Il mare nero

Ho provato a resistere, ma non ce l’ho fatta. Nella mia mente, durante le notti insonni, ho elaborato la volontà di cambiare le cose. Ho immaginato un’organizzazione, la costituzione di un gruppo di lavoro, la ricerca delle notizie da sbattere sul muso ai troll e ai provocatori, lo scandaglio continuo sui social per identificare le zone grigie in cui il conflitto si scatenerà, la scelta del momento in cui intervenire. Ho provato a ripetere a me stesso e a chi mi era vicino che l’unica strada è il social activism, la ricerca delle parole giuste, il senso di responsabilità, l’adesione al Manifesto per la buona comunicazione, il seguire Parole O Stili. C’era la voglia di fare, la voglia di cambiare una deriva, la voglia di metterci la faccia. Mi sono imbevuto dei video quotidiani, determinati, di Donata Columbro alias @dontyna su Instagram. Ho pensato: devo fare come lei. Studiare, scegliere la strada, seguirla con convinzione.

Nel frattempo il mondo, l’Europa, l’Italia, si avvita sempre di più in una spirale che strangola il sorriso, la solidarietà, l’umanità, quel sentimento che ti porta a guardare le persone con compassione, che spinge ad aiutare chi ha problemi, che ti porta ad aprire la porta di casa,  a cucinare un piatto in più, ad acquistare quando fai la spesa un pacco di pasta e una scatola di pelati e a metterli nelle mani della ragazza africana che aspetta all’uscita del supermercato. Lei è lì, in piedi, dritta come un fuso, con gli occhi spalancati e ti guarda, con uno sguardo dritto nei tuoi occhi. I suoi sono grandi, neri e lucidi, hanno dignità e tristezza. Nelle orecchie arriva il rombo delle onde, in sottofondo le sue urla quando l’hanno stuprata in una casupola lercia, dai muri scrostati e su un terriccio polveroso. Le metti in mano quelle due cose che hai pagato pochi centesimi e per lei rappresentano un paio di pasti. Vorresti sapere da dove viene, come si chiama, cosa ha subito per arrivare lì ed accontentarsi della tua elemosina. Ma non lo farai perché i vostri due mondi sono così diversi, così lontani.

La guardi e non capisci perché il motorino che passa veloce davanti all’uscita del supermercato rallenta per lanciarle un grido, una parolaccia, uno  sputo. Non capisci. Possibile che in un mondo sempre più piccolo il colore della pelle sia ancora sinonimo di una inferiorità, di un’appartenenza al pianeta delle scimmie? Ti guardi intorno disorientato. Pensi, è un incubo. Invece è la realtà.

Ho cercato di resistere, lo giuro. Ho cercato di provare a cambiare le cose. Ho provato anche a scriverlo ma i troll, username di persone sconosciute, nomi e cognomi di persone che, invece, credevo di conoscere bene mi hanno aggredito. Parole, parole, parole. Grida. Giudizi. Improperi. Inviti osceni. Uso distorto delle notizie già false di loro. Qualunque cosa va bene per scatenare la rissa. Mi sono guardato intorno. Mi sono guardato dentro. Mi sono sentito solo, abbandonato, senza forze. Ho provato a smentire le notizie false, a ricostruire un filo di ragionamento logico, mi sono aggrappato al buonsenso, alla solidarietà umana, persino alle statistiche che smentiscono i luoghi comuni di cui si alimentano a mandibole spalancate i fascisti di nuovo al governo dell’Italia. Niente. Mi hanno opposto di tutto, persino le ricostruzioni di avvenimenti di trenta-quarant’anni prima e che nulla hanno a che fare con quello che accade oggi, adesso, nel mare di fronte alle nostre coste. Non si può fare una ricostruzione storica mentre migliaia di persone boccheggiano nell’acqua. Non si può pensare ad aggredire verbalmente su uno schermo di uno smartphone mentre donne e uomini in carne ed ossa ingoiano l’acqua salata. Non si può. E invece è quello che accade.

