L’autunno

Fra poco meno di un mese scade la registrazione del dominio elfodavide e devo decidere cosa fare, se rinnovarlo o meno. Sono 18 anni che il dominio è registrato. Sono 18 anni che inseguo un progetto che non ha mai visto la luce. Alla fine ci ho solo scritto un po’ di cose e pubblicato alcuni racconti e bozze di romanzi. Non ho concluso nulla. Per anni mi sono cullato in progetti che mi tirassero fuori da una realtà un po’ soffocante, dal desiderio di poter dimostrare che ci fosse qualcosa in cui potessi esprimermi e magari anche eccellere. Non ho mai voluto dimostrare di essere superiore a chissà chi. No, volevo solo dimostrare a me stesso che avevo un talento e mi sarebbe piaciuto che questo talento fosse la scrittura. Mi ripetevo come sarebbe stato bello poter andare in giro e alla domanda “che fai nella vita” poter rispondere “lo scrittore”. Mi immaginavo immerso nella penombra del mio piccolo studio sommerso dai libri e la scrivania, piccola anch’essa, illuminata da una lampada dal colore ambrato e caldo. Una specie di ventre di vacca caldo e accogliente in cui poter poggiare la mano sul mento e pensare ad una storia da scrivere, un racconto, osservando pigramente gli alberi e il cielo dalla finestra di fronte a me. Immaginavo il silenzio rotto solo dal cinguettìo dei passeri, dal vento freddo che soffiava da nord e le cime degli alberi ondeggiare nel cielo in cui correvano gonfie nuvole bianche. Lo studio c’è, così come i libri, la scrivania, la lampada, la finestra, il vento, gli alberi, i passeri, le nuvole e il cielo. Non ci sono io. Non ci sono le storie da raccontare. Per la verità ci sarebbero anche quelle che nella mia mente nascono dai dolori della vita. E di dolori negli ultimi anni ce ne sono stati alcuni, spesso anche molto dolorosi. Ma ho deciso di non scrivere più. Ho un paio di taccuini, uno per appuntare gli eventi delle mie giornate, la nuda cronaca, perché la mia memoria inizia un po’ a barcollare. In un altro scrivo appunti, storielle, spunti, disegni, forse più che altro un qualcosa con la mia grafia da lasciare in ricordo ai miei ragazzi ed evitare di fare come mio padre che mi ha lasciato solo un elenco di conti sostenuti da saldare nella divisione dell’eredità con i miei fratelli. Insomma vorrei evitare di lasciare una cosa così misera.

Sono dieci anni che inseguo un romanzo. L’ idea forse è anche carina. Spesso la notte non dormo perché è lui che mi insegue, il protagonista che ha voglia di andare avanti, desidera esprimersi, raccontare il suo malessere, è rinchiuso in una casetta di legno sulle rive di un lago isolato, in mezzo ad un bosco alle pendici di un monte. Si è isolato lì, cambiando nome, cittadinanza, lasciando la sua vita perché non la sopportava più, ne era strangolato, era anche solo perché l’amore non lo aveva provato mai, odiava il suo modo di rapportarsi con le donne, senza rispetto, sfruttandole anche sessualmente. Era scappato via, cancellato le sue tracce, soprattutto la sua identità digitale, gettato via e bruciato il mac, l’ipad, lo smartphone. Tutto.

Lui ha le idee chiare, ha una storia da raccontare, non gli importa nemmeno che sia pubblica. Per lui l’importante è uscire dall’oblio in cui l’ho gettato, potersi svegliare alla luce del sole in quel posto nascosto e splendido, poter raccontare il freddo del mattino, la fatica di lavorare la terra dura e secca per seminare un orto che gli dia la verdura e gli ortaggi per mangiare. Vorrebbe raccontare anche l’altra fatica del camminare in montagna alla ricerca del silenzio, del vento puro, quel suono profondo amplificato dalle rocce delle vette, la ricerca dei funghi, il poter osservare gli animali rifiutandosi di cacciarli perché ha scelto di non cibarsi dei cadaveri delle bestiole. E’ un uomo che ha tanto da dire. Ma io lo faccio restare rinchiuso in un file in cui ho anche scritto la fine. Ma lì dentro c’ anche una donna con cui non ho fatto i conti, e non ci riesco. Mi sfugge, come mi sfugge il suo volto, il suo carattere, non ne immagino la voce. Ne so i gesti, il suo modo fi camminare, correre, meditare sulla riva di quello stesso lago in cui vive l’uomo. Lei è attratta da quella casa che sente sua e che l’uomo le ha sottratto. E’ una donna di pochissime parole, come anche lui adesso. Perché anche lui ha deciso di chiudere le parole dentro di sè e di lasciarsi andare alla natura, al corso della vita che va raccontato per come si svolge, per immagini. Non per dialoghi perché loro, entrambi, sono stanchi di dialoghi e di parole gettate nell’aria in fretta, magari anche solo per riempire dei vuoti.

