La voce del vuoto

Guardo il telefono. Come se ci fosse un contatto telepatico fra lui e me, squilla. Lo osservo mentre squilla. C’è un pulviscolo bianco intorno ai tasti, come se fosse indeciso se infilarsi o meno negli interstizi. Lo squillo continua, rimbomba nel silenzio della sera. La luce gialla della lampada illumina il marrone scuro della scrivania e il grigio metallico del mac.

Mi accarezzo la barba mentre afferro la cornetta. Con un gesto lento l’avvicino all’orecchio. Dico “pronto?” al fruscio elettrico che avverto nel microfono. Ascolto la mia voce. E’ roca, profonda, stanca. E’ così diversa dalla tua, dalla memoria che conservo della tua voce.

Non risponde nessuno. Ascolto il mio respiro lento che rimbomba nel vuoto delle onde. Dall’altra parte avverto lo spessore del silenzio. E’ un impasto di suoni leggeri, una intelaiatura di sospiri del tempo e dello spazio. Li avverto tutti, come se percepissi la dimensione dello spazio che si inerpica lungo le onde infilate nei cavi. Da dove arriva quella telefonata? Avverto un brivido interiore ma lo scaccio con un gesto vago della mano libera.

Alzo lo sguardo verso la finestra. Il sole è tramontato e la luce grigia inizia a mescolarsi con il blu cobalto della notte che si spande nel cielo. All’orizzonte si smontano gli ultimi colori del giorno. Gli alberi diventano ombre nere, spazzate dal vento del nord.

“Pronto?”. Ancora lo stridio elettrico e un vuoto. Ne avverto ancor di più la densità cosmica. Non risponde nessuno. Vorrei sentire ancora una volta la tua voce. Sentire il mio nome sulle tue labbra. Ancora, solo una volta. Per sedare la rabbia che ho dentro e che non va via. Quella rabbia che non mi fa dormire la notte, che mi fa divorare libri su libri, che mi fa cercare in altri occhi il tuo sguardo indagatore, burbero e dolce.

C’è solo silenzio. E’ il tuo silenzio. Ha il suo tessuto, il suo intreccio, il suo profumo amaro.

E percepisco la tua assenza. Un vuoto che colma le distanze, le discussioni, la violenza, la rabbia distruttiva. Tutto scompare in un vortice.

“Pronto?” Sento il clic della cornetta che si chiude e il silenzio diventa una linea sottile, piatta. E’ un vuoto che sa del nulla, che non ha spessore, che cancella la presenza e la schiaccia.

Allontano la cornetta dall’orecchio. La guardo, come se l’attesa confidasse in un suono qualsiasi che mi ricollegasse a te.

Scuoto la testa. Poggio la cornetta. Mi strofino le mani, come se le volessi ripulire. Uno sguardo alla finestra. La luna piena si affaccia dietro una nuvola che corre rapida nel cielo.

Alzo lo schermo del mac. La tastiera si illumina della luce del led. Bianca, senza colori e senz’anima.

Inizio a scrivere questo racconto, lanciando uno sguardo al telefono. La tua voce non l’ascolterò mai più.

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Mr. Mac e Doctor Linux

Le cose vecchie non si gettano via. Le cose vecchie hanno un’anima, hanno la memoria, hanno un cuore. Le cose vecchie conservano la polvere, il profumo dei luoghi dove quel pulviscolo quasi trasparente si è depositato su di loro. Le cose vecchie sono macchiate dall’alone delle lacrime che sono scivolate sulla loro superficie, sono consumate dalle mani che le hanno carezzate o usate. Ne conservano la forma, la illuminano scolorendosi. Le cose vecchie ci appartengono intimamente perché sanno cose di noi che in pochi conoscono.

Queste righe le scrivo su un vecchio portatile di mia moglie. La tastiera è opaca al centro di ogni tasto, le lettere sono sfumate, ogni singolo tasto ha una macchiolina. Ogni macchia è diversa dall’altra. Ogni macchia racconta una storia. Su questi tasti sono scivolate molte lacrime, questi tasti le sue dita le hanno pestati o sfiorati. La polvere è ammucchiata negli interstizi dello schermo.

Lo schermo che è rimasto aperto per giorni e intere notti. Lo schermo che è stato aperto delicatamente all’alba, ancor prima che il sole iniziasse a sorgere, mentre lei, sorseggiando un caffè caldo, studiava e sbirciava su facebook e con le orecchie ascoltava, sempre con un pizzico di ansia mescolato ad un sorriso grato, il respiro dei bambini che dormivano nella loro stanza.

Un giorno questo portatile, un vecchio MacBook, non ha più funzionato. Il sistema operativo non partiva più e lei ha di nuovo pianto. Perché quelle macchie sulla tastiera, ma anche quelle sulla scocca di alluminio grigio chiaro erano le sue rughe, i segni del suo tempo, i respiri ingoiati nel silenzio della notte, o nel vuoto interiore, e nel chiasso di una canzone di Jovanotti sparata a tutto volume.

Ma questo vecchio MacBook era stanco, non ce la faceva più. Non riusciva più a reggere il ritmo della modernità. I nuovi sistemi operativi erano troppo esigenti, i programmi richiedevano uno sforzo che la scheda grafica non poteva più garantire. Lo schermo iniziò a sfarfallare, una pioggia di lampi luminosi. Il disco rigido arrancava. Il calore era insopportabile e le ventole sferragliavano rumorose. Un giorno disse basta, il boing di avvio restò zitto, lo schermo nero.

Io non ho mai avuto problemi. La tecnologia, la sua fame di consumo, mi affascina. Da sempre. Alla prima occasione, al primo segnale di difficoltà del mio computer, qualunque esso fosse, lo cambiavo.

Ma quando mi ritrovai tra le mani questo MacBook, così silenzioso e così stanco, sentii che qualcosa dentro di me si crepò. Le certezze che il nuovo è bello si offuscarono, come un colpo di vento gelido in una calda serata di fine settembre. Capii che il mio inverno era alle porte. Qualcosa era cambiato.

