La linea ripiegata

E arriva quel giorno in cui ti fermi, tiri una linea, ti guardi intorno e ti rendi conto che non c’è nessuno.

Abbassi la testa, la scuoti e pensi. E quel che pensi non ti piace nemmeno un po’.

Rialzi la testa, raddrizzi la schiena, prendi la linea, la pieghi bene e la infili in tasca.

Guardi verso l’orizzonte e riprendi il cammino.

Sbandi un attimo ma vai avanti.

La lacrima sottile è caduta per terra, non la guardi.

È una parte di te che lasci lì, alle tue spalle.

Il taglio da cui è uscita resta lì, dentro di te.

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I pensieri frantumati

Lui guarda lo schermo del suo iPhone, inquieto. Attende un messaggio. Non arriva. Passano i minuti, poi le ore. Compulsivamente riprende lo smartphone in mano, schiaccia il tasto home ma non c’è nulla. Controlla che il volume sia attivato. Lo è.

Il tempo passa. Lento ma inesorabile. Il buio scende spegnendo il blu cobalto nel cielo. Le nuvole avanzano veloci dall’orizzonte, masse morbide e inquietanti come il suo animo.

E’ seduto sulla poltrona, immerso nei suoi pensieri, lo sguardo è fisso nel cielo ormai nero. Qualche lampada nella strada si accende.

All’improvviso un lampo bianco squarcia il cielo e illumina gli alberi all’orizzonte. Dopo qualche secondo un tuono ringhia feroce spaccando il silenzio ovattato della sera.

Nei suoi occhi resta la traccia del fulmine, una linea rotta e bianca che sporca la percezione della realtà. Un vago sorriso, finalmente, appare sul suo volto. Guarda ancora lo schermo buio dell’iphone.

“Al diavolo!” pensa dentro di sé. Si alza, prende il giubbotto gettato sulla sedia, si infila un cappello, afferra le chiavi ed esce.

Passeggia lentamente lungo la strada. Il cielo è nero, l’aria è ferma, i peli dei capelli e della barba si elettrizzano. Di nuovo, all’improvviso, le strisce bianche tagliano il nero uniforme e delineano i contorni morbidi delle nuvole. Il cielo si illumina di fuochi d’artificio naturali e un rombo scontroso si innalza dall’orizzonte verso l’alto. Il temporale avanza verso di lui veloce. In un attimo il vento si alza, impetuoso, si scaglia nelle foglie gialle degli alberi, le strappa e le fa danzare potenti nell’aria. Il rombo si fa più forte, i tuoni sono violenti, i lampi si avvicinano e si gettano verso le antenne e dove non le trovano piombano sul cemento della strada.

Le prime gocce di pioggia cadono dritte sulla strada, come proiettili trasparenti sparati verso il grigio del cemento. Lui alza il viso verso l’alto, socchiude gli occhi e si lascia bagnare. I fulmini aumentano di intensità. Il temporale è sopra la città. L’acqua punge la pelle e scivola sul collo. La pioggia aumenta di intensità e ormai cade copiosa, si trasforma in un acquazzone, rimbalza sull’asfalto e ricade nelle pozzanghere che si formano rapidamente.

Lui infila la mano della tasca, cerca l’iphone. Vuole filmare il temporale. Non lo trova. Ha un attimo di smarrimento. Poi ricorda l’angoscia dell’attesa. Inspira. E non rammenta più il perché di quel sentimento, di quel dolore, di quella dipendenza da qualcun altro. Lei non pensa a lui. Ora lo sa.

L’acqua l’ha inzuppato. Il rumore è drammaticamente violento. Ma lui non ha paura. Non più. Si immerge nei tuoni, nell’acqua fredda, nel vento gelido di tramontana.

E inizia a correre, i suoi piedi schizzano nelle pozzanghere, il vapore del fiato che esce dalla bocca, i pensieri che scivolano via e rimbalzano dietro di lui, frantumandosi nell’acqua.

 

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Il senso dell’amore digitale

Non frequento molto i social network in queste settimane. Anzi, ad essere precisi, non frequento molto Facebook e twitter. Ma quando mi capita di fare una capatina e sbircio i post ho la sensazione di leggere tanti messaggi in bottiglia. Sono frasi, molto spesso marcatamente retoriche, rivolte a qualcuno. E ho l’impressione che questi messaggi siano dettati da rabbia o sete di vendetta. Sì, c’è molta rabbia in giro. E’ una rabbia mascherata di frasi filosofiche, di aforismi, di parole d’amore. Ma dietro si intravede la rabbia, il messaggio minaccioso, la voglia di rivalsa, la sete di vendetta, il far male perché qualcuno ha fatto soffrire. Le frasi spesso si accompagnano a foto glamour che vogliono sbattere in faccia all’altro/a: guarda cosa ti stai perdendo.

