Uno spazio pieno

Ho riorganizzato il mio incasinatissimo studio. E’ una piccola stanza sepolta dai libri, dai computer, fissi, portatili, cellulari, tablet, server NAS e dalla musica in tutte le sue forme: LP in vinile, CD, iPod di tutte le misure, impianto stereo classico, Google mini, Echo Dot di Amazon ecc. ecc.

E’ il mio tesoro, il mio angolo silenzioso dove leggo, medito, scrivo, ascolto musica, lavoro. E’ un ventre di vacca in cui cerco semplicemente di inseguire ciò che mi piace.

Al centro della stanzetta c’è una scrivania/mobile costituita da blocchi di altezze varie con piccoli scaffali. Ho liberato dal suo carico di carte e libri la parte di media altezza e ci ho poggiato il portatile che al momento mi serve per scrivere. E qui sopra io adesso scrivo, rimanendo in piedi e cercando di dare sollievo alla mia povera schiena accartocciata dalle 1000 e passa corse fatte negli ultimi anni.

Sotto i miei occhi, alla mia destra, ho il pc fisso che ho assemblato e che è un piccolo albero di Natale con i suoi mille led rgb. In fondo ci sono un paio di pile di libri sulla programmazione che mi piacerebbe dire di aver letto ma mentirei spudoratamente. Alle mie spalle, invece, c’è una grande libreria a muro in cui ho lasciato uno spazio libero per infilarci una vecchia poltrona che mi fa compagnia da 31 anni. Sullo scaffale alla sua sinistra, in verticale ho incollato con il nastro biadesivo una bella lampada a led con relativo interrutore. Ora finalmente ho la luce per poter leggere comodamente seduto in quella vecchia poltrona sfondata ai cui braccioli mi devo arrampicare per tirarmi su quando ho necessità di alzarmi.

E’ una stanza a cui devo applicare il principio della sottrazione, cioè devo togliere tutto ciò che è superfluo per fare spazio e lasciarla respirare. L’accumulo di cose che non userò mi sta togliendo l’aria ed è una cosa contro cui voglio fare qualche cosa. Stavo per scrivere: contro cui vorrei lottare la questo verbo, in questo momento, lo odio. Non voglio più lottare ma solo costruire qualcosa che mi sia utile, che mi faccia sentire meglio. E soprattutto ho bisogno di spazio per lasciar muovere le idee per poi metterle su un foglio bianco virtuale.

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Le onde nel cielo

Alle quattro del pomeriggio ho poggiato il libro che, comunque, era poco interessante. Mi sono reso conto solo in quel momento che la stanza era stranamente buia, per quell’ora. Ho guardato fuori della finestra e in effetti il cielo era grigio scuro. Uno scurore strano che mi ha incuriosito. Mi sono alzato dalla poltrona e sono uscito sul terrazzo. Ero incredulo, quel che stavo vedendo era anomalo. Il cielo era coperto interamente da nuvole grigie, con stratificazioni di colori. Erano onde, come un mare in burrasca, nel cielo con strisce più chiare alternate a strisce più scure. Ne avevo letto sui giornali ma mai mi era capitato di vederle sul cielo della Puglia. Fino all’orizzonte era un lenzuolo di onde orizzontali, dalla consistenza di batuffoli di cotone, morbide ma inquietanti. Il vento era calato, un silenzio totale gravava sulla città. Non un suono di motore, un chiacchiericcio, un abbaiare di cane. La temperatura era mite per essere un pomeriggio di fine novembre, eppure una sensazione di minaccia pesava nell’aria. Ne percepivo l’essenza, la sostanza, il pericolo.

Nel silenzio totale, all’improvviso ha iniziato a piovere. Gocce dritte, sparate con intensità iniziarono a cadere dal cielo, sempre più veloci. Mi misi sotto la copertura del balcone e osservai con una sensazione di curiosità mescolata, ancora, alla sensazione di pericolo. Le gocce rimbalzavano sul cemento della strada, foravano le foglie degli alberi di fronte. Nel cielo le nuvole iniziarono a spostarsi proprio come le onde del mare e il grigio del cielo ha iniziato lentamente a virare sul verde chiaro e poi sempre più scuro.

In pochi minuti si sono formate numerose pozzanghere sulla strada. Mi sono incantato ad osservare il metallo della balaustra del terrazzo che è diventato di un colore nero lucido, ma in breve le gocce cambiarono consistenza e gocciolarono dense come il liquido di uno sciroppo.

Era un gocciolìo lento che contraddiceva la forza con cui cadeva l’acqua dal cielo. Non capivo cosa stesse accadendo. Erano fenomeni nuovi di cui non conoscevo nulla e l’ignoto se da un lato mi affascina, dall’altro mi allarma, mi fa paura.

Non ho avuto il tempo di dare spazio alla paura perché all’improvviso, così come era venuta, la pioggia scomparve. La luce era più intensa e alzai lo sguardo: le nuvole erano scomparse. Nel cielo scorrevano pigramente solo alcuni cumuli sparpagliati. Come se nulla fosse accaduto. In lontananza un cane iniziò ad abbaiare, seguito dal latrato di altri cani. Una macchina passò nella strada sotto casa e sentii il tranquillizzante rombo del suo motore.

Rientrai dentro casa, mi lasciai cadere nella poltrona. Ripresi il libro tra le mani, lo aprii, detti un altro sguardo verso la finestra. Ripresi a leggere. Mi interruppi, mi rialzai e andai a prepararmi un caffé. Ne avevo bisogno.