Ho cercato. Non ce l’ho fatta. Mi hanno sconfitto. I loro sorrisi cattivi, il ghigno sbilenco di chi sputa odio, di chi cerca nel colore dell’altro il senso della propria povertà, hanno avuto la meglio. Non li giudico. Non sono migliore di loro, anzi probabilmente sono molto peggio di loro. Ma non li capisco, non li seguo, forse inizio ad odiarli. Ho pensato che le parole non servono più, non hanno la forza di cambiare. Ho pensato che l’unica soluzione fosse prendere in mano un bastone e spaccare quel ghigno bavoso che vedo sui loro volti. Sconfitto più volte. Anche per questo bisogno di violenza. Il bisogno di chiudere la bocca  e lasciare che il rumore sordo del legno che spacca la carne sia la risposta alla sete di giustizia, a quel vago sapore di vendetta che inizia a scorrere nel mio sangue.

E allora mi sono arreso. Ho chiuso i profili social. Ho spento gli schermi. Il ronzio elettrico è scemato, il rumore di fondo si è allentato, l’adrenalina, ci ha messo un po’, si è abbassata e, finalmente, il silenzio ha iniziato a entrare dentro di me.

E’ durato poco. Il rumore delle onde lo continuo a sentire, il battere dei piedi e delle mani, le urla delle bocche che si riempiono di acqua, lo spruzzo dalle bocche schiumanti. Il mare nero. E noi, nelle nostre case, che sogghigniamo soddisfatti. Salvini è uno statista. Salvini ha vinto. Bastardo.

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Il fumo del caffè

In cucina la tapparella è abbassata a metà. Il sole del pomeriggio rimbalza sul muro bianco, nel pozzo luce. Inspiro forte e assaporo i primi profumi della primavera. Sono gialli e viola, sono delicati con vaghe tracce di rosmarino. Svito la caffettiera, la sciacquo grattando la filettatura del serbatoio, la riempio di acqua fredda, verso la polvere marrone scuro del caffè nel filtro.

Accendo il gas sotto la moka, nel riduco l’intensità della fiamma azzurra. Asciugo le mani nello strofinaccio bianco.

Il sibilo del gas riempie il silenzio.

Le urla esplodono all’improvviso. Provengono dall’appartamento di fronte. Istintivamente mi abbasso sotto la linea della tapparella per osservare. La finestra è chiusa, la tendina tirata. Non si vede nulla.

“Basta! Non cela faccio più! Sei una troia!” urla l’uomo. Un grido bombato, gravido di rabbia.

La voce della donna la segue, acuta e graffiante come un vetro rotto.

“Zitto! Devi stare zitto! Sei un fallito!!

Le urla si inseguono, i corpi probabilmente immobili. Le mani sbattono su un tavolo di legno, si sente il colpo ovattato, gli scricchiolii che gocciolano nella stanza.

Lei singhiozza.

Mi affaccio. Li vedo dietro la tenda, ne intuisco gli sguardi colmi di odio e di rancore accumulato.

Alle mie spalle sento un fruscio.

“Che succede?”

Mi giro. Nella penombra gli occhi verdi luccicano, lo sguardo è nello stesso tempo rassegnato e inquieto. Con gli occhi seguo le rughe sottili sul viso.

Mi avvicino. Le prendo il viso tra le mani. Le labbra sono piene, morbide, chiare.

La bacio. Dentro di me le chiedo scusa.

Il caffé gorgoglia nella moka e un sottile filo di fumo caldo sale verso il buio del soffitto.

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Assolvenza Moro

26 marzo 2018: su RAI3 hanno trasmesso Blob dedicato a Fabrizio Frizzi. In coda è partita una sezione intitolata “Assolvenza Moro”. E sono state trasmesse immagini dei telegiornali dal ’76 al ’78, dimensioni di 4/3 dai colori sfocati delle prime trasmissioni a colori. Mi sono rivisto, all’improvviso, nel tinello della grande casa di Via Principe Belmonte a Palermo. Ogni sera cenavamo, i miei genitori ed io, seduti al tavolo tondo della stanza rettangolare, di fronte la finestra con la tenda bianca chiusa  e all’angolo, di traverso al tavolo, la vecchia tv in bianco e nero. I colori non c’erano, guardavo i grigi sfumati e morbidi del vecchio tubo catodico. Ho cancellato il ricordo scuotendo la testa e ho iniziato a scodellare la pasta nei piatti dei ragazzi. Ho riportato la pentola in cucina e sono tornato verso il tavolo per sedermi.