Perché tanta rabbia? Me lo chiedo ogni giorno. Poi mi interrogo e osservo con più attenzione i miei pensieri, i sentimenti. E scopro che quella rabbia ce l’ho anche io. Dentro. Ma è come lava in un vulcano spento. E’ un magma rovente che si sposta e ribolle con forza crescente. Intravedo le crepe, quelle sottili fessure il cui diametro aumenterà e so già che da lì, all’improvviso, esploderà la forza dell’eruzione e il magma rovente erutterà alto e caldo per poi ricadere sul terreno portando con sé la sua forza distruttiva.

Da dove nasce quella rabbia? Lo so, è una bella domanda e ognuno di noi potrebbe rispondere, più o meno coscientemente.

E’ possibile che molto dipenda dall’egoismo, dall’opportunismo e dall’indifferenza verso l’altro nei rapporti? E’ possibile che oggi tutto sia veicolato solo dall’interesse personale e che a questo sia sottomesso tutto, forse anche l’amore? E’ possibile che le attenzioni, le premure, le parole, i gesti siano in realtà stimolati e diretti solo dall’opportunismo per poter realizzare, concretizzare, un interesse, un obiettivo?

Possibile che tutto sia mercificato e che sia scomparsa l’attenzione gratuita verso l’altro? Dov’è la cura? Dov’è l’affetto sincero? Dove sono quei piccoli gesti scomparsi o comunque in via di estinzione come gli animali paleolitici? Qualcuno si ricorda il gesto spontaneo di una carezza sfiorata all’improvviso? Dov’è la richiesta di un incontro anche solo per guardarsi negli occhi senza che le parole appaiano per lasciare lo spazio ad un sorriso? Dov’è la ricerca dell’altro per sentire quel respiro che riempie l’anima e che può anche essere nascosto in un messaggio Whatsapp o su Telegram?

Possibile che ogni atto sia solo dettato dall’interesse per sé stessi e la propria vita nel disinteresse totale per l’altro, chiunque esso sia?

Quanta rabbia, quanta delusione, quanta paura della solitudine. Tutto questo si nasconde dietro la ricerca di un suono. Il rumore di un messaggio sul cellulare, o lo squillo della suoneria. Quanta importanza diamo agli strumenti e quanto poco riflettiamo sui sentimenti che nascondiamo dietro quell’attesa. E quanto poco siamo attenti alla dignità che pian piano si sgretola mentre perdiamo il contatto con i nostri pensieri, con i nostri veri sentimenti, con la realtà oggettiva delle cose che ci circondano.

E’ un mondo difficile che cerchiamo di semplificare banalizzando ciò che banale non è.

E nel frattempo, mentre siamo infilati nella placenta calda dell’autocommiserazione rabbiosa, ci stanno fottendo la vita.

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Che tristezza

L’Italia è diventato uno strano paese. Tutti si lamentano dello stato delle cose, della disoccupazione, del degrado sociale, della politica che non si occupa dei problemi delle persone, dell’immigrazione. Il colpevole è sempre qualcun altro. Poi, quando arriva il momento di cambiare lo stato delle cose, di mandare via la politica menefreghista e ladrona, gli italiani semplicemente non vanno a votare. E quelli che invece vanno, votano gli stessi che criticavano oppure dei loro prestanome.

Votare è faticoso, bisogna informarsi, partecipare, assumersi la responsabilità di fare una scelta per il futuro. Meglio fare altro: dire che sono tutti uguali, e magari è anche vero, oppure aggredire a calci e pugni due poveri ragazzi, uno pakistano e l’altro egiziano, ad una fermata dell’autobus la cui colpa era quella di aver lavorato onestamente e umilmente per dodici (!!!) ore al giorno, e menare pugni al grido di “sporco negro”. Dimostrando anche in quel caso di essere, oltre che violenti, incolti e ciechi perché un pakistano e un egiziano non sono negri.

Ostia è stata al centro di indagini sul controllo mafioso del Comune? Cosa c’è di meglio che mandare al potere Forza Nuova e Fratelli d’Italia? Votando 1 cittadino su 3. E’ più comodo sedersi su una panchina dove lamentarsi che la politica fa schifo e aspettare il primo immigrato da offendere. Perché la colpa del degrado è di chi ha viaggiato per mesi soffrendo soprusi e violenze e rischiando la vita per allontanarsi dalle stragi e dai bombardamenti che ci sono nel loro paese, mica di chi ha governato male la cosa pubblica vendendola alla delinquenza per qualche spicciolo.