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Lo sputo dell’hacker

Entrai nella stanza. Era lunga e stretta. Il Direttore era dietro la scrivania, bianca come i muri che ci circondavano. Ingessato nel suo vestito grigio, alto, magro, l’espressione del viso immobile. Non c’era un sorriso su quel volto, un grigio esteso dal vestito. Anche la traccia di pizzo, mal profilato, era brizzolata. Gli occhi di ghiaccio fissavano un punto dietro di me. Istintivamente mi girai per vedere se avevo dimenticato la porta aperta. Ma era chiusa. Con un gesto della mano mi invitò a sedermi, senza una parola. Spostai la sedia, mi sedetti, accavallai le gambe e incrocia le braccia. Era un segnale di difesa. E ne ero consapevole perchè avevo assunto di proposito quella postura. Lui aspettò un tempo fin troppo lungo. Poi si sedette, spostando entrambi i lembi della giacca con un movimento fluido. Indirizzò lo sguardo e le mani verso la tastiera del portatile, aperto alla sua destra.

Scrisse qualcosa. Nel silenzio. Che io decisi di assecondare. Poi staccò le mani dal computer, con la schiena si appoggiò allo schienale della poltrone e sospirò, rumorosamente. Continuavo a fissarlo, lo sguardo dritto nei suoi occhi, le braccia conserte.

“Bene, Croce. Come sta?” mi disse grattandosi la punta del naso. Fissai lo sguardo su quel movimento. Ero un prurito sul suo naso e voleva grattarmi via?

“Bene. E lei?”

Non sorrise. Fece un gesto con l mano come se stesse scacciando un fastidio.

“E’ da un po’ che non ci vediamo. Ho bisogno di farle qualche domanda.”

“Prego”

“Prima qualche informazione personale, se non le dispiace.” Non ebbi il tempo di dire nulla. Attaccò. “Lei è sposato?”

“No”

“Ah.” e mi guardò corrugando la fronte.

“Quindi non ha figli?”

Sorrisi. “Ne ho due”

Scosse la testa, sorpreso. “Come?”

“Mah, credo come tutti. Per qualche strano mistero, c’è la fecondazione di un ovulo da parte di uno spermatozoo, sfuggito al controllo, e le cellule iniziano a moltiplicarsi. Con un equilibrio incomprensibile e stupefacente. Poi, dopo nove mesi, nascono dei piccoli mostricciatoli urlanti. Ma crescendo migliorano. Non sempre”

Non perse la sua flemma. “Nel suo caso?”

Annuii. “Nel mio caso sono migliorati. Molto. Per quel che mi dicono”

“E la madre?”

Sospirai. “Altre domande?”

Lui girò lo sguardo verso il portatile. Lesse qualcosa. Forse gli avevo interrotto una routine consueta. Si staccò dallo schienale e appoggiò i gomiti sul tavolo. La stoffa del suo vestito era grezza, un filo di un bottone si era sfilato e penzolava sull’avambraccio.

“Sono maschi o femmine?”

“Maschi. 18 e 15 anni e studiano. Andiamo avanti?” Lo dissi sorridendo ma il messaggio voleva essere chiaro.

Sulle sue labbra sottili e anch’esse grigie apparve un’abbozzo di sorriso. Reagiva?

“Bene. E’ riservato sull’argomento” Annuii oscillando la testa. Sostanzialmente non erano cazzi suoi anche se mi chiedevo dove volesse andare a parare.

“La domanda reale è una sola, Croce.” Inspirò a fondo e si riappoggiò allo schienalle della sedia. Si girò verso la finestra e anche il mio sguardo si diresse verso il cielo azzurro. Un uccellino si fermò sul davanzale. Era piccolo e con gli occhietti guardò verso l’interno. Socchiusi gli occhi per guardarlo meglio. “E’ un pettirosso!” mi sfuggì. Erano anni chenon ne vedevo uno. Un piccolo pettirosso dalle piume grigie e la macchia infuocata sul petto.

Lui si avvicinò con il viso al vetro. L’uccellino non fuggì. Invece quel grandissimo coglione bussò con la mano sul vetro e lo fece volare via. E sorrise anche. Un gran sorriso soddisfatto. Si sdraiò di nuovo, con un movimento secco, sulla poltroncina e si girò verso di me. Con la mano si allisciò il pizzo. Mi chiesi cosa avesse da lisciare visto che era molto corto.

“Allora. Croce. Cosa vuole fare da grande?”

“Perché?” mi sfuggì senza controllo. Cosa volevo da grande. Che domanda idiota.

“Perché l’azienda ha bisogno di conoscere le aspettative dei suoi dipendenti. Le loro ambizioni.”

“E cosa ne fareste delle mie ambizioni?”

“Le valuteremmo”

“Per farne cosa?”

Giunse le mani, come se volesse pregare. O come se dovesse spiegare una banalità ad un idiota. “Mah, Croce. Come lei ben sa, l’azienda ha bisogno di incrementare il volume di affari, ha bisogno di vendere prodotti, di fare volume per fare utili.”

“Lo capisco.”

“Bene. Mi fa piacere. Ma sa, i tempi sono cambiati, la tecnologia ormai ci consente anche di controllare la produttività dei nostri dipendenti. E… come dire… abbiamo rilevato che lei… si fa troppi scrupoli nel vendere.”

Corrugai la fronte, senza dire nulla. Mi controllavano. Lo sapevo.

