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Ieri sera ho finito di guardare su Netflix un documentario su Aaron Swartz. Per chi non ne avesse mai sentito parlare, probabilmente si tratta del più grande programmatore della storia moderna. Un genio che ha lottato duramente per il libero accesso alla conoscenza tramite la tecnologia e che per questo è stato perseguito, in modo folle, dal FBI, dal Governo USA e dall’amministrazione Obama. Sino al punto che a soli 26 anni, schiacciato dall’impotenza a difendersi contro tanto accanimento, si è suicidato.

Aaron ha lasciato patrimonio di idee per cui lottare, oltre ad un patrimonio di codice libero da utilizzare. E’ stato uno dei primi seguaci del Creative Commons, dell’ Open Source, dell’Open Data. Uno di quei giovani che riteneva la tecnologia uno strumento importante per la diffusione della conoscenza e della libera diffusione del patrimonio culturale pubblico.

Il documentario molto ben fatto l’ho visto insieme ai miei due figli adolescenti. E nel seguire la storia e le interviste agli amici, ai compagni di lotta, ai fratelli e ai genitori di Swartz, mi chiedevo se dovessi proteggerli dalla violenza implicita nel dramma di quel ragazzo. Ho preferito non nascondere nulla, stare lì con loro spiegando in passaggi e stimolando, o perlomeno cercando di farlo, le loro domande.

Penso, infatti, che a loro tocchi il compito di portare avanti quelle idee. Insieme anche al mio contributo.

Era paradossale guardare la tenacia e la lucidità con cui un ragazzino lottava per un’idea collettiva, per garantire a tutti l’accesso alla conoscenza rifiutando di accettare che essa fosse invece intermediata dal mercato in cambio di profitti a vantaggio di poche grandi società. E rifiutando di patteggiare con un potere giudiziario che proteggeva il profitto privato anziché l’interesse collettivo. Tutto sommato questo sarebbe un principio elementare per una qualsiasi persona che abbia un’idea politica progressista. Invece nell’America di Obama non era così. Ma la tecnologia ha consentito ad Aaron di diffondere la sua idea e la sua lotta raggiungendo risultati importanti, come l’aver bloccato il SOPA, la legge americana che limitava il libero accesso ad internet.

La storia e la vita di Swartz sono un esempio, una specie di sveglia per noi che siamo addormentati e che subiamo ogni giorno soprusi da un potere ignorante e arrogante. Un potere che ha cancellato i diritti e la dignità del lavoro e che, pur nascondendosi dietro la scusa della tecnologia che sostituisce il lavoro delle persone e taglia l’occupazione, non è stato capace di investire un centesimo nella formazione e nell’innovazione tecnologica. Figuriamoci se dovessimo parlare nel nostro paese di libero accesso alla conoscenza.

Un disastro. Eppure mi chiedo cosa fare e come organizzarsi; come reagire. Perché se ci è riuscito un ragazzino potremmo riuscirci tutti. Lo pensavo oggi rientrando dal lavoro, mentre ero chiuso in macchina e in fila al semaforo dopo una dura giornata di lavoro. Una giornata in cui avevo solo tolto spille da pacchi di carte che avevo poi fotocopiato e rispillato con una vecchia spillatrice grigia e scrostata. Mentre spingevo il tasto della fotocopiatrice cercavo di pensare ma il cervello era spento, stanco, vuoto. Allora guardavo dalla finestra. Osservavo gli studenti sulle panchine di pietra che parlavano, una coppia che fumava con gli occhi socchiusi al sole, le macchine parcheggiate in doppia fila che bloccavano il traffico. E mi chiedevo se quella fosse la vita che avevo voluto.

Pensavo al coraggio di Aaron che ha lottato per le sue idee e la sua libertà. Una libertà a cui non ha voluto rinunciare, sia pure con un gesto estremo. E mi sono sentito un po’ complice dei suoi assassini.

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La paranoia è in uno schermo di 5 pollici (3a parte)

Sarebbe interessante conoscere il reale uso dei nostri dati. E’ molto facile, però, ipotizzarlo. Avete mai provato, faccio un esempio, a cercare i biglietti on line per entrare al Colosseo? Provateci. Dopo circa trenta secondi se aprite Facebook, o un normale browser per googlare qualcosa vi troverete sullo schermo una qualche pubblicità che vi invita a visitare il Colosseo, o vi indicherà gli alberghi a Roma o il costo del biglietto del treno per arrivarci. Tutto ciò che noi digitiamo o inseriamo nei nostri strumenti tecnologici è usato e venduto al miglior offerente nel giro di qualche secondo senza che noi ne sapessimo nulla o che qualcuno ci richieda l’autorizzazione.

Detto questo, è evidente, se ciò che ho scritto corrisponde al vero, che la tecnologia è uno strumento nelle mani di qualcun altro per controllare la nostra vita e, in qualche caso, usarla forse anche contro di noi. Perché se è possibile risalire ai nostri viaggi o è possibile avere la proprietà delle nostre foto e dei nostri pensieri è possibile anche manipolarli o manipolare la nostra conoscenza attraverso le informazioni che assumiamo durante la nostra vita. Ed è possibile anche sapere cosa ne facciamo diq uelle informazioni e di quale sia il nostro pensiero su ciò che accade intorno a noi.