Osservai il nero dei tasti così consumato con un sorriso. Lisciai con il dito una macchia più grande sul tasto di tabulazione. Passai il pollice sul trackpad liso e sentii lo scatto ancora forte sotto la pressione. Guardai il tasto dello spazio controluce e vidi nitidamente la striscia lucida, il posto dove lei premeva con forza per andare avanti nella scrittura. Con una pezza pulii lo schermo nero. Sotto le mani il Mac slittava verso sinistra. Lo alzai e vidi che un gommino nero sulla sua pancia era saltato. C’era solo un buco liscio. E sorrisi di nuovo.

Ci armeggiai per giorni. Con una combinazione di tasti riuscii a farlo ripartire, con l’assistente Apple verificai che il disco rigido fosse integro. Poi con l’altro portatile nuovo girovagai su internet e trovai le risposte alle mie domande. Mi sentivo come un vecchio genitore che si aggrappa a qualunque ricordo fosse passato tra le mani di un figlio, per conservarne il ricordo, magari per riportare in vita quel ricordo lontano, per assaporarne un profumo antico che non annusa più da troppo tempo e che gli toglie la voglia di andare avanti, di vivere.

Ho lavorato per due giorni. Ora è qui, da mesi ormai, sotto le mie mani e con le dita scrivo i miei piccoli racconti. Ho installato una versione di Linux, il Linux Mint, e il Mac ha ripreso a respirare. Sento che non fa fatica, avverto la sua ansia di riprendere a correre, a fare le cose che sa ma con il giusto tempo. E’ il tempo che la sua età gli consente. E’ il tempo di chi vuole assaporare la vita che gli resta con calma, usando i colori che conosce e di cui ha memoria.

Fa tutto quello che serve. Lo fa bene, con affetto. E il rumore dei tasti, con la loro corsa lunga e rumorosa, è di quelli che soddisfa lo scrittore. Anche quello autodidatta e che magari scrittore non è. Ma gli piace dirselo ogni tanto. Giusto così, per un breve piacere personale. Questo vecchietto ed io ci intendiamo alla grande. E le macchie restano dove sono. Perché profumano di una vita vissuta. Perché hanno la memoria di momenti bui e di momenti belli. Perché questi tasti mi ricordano il profumo di un caffè alle quattro di mattina e il respiro di un paio di bambini che dormono raggomitolati in un vecchio letto a castello con adesivi appiccicati dappertutto e il legno scrostato. E mi ricordano la dolcezza delle dita che pigiavano su questi tasti.

Le cose vecchie non si gettano via. E’ come gettare via la memoria.

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Il vecchio e il vento

Non corro con gli auricolari, non ascolto la musica. Mi piace sentire quello che ho intorno. Soprattutto quando corro per le stradine di campagna. Voglio sentire il fischio del vento nelle orecchie, lo sbattere delle ali di un falchetto, il rombo di un aereo che atterra sulla pista dell’aeroporto, il rombo delle onde del mare che si infrangono sulle rocce. Oggi no. Oggi avevo gli auricolari. Quelli bluetooth, senza fili. Libero di muovermi. La sera era ancora lontana, il sole luminoso che scaldava, il sudore che scivolava lungo la schiena e sulla fronte e che il cappellino giallo non riusciva a bloccare. Ero ormai a circa metà percorso, quasi tre chilometri. Mi sentivo bene, e non avevo nessuna voglia di forzare la corsa.

All’improvviso dalla curva in fondo la strada sbucano due biciclette, una dietro l’altra. Le osservo. Sono una coppia anziana che pedala lentamente su due biciclette di quelle vecchie, con il tubolare obliquo. La testa è alta e la pedalata è fluida. Si avvicinano lentamente. Quando ci incrociamo l’uomo alza la mano sinistra e disegnando un elegante figura nell’aria mi grida “Metticela tutta! Mi raccomando!” e tirano via con una espressione concentrata, quasi seriosa. Ho avuto l’impressione che fosse una specie di rimprovero, piuttosto che che uno sprone. Mi sono accorto di aver corrugato la fronte nel mentre mi chiedevo: “che voleva dire? Cosa intendeva per mettercela tutta? Corro troppo piano?”.

Non avevo voglia di aumentare il ritmo. Nel frattempo ero arrivato al palo metallico che segna la mia esatta metà percorso. Piroetto su me stesso e sono tornato indietro. Non avevo più il vento fresco di fronte. Avvertivo il suo soffio sulla nuca sudata. Un lieve solletico ai peli sul collo. Ma la frase dell’uomo sulla bicicletta mi ronzava nella testa. Nel frattempo la musica è cambiata e il ritmo della batteria è aumentato. Senza nemmeno farci caso anche il mio passo è aumentato e si è allineato. Mi sento di nuovo sereno, nonostante il battere di quella frase nel cervello. Alzo la testa e guardo il cielo. E’ di un azzurro intenso, limpido. A sinistra c’è qualche screziatura di bianco, sbaffi di nuvole. In fondo si affacciano, dietro la linea limpida dell’orizzonte disegnata da un mare blu scuro, banchi di nuvole grigie sulla pancia ma bianchissime in cima.

E capisco. La corsa è un esercizio di pulitura interiore. Certo è bello andare veloci e cercare un tempo di cui inorgoglirsi. Ma per me la corsa è altro. Quando corro assorbo le cose belle. Entrano dentro di me la luce, i colori pastello e quelli intensi, l’aria pulita e profumata. Inspiro a fondo i profumi dei fiori, inghiotto il giallo, il il celeste, il rosso, il bianco e il glicine. Inspiro l’intenso aroma della liquirizia, della menta selvatica, della rucola, dell’erba appena tagliata. Assorbo il soffio del vento, il suo sfiorare icampi di grano, il ronzio delle api che volano da un fiore all’altro. Osservo il falchetto che batte le ali immobile nell’aria sfidando le correnti, con la testa abbassata alla ricerca di una preda da afferrare nel campo sotto la sua pancia. Entrano il volo delle rondini che stridono nel cielo, gli incontri con donne e uomini che incrocio correndo.