“Caro Croce” e sorrise compiaciuto non so di cosa, “i tempi sono cambiati (di nuovo? pensai) e farli scrupoli è sbagliato. L’azienda si aspetta risultati. E i risultati si ottengono rispettando i budget che vi vengono assegnati. Bisogna raggiungere quei numeri a tutti i costi, altrimenti…”

“Altrimenti cosa?”

“… beh, altrimenti dovremo prendere dei provvedimenti. L’azienda viene prima di tutto”.

“Anche prima della coscienza?” Sciolsi le braccia e mi piegai avvicinandomi alla scrivania. Lui fece un movimento e arrettrò spostando la sedia all’indietro. Aveva timore? mi ritrovai a pensare.

Lui annuii. “Certamente. Anche oltre la coscienza. Bisogna essere spietati. I numeri vanno raggiunti.”

“Anche se questo significa indebitare una famiglia, inutilmente?”

“Certo! Soprattutto se questo significa indebitare una famiglia. Cosìla leghiamo a noi e potremo avere il controllo per molti anni. Sono commissioni, provvigioni, interessi certi!”

Lo guardai incuriosito. Ero sinceramente incuriosito. Sapevo che quell’uomo era stato lo spin doctor del candidato sindaco del centrosinistra di un comune lì vicino. La mente si affollò di domande che avrei voluto fargli, qualcuna anche urlargliela. Riuscii solo a sorridere. Di nuovo. E un po’ mi sentivo un cretino a sorridere davanti a quel viso di ghiaccio, a quella persona di ghiaccio che non poteva che vestirsi di grigio. Mi venne in mente che avrei voluto dare una sbirciata alle sue scarpe. Le immaginavo nere, lucide ma consumate.

“Qual era la domanda?” gli chiesi.

“Cosa vuole fare da grande?”

Lo guardai, un ghigno probabilmente apparve sul mio viso. Ora mi presi io una pausa, una lunga pausa.

“L’hacker”

“Cosa?” e rise, sinceramente divertito.

“Sì, l’hacker. E sa perché?”

Si guardò le unghie delle mani.

“Non la interessa. Pensa che io scherzi. Io entrerò nei vostri sistemi informatici, nei vostri server che, per risparmiare, hanno un sitema operativo vecchio di quindici anni. Entrerò, prenderò i vostri budget, le vostre mail, le vostre considerazioni su di noi, le chat cosiddette riservate in cui mi mettete a disposizione tutta la merda che progettate. In cui vi scrivete, ridendo, cose peggiori di quelle fesserie che ha detto a me poco fa. E tutta questa roba la invierò ai giornali. Ci farò soldi? No. Quei soldi li darò alle persone che avete truffato in tutti questi anni. Sarà divertente. Lei è una merda.”

Mi alzai, gli tesi la mano che lui guardò esterefatto. Allora lo guardai dritto negli occhi, avvicinai la mano tesa al suo mento, gli sollevai leggermente il viso verso di me e gli sputai in faccia.

“Arrivederci. A proposito…” Mi girai verso di lui. “E lei, dopo aver perso il lavoro, che farà da grande?

Ora potevo andare via, badando bene a chiudere con garbo la porta della stanza. Quella stanza lunga e stretta di un orribile colore bianco.

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Chi sei?

Chi sei tu? Che faccia hai? Sono anni che ti penso, che ti immagino ma non riesco a vederti. La prima volta eri una figura scura, il sole alle tue spalle non mi permise di vedere il tuo viso. Vidi solo le tue mani sulla vita, il viso dritto, la tua figura snella. Non riuscii a vedere il tuo volto, i tuoi lineamenti.

Poi ti ho rivisto qualche giorno più tardi, entrare all’improvviso, con impeto, nella baita sul lago. Ma anche quel mattino il sole era dietro le tue spalle, tu ferma, probabilmente spaventata, sull’uscio. Sentii solo un borbottio di scuse e poi sparisti, come un refolo di vento che spalanca la porta di casa, si ferma all’ingresso, guarda roteando le sue spire e poi sparisce. Così hai fatto tu. Io ero ancora intorpidito dal sonno informe a cui mi aveva cotretto l’ennesima nottata di inquietudine e di una solitudine stanca, depressa.

Ancora qualche giorno, forse un paio di settimane, e in un alba quieta e tinta di fucsia sei arrivata scalza, con la tunica bianca, dritta sul tuo corpo nervoso, e ti sei seduta, le gambe incrociate nella posizione del loto, sulla riva del lago. Ero dietro la finestra, leggermente piegato in avanti, la fronte poggiata sul vetro, la mano sul legno del tavolo. Ero quieto quella mattina, come il cielo e il lago, pur uscendo da un’altra notte di rabbia e dolore. Ti guardai immerso nel silenzio. Mi soffermai sul candore della tua veste, sui lunghi boccoli neri che scivolavano sulle spalle dritte. Chissà perché immaginavo che tu avessi i capelli corti e di un colore diverso. Rimasi colpito e per un attimo pensai che non fossi tu. Ma all’improvviso il sole sorse dietro le montagne e un raggio ti illuminò e rividi, di nuovo, il profilo del tuo corpo sotto la luce. Eri tu, non potevi che essere tu. Ti scrutai e resistetti all’impulso di uscire di corsa per raggiungerti e guardare, finalmente, il tuo viso. Invece rimasi dietro il vetro, la fronte poggiata sulla superficie fredda, la mano poggiata per reggermi al tavolo consumato. Il tavolo dove avrei scritto la nuova storia la cui protagonista saresti stata tu. Sbirciai a lungo. Poi ti alzasti e andasti via, con il tuo passo leggero, in controluce. Non riuscii, ancora una volta, a guardare il tuo viso. Nemmeno per un attimo, perché tu fosti attenta a non girarti e a non darmi la prospettiva giusta.