In sintesi la tecnologia oggi è potenzialmente utilizzata per controllarci e non per farci crescere e sviluppare un pensiero autonomo e quindi mettere in piedi una migliore attività lavorativa.

In questo quadro che, me ne rendo conto, è potenzialmente paranoico è facile anche immaginare che a chi controlla la società in questo modo non interessa che i giovani lavorino o migliorino ma ha interesse esattamente al contrario: ha interesse che la società sia sempre più controllata e impoverita. In questo modo le risorse finanziare vanno a loro e si farà lavorare solo chi è propedeutico a costruire la società che hanno in mente. E “loro” non necessariamente sono singole persone, ma sono aggregazioni, società finanziarie o commerciali, entità statali o parastatali. Se qualcuno nutrisse dei dubbi in proposito si vada a vedere il film “Snowden” di Oliver Stone oppure si guardi il documentario, sempre sulla vicenda di Eduard Snowden, “Citizenfour” di Laura Potras. Il quadro sarà molto chiaro e ci si renderà conto che queste non sono paranoie ma è la triste realtà che alla stragrande maggioranza di noi è sconosciuta.

Però la risposta non è rinunciare alla tecnologia e all’innovazione. La risposta deve essere uscire dal giogo mediatico e dall’inseguire le mode. E’ necessario riflettere, capire a cosa ci serve uno smartphone, o un computer. Dopo averlo capito cercare le strade alternative. E’ un po’ come quando si prende la macchina per andare a visitare un bel posto. Si può scegliere la via più veloce, quella che ce a fa raggiungere in meno tempo. In questo modo, però, si perde l’avvicinamento graduale, si perde il contatto con la natura che si modifica pian piano, si sceglie la velocità alla lentezza e all bellezza. Con uno smartphone o un computer si può usare la stessa logica. In realtà, invece, esistono strade alternative che sono, probabilmente ma non è detto sia così, più complesse e che richiedono maggiore conoscenza e consapevolezza. Serve, insomma, che ci si metta le mani per capire quel che si fa e perché. Serve crescere.

Quando iniziai il mio lungo percorso tecnologico fui affascinato, come tanti, dalla Apple, da Steve Jobs, dalla sua idea di tecnologia. Il concetto della essenzialità, della linearità e pulizia nonché della semplicità di uso mi colpirono profondamente. La costruzione della GUI, l’interfaccia utente, e la programmazione ad oggetti di Hypercard mi stimolarono profondamente. Vi era dietro una filosofia attraverso cui si affermava il concetto che chiunque potesse aver accesso alla programmazione e che in poco tempo potesse diventare il costruttore di quello di cui aveva bisogno. Un concetto potente che disegnava uno scenario futuro rivoluzionario. Ma poi il principio si scontrò con i numeri delle vendite al ribasso e i costi eccessivi da sostenere per la costruzione di macchine potenti e innovative. Il mio primo Macintosh Plus lo pagai 7.700.000 lire italiane che era praticamente il costo di una autovettura. Jobs fu fatto fuori dalla Apple. Anni dopo tornò e riprese a rivoluzionare il mondo della tecnologia, ma il principio era cambiato. L’obiettivo non era più dare il controllo al possessore dello strumento tecnologico ma quello di controllare il mercato. Furono anni di idee rivoluzionarie ma che poco c’entravano con la diffusione di strumenti per crescere. Fu una imposizione costante di prodotti destinati a vendere e a creare nuove mode: iMac, iPod, Apple TV, iPhone. Tutti strumenti che hanno reso la nostra vita sicuramente più semplice ma sicuramente anche più semplice da controllare. Iniziò l’era del monopolio, l’era del controllo e del governo degli usi e costumi sociali. Oggi pur di avere un laptop Apple o un iPhone le persone si svenano, spesso senza nemmeno farsi qualche domanda. Me compreso. La bellezza del prodotto, il seguire la moda non hanno prezzo. E dove mettere la semplicità d’uso dell’iPhone. Mai nessuno che si chieda il perché la Apple non rende possibile nessuna modifica. Perché gli sfondi li decide la Apple? Perché non è possibile inserire una suoneria gratis? Perchè non è possibile ripararlo se non nei centri certificati della Apple, spendendo una barca di soldi? Perché la garanzia del prodotto dura in realtà solo un anno anziché due come pure stabilito dall’ Unione Europea?

Non è molto diverso per la concorrenza. Perché se usate un qualsiasi prodotto Android siete obbligati a usare i prodotti Google che sono più facilmente modificabili. Ma le modifiche sono solo un “contentino” di facciata perché la sostanza è che tutto il vostro traffico dati, i vostri stessi dti personali, saranno a disposizione di Google. E la multinazionale californiana li userà e li venderà per trarne un vantaggio commerciale e finanziario.

Anche in questi casi la tecnologia non servirà a voi per inventare un nuovo lavoro e farvi stare meglio. Servirà a loro per fare utili e controllare la nostra vita.