La corsa è un lavaggio di ciò che è scoria. Si soffiano via i muchi dal naso, si sputa la saliva amara in eccesso, si sudano le tossine e le gocce scivolano via liberando i pori della pelle, Si espira l’anidride carbonica, ci si libera dei pensieri cattivi che volano via dietro le spalle spinti dalle raffiche di vento. Perché quando si corre, in qualunque direzione si vada, il vento è sempre di fronte. Il ritmo, insieme alla musica che esce dagli auricolari, scende nelle gambe, passo e respito si inseguono e si intrecciano, non appena si trovano. La rabbia accumulata nei muscoli scivola per terra e si scioglie al contatto con la terra. L’effetto è un calore fluido che entra nei muscoli e libera la mente. Passo e respiro, allora, corrono insieme e non si lasciano più. In quel momento il pensiero è libero. Sale il desiderio di raccontare, di lasciare un segno. E non è detto che il segno lo debba lasciare a qualcuno. Magari è bello lasciarlo al vento che mi soffia sul viso. Fare in modo che lo prenda e lo porti via e poi ne faccia ciò che vuole. Sarebbe bello lo lasciasse scivolare in un prato perché semini nella terra scura e poi possano nascere tanti piccoli racconti che qualcuno un giorno raccoglierà. Oppure no.

Questi pensieri si affollavano nella mente mentre tornavo verso casa correndo, sudando, sentendo il passo crescere la sua spinta e la sua forza. Non ho consultato il cronometro, non ho visto nulla. Ho solo lasciato che la corsa mi ripulisse dentro. Tusso sommato è una faccenda che è bene tenere privata. Ma sono certo di avercela messa tutta.

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Berlinguer e i paraculi

Avevo due passioni profonde, radicate, su cui ho studiato per anni impegnando letture, ricerche, ore di lavoro duro: la politica e la tecnologia. Una strana giornata uggiosa e noiosa ha messo insieme le due passioni e le ha stritolate, sbriciolandole su strade bagnate da una pioggia sottile e gonfia di sabbia. Si sa che la tecnologia oggi è fatta così: quando serve si rompe o si blocca; le batterie si scaricano e se si ha fretta ci vuole molto tempo per ripristinare un minimo di autonomia che consenta di fare almeno parte di quello che si vorrebbe. Oppure il computer su cui hai riversato gran parte della vita si rompe, all’improvviso. Una rotella colorata che gira di botto non lo fa più. Ho potuto guardare, finalmente, i singoli colori che nel girare si mescolavano rendendoli schizzi impazziti. Si resta qualche secondo ad ammirare la loro lucentezza, la morbidezza. Ma quando ci si rende conto che questo punto di osservazione dipende dal blocco del sistema, parte il pugno diretto verso la scocca del computer e il colpo distruggerà il disco rigido interno. Il momento in cui si percepisce il terrore arriva sempre un attimo troppo tardi. Il colpo secco è giunto a destinazione. Il computer è irrimediabilmente rotto. E con quel colpo si cancellano scritti, foto, pensieri, mail di anni. Qualcuno dirà: e il backup non lo potevi fare? L’ho fatto, tranquilli. Ma l’affetto che si prova verso quella tastiera consumata, il trackpad ormai traslucido per l’uso, le piccole briciole di pane che si intravedono nelle fessure dei tasti non me li restituirà nessuno.

Incazzato sono uscito per fare una passeggiata nel centro della mia città. Il cielo è grigio, tende al color grafite perché il sole sta tramontando, da qualche parte dietro le nuvole gonfie. Sembrano onde di ovatta sporca di una caligine compatta. L’aria si è fermata dopo una tempesta di vento. Sulle strade si sono formate pozzanghere nere stranamente circondate da cemento perfettamente asciutto e screziato solo da qualche striscia di acqua che sta lentamente evaporando. Da lontano noto un gruppo di persone accalcate davanti ad un locale vuoto da mesi. La porta però è aperta. Passando vicino alle vetrate vedo che ora sono coperte da un grande manifesto elettorale, dai colori blu e grigi. Capisco osservando quei colori che è un candidato di destra, o di qualche formazione di centro. Perché in questa città fra poco ci saranno le elezioni comunali. Un altro sindaco, l’ennesimo, è stato arrestato per aver preso tangenti nell’esercizio delle sue funzioni. Certo, il processo è in corso e bisogna aspettare l’esito del processo. Ma nel frattempo questa povera città è di nuovo senza un governo. Probabilmente non lo ha da molti anni, o forse non l’ha mai avuto veramente. Sento applausi provenire dalla sala. Guardo con più attenzione i volti e ritrovo compagni di vecchia data, persone incontrate per tanto tempo nelle sezioni del PCI, poi PDS e poi da me persi perché ho seguito altre strade più coerenti, dal mio punto di vista, con la mia personale idea comunista. Però li avevo rivisti e rincontrati nelle varie tornate elettorali come compagni del PD.

Ma i colori sono blu e grigi. Non c’è traccia di rosso in quel manifesto. Mi avvicino. Osservo. Leggo. Capisco.

Passo oltre, osservando i volti di quelli che un tempo ero compagni e si definivano comunisti.

Cerco qualcosa di rosso, nel grigio di questa serata. Lo trovo nella Libreria Feltrinelli. Guardo le insegne e immergo lo sguardo nel rosso che è la base della scritta bianca Feltrinelli. Un cognome anch’esso rosso, come il sangue coagulato di un uomo ritrovato fulminato sotto un traliccio tanti e tanti anni fa, in un’altra Italia, in un altro mondo. Diverso da questo ma che evidentemente tanto migliore non dove essere visto quello che ha seminato e costruito.

Lascio i pensieri sul marciapiede grigio. Entro e abbandono i pensieri sullo stuoino all’ingresso. Mi perdo nelle copertine, nelle presentazioni delle storie nella terza di copertina dei libri. Cerco un conforto e so che lo troverò, come sempre.

Un’immagine si costruisce lentamente davanti ai miei occhi. E’ giugno del 1984. Sono i funerali di Enrico Berlinguer. Li guardo su una vecchia televisione in bianco e nero in un tugurio sul lungomare di Salerno. Sono seduto su una poltrona sfondata e molto vecchia. Ho le lacrime agli occhi.