Io scriverò di te. Ma non so chi tu sia e nemmeno conosco il tuo viso. Ma non importa. Tu sei qui: dentro di me. E ti darò un volto.

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Il sermone del giorno

Prendere in mano la propria vita. E’ una scelta difficile, forse impossibile. Eppure ci si può provare. Basta accettare le paure, quelle che ci bloccano ogni giorno. Accettarle è anch’essa una scelta. Significa comprendere che sono parte della vita, del proprio modo di stare dentro di essa. Sono un segnale sano di pericolo e accettarle significa comprendere che c’è una spinta alla prudenza che va raccolta, valorizzata. Se si fa così non ci si bloccherà. Se si ha paura di ammalarsi, significa chesi ha voglia di vivere. Quindi è una paura che va ascoltata e bisogna andare dal medico quando si teme di avere qualche cosa. E’ una di quelle spinte che aiuterà a vivere più a lungo.

In questi giorni sono bloccato a casa per una piccola bronchite da cui sto faticando a guarire. E come spesso mi capita da un lato mi piace restare tra le pareti di casa. Mi sento al sicuro, tranquillo. Uso al massimo il mio tempo dedicandomi a piccoli piaceri. Mi preparo il secondo caffè, verso le 11 del mattino mi preparo un té verde, esco sul balcone a prendere un po’ di sole, leggo mentre cammino nei corridoi e nelle stanze, guardo le serie tv su Netflix, mangio qualche tarallino, mi diverto a cucinare. Il pomeriggio riposo e poi studio sulla tecnologia che adoro ma rispetto alla quale ho ormai acquisito un gap di ritardo probabilmente incolmabile.

Infine, come potete vedere su queste pagine, ho ricominciato a scrivere. Lo so, il livello qualitativo si è abbassato molto e sto scrivendo di cazzate. Ma ricominciare a provare il bisogno, e il piacere, di pestare sui tasti è un segnale importante. Sono stato aiutato da alcune letture importanti che ho fatto in queste settimane. Sono stato spinto dai due libri scritti dalla giovanissima e molto promettente scrittrice irlandese Sally Rooney e dall’ultimo libro di Sandro Veronesi, Il Colibrì. Prima ancora mi sono entusiasmato, sì proprio entusiasmato, dai libri di Chiara Marchelli. E’ una scrittrice italiana di una bravura immensa, ovviamente per i miei gusti. La sua è una scrittura lineare, dritta, asciutta, e racconta storie inusuali, ai limiti della rottura. Mi ha preso e guidato nei meandri della ricerca delle parole, del taglio delle frasi, del racconto semplice e strutturato nello stesso tempo. Insomma mi ha ridato il piacere della lettura e risollecitato a riprendere a scrivere. Come ho detto più volte non ho storie da raccontare. Ma nel momento stesso in cui scrivo questa frase mi rendo conto che è vero esattamente l’opposto: ho talmente tante storie da raccontare che sono intrecciate tra di loro che faccio una gran fatica a dipanarle e rendere indipendenti.

Ecco, questo è il senso del primo capoverso di questo post. Prendere in mano la propria vita forse è anche prendere in mano i propri pensieri, le storie che portiamo dentro. Vanno accettate, sciolte, e buttate fuori. Non serviranno ad altri ma serviranno a sé stessi.

Beh, ci proverò. So già che una persona lontana fisicamente quando leggerà queste righe, perché so che le leggerà, penserà: madonna, che pesantezza questo sermone.

E avrà ragione. Come spesso le capita. Ciao!

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Due pensieri sul futuro

Come affrontare la follia che sta divorando l’Italia e la sua gente? Mi guardo intorno, ascolto, leggo e resto di stucco. Razzismo, maschilismo, gesti fascisti, violenza verbale. Il tutto servito con una leggerezza che non si comprende. Era un qualcosa che strisciava sotto una pellicola di perbenismo oppure è emerso all’improvviso, condito con la rabbia per come il paese si sta involvendo?

Certe volte penso che la perdita del buonsenso stia scavando un buco profondo che sarà sempre più difficile ricoprire. Questo è un paese in cui il circolo virtuoso tasse- servizi pubblici non si è mai attivato, ma che adesso ha raggiunto livelli insopportabili. I servizi pubblici sono essenziali per diffondere una cultura di solidarietà. Servono scuole, ospedali, servizi pubblici efficienti che aiutino chi sta peggio a sentirsi parte di una collettività, a comprendere che non saranno lasciati indietro e che tutti insieme si risolvono i problemi. Perché i servizi funzionino bene servono due cose: strutture e personale adeguati. Servono quindi soldi, investimenti e manutenzione. Quindi servono soldi pubblici. E come si trovano, oggi, i soldi necessari in un paese che non produce più ricchezza da molti anni? Anche in questo caso le strade sono solo due: o si pagano più tasse o si fanno pagare a quelli che le evadono. E per fare quest’ultima cosa servono risorse, tecnologia e personale in numero adeguato e con competenze all’altezza.

L’Italia fa questo? No. Se si usasse il buon senso si capirebbe che reclamare un taglio delle tasse oppure continuare a difendere chi le evade non significa portare più soldi nelle tasche degli italiani ma significa solo che i servizi pubblici andranno a scomparire. E se questo dovesse accadere significherebbe che solo i più ricchi potranno permettersi una scuola privata, una sanità privata, servizi non più pubblici, una previdenza privata. E chi sta male semplicemente non potrebbe più curarsi, ambire a migliorare il proprio tenore di vita ma potrà solo sentirsi più escluso e più povero. Insomma, tutto quest’odio è la risposta sbagliata a problemi veri. Girare il collo verso il passato non è una risposta ma una minaccia alla collettività e a tutto ciò che si è costruito dopo la seconda guerra mondiale.