Esiste un’alternativa? Sì. Esiste un mondo sconosciuto, un mondo sommerso, in cui si costruisce ogni giorno del codice libero, delle app sicure e libere. Un mondo, però, in cui non è possibile che qualcun altro decida al vostro posto cosa farne. Esiste una comunità di pazzi che programmano ogni giorno gratis e lo fanno perché credono in una società diversa. E’ la comunità dell’OpenSource, del codice libero. E’ quella comunità che ha costruito Linux. Non storcete il naso. Lo so, molti quando sentono parlare di Linux penano ad un mondo complicato in cui o sei un programmatore o non ne caverai un ragno dal buco. Non è esattamente così. La comunità OpenSource mette gratuitamente a disposizione gli strumenti, poi dovrete essere voi a capire a cosa vi potranno servire e per usarli dovrete imparare a “smanettare” un poco. Niente di complicato, perché se ci sono riuscito io ci riesce chiunque. Mio figlio di dodici anni in un paio di giorni a imparato ad usare le applicazioni destinate a testare la sicurezza di un sito e ha verificato, impiegando non più di un paio di minuti, che il server su cui è appoggiato il mio blog personale, e che pago ogni anno, è un colabrodo accessibile facilmente da chiunque. E quel chiunque può accedere ai miei dati personali e farne quel che vuole. Linux è un sistema operativo oggi facilmente installabile e facilmente configurabile. Dovrete solo impegnarvi a leggere un paio di paginette. Dopo averlo installato vi renderete conto che è più potente di qualsiasi altro sistema operativo, che è altrettanto facilmente configurabile e che ha a disposizione tutti i programmi di cui avrete bisogno. E’ installabile su qualsiasi catorcio di computer, anche molto vecchio. Non avrete bisogno di avere il laptop o il pc più figo del mondo ma potrete riutilizzare anche un vecchio modello abbandonato nel garage o nel ripostiglio. E se o farete vi renderete conto che è possibile essere produttivi, informati, consapevoli anche senza spendere cifre da capogiro. Anzi, senza spendere nulla. E avrete a disposizione anche una comunità di sviluppatori che vi aiuteranno on line in tempo reale e per qualsiasi problema doveste riscontrare. La stessa soluzione vale anche per gli smartphone perché da anni esistono modelli con installato il Linux Ubuntu che è “diversamente” innovativo, ha un’interfaccia nuova, potente e facile da utilizzare. E soprattutto costa poco..

Se poi si volesse restare sul sicuro, sulle interfacce conosciute, è sufficiente cercare strade alternative che puntino alla sicurezza, alla tutela dei propri dati. O meglio, alla sicurezza dei propri pensieri. Esistono applicazioni che non sono prodotte, o controllate, dalle grandi aziende informatiche e che consentono di utilizzare la moderna tecnologia senza svendere la propria vita ai grandi marchi. Se leggete un libro, un banalissimo giallo, “Quello che non uccide Millenium 4” di David Lagercrantz, ne avrete la conferma. Questo libro è l’ultimo della serie Millenium che fu un autentico case editoriale diversi anni fa. Portarono alla ribalta Stieg Larsson, noto giornalista svedere ed autore di una trilogia che ebbe un successo planetario. Un successo che non fece in tempo a godersi perché morì d’infarto a soli 50 anni. Molti anni dopo la saga ebbe un quarto capitolo scritto da un noto scrittore svedese, perlopiù noto per le biografie più che per altro. In quel romanzo si racconta di un mondo hacker sotterraneo e si nominano diverse applicazioni realmente esistenti e realmente sicure. Una su tutte è la app Threema, una app identica a Whatsapp o WeChat, ma che utilizza la cifratura dei messaggi e dei file sia in partenza che in arrivo. Impedisce in pratica al costruttore dello strumento utilizzato di poter mettere il naso nella nostra vita.

Un altro aspetto importante è l’influenza delle mode sulle nostre scelte tecnologiche. Sarò pratico ed essenziale. Nella mia vita ho sempre sperimentato molto in campo tecnologico e informatico. Ho imparato ad usare qualsiasi tipo di sistema operativo, sia su computer che su smartphone. Ma sono da sempre un fanatico, è il termine esatto, della Apple e dei suoi prodotti. Anzi, per essere preciso, sono sempre stato un fanatico dei Macintosh, che è una cosa molto diversa. La filosofia Macintosh era quella che ho descritto all’inizio; quella fondata su una interfaccia grafica umana, facile, comprensibile ed accessibile a tutti. E’ stato grazie a quella interfaccia, e alla programmazione con Hypercard inventata da Bill Atkinson, che il mondo dei computer si è aperto al mondo e che ha reso possibile che in ogni casa ci fosse un computer. Quello spirito pionieristico non c’è più. E’ stato sostituito dal mercato e dal suo controllo, a prescindere da una reale innovazione. Sono molti anni che non si inventa veramente qualcosa di realmente nuovo, di altrettanto rivoluzionario.

Oggi si compra un Mac perché è bello, perché è un oggetto di arredamento, perché è “figo”, perché non si ha voglia di cambiare e di perdere tempo con la configurazione dello smartphone o del computer. Lo accendi e fa tutto da solo.

In realtà è così per qualsiasi sistema, sia esso Windows, MacOs o Linux, Android, iOs o Windows Mobile. Ed è anche facile trasferire i propri dati da un sistema all’altro senza dover essere degli esperti. Basta scrivere su Google e si trova la risposta alle proprie domande.