Oggi quelle lacrime sono asciutte come la rabbia che ho dentro. Per un mondo impregnato di voltafaccia, di paraculi trasformisti, di gente che ha a cuore solo il proprio personale tornaconto e che è capace di salire su qualsiasi treno, di qualunque colore. L’importante è la garanzia di una poltrona da incollare al proprio sedere. Senza pudore, senza contenuto ma solo con il proprio personale vuoto.

Un vuoto molto diverso dal mio. Forse qualcosa da raccontare c’è. Perché si può essere migliori di quello schifo. Perché la merda se usata bene fa nascere i fiori e gli alberi da frutta. Ma bisogna saperla usare.

Devo dire grazie ad una persona che con alcuni messaggi un paio di giorni fa mi ha aiutato ad aprire gli occhi. E le orecchie.

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Tic Tac

Ho smesso di scrivere. Eppure ne avrei un fottuto bisogno. Però ho smesso. Completamente. Non scrivo più nemmeno sui miei taccuini. Nulla. Nemmeno una parola. Prendo la penna solo per appuntarmi i numeri sul lavoro. Uso carta usata che riciclo con cura maniacale. La ritaglio con le forbici oppure usando un cartoncino plastificato. Sulla parte già stampata ci sono altri numeri o parole spezzate che smarriscono il loro senso. Diventano disegni, linee impazzite su un foglio dal contorno anch’esso spezzato.

Ho smesso di scrivere perché mi sono smarrito. Il mondo intorno a me è un’accozzaglia di rumori, un frastuono insopportabile. E’ una somma di singoli rumori, di parole, di gesti, che per me non hanno più senso. Non hanno un perimetro, una curva che li arrotondi in una chiusura dolce e che mi permetta di riconoscerli. No. E’ una cacofonia di suoni appuntiti che graffiano e gracchiano, stridendo come lamine di metallo che si scontrano. Un rumore acuto, che ferisce i miei timpani e che poi, una volta smesso il rumore, mi ovatta e mi fa rimbombare il respiro.

Sono tre mesi che vivo così, immerso nel rimbombo di me stesso. Mi guardo intorno e non riesco a riconoscere più nulla. Cerco facce amiche e trovo solo volti sconosciuti, con un ghigno sardonico dipinto sulle labbra. Non provo più emozioni, nemmeno desideri. Non ho fame. Non riesco a percepire i sapori. Bevo solo acqua. Non faccio più l’amore. Sono immobile. Intuisco ancora l’esistenza dei tic. Sento gli occhi sbattere fuori ritmo, i muscoli della pancia si contraggono in uno spasmo doloroso, è come se avessi una pietra appuntita nell’addome. E’ l’unico dolore che percepisco in modo nitido.

E’ un mondo che non riconosco. Guardo la foto della donna di colore che è ferma davanti a tre uomini che marciano, bianchi con i capelli rasati e le camicie bianche strette da un cravattino nero. La donna li guarda con uno sguardo fiero, anche lei con la testa rasata, e con il pugno sinistro alzato. E’ bella, senza paura. Loro hanno lo sguardo perso oltre il viso di quella donna. Vorrei sentire la voce di quella donna, credo che riuscirei a percepirla nitida, con le vocali tonde e le consonanti dolci. Invece il chiasso di quel passo cadenzato di stivali neri ai piedi di quei tre uomini bianchi è distorto, è un frastuono inutile. Perso in un tempo lontano.

Non riesco a scrivere perché non so cosa raccontare. Il racconto è per il futuro o per il presente? Se fosse per il futuro forse potrei ritrovare la forza e cercare da qualche parte per terra, o tra le buche del cemento grigio della strada, le parole smarrite. Provo a cercare allora nelle parole e nei racconti degli altri. Cerco un indizio, una traccia di futuro. Ma non trovo molto, solo qualche briciola che poi il vento si porta via. Perché il vento è furbo, sa afferrare le cose che possono essergli utili. Le afferra tra le mani delle sue raffiche, le afferra e le porta via nel suo scivolare verso il mare per poi arrivare sulle dune di un’altra costa e perdersi, infine, in qualche bosco all’interno di una valle verde e silenziosa dove poter, finalmente, ristorarsi dopo un lungo viaggio.

E’ un mondo lontano. Irriconoscibile. Il suo tempo è scandito da un rintocco disarmonico, frastagliato, che si smarrisce confuso. Perso nel nulla di piazze vuote in cui qualche individuo si specchia in un vetro con un ghigno sardonico.

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La curva

L’Uomo spinse il pulsante e il motore si avviò. Spinse l’acceleratore con il motore in folle e ascoltò il rombo del potente motore diesel. Pensò che gli sarebbe piaciuto fare una scelta etica e sostituire quell’auto con un nuovo modello ibrido. Il pensiero di essere corresponsabile dell’inquinamento atmosferico lo irritava molto.

Scosse la testa, spinse la frizione, innestò la marcia e accelerò. Si diresse verso la costa. La giornata era mite e il clima piacevole. Il cielo era limpido e di un azzurro intenso. Abbassò la testa per osservarlo meglio. Non c’era nemmeno uno sbaffo di nuvola. Decise di abbassare il finestrino, appoggiò il gomito sullo sportello e sentì il vento fresco scivolargli sulla pelle e poi sul viso. Si guardò nello specchietto retrovisore. Lo sguardo gli cadde sulla lunga e folta barba bianca. Pensò a quanti mesi avesse impiegato a farsela crescere, a curarla, ad accudirla. Lui, così lontano dalle mode e dalle tendenze. Lui che evitava di guardarsi allo specchio la mattina perché, una volta specchiato, vedeva solo il nulla.

Riprese ad osservare il panorama. L’auto lungo la strada di cemento grigio chiaro lambiva i muri dell’aeroporto civile. Mura che all’improvviso si interrompevano per lasciare il posto ad un alto reticolato elettrificato. Lui perse il suo sguardo sui larghi prati spelacchiati e sulla lunga pista che terminava in prossimità di un enorme cartello lampeggiante che sanciva la fine della pista.