Non è nemmeno una risposta pensare a soluzioni tampone oppure balbettare timidamente risposte che non abbiano il carattere di un cambiamento politico. E il cambiamento non è il solito gioco del cambio di scatole, di contenitori o di nomi di nuovi partiti. Il cambiamento è avere il coraggio di fare scelte e dare risposte. Una cosa che la sinistra ha smesso di fare. Sono diversi anni che sono convinto che non esiste più in Italia una sinistra e una politica di sinistra. Dal 1990 ci si è limitati ad ambire al governo, al potere senza mai costruire una visione di ciò che stava accadendo nel mondo e nel nostro paese, senza mai alzare lo sguardo dalle emergenze e provare a tentare di pensare a come immaginare il futuro. La vicenda dell’Ilva e della città di Taranto è emblematico.

Sono decenni che si continua a blaterare di ricatto occupazionale e dell’inacettabilità dell scambio lavoro-salute. Ma parlarne e basta non risolve la questione. Taranto ha dentro di sé la più grande acciaieria al mondo. Dà lavoro all’intera città. E’ una fabbrica che ha violato da sempre le più elementari regole di tutela dell’ambiente. Ha sommerso di veleno il terreno, il cemento, il mare, le case, i polmoni delle persone e, soprattutto, dei bambini che vi abitano. Ora bisogna decidere cosa del futuro della città. E la sinistra deve assumersi la responsabilità di fare queste scelte. Nel mondo evoluto, nella Scandinavia, hanno elaborato progetti di ricerca, poi applicati, per produrre acciaio limitando l’inquinamento. E’ possibile studiare e verificare se sono applicabili all’ex Ilva? L’Arcelor Mittal ha firmato un contratto che prevede delle attività di bonifica e ambientalizzazione. Ora vuole rescindere il contratto senza aver fatto nulla di quanto avesse garantito. Un paese serio porta in Tribunale la Mittal, e in parte lo si sta facendo. Un paese serio nazionalizza subito la fabbrica. Un paese serio elabora un progetto di risanamento ambientale e per far questo destina delle risorse importanti. Un paese serio pensa da subito ad una politica industriale nuova, che abbia come obiettivo la produzione, il lavoro ma anche la salute dei cittadini. Un paese, e una politica seria, decide come recuperare i soldi necessari. In Italia vanno fatte delle scelte che guardino al futuro del paese, delle persone che ci abitano, e deve decidere subito con quali principi fare queste scelte. La sinistra ha il compito di fare queste scelte con trasparenza ma con chiarezza. Rispetto a temi fondamentali come la ricerca, l’innovazione, il ruolo dei servizi pubblici, la tecnologia, il lavoro, l’immigrazione, i diritti civili. Subito. E fare proposte coerenti. E battersi per quelle proposte: scuola e università pubblica perché non è giusto che chi ha i soldi abbia una strada privilegiata. E quindi servono luoghi, didattiche e tecnologie all’avanguardia. Non più scuole fatiscenti, con lavagne elettroniche non funzionanti e insegnanti ormai svuotati di tutto. Servono campus innovativi, tipo Google o Apple in piccolo. Serve un investimento sulle Università per attrarre intelligenze affinché i giovani non scelgano di andare via per costruirsi un futuro. Servono ospedali nuovi, efficienti, con macchinari e personale all’avanguardia. Persone motivate e ben pagate. Serve una politica di accoglienza: chi emigra va accolto, identificato, riconosciuto, rispettato e integrato nella diversità. E gli va offerto un lavoro e una casa. Non prima ma nemmeno dopo gli italiani. Perché questa palla del prima gli italiani va semplicemente smentita: l’Italia è un paese che invecchia e la domanda di lavoro fra qualche anno sarà sempre più ridotta. A questo punto bisogna iniziare da adesso a scegliere come affrontare questo problema. E non lo si può affrontare con una logica di paura e di razzismo ma, anche qui, con una logica di buon senso: cerchiamo di capire chi sono le persone che arrivano nel nostro paese, che competenze hanno, come possono contribuire alla costruzione di un paese migliore. Con regole, certo, ma anche applicando contratti di lavoro onesti e giusti.

Questo dovrebbe essere. E non c’è più tempo da perdere. Altrimenti finirà male.

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Cigarettes after sex

Spesso scrivo solo per sentire il ticchettio dei tasti del laptop. Mi siedo alla scrivania nel mio piccolo studio immerso nei libri, sotto una vecchia lampada comprata all’Ikea di Bari una grigia e fredda domenica non so più di quanti anni fa. Non ho nulla di cui scrivere, mi invento un qualche motivo per aprire questo blog e scrivere. Il solo rumore dei tasti mi fa sentire meglio. Con l’età l’inversione delle lettere è aumentata ma ho compensato riprendendo a digitare con dieci dita, non guardando più la tastiera ma direttamente lo schermo. Poi ho fatto un’altra scelta controcorrente: la musica. Ho ripreso ad ascoltare la musica ma mi sono rifiutato di chiuderla nelle cuffie e ascoltarla solo io. No. Ho deciso, come sempre ho fatto da ragazzo, di condiverla con il palazzo. Per cui, volume alto, e sparata direttamente dalle casse biodinamiche Cerwin Vega che ormai hanno 38 anni di vita ma continuano a funzionare benissimo.