Questo è il mio mondo. All’inizio dell’autunno della mia vita, in quel momento in cui il calore afoso e appiccicaticcio della forza fisica lascia lo spazio alle foglie che ingialliscono, alla vite a cui hanno tagliato tutti i frutti con la vendemmia, alla terra che inizia ad indurirsi, all’aria che si raffredda con improvvise accelerazioni, al sole che sorge più tardi al mattino, che tramonta ogni giorno qualche minuto prima, alla curva del sole che nel cielo è di qualche decina di chilometri più bassa e la cui luce inizia a scivolare verso oriente. Sono tutte avvisaglie che il buio sta iniziando a scendere. Mi sento così, un po’ più freddo, ogni giorno che passa un po’ più solo. Sono solo un uomo che alle spalle ha lasciato la forza vitale e che inizia ad essere intimorito di un futuro freddo a cui non mi sentivo preparato. E invece devo prepararmi in fretta. Magari poggiando quella mano sul mento per cercare piccole storie da raccontare.

Pubblicato in Pensieri, Racconti, Resistenza, Sottrazione | Lascia un commento

Lo spicchio di luna

E’ una tiepida sera di fine settembre. Il vento sta virando da nord verso sud, l’aria pigra aleggia con un tepore che profuma di terra secca, di erba asciutta, della vite che inizia a seccarsi dopo la vendemmia. Il cielo è limpido di un bel color blu cobalto. Le stelle iniziano ad accendersi uno dopo l’altra, spiccanole dimensioni di Venere e Marte, due lucine più grandi delle altre e spingono verso la stella polare, lì a nord. Io passeggio, pigro come il vento, lungo i marciapiedi caldi. C’è silenzio e ascolto il vento che soffia tra i rami degli alberi.

Alzo lo sguardo e la vedo. Lo spicchio di luna, lucida, limpida, luminosa come raramente capita. E’ una mezzaluna perfetta. E’ di un colore caldo, non è un bianco freddo ma di un giallo che ricorda il calore del vento del sud, lo scirocco. E’ una luna che è materna e affettuosa, la guardo e mi dona uno spicchio di speranza.

In quel momento calpesto la merda lasciata da un cane e da un padrone idiota.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Un’altra occasione persa

Lo so, lo dicono in molti: abbiamo perso un’occasione. Ma è quello che penso, evidentemente in buona compagnia. Sì, abbiamo perso una grande occasione. Passata la paura, sta tornando tutto normale. Come prima. Peggio di prima. Se mi guardo intorno sembra che il tornado Covid sia stato solo un brutto sogno, un incubo. Le spiagge sono affollate, gli ombrelloni incollati gli uni agli altri. Le strade nei dintorni del mare una lunga, infinita, fila di macchine arroventate dal sole, la puzza di metallo incandescente sovrasta ogni altro odore. I marciapiedi pieni di persone che si sfiorano, si parlano senza indossare la mascherina o al limite usata come poggiamento. Le città sono di nuovo intasate dalle autovettura, l’anidride carbonica sputata nei polmoni dei passanti e spinta verso il cielo. Il rombo dei motori ha stracciato via il silenzio delle giornate e la puzza della benzina quella dei fiori e del legno degli alberi che erano tornati a incuriosire i bambini alla ricerca di un nome con cui identificarli.

E’ tornato tutto coem prima. Peggio di prima. L’ambiente è di nuovo spolpato, divorato, masticato e le ossa sputate via. Le persone anziché cercarsi e riprendere il ritmo lento della condivisione, del sorriso, della complicità, sono tornate a correre. Chi era senza lavoro è rimasto senza. Chi lo aveva probabilmente lo ha perso. Chi lo dava ha ricominciato a fare i calcoli per vedere dove tagliare, risparmiare, spesso per fare più utili e tornare a sfruttare meglio e più di prima. Certo, lo so che non è così semplice ma molto spesso, nella realtà, lo è. Il prossimo è tornato ad essere uno strumento da utilizzare, non una sorella o un fratello da aiutare.

Siamo tornati a sentirci invincibili come se il ritorno del coronavirus, avverrà? quando? dove?, non riguardasse ognuno di noi, ma qualcun altro. La prudenza è abbandonata, il rispetto di chi ci sta vicino anche. Come se nel mondo il Covid 19 non stesse continuando a correre da un corpo all’altro riempiendo gli ospedali e mietendo migliaia di vittime, giorno dopo giorno. Una cura non c’è, un vaccino non c’è. Sappiamo che l’inquinamento è una causa fondamentale ma ognuno continua a guardare nel proprio orticello come se fosse circondato da un muro impenetrabile. Qui da me non verrà. Degli altri chi se ne importa. Intanto, io sfrutto, sporco, divoro, sopravvivo come se fossi da solo in questo mondo e fossi impunito, libero di fare ciò che voglio e nessuno mi deve rompere i coglioni. Di quello che verrà dopo saranno cazzi di qualcun altro. Intanto me la godo. Che poi cosa si possa godere di questo schifo che ci circonda, di questo tanfo di una modernità finta e senza futuro, non so.