Le persone, però, non hanno una reale voglia di cambiare le proprie abitudini. E’ su questo che puntano i grandi marchi che ci controllano: sulla nostra pigrizia mentale.

Eppure le contraddizioni sono evidenti. Un iPhone oggi costa da un minimo di 800 euro sino ad oltre 1.000 euro. Se acquistate uno smartphone cinese, e non parlo di imitazioni o di porcherie di plastiche, lo pagate al massimo un quarto e avrete tra le mani un prodotto forse di qualità anche migliore dell’iPhone. Ovviamente il livello qualitativo del sistema operativo, la sua ottimizzazione rispetto all’hardware, sarà inferiore. Ma non tanto da giustificare la differenza di prezzo. Nell’operatività quotidiana la differenza non sarà notata perché è realmente minima. A me è costato fatica fare un passo del genere. Però sin dall’iPhone 4 ho iniziato ad avere problemi. Il 4 mi è stato sostituito per ben quattro volte perché ogni modello aveva un difetto hardware molto serio. L’iPhone 5 si è frantumato dopo pochi giorni dal suo primo anno di vita e ripararlo sarebbe stato a mie spese con costi molto elevati. Il modello che utilizzo attualmente, l’iPhone 6, ha un distacco dello schermo dall’intelaiatura e provoca una serie di problemi e di ritardi nelle risposte del sistema operativo. Il problema si è verificato dopo circa due mesi dal compimento del suo anno di vita. Anche in questo caso la riparazione sarebbe stata a mio carico con costi elevati.

Ho deciso che era il momento di cambiare ed ho acquistato un Honor 5c (una seconda marca della Huawei, cinese) spendendo 162 euro. Ora ho tra le mani un prodotto tecnologicamente allo stesso livello dell’iPhone, con un sistema operativo ben ottimizzato e più veloce dell’iPhone. In sintesi, spendendo un quarto ho ottenuto un prodotto che mi consente di fare quello che facevo con il device della Apple. Ho scaricato le mie app sicure e lavoro senza alcun problema e, tra l’altro, la batteria ha una durata tripla rispetto a quella dell’iPhone.

Ovviamente la delusione è stata cocente per me ma mi ha aiutato ad aprire la mente.

La tecnologia è solo uno strumento che ci deve servire a migliorare la qualità della nostra vita e a raggiungere gli obiettivi che noi decidiamo di darci. Non quelli che ci condizionano ad avere le multinazionali. Non è necessario cambiare i prodotti ogni due anni, non è necessario rincorrere l’ultima novità. Perché sono tutti orpelli inutili che servo solo a far fare soldi e utili ad altri. La nostra vita non si modificherà di un millimetro. Se vogliamo costruire nuovo lavoro serve inventiva, fantasia, conoscenza e obiettivi chiari.

Tirate fuori dal garage il vecchio pc e installateci Linux Mint 18. Oppure se avete voglia di imparare a smanettare e a verificare la sicurezza delle vostre reti telematiche installate il Kali Linux e leggete qualche guida chiara, e in italiano, che troverete on line. E liberatevi di Facebook, Whatsapp, Messenger. Usate le app alternative, gratis e più sicure. Cercate le risposte alle vostre domande, non inseguite le mode imposte dai nuovi padroni della Rete.

3. Fine

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Libertà e Tecnologia

Swartz, Wikileaks, Snowden. Tre facce di un percorso accidentato. Tre facce di eroi. Tre facce di nuovi rivoluzionari. La nuova frontiera della libertà è la lotta per la difesa della privacy e nello stesso tempo la lotta contro la proprietà privata nelle nuove versioni imposte dalla tecnologia e dalle multinazionali della Silicon Valley insieme ai governi delle principali potenze mondiali.

Swartz si è suicidato perché non ha retto alle aggressioni del governo USA. Wikileaks ha visto la sua fine con l’abbandono dei Daniel Berg e il confino di Assange nell’ambasciata boliviana a Londra. Snowden è stato costretto a fuggire in Russia e dobbiamo sperare che Putin non lo regali a Trump in cambio della riduzione dell’embargo.

La lotta per la libertà passa attraverso i computer e la lotta contro il controllo mondiale. E’ incredibile che nell’epoca in cui gli strumenti tecnologici consentono a tutti di esprimersi si sia sviluppata la capacità di un controllo globale. Ed è incredibile che la lotta per la libertà non abbia il volto di piazze che lottano contro il potere, ma assumano il volto di singole persone che lottano contro il controllo della tecnologia. Swartz ha lottato per la condivisione dei dati e la libertà dalla proprietà sui contenuti pubblicati nel web cercando di liberare le persone  dal controllo delle multinazionali. Wikileaks ha cercato di portare alla luce la corruzione del potere attraverso la difesa delle “gole profonde” per poi perdersi nei meandri psicotici del suo fondatore. Snowden ha denunciato il totale controllo della NSA sulla vita delle persone connesse, portando alla luce le tecniche di controllo remoto da parte del governo americano di tutto il traffico dati mondiale con il determinante contributo del governo inglese.