La colpa è di nuovo il colore della pelle, il negro, lo straniero, il frocio, la donna puttana. La colpa è sempre di qualcun altro. Ed è preferibile che quel qualcun altro sia uno diverso perché la diversità non è più una ricchezza ma un pericolo alla moralità pubblica. Ovviamente alla moralità corrotta degli ignavi.

E’ il pericolo di cambiare effettivamente le cose portando una ventata di freschezza, un diverso punto di vista, una nuova cultura che scompagini le certezze di chi si lamenta dell’esistente. E’ più semplice essere l’uomo vero che sottopone la donna, ogni santo giorno su tutti i posti di lavoro. alla radiografia sul suo abbigliamento. Avete presente quell’uomo con lo sguardo malizioso e ammiccante che scivola con lo sguardo sulle gambe e poi risale piano piano esprimendo il suo apprezzamento? A quell’uomo vero non passa nemmeno per l’anticamera del cervello che sta facendo una violenza su una persona impicciandosi di qualcosa che non lo riguarda. Perché non sono fatti suoi come si veste quella donna e la lunghezza della gonna non esprime un codice etico di quella persona, ma solo la sua dannatissima libertà di esprimersi e di essere se stessa. Figuriamoci se sarà mai in grado di confrontarsi con un omosessuale come se poi fossero, anche in quel caso, fatti suoi la sessualità di quella persona. Un po’  come se ognuno di noi dovesse portare scritto in fronte le proprie attitudini. Indossare un simbolo. Sei etero? Bene, vai avanti. Sei omosessuale? Pussa via. Come fecero i nazisti.

Il pericolo è proprio quello, anzi ormai è una certezza: il ritorno imperioso della destra nera. In questo paese, in cui una sinistra timida e timorosa della propria storia si è frantumata e sembra debba chiedere il permesso a chiunque per esprimere uno straccio di pensiero, avanza il fascismo più becero e un qualunquismo d’accatto. Entrambi avanzano verso il potere, si sono radicati tra le persone e approfittano dell’indifferenza generale. Sono proprio quelli che si incuneano nell’astensionismo al voto e nell’indifferenza di chi osserva anonimo le violenze contro le donne, contro gli immigrati, contro chiunque sia diverso dalla piatta società etero-clericale. Quella società che rifiuta il diverso ma accetta e protegge gli stupratori e i pedofili. Oppure accetta che le ragazzine minorenni africane, bellissime e colorate, facciano le prostitute sulle strade comunali e provinciali. In quel caso la mano lurida del bianco può impunemente sporcare il colore della pelle di una ragazzina.

E’ uno strano paese l’Italia. Un paese che è passato dalle masse oceaniche dei funerali di Togliatti e Berlinguer, dalle manifestazioni contro il terrorismo, dal 23 marzo della CGIL in difesa dell’articolo 18 alla indifferenza generale verso una crisi che ha frantumato un patto sociale di solidarietà antifascista che era alla base della più bella Costituzione democratica del mondo.

Che tristezza. Da De Gasperi, Nenni, Togliatti, Di Vittorio a Renzi, Salvini, Meloni e Berlusconi. E nel frattempo la generazione di giovani più preparata, colta e intelligente della storia costretta a fare i bigliettai sui treni, i commessi nei negozi oppure gli apprendisti fornai. Quando va bene.

Che tristezza. Che squallore. E’ stato smarrito il cuore, il buonsenso, l’umanità.

E nel frattempo sono morte 26 ragazzine africane nel Mediterraneo durante l’ennesimo viaggio della morte dalle coste libiche verso l’Italia. Che per loro doveva essere una speranza dopo stupri, violenze inaudite, perdita della dignità. E invece l’acqua le ha inghiottite probabilmente uccise perché non testimoniassero il dramma subito.

La colpa è di qualcun altro.

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Il senso del potere

“Un tempo eravamo educati al rispetto del senso del dovere. Oggi i giovani sono educati al rispetto del senso del potere”. Seduti ad un tavolino di una locanda, sobria e pulita, due colleghi quasi sessantenni mangiano durante la pausa pranzo dal lavoro. Il volto è basso, lo sguardo concentrato a tagliare le sottili cotolette nel piatto. Tagliano, afferrano e masticano. Non rinunciano al dialogo e non rinunciano nemmeno a sforzarsi di guardare, leggere, comprendere quello che accade intorno a loro. I loro volti sono segnati dalle rughe, le labbra rese sottili dalle amarezze, lo sguardo è velato dalla delusione. Ma i loro gesti sono ancora giovani, il tono della voce è vigoroso, le parole costruiscono periodi strutturati, i dubbi emergono a testa alta e con un alito di profonda dignità.

La donna si ferma, guarda l’uomo di fronte a sé e butta nella discussione la frase. Piega la testa, lo sguardo è dritto, un vago sorriso si disegna sulle labbra. “Cosa ne pensi?”