Peccato. Era un’ennesima buona occasione. La stiamo perdendo. Di nuovo. Ma dopo ci sarà solo la parola Fine.

Pubblicato in Pensieri, Resistenza | Lascia un commento

L’aria scivola via

Lo spazio si restringe. Giorno dopo giorno. E mi manca l’aria. E’ una strana combinazione di fattori che si presentano all’improvviso e poi si consolidano, senza andare più via. Tutto ebbe inizio un giorno, all’improvviso. Fino a quel giorno non avevo nemici, o se li avevo non me ne curavo molto. Ma quel giorno, in una Bari assolata e ventosa, all’interno di un appartamento polveroso, sede del sindacato di cui ero dirigente, avvenne il primo passo di una inversione di tendenza. Fui colpito duramente, senza preavviso, da una persona a cui volevo bene e che consideravo una sorella piccola, una persona che avevo accudito per anni. In realtà avvenne una cosa tutto sommato banale: si liberò di me e della mia presenza ingombrante per scegliere la sua strada politica. E per fare questo bisogna uccidere il proprio maestro, ammesso che potessi considerrmi tale. Insomma, una normale vicenda di crescita.

Per me invece fu una crepa profonda che mi tolse fiducia. In quella crepa si infilarono altre persone che in realtà non vedevano l’ora di infilarci le dita, poi le mani per aprire sempre di più la crepa e veder scorrere il sangue. E così andò. Giorno dopo giorno ho perso tutto quello per cui avevo lavorato per una vita. E insieme a quello scesero dalla macchina con cui viaggiavamo insieme tutte le persone con cui avevo condiviso la strada. Quelle persone hanno nomi e cognomi, delle facce, delle storie, ore ed ore di chiacchierate, di vita condivisa, di affetti scambiati. Ogni viaggio una scendeva per non risalire più.

Nell’ultimo viaggio è sceso anche il mio cuore, mi ha lasciato. Era poggiato sul cemento grigio di una strada, ormai quasi rinsecchito per non avere più sangue dentro di sé. Era sdraiato su un lato, pompava lentamente l’aria, sembrava cercasse di afferrare l’aria con le sue ultime forze, vanamente perchè aveva perso l’elasticità. E dopo poco è morto. Ed io sono rimasto solo. Senza cuore ma ancora vivo.

Come si fa a vivere senza cuore? Ogni attimo passato era porsi un enigma senza risposta. Senza cuore non si può vivere ma io lo facevo. Continuavo a camminare, a respirare, ad andare al lavoro, a leggere, scrivere, mangiare. Ma erano una serie di azioni meccaniche, tutte svolte senza anima e senza passione e sentimento. Era tutto piatto, monotono. In certi giorni mi sentivo in effetti morto, senza provare più emozioni positive. Stranamente l’unica sensazione provata era una sorta di rabbia che covava sotto la pelle ed esplodeva all’improvviso, senza alcun segno premonitore.

Capitava che mentre parlavo con una persona, da un momento all’altro iniziavo a perdere il controllo e urlavo, gettavo via le cose, prendevo a pugni i muri oppure prendevo la rincorsa per sbattere la testa contro il muro. Non ce l’avevo con la persona di fronte a me, era solo uno strumento per stare male, per sentirmi una merda, per farmi del male. Era la ricerca di una punizione da assegnarmi. Dopo quell’esplosione di rabbia scendeva la calma. Una calma totale, appagante, piacevole. Era anche una sensazione di quiete muscolare, perchè la carne si scioglieva, i muscoli si rilassavano lentamente ma fino in fondo. Il silenzio scendeva intorno e dentro di me. Durava poco, però. Poi l’inquietudine riappariva. Nel silenzio non sentivo più il battito del mio cuore. Diventava un buco nero opprimente perché era un nulla totale, non un ronzio, non un rumore. Nulla. E senza quel battito era come vivere immerso nel nulla, nel buio più totale. Senza cuore. Appunto.

L’avevo lasciato lì, su una strada in un pomeriggio al tramonto del sole. L’avevo abbandonato, ormai rinsecchito, asfittico, senza più sangue e senza aria. Sì, era andato via lui. Ma io l’avevo fatto andare via senza combattere, senza lottare per cercare di rinfilarlo dentro il mio corpo, per tentare di fargli affluire il mio sangue, poterlo vedere diventare di nuovo rosso. Invece avevo accettato il suo abbandono, senza opporre nulla, senza fargli capire quanto fosse importante per me.

E ora vago nel tempo e nello spazio senza più percepire il bello del tempo che passa e dello spazio che in cui mi muovo e che a sua volta si muove, ritmicamente.