Un rapido pensiero lo portò ad immaginare un aereo che non riusciva a frenare in tempo prima della fine della pista. E chissà perché un largo sorriso gli si disegnò sul viso.

Dopo una curva stretta e un ampio cespuglio dal verde intenso si trovò di fronte la scogliera e il mare. Rallentò istintivamente per poi decidere di fermarsi sullo sterrato al lato della strada. Lasciò il motore acceso, scese dall’auto e si incamminò sul bordo della scogliera. Il vento di tramontana soffiava lento, ancora stava iniziando a caricare la sua tensione che poi si sarebbe scatenata in un vento forte, ruvido, dalle raffiche simili ad aghi gelati che avrebbe sferzato la costa e l’entroterra.

Per il momento, però, era ancora una brezza leggera e fresca che disegnava di blu il cielo e l’acqua del mare. Una spuma dal bianco intenso si intravedeva a macchie al largo. L’Uomo infilò le mani in tasca. Guardò la scogliera dal colore marrone scuro che contrastava il verde intenso degli arbusti sulla cima. Erano colori saturi, intensi. Dentro di sé pensò che erano simili ai colori della vita che sentiva dentro di sé. La vita che avrebbe desiderato vivere, quella per cui si era impegnato. Inutilmente.

Lo sguardo si distese sulla massa di acqua di fronte a sé. Si innalzò sino all’orizzonte, limpido, netto, lineare. Intravide una massa di gabbiani bianchi che galleggiavano al largo. Sorrise ancora ammirando la spregiudicatezza di quegli uccelli. Avrebbe voluto essere lì, in mezzo a loro.

Avrebbe voluto essere libero di volare, di guardare il mondo dall’alto, lasciandosi andare al vento, alla sua direzione, planando sereno verso terra. Si chiese come sarebbe apparso dall’alto. Sicuramente un piccolo punto immerso nei colori della terra, un infinitesimale essere la cui inutilità sarebbe apparsa in tutta la sua reale dimensione.

Il suo viso si rabbuiò. Pensò a Lei. Al suo sorriso, alla sua risata contagiosa, ai suoi enormi occhi allegri, alla sue mani rovinate dal tempo, al suo corpo che aveva amato intensamente.

Pensò a lei. E sentì il vento che iniziava a fischiare con maggiore intensità. Un brivido lo scosse. E lo risvegliò dai suoi pensieri.

Tornò verso l’auto, risalì. Rifletté se fosse il caso di chiudere il finestrino. Decise di lasciarlo aperto.

Sospirò. La sua espressione era seria. Inserì la marcia. Accelerò.

Lo schianto si perse nel rumore delle onde che risucchiarono la macchina. Aveva ancora nelle orecchie il suono della risata fragorosa di Lei.

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Il ciclope e lo scoiattolo

Chiudo gli occhi, sento il fischio del vento di Grecale umido e fresco. Ascolto il rombo assordante delle onde che, muraglia d’acqua, spumeggianti si infrangono sulle rocce di pietra lavica, grigie e bitorzolute.

Il profumo del mirto, mescolato a quello acido e verde delle alghe, mi inebria i sensi.

Apro un attimo gli occhi, una linea sottile ma sufficiente per essere uno spiraglio in cui la realtà possa colare con la sua malvagità; mi assale il grigio sporco e screpolato del muro.

Richiudo gli occhi.

Sono in un altro luogo. Mi smarrisco, ma è solo un attimo.

Il silenzio è assoluto, interrotto solo dal tocco leggero e ritmico del mio bastone di legno sul pietrisco del sentiero che, lento e ondeggiante, si inerpica verso la montagna tagliando il bosco come se fosse una lama ghiacciata.

Il freddo di Tramontana è uno schiaffo sul mio viso, si infila tra le pieghe della sciarpa che avvolge il collo. Il vento è molto forte. Le raffiche sono rasoiate che strapazzano le foglie lunghe e sottili degli abeti. I tronchi lunghi ed esili ondeggiano pigramente, indifferenti alle bordate, e un sinistro suono acuto, come corde di metallo picchiettate da una mano robusta, invade il silenzio crepitante del bosco.

Cammino lento, lottando contro il vento e faticando verso la salita. Gocce di sudore gelato mi scivolano lungo la schiena. Alzo lo sguardo e il cielo blu taglia le cime degli alberi. Raggi di sole lucente si frangono tra gli alberi e ricadono come una polvere dorata sottile verso l’erba lucida del sottobosco. Lentamente le foglie gialle e rosse che formano il manto sotto gli alberi si sollevano e giocano inseguendosi.

Uno scoiattolo nero si arrampica lungo il tronco rosso di un albero. Sento il rumore grattante degli artigli che bucano la corteccia per cercare un appiglio. E’ veloce, scattante. Si ferma in un lampo. Lo vedo girare la testolina verso di me. I suoi grandi occhi neri mi guardano, incuriositi più che spaventati. E’ un lungo attimo. Ci incrociamo, ci annusiamo, ci riconosciamo. Siamo entrambi due viandanti del bosco. Rapido riprende la sua salita. E’ un attimo e non lo vedo più. Sento solo il rumore delle foglie spostate dal suo passaggio veloce.

Riapro gli occhi. E’ lì. E’ la mia scrivania sbreccata, grigia, solcata da sottili graffi e da due righe di inchiostro nero indelebile. E’ piena di carte, impolverate. Sono carte che devo dividere, catalogare, accoppiare con un colpo secco di spillatrice ad altre carte, anche loro impolverate.

L’aria è calda, umida. Il tanfo di polvere stantia è mescolato a quello dello sporco incrostato da decenni di pulizia saltuaria e superficiale. Quella pulizia che non va mai a fondo, che non scava negli angoli per ridurre, per sottrarre, per eliminare. Quella pulizia finta, che appare e che provoca accumulo di inutile.

Mi si gonfieranno le mucose delle narici e mi si irriteranno gli occhi.

Oggi va così.