Ho sentito la voce provenire dalla tv in alta definizione. Mi sono fermato e ho guardato. Nello schermo c’era lui, allora vice direttore del TG2, che parlava fissando la telecamera con il suo inconfondibile accento sardo, i pochi capelli pettinati, la cravatta rossa, la giacca di lana grezza. Era una vecchia nota serale, quella che chiudeva l’edizione di cena del telegiornale.

In quella nota parlava delle Brigate Rosse, due anni prima del rapimento di Aldo Moro. Lo faceva con il suo solito tono pacato, scandendo bene le parole senza lasciarsi andare all’enfasi o alle emozioni. Era serio, chiaro, diretto. Parlava di rivoluzione e di come le Brigate Rosse si appropriassero di quella parola, rivoluzione, usurpandola quasi fosse una bestemmia. E li smentì, con l’uso delle sole parole, usando quelle del padre della rivoluzione. Legge un brano. La sua voce si alza di un tono, per scandire al meglio il senso di quelle frasi. Rialza lo sguardo, fissa la telecamera e chiede: queste parole sapete chi le ha dette? Chi credete le abbia dette? Un borghese? Un capitalista? No, le ha dette Lenin.

Un vice direttore del TG2, nel 1976, smentiva le BR citando Lenin e leggendo un passo di un testo comunista e rivoluzionario. E lo faceva senza considerare i telespettatori dei deficienti incolti da imbonire con slogan di quart’ordine. Quell’uomo era Peppino Fiori, uno dei più grandi giornalisti che l’Italia abbia mai avuto. Un uomo che ha segnato la mia vita perché mi sono formato un primo abbozzo di coscienza sociale e politica leggendo un suo libro, scovato in mezzo ai fumetti porno in una casa, non ricordo di chi, un lontano pomeriggio di circa quarant’anni fa. Era “Vita di Antonio Gramsci”.

Non sono riuscito a sedermi, Sono rimasto in piedi, contratto, a guardare quelle immagini e a sentire quelle parole. In un lampo mi sono apparse davanti agli occhi le immagini di una vita lontana, le speranze e le amarezze di un adolescente costretto dal lavoro del padre a restare lontano più di mille km da parte della sua famiglia e dai suoi affetti. Ma ero in una terra splendida che poi ha dovuto abbandonare per sempre nel momento dei primi amori e lasciando amicizie la cui assenza mi ha segnato per tutta la vita.

Mi sono seduto, ho guardato i miei figli. E mi sono chiesto loro, tra quarant’anni, cosa ricorderanno delle cene con i genitori?

Nel frattempo, però, il buco nel mio stomaco si è allargato e il rimpianto di un passato tradito ha ripreso a sanguinare.

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Shock (n. 69)

Goccia nel buio

Lacrima sulla roccia

Evaporata

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La linea ripiegata

E arriva quel giorno in cui ti fermi, tiri una linea, ti guardi intorno e ti rendi conto che non c’è nessuno.

Abbassi la testa, la scuoti e pensi. E quel che pensi non ti piace nemmeno un po’.

Rialzi la testa, raddrizzi la schiena, prendi la linea, la pieghi bene e la infili in tasca.

Guardi verso l’orizzonte e riprendi il cammino.

Sbandi un attimo ma vai avanti.

La lacrima sottile è caduta per terra, non la guardi.

È una parte di te che lasci lì, alle tue spalle.

Il taglio da cui è uscita resta lì, dentro di te.

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I pensieri frantumati

Lui guarda lo schermo del suo iPhone, inquieto. Attende un messaggio. Non arriva. Passano i minuti, poi le ore. Compulsivamente riprende lo smartphone in mano, schiaccia il tasto home ma non c’è nulla. Controlla che il volume sia attivato. Lo è.

Il tempo passa. Lento ma inesorabile. Il buio scende spegnendo il blu cobalto nel cielo. Le nuvole avanzano veloci dall’orizzonte, masse morbide e inquietanti come il suo animo.

E’ seduto sulla poltrona, immerso nei suoi pensieri, lo sguardo è fisso nel cielo ormai nero. Qualche lampada nella strada si accende.

All’improvviso un lampo bianco squarcia il cielo e illumina gli alberi all’orizzonte. Dopo qualche secondo un tuono ringhia feroce spaccando il silenzio ovattato della sera.

Nei suoi occhi resta la traccia del fulmine, una linea rotta e bianca che sporca la percezione della realtà. Un vago sorriso, finalmente, appare sul suo volto. Guarda ancora lo schermo buio dell’iphone.