Da solo.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Orecchiette al pomodoro

Un piatto di orecchiette al pomodoro. La pasta è fresca, integrale, noi diciamo “callosa” ad indicare lo spessore e l’elasticità dell’impasto che sotto i denti è ruvido, nodoso, impegna in una masticazione lunga e appagante. E io questo desideravo: masticare lentamente, assaporando ogni boccone, ogni attrito dei denti sulla pasta, ammorbidendola, allargandola, spianandola. Tutto un movimento che va identificato in “ola”. E’ un’azione cosciente e responsabile che spinge verso la gioia fisica e quella interiore. La pasta si mescola con il sugo, anche lui denso, rosso carminio, che mescola il sapore acuto della cipolla con l’acidità e la morbidezza del pomodoro fresco.

Insomma, una epifania del gusto e della psiche.

Macché. Non ci riesco. Non riesco a dare concretezza alla volontà che resta, invece, accantonata in un angolo sin dai primi momenti. Abbasso la testa sul piatto e inizio una corsa contro il tempo. Non per ingordigia. Per stress. Non ho mai mangiato con calma, ho sempre masticato rapidamente e brevemente, per cui, appunto, il “mente” sostituisce l’ “ola”. E vi assicuro che è deprimente. La meraviglia della pasta. l’arte artigiana della sua preparazione nel mio corpo si sfalda in una poltiglia informe, poco elastica, una specie di pallina di pongo, grigia e difficile da manipolare. Si piazza nello stomaco e lì resta, indifferente all’azione dei succhi gastrici che, mortificati, aumentano la produzione di acido ma la polpetta avvelenata resta lì, dura a morire. E le povere pareti del mio stomaco iniziano a bruciare, divorate dall’acido e dal peso di quella palla indigesta.

Un momento di piacere si trasforma in ore di pura sofferenza fisica. Berrò acqua frizzante nella speranza di aiutarmi a digerire e invece l’effetto sarà l’opposto perché il pongo assorbirà l’acqua e si rigerenerà.

Bene, dopo avervi schifati con questa descrizione vi chiederete il perché di questo post. Onestamente non lo so. Mi sono dato l’obiettivo di scrivere un post al giorno, di digitare parole su questo blog abbandonato nel tempo. Vanni Santoni nel suo ultimo libro dispone che si debba scrivere OGNI GIORNO, e questo io fo’.

Tanto non mi legge nessuno e anche questo breve scritto orribile, peggio degli altri, non lo leggerà nessuno per cui non si fa del male. Ovvìa.

E per oggi è tutto.

Ah, comunque le orecchiette erano spettacolari. E accompagnate poi da una ottima malvasìa bianca fredda…

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

La misericordia del tramonto

E’ l’ora del tramonto. E’ quel momento della giornata in cui il vento scatena la sua furia per poi trattenere il respiro quando il sole scollina l’orizzonte. E’ il respiro che rallenta mentre i colore del cielo inizia a saturarsi e poi scurire cangiando da azzurro a blu cobalto ad un nero spesso. Intorno al sole il giallo diventa arancio, pesca, viola, blu. Al centro il fuoco si condensa, si trasforma in una gelatina rossastra, gli occhi finalmente lo possono guardare attratti e incuriositi.

Oggi il vento non si quieta, anzi stranamente rafforza la sua furia. E’ la compensazione della rassegnazione interiore. Il tramonto è il momento della riflessione. Ci si ferma in un bar, piccolo e spoglio, di fronte al porto. Ci si siede e si ordina una birra ghiacciata. No, grazie, non mangio nulla. Sul tavolino compare un piattino con qualche arachide troppo salata e un mucchietto di patatine. Ma l’attenzione è sul boccale di birra, sulla brina che intorpidisce il liquido giallo, la schiuma fino al bordo. Si alza il boccale e si guarda il sole attraverso quella patina di gelo. Si appanna il calore, lo si raffredda nella visione.

Si brinda alla fine della giornata. E’ il momento della resa dei conti. Il momento delle somme e delle sottrazioni. Si riflette, ci si appiglia, si agganciano le giustificazioni. Ma il sole scende, inesorabile. Non c’è il tempo per dirsi le bugie. C’è solo il tempo della verità. E la rassegnazione risale veloce dallo stomaco, si fa largo nell’acido, si espande su per l’esofago e arriva al cervello, allaga i pensieri, anche quelli più nascosti. Ed è come se in una notte buia, senza luna, smarriti nel bosco all’improvviso un fulmine squarcia il buio. E di fronte a sé si vede, mentre il magone stringe la gola, il sentiero che si è cercato vanamente per ore. Era lì, di fronte. Ed è solo il colpo di luce di un fulmine casuale che lo mostra, giusto per un attimo. Ma è quel momento che salva la vita.