L’uomo si ferma. Poggia le posate di fianco al piatto e termina di masticare il pezzo di cotoletta. Si sofferma ad osservare, pensoso, un pezzo di rosmarino sul piatto bianco. Alla sua sinistra la fila al banco si allunga ma il ronzio è sordo, un vago chiacchiericcio di sottofondo.

Si allunga sulla sedia e si liscia la barba. Alza gli occhi verso il soffitto.

“Sai, è difficile dare una risposta. Pensavo alle discussioni, alcune volte feroci, con mio padre e mia madre. Il buffo è che erano quasi sempre a tavola, a pranzo o a cena. Rimproveravo a loro il continuo battere proprio sul “senso del dovere”. Per me, allora adolescente polemico, era intollerabile. Non accettavo il rispetto del dovere. Desideravo, invece, inseguire il bello della scelta, intesa come inseguire la passione, il proprio percepire le cose da fare. Rispettare un qualcosa solo perché era un dovere mi sembrava fortemente riduttivo. Però poi ho tentato di ricostruire i ricordi tentando di essere più obiettivo e ho ricordato la differenza. Paradossalmente la persona che percepivo coma la più rigida, mio padre, fu quella che invece smorzava. Mio padre non contraddiva mai madre, a meno che non si toccassero corde sensibili che solo loro potevano conoscere. Però poi, con il suo modo burbero di approcciarsi a me, mi lasciava intuire che in realtà lui mi spingeva sì a rispettare il senso del dovere, legge primaria in natura, ma con un minimo di disincanto. Fra le sue parole emergeva la spinta a provare altro, ad inseguire sé stessi, i propri desideri. Comunque a provare nuove strade. Perché la vita era una e andava vissuta.”

Lei ascoltava attenta, sempre con la testa leggermente piegata e lo sguardo concentrato. L’uomo era gratificato dalla sua attenzione. Percepiva il rispetto del suo ragionare. Lei riprese ad affettare ciò che restava della cotoletta e delle patate.

Lasciando all’improvviso la forchetta sul piatto con il pezzo di carne infilato, lo guardò: “se pensi a questa frase, è comunque potente. Il senso del potere è una grande fregatura perché in realtà è un modo di tenere i giovani legati a chi quel potere ce l’ha, lo esercita e lo mantiene!”

Lui socchiuse gli occhi e corrugò la fronte. “Sì, hai ragione. Ma quarant’anni fa educare al senso del dovere non era poi la stessa cosa? Il dovere verso cosa? Verso chi? Cosa nascondeva il senso del dovere? Il rispetto degli orari in cui buttare la spazzatura? Lasciare il posto ad una persona anziana sul pullman? Far passare davanti in una fila le donne incinta? O era anche altro? Forse limitare la spinta ad andare contro l’autorità costituita? Il movimento del ’68 non fu forse una grande rottura del dovere verso la società cos’ com’era?”

Lei tenendo gli occhi abbassati sul piatto ribatté “non era solo quello. Il senso del dovere è anche rispetto della fatica per costruire e combattere per una nuova idea. Pensa al lavoro, allo studio, allo sforzo fisico che ci vuole per lottare per migliorare. Se la leggi così vedrai le cose con una prospettiva diversa anche se comunque quello che dici è anche vero. Dipende sempre dal punto di vista.”

Lei riprese la forchetta e imboccò il pezzo di carne.

Lui annuì lentamente.

“Ci hanno fottuti” disse la donna.

“Ci hanno fottuti” disse l’uomo.

E ripresero a masticare, ingoiando la rabbia insieme a un vago, sottile, amaro, senso di impotenza.

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Il bruno e il biondo

Sono due. Camminano l’uno affianco all’altro, anche se lievemente distanziati. Uno è bruno, l’altro è biondo. Hanno quasi la stessa altezza anche se c’è qualche anno di differenza tra i due. Il ragazzo bruno cammina veloce, sembra quasi sollevato da terra, impettito, le spalle larghe, la vita stretta, le braccia lievemente divergenti. Quello biondo si trascina le scarpe sul terreno ma ha comunque una sua levità pur nella sua andatura dinoccolata che lo fa apparire ondeggiante come un giovane albero sferzato dal vento.

Camminano in un bosco, calpestano il sentiero di terreno rossiccio tagliando le strisce di luce tra gli alberi. Parlano intensamente tra di loro, il biondo gesticola mulinando le braccia in uno strano gioco di assonanze con il suo passo strascicato ma leggero. Il bruno ascolta senza muovere un muscolo, risponde ma il suono delle sue parole non si percepisce. D’altronde anche le parole del biondo non si intuiscono, si percepisce solo una striscia rumorosa bassa, profonda con improvvisi acuti.

