la semplicità d’uso dell’iPhone. Mai nessuno che si chieda il perché la Apple non rende possibile nessuna modifica. Perché gli sfondi li decide la Apple? Perché non è possibile inserire una suoneria gratis? Perchè non è possibile ripararlo se non nei centri certificati della Apple, spendendo una barca di soldi? Perché la garanzia del prodotto dura in realtà solo un anno anziché due come pure stabilito dall’ Unione Europea?

Non è molto diverso per la concorrenza. Perché se usate un qualsiasi prodotto Android siete obbligati a usare i prodotti Google che sono più facilmente modificabili. Ma le modifiche sono solo un “contentino” di facciata perché la sostanza è che tutto il vostro traffico dati, i vostri stessi dti personali, saranno a disposizione di Google. E la multinazionale californiana li userà e li venderà per trarne un vantaggio commerciale e finanziario.

Anche in questi casi la tecnologia non servirà a voi per inventare un nuovo lavoro e farvi stare meglio. Servirà a loro per fare utili e controllare la nostra vita.

Esiste un’alternativa? Sì. Esiste un mondo sconosciuto, un mondo sommerso, in cui si costruisce ogni giorno del codice libero, delle app sicure e libere. Un mondo, però, in cui non è possibile che qualcun altro decida al vostro posto cosa farne. Esiste una comunità di pazzi che programmano ogni giorno gratis e lo fanno perché credono in una società diversa. E’ la comunità dell’OpenSource, del codice libero. E’ quella comunità che ha costruito Linux. Non storcete il naso. Lo so, molti quando sentono parlare di Linux penano ad un mondo complicato in cui o sei un programmatore o non ne caverai un ragno dal buco. Non è esattamente così. La comunità OpenSource mette gratuitamente a disposizione gli strumenti, poi dovrete essere voi a capire a cosa vi potranno servire e per usarli dovrete imparare a “smanettare” un poco. Niente di complicato, perché se ci sono riuscito io ci riesce chiunque. Mio figlio di dodici anni in un paio di giorni a imparato ad usare le applicazioni destinate a testare la sicurezza di un sito e ha verificato, impiegando non più di un paio di minuti, che il server su cui è appoggiato il mio blog personale, e che pago ogni anno, è un colabrodo accessibile facilmente da chiunque. E quel chiunque può accedere ai miei dati personali e farne quel che vuole. Linux è un sistema operativo oggi facilmente installabile e facilmente configurabile. Dovrete solo impegnarvi a leggere un paio di paginette. Dopo averlo installato vi renderete conto che è più potente di qualsiasi altro sistema operativo, che è altrettanto facilmente configurabile e che ha a disposizione tutti i programmi di cui avrete bisogno. E’ installabile su qualsiasi catorcio di computer, anche molto vecchio. Non avrete bisogno di avere il laptop o il pc più figo del mondo ma potrete riutilizzare anche un vecchio modello abbandonato nel garage o nel ripostiglio. E se o farete vi renderete conto che è possibile essere produttivi, informati, consapevoli anche senza spendere cifre da capogiro. Anzi, senza spendere nulla. E avrete a disposizione anche una comunità di sviluppatori che vi aiuteranno on line in tempo reale e per qualsiasi problema doveste riscontrare. La stessa soluzione vale anche per gli smartphone perché da anni esistono modelli con installato il Linux Ubuntu che è “diversamente” innovativo, ha un’interfaccia nuova, potente e facile da utilizzare. E soprattutto costa poco..

Se poi si volesse restare sul sicuro, sulle interfacce conosciute, è sufficiente cercare strade alternative che puntino alla sicurezza, alla tutela dei propri dati. O meglio, alla sicurezza dei propri pensieri. Esistono applicazioni che non sono prodotte, o controllate, dalle grandi aziende informatiche e che consentono di utilizzare la moderna tecnologia senza svendere la propria vita ai grandi marchi. Se leggete un libro, un banalissimo giallo, “Quello che non uccide Millenium 4” di David Lagercrantz, ne avrete la conferma. Questo libro è l’ultimo della serie Millenium che fu un autentico case editoriale diversi anni fa. Portarono alla ribalta Stieg Larsson, noto giornalista svedere ed autore di una trilogia che ebbe un successo planetario. Un successo che non fece in tempo a godersi perché morì d’infarto a soli 50 anni. Molti anni dopo la saga ebbe un quarto capitolo scritto da un noto scrittore svedese, perlopiù noto per le biografie più che per altro. In quel romanzo si racconta di un mondo hacker sotterraneo e si nominano diverse applicazioni realmente esistenti e realmente sicure. Una su tutte è la app Threema, una app identica a Whatsapp o WeChat, ma che utilizza la cifratura dei messaggi e dei file sia in partenza che in arrivo. Impedisce in pratica al costruttore dello strumento utilizzato di poter mettere il naso nella nostra vita.