I pensieri del tramonto sono come quel fulmine. La rassegnazione è quel sentiero illuminato. E’ l’amata constatazione che una giornata è passata, che il proprio tempo è stato usato male, al servizio di un errore, di una scelta comoda, di una parola sbagliata, di un risata negata, di uno sguardo evitato, di un sorriso bloccato. Il tempo è una risorsa speciale, una fortuna irripetibile, un attimo sfuggente. La rassegnazione è l’arrendersi alle debolezze.

Il sole è ormai sceso, sta per varcare la soglia della notte che avanza per portare il silenzio, la pace, la riflessione, per ammorbidire la bruttezza tingendola di arancio.

Il vento si è placato. L’aria è ferma. Il pensiero rallenta, come il respiro. Il bicchiere è vuoto, resta solo qualche bolla bianca, un residuo della schiuma ormai calda. Prendo un mucchietto di patatine, le porto alla bocca e il sale mi pizzica le mucose. Il porto è immerso nel nero, le luci nelle case si accendono. E’ il tempo della misericordia. Saluto e me ne vado.

Pubblicato in Pensieri, Racconti, Resistenza, Sottrazione | Lascia un commento

Una retsina, grazie.

E’ domenica. Un giorno ricco di sole e di caldo. Verso il tramonto un vento leggero risale dal mare e rinfresca l’aria. Ieri mi sono spaventato dalla massa di persone che girava per la città incurante delle misure di prudenza che ognuno dovrebbe seguire per evitare il contagio.

Questa mattina ho evitato di fare la colazione al bar. Sono entrato, ho chiesto di impacchettare quattro cornetti e li ho portati a casa. Il caffè di quel bar non mi piace, preferisco quello della mia moka consumata. Ha un gusto più rotondo, equilibrato, profumato. Sa di casa. Il che non vuol dire nulla ma certi giorni mi fa piacere. Altri no.

Dopo sono dovuto andare al Decathlon. Una massa di macchine arroventate dal sole nel parcheggio, una certa fila per entrare, una guardia che misura la temperatura con lo scanner. Dentro un po’ di persone ma tutte con la mascherina. Vado nel reparto biciclette e un vuoto devastante mi ha accolto. Non c’era nemmeno una bicicletta, gli scaffali dei pezzi di ricambio desolatamente vuoti. Ho preso una bomboletta di grasso per le catene e mi sono diretto alla cassa. Una fila infinita perché i pos per il pagamento con le carte non funzionavano. In fila a serpente, senza il distanziamento. Un pericolo continuo. Scuotevo la testa ma non potevo farci nulla.

Sono rientrato a casa, per leggere, riflettere, correre sul tapis roulant. Ma l’aria di tarda primavera chiamava, spingeva ad uscire. Ecco, il problema è proprio in quel punto, in quel momento esatto della giornata: quando il richiamo della natura, della stagione mette in evidenza le anomalie di questa stagione di pandemia. Perché nell’esatto momento in cui si esce dal proprio appartamento si devono fare i conti con la primavera. Ho la fortuna di vivere vicino al mare, in un avamposto di cemento infilato dentro una natura ancora selvaggia. Appena esco dal cancello di alluminio nero sono circondato da alberi, da tronchi antichi, larghi e nodosi, da cespugli di more in fiore, da un gigantesco roseto di rose rosse che si intrufola ovunque e che macchia il verde intenso di un frutteto abbandonato perché il vecchio proprietario è morto da alcuni anni. C’è un piccolo edificio che lui teneva in un ordine quasi maniacale. Ora la porta è sfondata, il locale dove conservava gli attrezzi per la cura dell’orto è stato devastato. Ma la natura del suo piccolo pezzo di terra ha avuto la meglio. Gli alberi da frutta seguono le stagioni, si seccano al freddo, si riempiono di foglie verdi, a fine inverno, di fiori in primavera, di frutti tondi e succosi d’estate. I rovi di more hanno mantenuto un muro perimetrale che ha impedito di entrare e di distruggere quella terra. Sono anni che fioriscono dei loro piccoli fiori rosa e che si trasformano in gemme rosa, poi rosse e poi nere. I pensionati della zona le raccoglieranno e ci faranno delle marmellate buone, ricche di sapore, e guarniranno delle torte da leccarsi le labbra.

Oggi non ho resistito. Ho aspettato all’angolo della curva che porta sullo spiazzo vicino al mare. Ho atteso che le decine di persone senza mascherine passassero. Poi appena sono rimasto finalmente da solo, ho tolto la mascherina, ho chiuso gli occhi e ho inalato a pieni polmoni il profumo di quell’orto antico e selvaggio. Ho respirato l’aroma dolciastro e denso dei fiori delle more, quello gentile e delicato delle rose rosse, quello misto dei fiori degli alberi da frutta, e di sottofondo il profumo di legno di sandalo, un collante di odori.