Li seguo. Dentro il bosco. Li osservo ammirato. Sono molto giovani.

Ogni tanto si fermano, afferrano lo smartphone, si guardano intorno, studiano la scena, la inquadrano, scattano la foto. Lo intuisco dal clic che simula il rumore secco dell’interruttore di una vecchia macchina fotografica. L’uno guarda la foto dell’altro, poi riprendono a camminare alla stessa andatura di prima, il biondo gesticola ancora di più di prima, il bruno scuote la testa in un vago gesto di assenso.

Il bosco si infittisce, il verde degli alberi diventa quasi nero, il terreno rosso scuro, l’erba verde intenso. Mi distraggo dalla vista dei ragazzi e ammiro incondizionatamente il lavoro oscuro e profondo della natura nel bosco. Le foglie cadute dagli alberi si sono seccate e hanno costruito un tappeto morbido che copre il terreno e lo mantiene caldo e umido lavorando affinché la vita continui ad andare avanti sia con il freddo dell’inverno che con il caldo di questa estate torrida. Lascio il sentiero, infilo gli scarponi nel manto di foglie. Pur essendo secche sono morbide, non scrocchiano e sento il calore umido che si sprigiona dalla terra. Alzo la testa e ascolto. Non c’è un rumore, non ci sono animali intorno a me. Ogni volta che mi infilo nel bosco resto stupefatto dal silenzio profondo come se non ci fosse vita. La vita in realtà c’è, è ricca di voci, di sussurri, di rumori ma in tutte le sue forme ha paura dell’uomo e trattiene il respiro in attesa che finalmente l’estraneo vada via. E’ incredibile il danno che l’uomo ha prodotto alla natura ed è incredibile scoprire come la natura sia terrorizzata dalla presenza dell’uomo. Non si ascolta il cinguettio di un solo uccello, gli scoiattoli restano immobili dietro i cespugli o sopra gli alberi. I serpentelli smettono di strisciare e si nascondono sotto le rocce. Solo qualche raro corvo vola da un ramo all’altro emettendo il suo rauco verso.

Rialzo la testa. La scuoto, perplesso. Riprendo il cammino. I ragazzi sono scomparsi in fondo al sentiero. Il bruno camminerà impettito. Il biondo strascicherà gli scarponi mulinando le mani nel vano tentativo di coinvolgere il bruno, suo fratello.

Sorrido. Ormai sono più veloci di me. Ci rivedremo in albergo.

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I due mondi e la trincea.

I due mondi. Il nuovo che arranca nel caldo torrido, nella siccità, nelle file chilometriche di macchine che si arroventano ferme in autostrada sotto il sole e lambite dalle fiamme che stanno distruggendo migliaia di ettari del patrimonio naturalistico italiano; il vecchio che nonostante l’aumento terribile delle temperature è immerso nell’aria fresca, sotto una pioggia che gela i pomeriggi e i fulmini che saettano nel cielo inerme arrabbiati di fronte allo sfacelo prodotto dall’uomo negli ultimi cinquant’anni e moltiplicati drammaticamente dalle scelte del pazzo che dimora nella casa bianca di Washington da qualche mese.

Dopo due anni sono di nuovo qui, sotto le cime del Brenta. Qui vicino un povero orso impaurito vaga per i boschi e attacca, per paura, un idraulico settantenne alle porte di Trento. Lo sguardo accarezza la superficie smeraldo del lago. Le montagne incombono scure di boschi e rocce arancioni sull’invaso. I sentieri si infilano e sembrano fili d’argento tra i capelli verdi degli abeti, dei tigli, delle conifere. Il vento batte forte e increspa l’acqua mentre qualche isolata canoa e pedalò disegnano strisce e rientrano velocemente.

Afferro il mio vecchio bastone la cui corteccia ho ripulito con un piccolo Opinel, l’unico oggetto affilato che abbia mai posseduto in vita mia. E’ un po’ incurvato perché in questi anni ha subito la nostalgia e la lontananza dalla sua terra, costretto a vivere in un ambiente che è ostile al verde. L’ho tirato fuori dall’auto e dopo averlo alzato al cielo, l’ho afferrato e ho iniziato a camminare, appoggiandomi a lui che a sua volta si infilava deciso nell’erba dei prati che circondano lo specchio d’acqua. Questa è casa sua, è qui che l’ho raccolto una mattina di quattro anni fa. Ed è qui che lui annusa l’aria fresca della sua terra, quella che l’ha accolto, l’ha aiutato a crescere e diventare nodoso e forte sino a quando è stato tagliato per lasciare lo spazio ad altri piccoli alberi affinché potessero crescere loro sani e forti. E’ una legge di natura in cui l’uomo, una volta tanto, l’aiuta a compiersi anziché a distruggerla.