Cigarettes after sex. Un nome emblematico e splendido. Cercateli su Spotify e ascoltateli. Alla lunga magari diventano noiosi ma per un’oretta sono un ascolto molto., ma molto, interessante. Beh, in effetti, la musica copre il rumore dei tasti ma fino ad un certo punto perché in realtà pesto forte sulla tastiera e il rumore si mescola molto bene con il tump-tump della batteria. Un po’ meno con la stoffa intessuta dalla chitarra elettrica che è un fondo spaziale, un suono cosmico che mi riporta ai primi album dei Pink Floyd o ai primissimi U2. Ma era un’altra epoca.

E’ molto difficile in questi mesi raccontare storie perchè vivo in una dicotomia molto pericolosa. Adoro scrivere con il taglio essenziale, di cesello, di Agota Kristof. Poche linee chiare che identificano i gesti, le emozioni e raccontano i fatti. Ma oggi viviamo in un mondo cattivo, complicato, in cui è difficile scegliere cosa raccontare proprio perché ce ne sono tantissime di cose da dire. Ma come si fa a raccontare la storia di persone che per disperazione sono costrette ad imbarcarsi su gommoni semi sgonfi e che sono destinati ad annegare, a perdere tutto, affetti, denaro, la vita. E invece che fermarsi a soffrire per loro e con loro ci si ritrov circondati da odio, sbeffeggio, indifferenza, rabbia. Come se la fine del mondo di luci e di profumi venduto dal capitalismo fosse colpa loro. Come posso io, che sono seduto qui in una stanza al caldo e sentendo musica, raccontare un dolore così grande? Come posso scrivere di una sofferenza così grande o dell’odio che la circonda quando non riesco a provare quel sentimento di odio così profondo, nemmeno nei confronti di chi quell’odio si diverte a diffonderlo e a radicarlo?

Semplice: non ci riesco. Eppure ci deve essere un modo per farlo. Forse guardando ai margini di quei drammi così forti. Quei margini in cui non c’è l’odio ma inizia a gorgogliare un crampo sotterraneo e leggero che fa montare i dubbi e i gesti di chi sta perdendo le proprie certezze e si ritrova dubbi che bussano alla coscienza, che provocano una sorta di cattiva digestione perché quello di cui ci si alimenta si sta avariando. Noi, nelle società neoliberiste, ci alimentiamo di notizie non più filtrate se non dai potenti di turno che ormai indirizzano la formazione delle coscienze. Non sono più i giornali o la televisione a formare la coscienza collettiva. No. E’ altro. Un altro che ha facce e strutture differenti e che sono nelle mani di poche persone giuridiche. Un controllo di massa nascosto dietro la parvenza diuna libertà individuale forse mai avuta. Un tempo il controllo era tipico degli stati dittatura. Non so, pensate al KGB, alla Stasi ma anche alla FBI. Oggi il controllo è nelle mani della NSA che usa in modo spudorato gli strumenti che noi stessi, più o meno ignari, ormai pigiamo distrattamente ogni secondo delle nostre giornate: Facebook, Whatsapp, Twitter, Instagram. Il secondo e il quarto sono proprietà del primo. Sono strumenti incontrollabili e di cui pure non possiamo più fare a meno perché, paradossalmente, ci rendono effettivamente più liberi di scegliere cosa leggere e come informarci.

Insomma. Ci sono talmente tante storie. Perché la sofferenza è un intreccio delicato di sentimenti che vanno innazitutto rispettati. E poi, solo poi, vanno raccontati in qualche modo. Non sono in grado. Quindi leggo, guardo e ascolto.

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Il senso del cicalino

Il silenzio è profondo. Il tocco delle mie dita sulla tastiera del laptop è ovattato. La luce banca della lampada a led è soffusa. Tutto lascia trasparire un non so che di delicato, soffuso, quasi gentile nei miei confronti. Dalla finestra alla sinistra della piccola scrivania su cui sto scrivendo entra solo il buio della sera. La pioggia leggera picchietta in lontananza sull’asfalto della strada. Un lampo nel cielo squarcia il buio. Sembra una luce al neon, lontana, che non riesce ad accendersi.

Il vento all’improvviso rinforza, geme, si gonfia, sbatte contro gli infissi in legno. Il silenzio ormai è spezzato. Sento le folate che prendono a testate i muri, anche la pioggia si gonfia, dal leggero picchiettare si trasforma nel rombo di un torrente che scende arrabbiato dalle montagne.

Ascolto questi rumori, tento di collocarli, di dargli un senso, cerco di immaginare in che modo possano influenzare il mio tempo, la mia mente. Dal piano di sotto sale il suono disturbante di una sveglia elettronica. E’ un pigolio montante, fastidioso, che si insinua tra il suono della pioggia e quello del vento. E’ come un filo che taglia in due il suono della natura, come se tentasse di separarlo da me, dalla faticosa ricostruzione di un silenzio che mi serve, che è urgente che riesca a ritessere e a dargli spessore, tessuto, trama.