Mi è montata la rabbia al pensiero che questo paradiso è solo un minuscolo angolo di natura che si è salvato, solo perché costeggia un aeroporto militare. Questa terra fino a qualche anno fa era piena di boschi, di spazi verdi, di alberi secolari, di profumi continui. Perché ogni stagione ha i suoi odori. Un tempo ci correvo dentro la sera tardi, con la luna bianca alta nel cielo e il respiro che si riempiva di questa meraviglia. Lì dentro mi sentivo un sospite, solo un essere vivente mescolato ad altra vita, animale e vegetale.

Ora il lockdown è finito, non credo per molto. Però per ora è finito. E le macchine hanno ripreso il possesso delle strade, il rombo dei motori ha stracciato il silenzio denso nelle strade. Il puzzo dei gas di scarico ha cancellato il profumo della natura. I ragazzi hanno ricominciato a riempire i muretti di bottiglie di birra, di bicchieri di plastica, di guanti e mascherine gettate con disprezzo sul cemento. Nel cielo intanto volano le gazze, qualche gabbiano grigio e le rondini garriscono nel vento e si inseguono giocando.

Mi guardo intorno, da un lato mi sento grato di questo piccolo pezzo di terra profumata che mi tiene legato a sè. Da un altro lato vorrei prendere una nave, andarmene in qualche piccola isola greca, abbandonare lo schifo che ha ripreso a girarmi intorno. Mi immagino seduto ad un tavolino di una osteria, vicino al mare calmo della sera mentre sorseggio una birra ghiacchiata. Immerso nei miei pensieri e circondato dalle chiacchiere lente dei vecchi.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Non avete capito niente

Ci siamo presi in giro. Il lockdown è durato più di due mesi. E’ stato un lungo periodo in cui la vita è stata sospesa. Ci siamo rinchiusi negli appartamenti per evitare la diffusione del contagio dal coronavirus e la conseguente crisi dei sistemi sanitari. Decine di migliaia di persone sono morte. Un’intera generazione è stata cancellata e insieme ad essa si è trasformata in cenere una memoria collettiva.

Dopodichè il capitale ha imposto la riapertura delle imprese e quindi la circolazione delle persone, sia pur dietro il paravento della prevenzione con poche regole: lavarsi spesso le mani, indossare le mascherine, il distanziamento sociale. Ossia le stesse regole a cui si sono invitate le persone prima del lockdown. Sono state inefficaci prima, probabilmente saranno inefficaci anche adesso.

Il messaggio però è stato chiaro: il pericolo è scampato. Sì, il virus circola, ma vedrete che è ormai indebolito e il fattore RO è inferiore ad 1. Bisogna essere sfigati per contagiarsi. Sulla stampa circolano notizie contrastanti, come le fotografie dei luoghi della movida nelle città italiane. Il giorno prima sono strapieni di giovani senza mascherina, il giorno dopo sono deserti.

Stasera sono dovuto andare nel centro della piccola città in cui vivo. Ho parcheggiato la macchina vicino alla Stazione Marittima, un tizio anziano dal passo claudicante e dalla forma di un uovo, si è avvicinato e ripetendo la litania “onore e patria” mi ha chiesto dei soldi. “Onore e patria”, che vuoi dire? “Onore e patria”, aiutiamoci. E tu come mi aiuti? Ti faccio parcheggiare. Grazie, ma io sono abbonato e posso parcheggiare. “Onore e patria”. Va via sbuffando.

Infilo lo zaino e vado verso il corso. Giro l’angolo e spalanco la bocca incredulo. Un muro di persone di fronte a me. Famiglie con bambini piccoli, anziani, nugoli di ragazze e ragazzi. Tutti che camminavano senza mascherina, senza nessun distanziamento, senza alcuna protezione di nessun tipo. Sono le stesse persone che fino a dieci giorni prima erano rintanate dentro le loro case. Cerco di attraversare la strada, ma è un’impresa difficile: una lunga fila di macchina, un serpente dai motori roventi, dalle ventole rumorose che sputano aria bollente, i finestrini abbassati, gli stessi sguardi annoiati di tre mesi prima. Mi guardo intorno: è tutto come prima. Esattamente uguale. Non è cambiato nulla. Alzo lo sguardo verso il cielo ma il colore è di un azzurro pieno, saturo, intenso come non lo era da tanto tempo. Non ci vorrà molto, qualche altro giorno e gli scarichi slaveranno quel colore, lo renderanno ingrigito e l’aria anziché profumare di fiori e di legno di sandalo tornerà a puzzare di sostanze chimiche e di scarichi abusivi.

Peccato. Avevamo una grande occasione per cambiare il nostro stile di vita, per renderlo più compatibile con la difesa dell’ambiente, con la ricerca di un briciolo di silenzio e di rallentamento, con la ricerca della sostanza che abbattesse il muro di cartongesso luccicante che ci eravamo costruiti alle nostre spalle. Preferiamo ritornare a quella finzione di cartone che si abbatterà presto e mostrerà il cumulo di macerie che ci siamo lasciati alle spalle.