Nel camminare il bastone resterà un po’ curvo ma tenterà di raddrizzarsi, per orgoglio ma anche perché l’aria buona lo aiuterà a ritrovare parte del suo antico vigore. Sono venuto per il silenzio. Sono stanco di parole, spesso ridondanti e inutili. Vorrei solo tornare ad ascoltare il respiro del vento fra le foglie, il rombo dei torrenti che scivolano giovani e potenti nelle anse del bosco, il cracchiare di qualche corvo incuriosito dall’uomo o che semplicemente gioca solitario tra gli alberi. Ma il tempo è cambiato anche qui. Sui sentieri sembra di camminare su una strada di città. Incrocio decine di persone che camminano veloci a testa bassa, che controllano con gli occhi gli smartwatch, che indossano indumenti  di materiale tecnico, molti che corrono come se fossero in una periferia di città. Incrocio solo qualche vecchio che cammina lentamente, con un bastone di legno anziché i moderni bastoni stroboscopici, che si ferma ad osservare in alto tra gli alberi e che, stanco, si lascia andare su una panchina di legno lungo il sentiero. Sono le stesse persone che con un sorriso salutano per primi e se ricevono una risposta annuiscono soddisfatti perché un piccolo gesto di cortesia è un pezzo di un mondo che va via ma che è la conferma che ha la pelle dura.

Camminando mi sento come se questo mondo fosse l’ultima trincea all’aggressione del denaro e della finanza. E’ un mondo in cui l’uomo non conta nulla e chi comanda è ancora la natura non asservita. E’ un mondo che combatte, che si difende con la forza estrema della natura e che ogni volta che si tenta di violentare restituisce il dolore subito con una forza sovrumana. E’ bene sempre ricordare la strage del Vajont e tutte le risposte che le montagne sanno dare all’ingordigia dell’uomo. Qui noi siamo formiche che devono rispettare un mondo che si è creato in millenni di spostamenti delle acque, delle placche terrestri, della migrazione delle acque e in cui l’uomo non può fare altro che osservare, rispettare, tutelare ed essere prudente.

Ma fino a quando?

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Kite Linux

Dal mondo sommerso della società civile emerge un manipolo di giovani programmatori con una visione sociale. Nel tempo in cui la politica caciarona litiga su una visione retrograda della società costringendo la collettività a misurarsi con il rifiuto delle diversità, da Taranto e dal Salento si costruisce una visione aperta al cambiamento e inclusiva delle diversità. Insomma, si definisce un progetto che è anche politico perché sceglie una strada nuova: utilizzare la tecnologia per includere e rimettere al centro la qualità della vita dei diversamente abili.

Per raggiungere questo obiettivo nasce il progetto Kite Linux. Un progetto elaborato da un gruppo di giovani programmatori tarantini che, con la collaborazione del Collettivo Tsé Tsé, dello Jonix Lg, dell’Associazione FareZero di Francavilla Fontana, insieme a cooperative sociali e associazioni di disabili, presenteranno al Digithon che si terrà a Bisceglie nei prossimi giorni (dal 22 al 25 giugno), questo ambizioso sistema operativo. Kite Linux è una distribuzione Linux italiana interamente progettata per mettere a disposizione delle molte forme di disabilità tutta la moderna tecnologia in una sapiente miscela che collega gli strumenti tradizionali (pc, laptop, domotica) a quelli in mobilità (smartphone, tablet) e che attraverso l’uso degli opendata, della mappatura del territorio e della geolocalizzazione consente al diversamente abile innanzitutto di essere autonomo nell’utilizzo dello strumento tecnologico, di poter gestire ciò che ha intorno (domotica) e di essere in costante contatto con i familiari, con i medici e di trasmettere in tempo reale i dati relativi al suo stato di salute. Kite Linux è un sitema operativo GNU/Linux, quindi completamente gratuito poiché il principio è l’utilizzo del principio del software libero, messo a disposizione dalla comunità di programmatori per renderlo aperto ai miglioramenti senza stravolgimenti.