Un altro aspetto importante è l’influenza delle mode sulle nostre scelte tecnologiche. Sarò pratico ed essenziale. Nella mia vita ho sempre sperimentato molto in campo tecnologico e informatico. Ho imparato ad usare qualsiasi tipo di sistema operativo, sia su computer che su smartphone. Ma sono da sempre un fanatico, è il termine esatto, della Apple e dei suoi prodotti. Anzi, per essere preciso, sono sempre stato un fanatico dei Macintosh, che è una cosa molto diversa. La filosofia Macintosh era quella che ho descritto all’inizio; quella fondata su una interfaccia grafica umana, facile, comprensibile ed accessibile a tutti. E’ stato grazie a quella interfaccia, e alla programmazione con Hypercard inventata da Bill Atkinson, che il mondo dei computer si è aperto al mondo e che ha reso possibile che in ogni casa ci fosse un computer. Quello spirito pionieristico non c’è più. E’ stato sostituito dal mercato e dal suo controllo, a prescindere da una reale innovazione. Sono molti anni che non si inventa veramente qualcosa di realmente nuovo, di altrettanto rivoluzionario.

Oggi si compra un Mac perché è bello, perché è un oggetto di arredamento, perché è “figo”, perché non si ha voglia di cambiare e di perdere tempo con la configurazione dello smartphone o del computer. Lo accendi e fa tutto da solo.

In realtà è così per qualsiasi sistema, sia esso Windows, MacOs o Linux, Android, iOs o Windows Mobile. Ed è anche facile trasferire i propri dati da un sistema all’altro senza dover essere degli esperti. Basta scrivere su Google e si trova la risposta alle proprie domande.

Le persone, però, non hanno una reale voglia di cambiare le proprie abitudini. E’ su questo che puntano i grandi marchi che ci controllano: sulla nostra pigrizia mentale.

Eppure le contraddizioni sono evidenti. Un iPhone oggi costa da un minimo di 800 euro sino ad oltre 1.000 euro. Se acquistate uno smartphone cinese, e non parlo di imitazioni o di porcherie di plastiche, lo pagate al massimo un quarto e avrete tra le mani un prodotto forse di qualità anche migliore dell’iPhone. Ovviamente il livello qualitativo del sistema operativo, la sua ottimizzazione rispetto all’hardware, sarà inferiore. Ma non tanto da giustificare la differenza di prezzo. Nell’operatività quotidiana la differenza non sarà notata perché è realmente minima. A me è costato fatica fare un passo del genere. Però sin dall’iPhone 4 ho iniziato ad avere problemi. Il 4 mi è stato sostituito per ben quattro volte perché ogni modello aveva un difetto hardware molto serio. L’iPhone 5 si è frantumato dopo pochi giorni dal suo primo anno di vita e ripararlo sarebbe stato a mie spese con costi molto elevati. Il modello che utilizzo attualmente, l’iPhone 6, ha un distacco dello schermo dall’intelaiatura e provoca una serie di problemi e di ritardi nelle risposte del sistema operativo. Il problema si è verificato dopo circa due mesi dal compimento del suo anno di vita. Anche in questo caso la riparazione sarebbe stata a mio carico con costi elevati.

Ho deciso che era il momento di cambiare ed ho acquistato un Honor 5c (una seconda marca della Huawei, cinese) spendendo 162 euro. Ora ho tra le mani un prodotto tecnologicamente allo stesso livello dell’iPhone, con un sistema operativo ben ottimizzato e più veloce dell’iPhone. In sintesi, spendendo un quarto ho ottenuto un prodotto che mi consente di fare quello che facevo con il device della Apple. Ho scaricato le mie app sicure e lavoro senza alcun problema e, tra l’altro, la batteria ha una durata tripla rispetto a quella dell’iPhone.