Un quadro terrificante in cui è ancor più terrificante la constatazione che debbano essere dei singoli individui ad assumere il ruolo degli eroi che lottano per la libertà. Un senso di solitudine che avvolge l’intera umanità in cui pare sia svanito il senso del collettivo e il principio che “el pueblo unico jamas serà vencido”. Negli ultimi anni la lotta di Swartz e Snowden corre il rischio di svanire nella memoria dell’umanità rendendo vano il loro sacrificio, nel caso di Aaron Swartz estremo. E’ necessario che la loro lotta, il loro impegno reti nella memoria collettiva e che il loro testimone sia preso da altri in modo da portare avanti in tutti i modi la difesa della privacy, impedendo il controllo dei dati personali sul web, e la lotta per la libertà del codice attraverso una regolamentazione differente. Non bisogna mai dimenticare il vero significato della locuzione “Proprietà privata”: proprietà sottratta all’uso collettivo. Diffidate delle grandi multinazionali che controllano la nostra vita: Google, Facebook, Apple, Microsoft. Loro hanno il pieno controllo della nostra vita, dei nostri dati e formano le nostre opinioni. E questo, se ci pensiamo un attimo, è davvero terribile.

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La paranoia è in uno schermo di 5 pollici (2a parte)

Le grandi aziende sono poche, si contano sulle dita di una mano, e controllano praticamente tutto il traffico dati tecnologico del pianeta. E non solo il traffico dati, perché sono anche le aziende che producono, o comandano chi produce, i più diffusi strumenti tecnologici attualmente utilizzati sul pianeta. Quali sono queste aziende? Google, Apple, Microsoft, Samsung, Huawei, Dell, Asus, Acer. Quali sistemi operativi utilizzano? MacOs e iOs (Apple), Windows 10 (Microsoft, Dell, Asus, Acer) Android (Google, Samsung e la principale derivata del sistema _Emui_ è prodotta dalla cinese Huawei).

Questi sistemi operativi hanno il pieno controllo, anche attraverso la geolocalizzazione, della vita di chi possiede questi prodotti. Sono sistemi operativi che, direttamente o indirettamente, custodiscono ogni cosa che noi produciamo con i nostri computer o smartphone sui loro server attraverso il Cloud. Cosa è il Cloud? Sono semplicemente dei giganteschi server, altri computer, che custodiscono ogni nostra cosa: documenti, musica, fotografie, disegni, mail, chat private. E’ tutto custodito presso strumenti di loro proprietà e loro ne hanno pieno e libero accesso. Qualcuno dirà che questa è una mia fobia. Beh, allora spostiamo il ragionamento sul privato. I principali software con cui chattiamo dalla mattina alla notte o medianti i quali ci scambiamo con il mondo foto, idee, pensieri privati quali sono? Facebook, Messenger, WhatsApp, Twitter, WeChat.

La prima, Facebook, è una potenza ormai planetaria che ha libero e indiscusso accesso su tutto ciò che pubblichiamo e ne ha anche la proprietà. Cioè, quello che noi scriviamo o inviamo tramite la app di Facebook nell’esatto momento in cui è postata sulla applicazione diventa di sua proprietà e ne ha il pieno controllo. Messenger e WhatsApp, guarda un po’, sono di proprietà di Facebook.

Cioè Facebook ha il controllo della quasi totalità della messaggistica planetaria.

Twitter invece è l’unica società indipendente. Non a caso sta vivendo una crisi molto forte e probabilmente sarà costretta ad essere venduta a qualche altra società più potente. Quale? Beh, provate ad usare la fantasia.

WeChat, a sua volta, è un’altra potenza planetaria e di chi è proprietà? Della Cina! In quel paese, la cui popolazione è abbondantemente oltre il miliardo di persone, è la social app più diffusa.

L’altra principale app di messaggistica è Telegram che è una delle poche che mantiene i file criptati sullo smartphone o sul computer senza salvarli sui server della società proprietaria. Non a caso non è molto diffusa, ma è l’unica app che per funzionalità e difesa della privacy riesce a mantenersi in vita e ad essere una reale concorrente del mondo padrone della rete.

In sintesi la tecnologia è nelle mani di pochi.

2. Continua

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La paranoia è in uno schermo di 5 pollici

In questi ultimi anni quando si parla di tecnologia e innovazione pare si faccia riferimento a una entità sovrannaturale con una grande virtù: riesce a creare nuovi lavori e nuova occupazione con il semplice schiocco delle dita di una mano. E’ un qualcosa che risolve i problemi della disoccupazione nel mondo, in particolare nelle zone disagiate dove la tecnologia, leggi la banale elettricità che gli dà vita, non è diffusa.

Eppure in questa diffusa opinione c’è una contraddizione di fondo, e qui scopiazzo una elementare riflessione di Federico Rampini nel suo ultimo libro “Il Tradimento”: mai come negli ultimi venticinque anni la tecnologia ha avuto il massimo della accelerazione e della diffusione. Pensate un attimo ai computer del 1991 e ai cellulari che si usavano: dei mattoni dagli schermi a cristalli neri con scritte verdi oppure grigi con scritte nere. Ognuno dei quali costava una fortuna. Nel 1991 acquistai il mio primo Macintosh Plus con un piccolo monitor di 9 pollici al modico costo di 7.700.000 lire italiane. Era il primo computer che aveva un sistema operativo con i menu e le finestre a tendina, il primo con i font intercambiabili, il primo con il mouse, anche quella allora era una scatoletta rettangolare, come quelle del tonno Nostromo.