In cosa consiste Kite Linux? E’ un sistema operativo alternativo ai più famosi Microsoft Windows e Apple MacOS da installare sul computer ed è anche una app da installare sul proprio smartphone o tablet. E’ un sistema, lo ripeto, gratuito che in questa versione installa, dopo una preventiva configurazione che definisce lo stato di salute e di disabilità dell’utente, tutto il software necessario per raggiungere gli obiettivi di miglioramento della qualità di vita dello stesso. Con Kite Linux una persona non vedente o non udente, oppure con un deficit di mobilità di qualsiasi tipo potrà avere a disposizione una serie di strumenti necessari per comunicare, per favorire la conoscenza, la didattica, la creatività, il gioco. Kite Linux si interfaccia e supporta la piattaforma GNU- Health favorendo una comunicazione continua con il proprio centro di cura o di riabilitazione, consentendo la continua trasmissione della situazione sanitaria-clinica e dotando la famiglia di una app per smartphone che comunica direttamente con il sistema, estendendo anche le possibilità di una maggiore e migliore cura domiciliare. Il sistema consente il controllo a distanza di dispositivi di domotica, integrando nella piattaforma strumenti che consentono l’interazione via computer e cellulare attraverso una semplice pagina web. La piattaforma prevede anche uno strumento social che supporta l’interazione tra utente e famiglia come luogo dove potersi scambiare informazioni, scambi, segnalazioni di barriere architettoniche, mappatura del territorio sotto vari profili (ad esempio spiagge attrezzate, uffici e servii che funzionano e quelli che non funzionano, luoghi di interesse sanitario o per la sicurezza). In sintesi è anche uno strumento che aiuta la crescita delle politiche del territorio dando la possibilità di interfacciarsi con gli enti locali e sanitari del territorio dove si vive.

E’ un progetto molto ambizioso che è già realtà. E’ uno strumento gratuito che disegna una visione realmente rivoluzionaria e vicina alle persone nell’uso della tecnologia. E’ un sistema operativo che rilancia il ruolo della stessa tecnologia come strumento per crescere, vivere meglio e superare i propri limiti rendendo ciò realmente possibile. E’ la visione di una tecnologia che non è corsa solo al consumo e alla ricerca dello strumento più costoso e più bello. Kite Linux è infatti installabile, come tutte le distribuzioni Linux, su un qualunque computer, nuovo o vecchio, aggiornato o accantonato in un garage. In sintesi il sistema è gratuito e gli strumenti su cui è installabile lo sono altrettanto o, comunque, sono quelli che costano poco rendendolo effettivamente usufruibile da chiunque.

Il progetto Kite Linux sarà presentato al Digithon di Bisceglie la mattina del 23 giugno 2017. Contribuite alla sua vittoria, andatelo a votare sul sito www.digithon.it Basta registarsi con il proprio profilo Facebook. Nel frattempo, per avere una idea più chiara, andate a visitare il sito http://www.hackcivic.altervista.org.

Contribuite alla rivoluzione di un gruppo di giovani che hanno reso l’utopia realtà lavorando in una realtà, come quella di Taranto, in cui il bisogno di risollevarsi, partendo dall’ambiente e dalla tutela di chi è disagiato, è forte e motivato.

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Rivoluzione digitale

Voglio liberarmi dalla schiavitù. Voglio liberarmi dall’uso della tecnologia imposta dal Cerchio. Pensateci: è una corsa per accaparrarsi l’oggetto più nuovo; cercare il primo difetto per cambiarlo; addurre le scuse più insignificanti per acquistare il nuovo tablet più leggero, lo smartphone con lo schermo più grande e la fotocamera con milioni di megapixel perché ormai siamo tutti fotografi professionali.

Il mercato è saturo ed è dominato da poche grandi aziende. Ormai tutto ciò che facciamo, i luoghi dove andiamo, i nostri gusti, le foto che scattiamo, le chat che scambiamo, l’orientamento sessuale, i messaggi di qualsiasi tipo che inviamo e riceviamo. Tutto è catalogato e venduto. Oggi, come non mai, è necessario avere consapevolezza di quanto sia importante la privacy e la sua difesa. Oggi, come non mai, in mezzo ad un continuo profluvio di parole, immagini, pubblicità esplicita e indotta, è fondamentale la custodia dei propri pensieri e l’uso saggio e parco delle parole.

Oggi, come non mai, è necessario acquisire una nuova consapevolezza dell’importanza delle proprie opinioni e dei pensieri che non vanno affidati alla prima piazza telematica che si incontra. E’ importante evitare che finiscano in un grande magma che brucia tutto rendendolo superfluo e commerciale.

Va costruita una nuova era. Va riscoperta l’arte del riciclo, la conoscenza degli oggetti a cui affidiamo, è la tecnologia che avanza, la nostra vita. Va compreso che è possibile affidarsi ad uno smartphone sicuro senza spendere capitali; che è possibile imparare facilmente, perché la diffusione della conoscenza con la tecnologia lo consente, a sostituire i pezzi che si rompono spendendo poco e imparando ad utilizzare un banale cacciavite; che è possibile uscire dalla massa acritica e utilizzare sistemi operativi liberi e gratuiti fondati sul principio della cooperazione e del rispetto del lavoro altrui.