Ovviamente la delusione è stata cocente per me ma mi ha aiutato ad aprire la mente.

La tecnologia è solo uno strumento che ci deve servire a migliorare la qualità della nostra vita e a raggiungere gli obiettivi che noi decidiamo di darci. Non quelli che ci condizionano ad avere le multinazionali. Non è necessario cambiare i prodotti ogni due anni, non è necessario rincorrere l’ultima novità. Perché sono tutti orpelli inutili che servo solo a far fare soldi e utili ad altri. La nostra vita non si modificherà di un millimetro. Se vogliamo costruire nuovo lavoro serve inventiva, fantasia, conoscenza e obiettivi chiari.

Tirate fuori dal garage il vecchio pc e installateci Linux Mint 18. Oppure se avete voglia di imparare a smanettare e a verificare la sicurezza delle vostre reti telematiche installate il Kali Linux e leggete qualche guida chiara, e in italiano, che troverete on line. E liberatevi di Facebook, Whatsapp, Messenger. Usate le app alternative, gratis e più sicure. Cercate le risposte alle vostre domande, non inseguite le mode imposte dai nuovi padroni della Rete.

3. Fine

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Libertà e Tecnologia

Swartz, Wikileaks, Snowden. Tre facce di un percorso accidentato. Tre facce di eroi. Tre facce di nuovi rivoluzionari. La nuova frontiera della libertà è la lotta per la difesa della privacy e nello stesso tempo la lotta contro la proprietà privata nelle nuove versioni imposte dalla tecnologia e dalle multinazionali della Silicon Valley insieme ai governi delle principali potenze mondiali.

Swartz si è suicidato perché non ha retto alle aggressioni del governo USA. Wikileaks ha visto la sua fine con l’abbandono dei Daniel Berg e il confino di Assange nell’ambasciata boliviana a Londra. Snowden è stato costretto a fuggire in Russia e dobbiamo sperare che Putin non lo regali a Trump in cambio della riduzione dell’embargo.

La lotta per la libertà passa attraverso i computer e la lotta contro il controllo mondiale. E’ incredibile che nell’epoca in cui gli strumenti tecnologici consentono a tutti di esprimersi si sia sviluppata la capacità di un controllo globale. Ed è incredibile che la lotta per la libertà non abbia il volto di piazze che lottano contro il potere, ma assumano il volto di singole persone che lottano contro il controllo della tecnologia. Swartz ha lottato per la condivisione dei dati e la libertà dalla proprietà sui contenuti pubblicati nel web cercando di liberare le persone  dal controllo delle multinazionali. Wikileaks ha cercato di portare alla luce la corruzione del potere attraverso la difesa delle “gole profonde” per poi perdersi nei meandri psicotici del suo fondatore. Snowden ha denunciato il totale controllo della NSA sulla vita delle persone connesse, portando alla luce le tecniche di controllo remoto da parte del governo americano di tutto il traffico dati mondiale con il determinante contributo del governo inglese.

Un quadro terrificante in cui è ancor più terrificante la constatazione che debbano essere dei singoli individui ad assumere il ruolo degli eroi che lottano per la libertà. Un senso di solitudine che avvolge l’intera umanità in cui pare sia svanito il senso del collettivo e il principio che “el pueblo unico jamas serà vencido”. Negli ultimi anni la lotta di Swartz e Snowden corre il rischio di svanire nella memoria dell’umanità rendendo vano il loro sacrificio, nel caso di Aaron Swartz estremo. E’ necessario che la loro lotta, il loro impegno reti nella memoria collettiva e che il loro testimone sia preso da altri in modo da portare avanti in tutti i modi la difesa della privacy, impedendo il controllo dei dati personali sul web, e la lotta per la libertà del codice attraverso una regolamentazione differente. Non bisogna mai dimenticare il vero significato della locuzione “Proprietà privata”: proprietà sottratta all’uso collettivo. Diffidate delle grandi multinazionali che controllano la nostra vita: Google, Facebook, Apple, Microsoft. Loro hanno il pieno controllo della nostra vita, dei nostri dati e formano le nostre opinioni. E questo, se ci pensiamo un attimo, è davvero terribile.

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