Ho bisogno del silenzio perché ho bisogno di ascoltare i miei pensieri che sono aggrovigliati, intrecciati, confusi, dal suono rauco. Non li capisco, alcuni sussurrano, altri urlano, quelli razionali hanno un tono rassicurante. Ma quelli nascosti, invece, sussurrano suoni che appaiono come spifferi. Non si capisce da dove vengano ma sono fastidiosi, freddi e colpiscono la pelle della razionalità. Vorrei metterli in fila, staccarli, ordinarli, dare lo spazio e la voce ad ognuno di loro. Anche a quelli che per farsi ascoltare urlano disperati e prepotenti. Sono quelli meno pericolosi. So che quelli più insidiosi sono proprio quelli che fatico ad ascoltare, quelli che si mimetizzano sotto la logica della mia ragione. Sono proprio quelli che all’improvviso, come il fulmine, spezzeranno il silenzio dell’equilibrio. Ho bisogno di portarli alla luce, di farli parlare nel silenzio di questa stanza, di darli la voce con questi tasti, di trasformarli in parole. Saranno parole che taglieranno, apriranno la pelle e faranno uscire il sangue di cui si nutriranno. Ma non ho alternative.

La sveglia continua a suonare, irritante. E’ un suono che entra nella testa, prende lo stomaco, impedisce di pensare. Alzo la testa guardo oltre i vetri. La pioggia ora è silenziosa ma è compatta come nebbia. Le luci sono offuscate, i raggi spezzati in linee oblique, le cime degli alberi non si vedono più. Ho smesso di scrivere da tempo. Non ho nulla di dire, non più storie da raccontare. Mi basta solo la sottile eccitazione delle mie dita che battono sui tasti del computer. Non è più importante che da questo movimento escano parole con un senso, con una missione da compiere. Non ne ho più di missioni da compiere. Spesso penso che il mio tempo sia semplicemente finito e che ora tocchi ad altri prendersi la responsabilità di raccontare una storia, che sia la propria o quella di qualcun altro. La violenza intorno mi ha ammutolito. Ed ho la fortuna di leggerla, non di viverla. Eppure ne percepisco con forza, ogni giorno, lo spessore, la forza distruttrice dei rapporti, degli affetti, del senso del limite, del rispetto.

Ne sono talmente colpito che ho deciso di rinchiudermi in questa stanza, cercando il silenzio e di interpretare i miei pensieri. Perché da un lato sono ammutolito ma da un altro non trovo pace che questo sia accaduto. Mi attacco alla tastiera per dare un senso ma questo senso non lo trovo. Invece, sotto traccia, si rileva, con l’immagine di un ghigno beffardo, il vuoto delle parole, l’abdicare delle storie che un tempo mi portavo dentro e che, pur faticando a tirarle fuori, erano pur sempre lì. Mentre adesso non ci sono più.

Per questo cerco il silenzio. Per cercare il suono dei pensieri intrecciati, per fare finta che siano talmente rumorosi dal dover cercare di metterli in fila e in ordine. In realtà nel silenzio non percepisco nulla. Solo il rumore della pioggia che scorre come un torrente in piena oppure quello del vento che sbatte sui vetri della finestra. Oppure questo cicalino elettrico che mi trapana il cervello. O forse è questo il racconto di una storia. Quella che in cui i pensieri sono andati via da una testa e si sono trasformati nel cicalino di una sveglia al piano di sotto, in una giornata ventosa e piovosa in un giorno qualunque di un posto qualsiasi.

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Leggere il silenzio

Sono le quattro del pomeriggio. Il sole sta già scendendo e una grigia penombra cala nella casa. Voglio leggere. Accendo le luci e inizio a camminare. Mi piace leggere camminando. Ho sempre fatto così, tranne quando ero bambino. In quegli anni, invece, mi sedevo sulla vecchia poltrona ritappezzata sotto la lampada bianca svedese. E restavo ore a leggere i libri di Jules Verne.

La casa è silenziosa. Riesco a percepire solo il respiro del vento che si infila nel legno delle finestre e fa vibrare i vetri. Nelle stanze ticchettano gli orologi, i secondi si inseguono, si affiancano, si distaccano. All’improvviso il rombo di un aereo che atterra squarcia il silenzio ovattato della casa. Alzo lo sguardo dal libro, mi avvicino alla finestra, sono schiacciato dal rumore ma non vedo la fusoliera dell’aereo che si avvicina al suolo. Lo percepisco ma niente di più.

Non riesco a concentrarmi. Guardo le righe sui fogli ingialliti ma non le traduco in parole. Restano solo dei segni e nient’altro. Cammino più veloce ma lo spazio è stretto. Con i libro in mano inizio a correre per la casa. Sento il tonfo del passo, il rumore della mia spalla che sbatte sul muro bianco, avverto il dolore dell’urto ma continuo a correre. Poi, all’improvviso, smetto. E ascolto il mio respiro pesante. Ansimo. Sì, è corretto: ansimo.

Scuoto la testa e riprendo a camminare e a leggere. Le parole riacquistano la loro consistenza, la densità, un senso, e le frasi ridiventano costruzioni con una logica, un inizio, una fine. E poi un punto. La frase è finita. L’ho letta. L’ho compresa. Sorrido. Mi fermo, guardo oltre il vetro le nuvole che corrono scure nel cielo. E’ una distesa compatta e la forma a intuisco nei confini più scuri, alcuni più chiari, che scivolano sopra il fondo compatto del grigio scuro e avvolgente.

Ora il silenzio è tornato totale, avvolgente, incombente, assordante. E’ talmente spesso che esalta il fischio elettrico delle mie orecchie. Un fischio che da leggero sottofondo si eleva ad acuto e insopportabile. Chiamo Alexa e le chiedo un pezzo dei Cigarettes after sex da Spotify. Una coperta densa di musica si stende per la casa, la voce pastosa della cantante francese raggiunge anche le mura dei bagni. Il fischio è stato spezzato e frantumato. Posso tornare, di nuovo, a leggere.