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Il viola e la notte

La baita era una casupola di cemento con un tetto di solidi tronchi di legno. Le pareti erano color grigio topo. All’interno era spoglio, solo un grande camino di pietra sulla parete in fondo. La casa era alle pendici di due vette che si stagliavano ripide. Non mancava molto alla vetta.

Al lato della casa era stata posizionata una catasta di legna, rami tagliati in misure regolari e impilati in ordine. Alberto si chiese il senso di una simile attenzione per una casa completamente spoglia di tutto. Prese della legna e accese il fuoco nel camino che prese abbastanza rapidamente perché era pulito e libero. Notò che l’ambiente era asciutto e abbastanza caldo. Non avrebbe avuto problemi di freddo durante la notte. Non si chiese se potesse fare a tempo a rientrare verso il lago prima del buio. Ormai aveva deciso in cuor suo che desiderava restare lì, in quel posto vuoto da tutto ma nello stesso tempo accogliente come un ventre materno. Era esattamente quello che cercava per sfiatare la rabbia e lasciare che i pensieri scivolassero liberamente nella sua testa.

Si affacciò sulla porta. Appoggiata al muro c’era una panca di legno scuro. Si accasciò stanco e poggiò la schiena sul muro liscio.

Di fronte a sé aveva un panorama incredibile. Dritto di fronte al suo sguardo c’era il sentiero a strapiombo che aveva percorso poco prima. La sottile strada di pietra era al centro di un intreccio di valli e montagne dalle linee morbide, senza picchi e punte.

Intorno a sé il silenzio era come un rimbombo, l’aria risucchiata in un vuoto cosmico. Tutto pareva fermo, immobile, in attesa di qualcosa. Il passaggio veloce di uno stormo di uccelli che rientrava nel bosco lo scosse da questa sensazione. Subito dopo si alzò il vento che accompagnava il tramonto del sole. Al sopraggiungere della notte si sarebbe placato.

Nel cielo la luna si era già alzata.

All’orizzonte, verso ovest, il cielo era striato da linee sovrapposte di nuvole. In basso batuffoli di cotone grigio sporco. Sopra pennellate di bianco abbacinante. Il cielo era un intreccio di sfumature, dal viola al rosa, all’albicocca, all’indaco, all’azzurro sino al bianco trasparente. Lui rimase sconvolto dalla bellezza di quel panorama. Sentì il battito del suo cuore rallentare, il suo respiro unirsi al soffio del vento.

Restò lì, su quella panca, e accompagnò il sole fino all’ultimo saluto, fino all’ultima striatura di luce viola. Dopo, il viola scivolò lentamente verso il blu scuro e infine al nero. Il cielo iniziò ad accendersi di milioni di luci e Alberto restò senza fiato.

La volta del cielo era una mappa di miliardi di punti luminosi, ognuno di una dimensione differente dall’altra. Si sentì schiacciare dalla sua pochezza rispetto alla natura. Non aveva mai visto nulla del genere, lui abituato a qualche debole stella nel cielo violentato da milioni di luci della città. Si sentì piccolo e misero, senza forze e senza potere, in balia della natura di cui capì essere una minuscola e insignificante parte.

La luna, ormai alta nel cielo, irradiava una luce bianca, gelida. Riverberi di ghiaccio erano sui profili illuminati delle montagne di fronte al suo sguardo. Era troppo per lui, si mise le mani sul viso e singhiozzò. Perso.

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Il sentiero inesplorato

Ho deciso di riprendere a scrivere un racconto lungo che avevo abbandonato più di un anno fa. L’avevo lasciato da qualche parte sul mio MacBook, come un amico con cui ero arrabbiato. E lo ero per una serie di ragioni. Da diverse settimane ci rimuginavo sù perché è da tempo che mi è chiaro come continuarlo ma, da pigro quale sono, non riuscivo a rimetterci le mani. Stasera ho deciso di ricominciare partendo da un obiettivo minimo: scrivere una pagina al giorno. Con questo spirito minimalista, ho riaperto il file e ho ricominciato a scrivere. Ed è stato come non aver mai smesso. Ho scritto per un’ora e mezza e quello che leggerete più avanti è il frutto di questo lavoro. Lo pubblico per condividerlo con quelle poche persone che mi leggono e vi chiedo di commentarlo. Ovviamente mancano, a chi legge questo stralcio, molti collegamenti. Ma penso che in buona parte regga anche così come racconto. Vi chiedo di esprimere un vostro parere. Con schiettezza perché non mi offendo. Sono troppo vecchio per prendermela e sono consapevole che tutto posso essere tranne che uno scrittore. Semplicemente ditemi quel che pensate. Mi serve per andare avanti. Grazie!

 

IL SENTIERO INESPLORATO

Alberto si lasciò andare al mattino che si apriva sul lago. Respirò con calma, cercò di gestire il respiro. Ma la rabbia era tanta, uno strappo violento al centro dello sterno. Non riusciva a capire il senso di quello che gli stava accadendo, sia dentro di sé che nella vita, in quel posto sperduto così lontano dal suo mondo. Sì, lui sapeva bene chi aveva deciso di abbandonare quel mondo. Conosceva il perché: gli stava stretto. Perché gli aveva tolto l’aria, violato l’anima. E ora era lì, in quel paradiso che il caso, e la fortuna, gli avevano messo davanti. Ma, ancora una volta, una donna gli si era parata davanti.

Una donna di cui non capiva nulla, non sapeva da dove prendere, non ne capiva i pensieri, gli istinti. Diventava matto. Qualche volta, molto raramente, la sentiva vicina. Intuiva di essere ad un passo dalla sua intimità, un passo a sfiorarne il cuore, il suo centro. Altre volte, sempre più spesso, gli sfuggiva tra le mani come la sabbia minuscola del suo mare. Non comprendeva il perché di certe sue ruvidezze, il perché del suo essere così chiusa, scostante. Aveva l’impressione di avere a che fare con una roccia aguzza in un mare in tempesta. E lui era tra le onde, sotto l’impatto di una corrente violenta che lo mandava a sbattere su quella roccia. E lui sentiva solo il dolore, intenso, duro, violento.