Eppure, paradossalmente, nonostante tanta tecnologia il mondo vive una profonda crisi economica e sociale. La peggiore della storia moderna. Una crisi impressionante in cui le ricchezze si sono spostate dalle tasche delle masse a quelle di pochi eletti, con una concentrazione di capitali e di potere mai vista prima nella storia dell’umanità. Non sembra che la diffusione della tecnologia e dell’innovazione abbia portato ricchezza e inventiva, invece sembra che abbia aiutato molto a sviluppare il processo esattamente opposto.

Come è stato possibile? La risposta è, tutto sommato, abbastanza banale. La tecnologia è neutra. Sono strumenti che danno possibilità, e potere di controllo, a chi li usa. Il problema, quindi, è capire come sia usata, con quali obiettivi o fini e che cosa ha in mente chi li controlla. Perché la tecnologia ha bisogno che qualcuno decida cosa deve fare e come. I famosi algoritmi da soli non servono a nulla. Sono formule matematiche che vanno attivate e hanno bisogno di una parola chiave o di un obiettivo chiaro per essere attivate e dare un risultato. E il risultato non necessariamente è utile a chi la utilizza. E’ probabile, invece, che esso serva a qualcun altro che ha il controllo remoto.

Se questo concetto dovesse essere vero allora è possibile spiegare in un altro modo la attuale concentrazione delle banche dati nelle mani di poche grande multinazionali: le mitiche grandi e potenti aziende tecnologiche che risiedono nella Silicon Valley, in Cina e nella Corea del Sud.

1. Continua

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Netflix e la neve

Netflix è una figata pazzesca. Pensavo esattamente questo mentre ero stravaccato su una seziona pieghevole di legno davanti al monitor HD del mio pc nuovo. Sorridevo seguendo la trama del film. Le immagini erano nitide, i colori saturi come il mio godimento. Le ventole del pc ronzavano delicate, un ronf ronf da gatto che fa le fusa. Ogni tanto, con la coda dell’occhio, ammiravo soddisfatto la luce rossa diffusa dai led interni al computer. Intravedevo anche la scritta bianca e rossa della nuova scheda grafica. Cavolo, avevo comprato e montato una nVidia GeForce 1060. Una buona occasione presa al volo su Amazon e pagato con PayPal. Così ero anche dal sicuro da fregature.

La stanza era buia, illuminata solo dalla lampada sulla scrivania. Mi passai una mano sulla barba ispida. Era un giorno di festa e non l’avevo rasata. La mattina il cielo era di un grigio ghiaccio, tutto era bianco come la lama di un coltello. Faceva freddo, sentivo il vento che si infilava nelle fessure delle finestre. Percepivo il grattare del gelo sui muri e decisi che non sarebbe stato il caso di affrontare l’acqua gelida del mattino.

Il film continuava a scorrere sullo schermo, veloce come la storia che raccontava. Ogni tanto mi distraevo e lo sguardo vagava intorno a me. Nella penombra della stanza, spezzata dai bassi del woofer, seguivo il profilo di tutta la tecnologia che era distribuita. Erano frammenti di una ricerca continua. Pezzi slegati tra di loro che testimoniavano la mia irrequietezza. Due scatole con vecchi iPhone conservati e ricoperte dalla polvere, il mio attuale iPhone 6 con lo schermo distaccato da un lato e lento come una vecchia caffettiera incrostata, pur avendo solo un paio di anni di vita. Era poggiato sotto il nuovo smartphone cinese Honor 5x, appena acquistato anch’esso su Amazon, anche lui approfittando di una offerta e pagato sempre con PayPal. Avevo ceduto alla curiosità di testare l’odiato sistema operativo Android. Pensavo fosse costruito sul codice Linux e avevo, invece, scoperto, che era sviluppato su Java. Lo sguardo scese verso l’unico cassetto della scrivania. Dentro c’erano due modelli di smartphone su cui era installata la versione per sviluppatori di Windows 10: un Nokia 735 (uno degli ultimi modelli Nokia prodotti e commercializzati), e un Windows Phone 650 dallo schermo brillante e nitido. Entrambi con difetti emersi dopo solo un anno di utilizzo. Il sistema operativo mi era piaciuto molto, leggero e veloce, ma con pochissime app utilizzabili. Ai miei piedi c’era un secondo pc, che avevo costruito rimontando pezzi di due vecchi pc cannibalizzati, e su cui con i miei figli avevo installato l’ultima versione di Kali Linux. Una distro costruita da hacker e utilizzata per testare i “penetration test”. Sul pc che avevo di fronte avevo installato due SSD, su uno avevo installato Windows 10 mentre sull’altra avevo installato l’ultima versione di Linux Mint.

Sul tavolino del pc era poggiato i mio iPad 3.