Liberiamoci dal Cerchio, affidiamo la nostra vita a noi stessi, difendiamone la serietà; svincoliamoci dal commercio inconsapevole delle nostre idee, dei nostri gusti, dei nostri rapporti personali.

Andate a scoprire un mondo innovativo non fondato sullo sfruttamento. Date un’occhiata al progetto Fairphone, oppure affidatevi ai banali smartphone cinesi di qualità e dal costo ridotto, imparate a criptografare i vostri dati, realizzatevi un cloud personale utilizzando un vecchio computer e i vecchi hard disk installando un sistema operativo gratuito, imparate ad utilizzare le Raspberry che costano meno di 50 euro e vi consentono di realizzare progetti incredibili, installate sui vostri pc o laptop una buona versione di Linux, ormai semplice da installare e da utilizzare ma fondata sul principio del libero software. Che non vuol dire fare quello che si vuole solo perché è gratis. Significa entrare in una comunità che ha a cuore il bene dell’umanità e che applica il principio della collaborazione e del rispetto de lavoro altrui.

Si respirerà aria finalmente pulita. E anziché passare la vita assaliti dall’ansia del consumo e della ricerca delle mode si avrà finalmente il tempo di dare un senso alle cose importanti che ognuno di noi ha dentro di sé. Fare anziché consumare. Costruire anziché sciupare. Pensare consapevolmente anziché inseguire le opinioni altrui.

Ok, sermone finito.

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Il Dio Commercio e il Malato affacciato

Brinpark. Uno pensa: sarà un parco. Pieno di alberi. Ci saranno giochi per i bambini. Qualche campetto per giocare a basket o a calcetto. Un paio di campi di bocce. E poi è di fronte all’ospedale. Sarà un’oasi di verde per i familiari degli ammalati, uno di quei posti dove rinfrancarsi mentre si attende l’esito di un intervento chirurgico od i un esame delicato.

Invece è una enorme distesa di cemento, senza uno straccio di verde. Non c’è nemmeno un albero. Ci sono solo negozi. Tre casermoni di cemento rettangolari. Tre parallelepipedi grigi circondati da un enorme spazio di cemento, un parcheggio gigantesco al cui centro è stato piazzato un Mc Donald’s di finto legno.

E’ un altro, l’ennesimo!, ipermercato. Un ennesimo luogo impersonale e malfatto. Se camminerete sui marciapiedi noterete che le mattonelle di cemento, da cui fuoriesce la sabbia rossiccia secca, sono disallineate. Sembrano incollate da un ubriaco. In realtà è stata la fretta, perché hanno completato i lavori in poco tempo. Fra qualche mese quelle mattonelle inizieranno a saltare via.

Pensate ad un malato costretto in una stanza dell’ospedale. Appoggerà la testa al vetro sporco di quella stanza e di fronte a sé avrà la vista di quell’enorme colata di cemento brulicante di macchine e di persone. Proverà invidia oppure con un po’ di magone si allontanerà verso il corridoio su cui si affacciano le stanze e la cui vista, finalmente!, si dirigerà verso la meraviglia dell’invaso del Cillarese.

Un’altra cattedrale commerciale è stata realizzata. Un altro luogo in cui la socialità sarà sottomessa al Dio commercio, alle lunghe file per acquistare con qualche finto sconto qualche nuovo oggetto con cui trastullarsi e con cui sentirsi un po’ più realizzati. Ora finalmente abbiamo anche Mediaworld, la San Pietro dell’elettronica. Un luogo sacro in cui riversare le proprie curiosità e i propri risparmi per avere tra le mani un nuovo scintillante smartphone, un laptop di sicuro non all’avanguardia ma di cui sono state elogiate la dubbie caratteristiche tecniche nel manifesto pubblicitario infilato nella propria cassetta postale. Perché ora, finalmente!, la nostra vita vivrà una svolta. Finalmente Brindisi inizia la sua ricostruzione. Ha il suo Brinpark, di fronte all’Ipercoop, ad una manciata di km dall’Auchan, a duecento metri dalla Dok all’ingresso della città. Una nuova Zona Commerciale in cui il 45% di disoccupati potrà andare a sognare di ricostruire la propria vita e in cui una manciata di ragazze e ragazzi potrà lavorare qualche settimana sfruttati, sottopagati e poi licenziati non appena la massa di persone che si sono riversate nei negozi defluiranno via come la neve che si scioglie al primo sole della primavera.

E i malati, dentro l’ospedale, tra una trafittura di dolore e una speranza che scivola via penseranno: ma quei soldi non potevano essere spesi per un ospedale moderno, con i letti comodi e qualche siringa in più?

Ma questa è pura demagogia. Vero? Finalmente abbiamo anche noi il nostro Brinpark?

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