Era sempre nella stessa situazione. Non cambiava mai. Lo sconforto lo assalì. L’acqua del lago era leggermente increspata per effetto della brezza. L’immagine riflessa delle montagne, delle nuvole e del cielo si era sminuzzata in tanti pezzi di un puzzle difficile da ricomporre. Così sentiva la sua anima, frantumata in tanti minuscoli pezzi e sentiva che diventava sempre più complicato da ricostruire. Per un attimo pensò che forse la scelta migliore da fare fosse quella di rinunciare ad una ricomposizione probabilmente inutile. Perché, alla fine, tutto si sarebbe rotto di nuovo, come sempre era stato nella sua vita. La rabbia riapparve. E decisa di non sedarla più. Era stufo.

Prese una pietra aguzza e la scagliò con violenza verso il lago. Vide il sasso disegnare un arco nel cielo e poi piombare nello specchio d’acqua, con un sbuffo di acqua che salì nel cielo per poi ricadere in mille gocce.

Si alzò, scosse dagli abiti la terra umida. Rientrò nella baita, mentre il cane si era alzato dalla sua solita posizione sdraiata e lo guardò con la punta del muso piegata verso terra. Lo guardava di sottecchi e Alberto ebbe l’impressione che quello sguardo puntato su di lui fosse di riprovazione. Pensò per un attimo: anche il cane è contro di me? Poi scosse la testa mentre faceva un gesto liquidatorio nei confronti dell’animale. Aprì la porta ed entrò. Non vide che il cane si sdraiò di nuovo sull’erba scuotendo sconsolato la testa con uno sbuffo.

Alberto decise che era arrivato il momento di fare qualcosa. Doveva riflettere, con calma ma soprattutto doveva liberarsi dalla rabbia. L’unico modo che conosceva era quello di muoversi, andare da qualche parte, scoprire una strada inesplorata. Andò nella sua stanza, nel piano superiore, prese lo zaino, ci infilò un paio di pantaloni e una felpa, un cambio di biancheria. Scese, dal tavolo afferrò il taccuino su cui aveva scritto la mattina. Lo soppesò e decise di infilarne nella tasca esterna della borsa altri due intonsi. Afferrò il giaccone, una sciarpa che avvolse intorno al collo, il cappello e un bastone di legno. Uscì dalla baita, appoggiò il palmo della mano sul legno spesso della porta e con un gesto secco la accarezzò.

Guardò il cane che alzò gli occhi neri e lo guardò, senza spostarsi di un centimetro.

Alberto era incerto sul cosa fare. Lo fissò con un’espressione seria e senza nascondere la sua inquietudine nella voce gli intimò: “Io vado via. Vuoi venire?”

Il cane restò fermo e in silenzio sdraiato sotto il grande albero, come se soppesasse quelle parole e la sua indecisione sul cosa fare. Seguire quello strano uomo oppure no?

L’istinto ebbe il sopravvento. Come al solito, alzò il muso e gli mostrò i denti con un ringhio leggero, un po’ più basso del solito.

Alberto alzò gli occhi al cielo e con un gesto spazientito lo mandò al diavolo. “Beh, fai quello che ti pare. Io vado. Ciao!”.

E si avviò verso il sentiero al lato della baita. Quello che non aveva ancora mai percorso. Decise che era il momento di sperimentare una nuova via. Ancora una volta.

Prima di avviarsi sul sentiero si girò e osservò, con una punta di tristezza e di inquietudine diversa dalla rabbia, il suo lago. La brezza era aumentata d’intensità e al centro l’acqua era increspata come un tessuto stropicciato. Il cielo era di un azzurro intenso, con sbuffi di nuvole sulle cime delle montagne. Era incerto sull’evoluzione del tempo. Puntò il sentiero, abbassò lo sguardo verso il selciato, alzò la mano verso il cane e salutò in silenzio.

L’animale alzò il muso da terra e guardò, perplesso, l’uomo che si avviava verso il bosco.

Scosse ancora la sua testa pezzata, si alzò lentamente e decise di seguirlo.

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Verso l’infinito

La strada si stringe tra una fila di ville antiche, l’intonaco chiaro è corroso dal tempo e dall’umido, e un muro alto di un verde ormai scrostato. Il muro è un reticolo di amori e di promesse scritti negli anni. Chissà quanti sono stati mantenuti. La strada mi porta verso casa.

Ho camminato a lungo per le strade del quartiere aspettando il tramonto. Ho percorso marciapiedi sbreccati, scavalcato stronzi solidi e liquidi scaricati da sfinteri di cani di vari tipi e taglie. Ogni volta che ne ho schivato uno ho desiderato farlo ingoiare ai loro padroni. Persone annoiate che camminavano al loro fianco fumando una sigaretta o chiacchierando con qualcun altro sull’altro marciapiede oppure parlando ad alta voce nel loro cellulare, o che ne consultavano compulsivamente lo schermo. Ho saltellato tra strada e battistrada come un adolescente.

La mia testa era bassa, fissa sul cemento grigio crepato che faceva da perno alla gomma delle scarpe.

Ho occupato il tempo, che lentamente scorreva, inventando acquisti. Sono entrato nella farmacia all’angolo di via Duca degli Abbruzzi. Lampi di luce bianca, led infilati nel controsoffitto anch’esso bianco, che laceravano con violenza la penombra della strada. Ho socchiuso gli occhi non appena ho superato la porta scorrevole, ho guardato con scetticismo la pedana del peso che al mio passaggio mi ha invitato a misurare il mio peso corporeo, come se lo avessi un peso corporeo. Ho acquistato un paio di scatole di medicinali, ho salutato la ragazza dai capelli ricci, ho accarezzato la testa del cane di una tizia che, appoggiata con i gomiti sul bancone, chiacchierava sorridente con il farmacista. Il cane aveva un lungo pelo bianco, digrignava i denti per poi tuffarsi sui lacci delle mie scarpe e giocarci.