E’ stato un lampo. Un flash che mi è passato rapido nel cervello. Ho iniziato a sudare, nonostante le bordate di vento ghiacciato che tuonavano contro i vetri della finestra. Ho fermato il film perché le scene e le parole scivolavano troppo veloci e non riuscivo a trattenerle. Era come seguire un video con i frame che saltavano impazziti. La domanda si era affacciata improvvisa: cosa diamine ci faccio con tutta questa roba dentro casa? Perché?

Sapevo sin dall’inizio che le risposte seguivano due linee parallele e che non avrebbero mai avuto alcun punto di contatto tra di loro. La prima linea era quella di comodo. Avevo bisogno di rispondere alla mia sete di conoscenza. alla voglia di curiosare, di esplorare, di conoscere strade nuove. MacOs, Windows, Linux, iOs, Android, Windows Mobile. Mettere le mani in ognuno di questa sistemi operativi, ammanettare, comprenderne i codice. Sul tavolino, di fianco all’iPad erano impilati tre libri: Android in 7 giorni, Swift 2.0, Hacker e le tecniche di penetrazione (per favore evitiamo battute facili!). Le mani su tutto. Curiosità. Perdita di tempo.

La seconda linea era quella più vicina al vero. Cercare solo una strada per liberarsi dal giogo di una vita reale per tuffarsi nell’idea di una vita alternativa in cui il lavoro è fare qualcosa che piaccia. Peccato che da quando ho cercato una strada alternativa legata la mondo dei computer, della programmazione, della grafica 3d, siano passati oltre venti anni. Con un risultato finale che mi ha portato solo ad avere stampata sulla terza pagina di copertina del manuale del software Vue della E-on software una mia immagine. Certo, sto parlando del software con cui si producono tutte le scene virtuali delle principali produzioni hollywoodiane. E’ una grande soddisfazione ma ormai, anche lei, è sepolta sotto la polvere del tempo.

Scuoto la testa e riavvio il film su Netflix. Il ronzio consolatorio delle ventole del novo pc irradiano una lenta, ma crescente, sensazione di calore e di torpore. All’improvviso una bordata più forte di vento urta contro i vetri della casa. Incuriosito mi infilo le scarpe e vado verso la finestra. Scosto con la mano la tenda. Fuori il cielo è ormai buio. Le luci arancioni dei lampioni illuminano il profilo scuro degli alberi che ondeggiano paurosamente sotto i colpi del vento del nord. Sul buio dell’orizzonte si stagliano i coni di luce e finalmente la vedo: la neve! Scendo vorticosa in piccoli fiocchi bianchi che si tingono di arancione. Infilo il cappotto, il cappello, i guanti ed esco. Scendo le scale di corsa, apro il protone ed esco. Le pietre bianche del pavimento sono bagnate, nelle larghe fughe si sono formate delle pozze d’acqua. Ci infilo il piede e scivolo perché si è formato il ghiaccio. Mi raddrizzo e alzo il viso verso il cielo. Intorno a me il silenzio è ovattato. Il cielo è coperto di nuvole bianche su cui si riflette, intensa come su uno specchio, la luce dei lampioni. Il cielo è quasi rosso. E poi la vedo, scendere lentamente con improvvise accelerazioni, cambiando veloce la la direzione. E’ la neve che nel silenzio scivola verso il mio viso e lo bagna.

In quel momento mi chiedo di nuovo a cosa mi serve tutta quella tecnologia. A quali domande potrà mai rispondere. A cosa potrà mai servire studiare codice di programmazione? Vorrei spegnere quelle domande, così come vorrei spegnere quelle orribili luci arancioni. La tecnologia è un po’ come quei lampioni, in realtà falsano la vera luce, alterano la percezione della natura, la spogliano della sua essenza e del suo essere “naturale”?

Prendo dalla tasca l’iPhone. Lo guardo accendersi e vedo le gocce di neve che si sciolgono sul suo schermo. Sorrido. E mentre premo a lungo il tasto sulla cornice destra per spegnerlo alzo la testa e sento sulle labbra che sorridono il freddo dei fiocchi che vi si posano.

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Buona Pratica democratica n. 3

L’altro va riconosciuto come persona. Chi ha opinioni diverse non è un nemico. Nemmeno quando le opinioni sono radicalmente diverse. Chi le esprime ha delle motivazioni. Vanno ascoltate con attenzione e con rispetto. E smentite con il ragionamento. Il consenso va costruito, non imposto.

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Il battito vuoto

Il libro non parla dell’autore ma gli scrittori scrivono di cose che conoscono. Sarà per questo motivo che non riesco più a scrivere nemmeno una riga? Certe volte, anzi quasi sempre, penso che la mia sia solo un’aspirazione, un sogno ad occhi aperti. Perché se volessi davvero scrivere non riuscirei a stare lontano dalla tastiera e dal mio taccuino. Invece negli ultimi mesi, se non proprio negli ultimi due anni, non ho scritto granché. Nel senso che sento la mia fantasia prosciugata ma provare a scriere mi provoca sofferenza, quasi un fastidio intenso. E’ il riconoscimento di un fallimento.

Fino ad un paio di anni fa ogni sera quando uscivo, qualunque fosse il tempo lì fuori, per correre la mia testa iniziava a frullare idee e immagini. Poi tornavo a casa e dopo la doccia iniziavo a scrivere. Alcune volte con una determinazione e una furia che mi lasciava di stucco. Forse avevo stimoli esterni o forse ero solo meno disincantato come lo sono adesso.