Avevamo una opportunità. Aveva ragione Guccini: la gente non cambia, piuttosto dimentica. E’ quello che è già accaduto. La gente ha dimenticato. Ma stavolta c’è un probema: il Covid 19 è acnora in giro, circola. Non si potrà fare finta di nulla a lungo. E se dovesse tornare…

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Sipario. Si va in scena. Ecco a voi la Fase 2.

Dopo 55 giorni finisce il Lockdown. Comunque andrà, è finito un lungo sogno-incubo. E’ stata una carcerazione domiciliare? No, è stato come vivere un film catastrofico. Ma era reale. Terribilmente reale. E’ cambiato all’improvviso un modo di vivere. Le libertà che davano per scontate sono svanite all’improvviso, con un colpo di spugna. Tutti quei piccoli gesti quotidiani, quelle consuetudini che suscitavano la noia sono svanite e sono diventati desideri, obiettivi, sogni ad occhi aperti.

Quali sono questi piccoli gesti quotidiani? Non so, li metto in fila in ordine casuale, magari caotico.

La fila in macchina per andare al lavoro.I dipendenti Onu che escono dagli alberghi del centro e sciamano per i corsi di Brindisi con i loro vestiti etnici. Il caffè al bar con il pasticciotto alla crema piccolo, le chiacchiere con Marco Spagnolo, il salto veloce a guardare la vetrina della Feltrinelli, che resta sempre la stessa per settimane ma suscita quel piccolo moto di curiosità. Lo scatto d’ira per la collega che controllo saccente il mio lavoro. Correre per le scale a chiocciola della banca, le chiacchiere con Luigi sul Linux Mint o sulla ennesima offerta di Wind-Tre e lui che telefona al call center dopo dieci secondi. La fila al Botteghino per mangiare un piatto di sformato di zucchine intrise di olio e un mucchio di patate al forno spiluccando pezzetti di pizza bianca e di quella al pomodoro. La passeggiata sotto il sole primaverile prima di tornare a casa. La corsa pomeridiana sulle stradine di periferia chiuse al traffico e che portano alla chiesa di Santa Maria del Casale. Guardare ammirato il sole che tramonta i colori che si saturano e che virano dall’arancione al violetto, annusare il profumo del finocchio selvatico e della liquirizia, lo stormo di corvi sul prato dell’aeroporto civile che si alzano in volo starnazzando al mio passaggio, il sudore che mi cola sulle tempie, il podcast di Riccardo Palombo nelle cuffie, il pensiero perso nell’aria fresca, la vita che mi sale dalle caviglie alle meningi. Il sale delle gocce di sudore sulle labbra, la libertà lì, di fronte a me, che scivola sul cemento grigio stinto della strada piena di buche e di acqua.

Questi giorni sono stati anche altro. Sono stati il tempo che rallenta, che mi aspettavo sempre uguale e che così non è stato. Ricordo ogni giorno, i pensieri, le paure, i momenti di panico e quelli di serenità. La casa si è trasformata. Non è un groviglio incasinato, come mi aspettavo diventasse. No, si è trasformata in un luogo vivo, caldo, accogliente ma più pulito. Non importa se sia diventata più ordinata o meno. E’ un luogo accogliente, non un deposito di oggetti accatastati uno sull’altro. Ed p un luogo che non puzza di chiuso ma di aria fresca, ventilata, di pavimenti lavati spesso, di oggetti sistemati in modo da essere a portata di mano. Un ventre di vacca in cui vivono e lavorano quattro persone ognuna delle quali ha il suo ordine o disordine, ma si è imparato a rispettare lo spazio proprio e quello altrui. Non si è mai gridato, forse solo una volta, non ci sono discussioni ma risate, pianti, speranza, sconforto. Ma sono stati vissuti insieme, non come una famiglia da pubblicità ma come quattro adulti che hanno imparato a stare vicini e da soli, come un elastico che si allunga e si accorcia a seconda della spinta ricevuta.

Il silenzio esterno si è presto diffuso come un eco che si è amplificato dentro il corpo e dentro la mente. Un silenzio totale, che è stato più intenso la sera quando ci si azzardava a fare due passi intorno all’isolato e trovare le strade completamente deserte, le macchine immobili, parcheggiate nei cortili o vicino ai marciapiedi. Un silenzio che ha liberato suoni nascosti, piccoli rumori della natura che per anni erano afoni, cancellati dal rombo della modernità. Alzando il viso verso il cielo nero si vedono milioni di punti luminosi mai visti prima.

Il tempo è rallentato, il silenzio ha liberato i pensieri, mi sono fatto domande, dato risposte, pensato, percepito, deciso.