Ho ripreso la strada, sono passato davanti alla vecchia scuola elementare chiusa da due anni perchè pericolante. Ho attraversato un paio di piccole strade buie per infilarmi nel piccolo e vecchio panificio, inalando avidamente il profumo morbido del lievito. Ho osservato le pareti e gli scaffali di legno scuro. Ho atteso il panettiere, un anziano uomo basso e dalle braccia larghe. Alle pareti erano attaccate vecchie fotografie in cui lui, con pantaloncini e cappellino bianco, correva sotto le antiche mura di Roma. Ho preso la busta che mi ha porto, ho pagato con le monetine e sono andato via, ritornando sui marciapiedi rotti del mio quartiere.

Ho alzato lo sguardo verso il cielo. L’azzurro si avviava lentamente a scurirsi.

Sono tornato sui miei passi, sono passato nuovamente davanti al panificio. Ho osservato la giovane signora dai lunghi capelli biondi che aspettava il vecchio panettiere. Mi sono fermato anche io, restando fuori dalla porta di vetro del panificio. Ho atteso che il panettiere dalle braccia larghe si affacciasse dietro il bancone, al di là del quale si intravedeva a fatica, e ho ripreso il cammino.

Arrivato alla banca ho estratto dal portafoglio la tessera bancomat, l’ho inserita nello scannello: si è aperta la porta di vetro a scorrimento e sono entrato. Altre luci bianche, strisce di led glaciali subito sopra i due sportelli bancomat. Ho compiuto le operazioni preliminari, tamburellando con le dita sul metallo cromato della macchina. Ho atteso il lungo tempo necessario per completare le operazioni, ho ritirato la tessera e poi, finalmente, i soldi.

La porta di vetri si è aperta da sola e con un sospiro di sollievo, sono uscito sulla strada.

Ho camminato ancora a lungo. Ho sollevato lo sguardo dal grigio del cemento. Ho osservato i giardini delle case ai lati della strada. Ho notato come ormai la terra fosse sostituita da mattonelle di cemento quadrate, come le piante fossero state sradicate per lasciare spazio a piccoli vasi riempiti con piante grasse; perché non comportano alcuna fatica. Sono piante che non seguono le stagioni, non muoiono mai a meno che non sia proprio delle capre, non vanno potate, fioriscono per conto loro sbocciando piccoli fiorellini inodori, non hanno bisogno di acqua con regolarità. Basta attendere la pioggia. Così si smarrisce la sapienza del tempo che passa e della cura verso la terra, la conoscenza delle regole minime, il nome delle piante, degli alberi, dei loro fiori, dei loro frutti. Si smarrisce la memoria. Scuoto la testa e vado oltre.

Entro, per rincuorarmi, dall’ortolano. Acquisto la lattuga e un cespo di radicchio. Chiedo se hanno della rucola, sapendo che ormai non è più stagione. E la donna, giovane dai capelli ben pettinati e le sopracciglia disegnate con una striscia di matita, mi risponde che sarebbe assurdo che un ortolano non avesse la rucola. La guardo e le dico: ma non è più stagione. Un tizio alto e corpulento al suo fianco mi risponde: la rucola c’è tutto l’anno. Scuoto la testa. La rucola tutto l’anno? Mi verrebbe voglia di gridare: imbecille! Quella delle serre c’è tutta l’anno, non quella selvatica dei campi! Non quella che cresce nella terra che è solo a due chilometri dal tuo negozio. Pago e me ne vado.

Torno sulla strada. Cammino distratto scuotendo a ritmo le buste di plastica bianca che ho nelle mani. Un ritmo lento, come il mio passo scontento. Mi dirigo verso il porto. Percorro tutta via XV Novembre, poi svolto verso destra e scendo dalla breve discesa che costeggia l’altra scuola elementare, quella dei ricchi che funziona, illuminata dall’arancione degli alti lampioni.

Imbocco la strada che passa sotto il ponte di via XV Novembre e si tuffa, stringendosi lentamente, tra le mura costruite dai fascisti negli anni trenta. Le pietre sono marrone chiaro e riverberano la luce dei radi lampioni. Scendo lungo la discesa lentamente e arrivo alla piazza del Villaggio Pescatori.

Intorno alle lunghe tavole di legno artigianali sono assembrati diversi pescatori che, con movimenti veloci, sciolgono i nodi delle reti da pesca e le preparano per le uscite notturne dei pescherecci. Mi fermo qualche minuto ad osservare la sicurezza dei loro movimenti, le mani larghe e nodose, il ritmo rapido di un lavoro che per loro è routine quotidiana.

Poi lascio tutto alle mie spalle e arrivo, finalmente, al momento che ho atteso.

Mi fermo sulla banchina bianca del lungomare. Pianto i piedi sul bordo dell’ultima pietra, subito sopra l’acqua scura. Una famiglia di anatre scivola silenziosa sotto di me. Padre, madre e anatroccoli. Scodinzolano silenziosi sull’acqua, una breve berciata della mamma e si infilano in un buco dentro la pietra della banchina.

Osservo l’acqua calma mentre le ultime barche, al centro del porto, rientrano. Le scie lasciate dai loro scafi sollevano onde basse che si gonfiano e si spostano lentamente verso la banchina. Le barche ormeggiate alla banchina ondeggiano al movimento dell’acqua. Ascolto il rumore metallico e sincopato del loro beccheggio, lo scricchiolio delle gomene che si tirano e poi si rilassano con il movimento degli scafi.

Alzo il viso e osservo il cielo sopra le luci delle colonne terminali della Via Appia.

Il colore è di un azzurro scuro che tende al blu. Le nuvole bianche sono ai bordi del cielo subito sopra l’orizzonte colorato, sono i banchi di nebbia che iniziano a scivolare dal mare verso la terra. La luna è alta in cielo, un striscia lunga e sottile. Ne ammiro gli occhi, la bocca e il naso gentile. Sorrido, come se riconoscessi in lei il viso che amavo da bambino. In fondo all’orizzonte il sole è ormai scomparso. Ma il cielo trattiene ancora per qualche minuto i colori albicocca e prugna che salutano e lasciano lo spazio al nero della notte.

Lo spettacolo è andato in scena, anche stasera. L’ho voluto cercare, l’ho aspettato, l’ho ammirato. Mi ha pacificato. Ora posso tornare.

Verso l’infinito.

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