Passano i minuti, poi le ore e io continuo a camminare e a leggere.

Ti sento. Percepisco il tuo respiro. Intuisco le tue forme. Ascolto i tuoi pensieri. Sei qui. Con me. Giro per le stanze per cercarti. Non ci sei. Ti sei nascosta. Ti piace giocare a nascondino con me. Ti piace che ti trovi. Che ti afferri. Che ti stringa. Che affondi il mio viso nei tuoi capelli. Giro. Non ti trovo. Ti chiamo con un urlo silenzioso. Non mi rispondi. Ma ti percepisco. Ascolto il rumore del tuo corpo, il fruscio dei tuoi passi, lo strofinìo delle cosce che si sfregano. Continuo a girare. Non ti trovo.

Il rombo potente dei motori dell’aereo esplodono nel cielo, aumentano di giri, il rumore diventa più forte, i vetri tremano. Mi affaccio. Eccolo. Ora lo vedo. La punta verso l’alto, le ali dispiegate, si alza. Decolla lentamente, e poi sale. Per un attimo ho l’impressione che si fermi nell’aria, ho il timore che stalli e poi precipiti. Invece vira verso sinistra, gira, torna indietro e spicca il suo volo. L’ho visto, finalmente. Ora posso tornare a leggere.

Ma questa è un’altra storia.

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Vieni via con me

Il cielo è grigio metallo. Le nuvole gonfie corrono nel cielo, spinte da un maestrale violento, secco e pungente. Decido all’ultimo momento. Mi prendo in giro e mi cambio prima che la ragione mi blocchi. Mi infilo la maglietta e i pantaloncini, indosso le scarpe. Osservo la suola, i segni dei chilometri si vedono tra le righe e i cuscinetti consumati. Mi infilo il cappellino nero, prendo al volo l’iphone, decido di evitare le cuffie perché voglio godermi il soffio del vento nelle orecchie, apro la porta e scendo le scale.

Percorro il vialetto condominiale ed esco dal cancello nero, cigolante e mezzo rotto. Il vento sconvolge le carte per la strada, le alza da terra, le ributta giù, fanno capriole nell’aria. Avvio Runkeeper e inizio a correre. Ho fregato il mio cervello, la sua pigrizia, il mal di schiena che mi tormenta.

La corsa è come la scrittura. Pesa il pensiero di iniziare, ci si aggrappa a ogni scusa per evitarla, si è convinti di non farcela, di non aver nulla da dare. Quest’ultima impressione molto spesso è vera, ma c’è una cosa, una sola cosa, che annulla tutto: il piacere puro, semplice, dell’atto di correre. E’ quella sensazione di godimento fisico che sta nel gesto di andare veloci sulla strada, di osservare il grigio stinco e sporco dell’asfalto che viene incontro alle gambe e che si abbandona dietro la schiena, è il vento che oggi soffia forte sul viso o sulla nuca, il fiato che si scalda, il sudore che scivola lungo la pelle, la potenza fisica dei muscoli che si contraggono e subito dopo si rilasciano. E’ l’armonia che si scopre di poter disegnare nella strada con il proprio corpo e che dà sostanza a ciò che si temeva di aver smarrito. E ci sono le endorfine che si irradiano nel corpo e che danno un benedetto piacere fisico, un godimento che sfiora il piacere dell’eiaculazione.

Anche la scrittura, per quanto mi riguarda, è questo insieme di sensazioni. E’ un miscuglio di piaceri che nascono dalla sofferenza, da un impegno che spesso è insopportabile. So di non avere nulla da dire. So di non essere niente. Per questo scrivo solo per me o su questo blog che non legge nessuno. Per fortuna. Anche la corsa la vivo in solitudine, nel silenzio interiore che in realtà è un mucchiodi pensieri che si inseguono, per poi mettersi in fila da soli e darsi un ordine che mi aiuta a pensare meglio, in modo più lucido, e mi spinge a decidere. I rumori secchi, insieme a quelli ovattati del passo sul cemento, mi ricordano la fatica, l’impegno, la costanza necessaria. Decido di aumentare il passo, di darmi velocità, di provare ad uscire dalla mediocrità dei tempi che mi avvolge da mesi. Scendo sotto i sei minuti a chilometro, i battiti si mantengono stabili, ce la faccio e sono contento.

Per la scrittura non è più così, ma il godimento di scegliere le parole, mettere anch’esse in fila, è identico. Sono scelte che mi ricordano di essere vivo. Non ci sono più storie da raccontare perché la vita è diventata banale, triste, eccessivamente solitaria. E se non si osservano le persone, se non si parla con loro, non ci sono storie da raccontare. La corsa, invece, è un racconto ancora più intenso se si vive in solitudine. Inspiro, i profumi della natura che si sta seccando, le foglie che cadono dagli alberi mentre alcune piante, confuse dal caldo anomalo, continuano a fiorire. E’ anomalo anche il profumo del finocchietto selvatico ma penetra nelle mucose del naso e fa chiudere gli occhi per assaporarne fino infondo l’aroma intenso. I corvi volano nel cielo e si inseguono gracchiando, i motori degli aerei del vicino aeroporto si riscaldano ma il rombo è portato via da vento che soffia impetuoso da sud. In lontananza l’orizzonte blu è irregolare, sono le onde che si alzano verso l’Albania.

La corsa è come la scrittura. Ogni volta è un racconto uguale ma diverso, è un pezzo di vita intensa che va vissuta e che, come il grigio dell’asfalto che si percorre, va via per non tornare più se non in un altro modo e con un altro odore e sapore.

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