Ho lavorato da casa, lo smart working, con una modalità per cui ho litigato nel sindacato per anni. Ho capito di aver avuto ragione, anche lì si sono liberati pensieri e riflessioni. Ho avuto la fortuna di osservare, e forse un po’ aiutare, la passione degli insegnanti nel garantire a ragazze e ragazzi non solo la scuola, ma le parole di conforto, le domande che nessuno fa, quelle che vanno dritte al cuore, che fanno alzare gli occhi di un adolescente verso l’immagine sfocata sul proprio portatile e, aggrottando la fronte, pensare che quella tizia, ovunque essa sia in quel momento, un po’ mi conosce. E finalmente vedere la prof che beve la tazza di caffè, che un po’ piange sopraffatta dalla paura e dalla tensione e quindi un po’ come loro è.

Ho letto, ho scritto, ho visto film, non ho dormito e mi sono alzato con il mal di stomaco per berci sopra un goccio di grappa che, chiudendo gli occhi nonostante il buio pesto, mi rimandasse nel freddo dei boschi della montagna, a sognare una baita in cui rinchiudersi per sfuggire non alla pandemia ma ad un mondo che non mi piace. Un mondo che ancora una volta non saprà scegliere la strada giusta, quella che potrebbe trasformare questo dramma in una opportunità, in un qualcosa che ci consenta di guardare al futuro come ad un coacervo di scelte per migliorare davvero la vita delle persone, per farle stare meglio, più sicure, più serene, più allegre, più in pace con se stessi e con gli altri, oltre tutti gli steccati finti che sono stati costruiti negli ultimi trenta anni. E’ stato abbattuto il muro di Berlino per costruirne migliaia più soffocanti e più diffusi nel pianeta.

Coronavirus. Dopo, cosa sarà di noi. Inizia la fase 2. Lo vedremo.

Pubblicato in Pensieri, Resistenza, Sottrazione | Lascia un commento

Piccole cose nel silenzio

“N” giorno di Lockdown. Ogni giorno è uguale. Ogni giorno è diverso. Il tempo scivola via lentamente ma talvolta ha delle accelerazioni imprevedibili. Mi aggrappo alle piccole cose, vado alla ricerca dei piaceri, quelli che nella normalità scivolerebbero via come consuetudini e sarebbero dimenticati velocemente.

La mattina mi sveglio molto presto, verso le cinque. Mi alzo, mi lavo, mi vesto, vado nel salone su cui si affaccia la piccola cucina, chiudo la porta che divide la zona giorno dalla zona notte per evitare che il rumore possa svegliare la famiglia. Spalanco la finestra perché ho bisogno di aria fresca, apro la zanzariera, esco sul balcone, guardo il cielo che inizia a schiarirsi, socchiudo gli occhi e inspiro con forza l’aria fresca e profumata d’erba umida del primo mattino. Ascolto il silenzio assoluto, non c’è ancora il ronzio dei motori al minimo delle navi che tra qualche ora partiranno per la Grecia e l’Albania.

Dopo qualche minuto rientro, sistemo la tavola, vado in cucina e predispongo tutto per la colazione: tiro fuori dal frigo i due barattoli di marmellata e, insieme ai coltelli di metallo chiaro e lucido, li sistemo sul tavolo. Preparo la caffettiera, dispongo le tre tazze grandi per il latte e la tazzina per il mio caffé. Con un cucchiaino grande infilo lo zucchero e la cioccolata, due cucchiaini per ciascuno, per i ragazzi e mezzo cucchiaino di zucchero di canna per il mio caffé. Accendo il fuoco sotto la moka grande e prendo le fette biscottate e i due tipi differenti di biscotti per i ragazzi e per me. Io mangio un biscotto e mezzo di farina integrale o ai cereali, spalmati con marmellata di ciliege o di fragole.

Poi accendo l’ipad e mi preparo a leggere i quotidiani. Il momento bello, quello piccolo che centellino attimo per attimo sono i pochi secondi in cui sorseggio il caffé, con calma studiata, mentre il sole inizia a sbirciare il tavolo sbucando da dietro il tetto della villetta di fronte al mio balcone.

Una striscia di luce dorata si intrufola nella stanza e accarezza la mia mano che solleva la tazzina del caffé. In quel preciso momento io abbandono la lettura del giornale e mi perdo ad osservare il fumo che lentamente sale dalla tazzina e si mescola con la polvere che da invisibile il sole trasforma in una nebbia leggera, anch’essa dorata. Sono attimi. In questi giorni sono secondi che si allungano e diventano minuti in cui il tempo si sospende e il silenzio fa da base musicale ad una danza leggera che risucchia le preoccupazioni, l’ansia per il presente e per il futuro e si espande in una bolla di bellezza, ai limiti dello splendore.

In quel momento il Covid 19 scompare. I pensieri si sperdono nell’aria. L’aroma del caffè si spande mentre il liquido caldo ondeggia placido nella ceramica bianca. L’ansia, la fretta grattano dietro la porta d’ingresso. Sento il loro rumore, un grattare furioso sul legno e nel mio stomaco. Ma oggi resteranno confinate lì. Fuori dalla mia casa e dal mio tempo.

Pubblicato in Pensieri, Racconti, Resistenza, Sottrazione | Lascia un commento