Ricordo con un certo magone il mio passo sulla strada bagnata sotto i riflessi arancioni dei lampioni. Il vento freddo mi pungeva la pelle del viso, come piccoli spilli che si infilavano ovunque. Era un immenso piacere che mi rincuorava. Credevo di avere una prospettiva per il futuro, una valvola di sfogo alla mediocrità del mio lavoro, sia di quello bancario che di quello sindacale.

Stasera sono andato a correre per la prima volta al buio. Ho percorso, dopo diversi mesi, il mio anello invernale vicino casa. Niente più campagna, niente più tramonti infuocati dai colori pastello.

Correvo dopo due settimane di blocco a causa di un brutto raffreddore che, come al solito, mi ha fuso le orecchie mandandomi in tilt. Ho corso una prima volta un paio di giorni fa, ma era una corsettina leggera per riprendere il contatto con l’asfalto e, soprattutto, con un me stesso un po’ spaventato. Oggi, invece, sono partito da subito con una bella falcata e con un buon tempo. Mi sono rinfrancato e con il passo robusto la testa ha ripreso a funzionare. Ho pensato e ripensato, ho mollato le briglie ma la fantasia non si è affacciata. E’ rimasta chiusa da qualche parte, ammesso che sia ancora dentro di me. Guardavo le solite luci arancioni, le stesse di due anni fa, e le osservavo un po’ invecchiate come me. La luce tremolava e l’umido sull’asfalto granulato sfavillava. Insomma l’ambiente esterno mi rimandava a tempi fecondi ma ascoltandomi sentivo l’eco del vuoto.

Ho lasciato che la striscia della delusione gocciolasse sulla strada e mi sono solo concentrato su un piacere che non provavo da tempo: il silenzio della corsa immerso nel soffio del vento. Ho alzato la testa alla ricerca della luna piena che stasera sarà visibile più grande e più luminosa che mai.

Ma le nuvole coprono il cielo e si intravede solo una sagoma opaca dietro gli strati grigio scuri.

Ho corso a lungo, il cuore veloce, il silenzio intorno a me, le gocce di sudore freddo che scorrevano dietro il collo.

Non ho avuto idee, ho riprovato solo il desiderio di raccontare, come non facevo da tempo, le sensazioni contradditorie ma intense di una corsa serale.

E’ poca roba. Non è un racconto. Non è nulla. E’ solo un frammento di vita sotto la luce arancione di vecchi lampioni in un quartiere di periferia che ha la fortuna di essere incollato alla campagna brindisina.

Per un racconto vero dovrò aspettare.

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N. 2

In qualunque tipo di votazione, e/o di elezione, a cui si partecipa scegliere con cura il candidato. Scegliete una persona che rappresenti i vostri valori e la vostra cultura. Almeno uno ci sarà sempre, ma va cercato con attenzione e con senso di responsabilità. Non votare MAI turandosi il naso. Perché prima o poi, se votate così, sarete traditi.

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Un’altra provocazione. Altrettanto seria

Sono giorni che mi chiedo cosa si possa concretamente fare per essere attivi contro questa mostruosa onda di populismo che sta annichilendo il pianeta e che ci fa correre molto velocemente contro la barbarie. Nei prossimi anni, se non mesi, corriamo il rischio di tornare ad un oscurantismo medievale. Ma che, al contrario del Medioevo, non avrà in sé il seme della costruzione di un futuro luminoso, la scoperta delle Americhe. In sé avrà la distruzione di una civiltà così come l’abbiamo conosciuta: la democrazia, la libertà, il progressismo, la solidarietà umana.

Cosa fare allora? Oggi sul quotidiano La Repubblica c’è uno splendido articolo di Paolo Rumiz che dice, in estrema sintesi, che è necessario predisporre un manualetto di resistenza umana. Io condivido questo pensiero ma mentre lui f riferimento ad un manuale di resistenza fondato sulle parole, personalmente credo sia necessario un prontuario sui piccoli gesti quotidiani che servano a costruire una resistenza sociale e politica. Insomma, un manualetto di buone azioni per essere realmente democratici (sia ben chiaro: nulla a che vedere con il Partito Democratico!!!), solidali e progressisti. Un insieme di azioni che possono essere svolte d ognuno di noi ogni giorno e che rappresentino un baluardo contro la barbarie, l’ignoranza, la prepotenza degli arroganti che oggi, purtroppo, pare siano la grande maggioranza in Italia e nel mondo.

Bene, io ci proverò. Da oggi. Magari è una banalità e il rischio che diventi una iniziativa demagogica c’è tutto. Spero che qualcuno, perché so bene che mi leggono in pochissimi, mi dia una mano e, soprattutto, mi aiuti con i consigli proprio per evitare che la deriva demagogica si impossessi di questa piccola iniziativa.

Incominciamo da oggi:

Prima azione di resistenza quotidiana:

  1. Andare sempre a votare a qualsiasi iniziativa democratica (elezioni, referendum, nomina di un rappresentante di classe nella scuola di una figlia/figlio, partecipare alle assemblee condominiali…)
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