“Al diavolo!” pensa dentro di sé. Si alza, prende il giubbotto gettato sulla sedia, si infila un cappello, afferra le chiavi ed esce.

Passeggia lentamente lungo la strada. Il cielo è nero, l’aria è ferma, i peli dei capelli e della barba si elettrizzano. Di nuovo, all’improvviso, le strisce bianche tagliano il nero uniforme e delineano i contorni morbidi delle nuvole. Il cielo si illumina di fuochi d’artificio naturali e un rombo scontroso si innalza dall’orizzonte verso l’alto. Il temporale avanza verso di lui veloce. In un attimo il vento si alza, impetuoso, si scaglia nelle foglie gialle degli alberi, le strappa e le fa danzare potenti nell’aria. Il rombo si fa più forte, i tuoni sono violenti, i lampi si avvicinano e si gettano verso le antenne e dove non le trovano piombano sul cemento della strada.

Le prime gocce di pioggia cadono dritte sulla strada, come proiettili trasparenti sparati verso il grigio del cemento. Lui alza il viso verso l’alto, socchiude gli occhi e si lascia bagnare. I fulmini aumentano di intensità. Il temporale è sopra la città. L’acqua punge la pelle e scivola sul collo. La pioggia aumenta di intensità e ormai cade copiosa, si trasforma in un acquazzone, rimbalza sull’asfalto e ricade nelle pozzanghere che si formano rapidamente.

Lui infila la mano della tasca, cerca l’iphone. Vuole filmare il temporale. Non lo trova. Ha un attimo di smarrimento. Poi ricorda l’angoscia dell’attesa. Inspira. E non rammenta più il perché di quel sentimento, di quel dolore, di quella dipendenza da qualcun altro. Lei non pensa a lui. Ora lo sa.

L’acqua l’ha inzuppato. Il rumore è drammaticamente violento. Ma lui non ha paura. Non più. Si immerge nei tuoni, nell’acqua fredda, nel vento gelido di tramontana.

E inizia a correre, i suoi piedi schizzano nelle pozzanghere, il vapore del fiato che esce dalla bocca, i pensieri che scivolano via e rimbalzano dietro di lui, frantumandosi nell’acqua.

 

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Il senso dell’amore digitale

Non frequento molto i social network in queste settimane. Anzi, ad essere precisi, non frequento molto Facebook e twitter. Ma quando mi capita di fare una capatina e sbircio i post ho la sensazione di leggere tanti messaggi in bottiglia. Sono frasi, molto spesso marcatamente retoriche, rivolte a qualcuno. E ho l’impressione che questi messaggi siano dettati da rabbia o sete di vendetta. Sì, c’è molta rabbia in giro. E’ una rabbia mascherata di frasi filosofiche, di aforismi, di parole d’amore. Ma dietro si intravede la rabbia, il messaggio minaccioso, la voglia di rivalsa, la sete di vendetta, il far male perché qualcuno ha fatto soffrire. Le frasi spesso si accompagnano a foto glamour che vogliono sbattere in faccia all’altro/a: guarda cosa ti stai perdendo.

Perché tanta rabbia? Me lo chiedo ogni giorno. Poi mi interrogo e osservo con più attenzione i miei pensieri, i sentimenti. E scopro che quella rabbia ce l’ho anche io. Dentro. Ma è come lava in un vulcano spento. E’ un magma rovente che si sposta e ribolle con forza crescente. Intravedo le crepe, quelle sottili fessure il cui diametro aumenterà e so già che da lì, all’improvviso, esploderà la forza dell’eruzione e il magma rovente erutterà alto e caldo per poi ricadere sul terreno portando con sé la sua forza distruttiva.

Da dove nasce quella rabbia? Lo so, è una bella domanda e ognuno di noi potrebbe rispondere, più o meno coscientemente.

E’ possibile che molto dipenda dall’egoismo, dall’opportunismo e dall’indifferenza verso l’altro nei rapporti? E’ possibile che oggi tutto sia veicolato solo dall’interesse personale e che a questo sia sottomesso tutto, forse anche l’amore? E’ possibile che le attenzioni, le premure, le parole, i gesti siano in realtà stimolati e diretti solo dall’opportunismo per poter realizzare, concretizzare, un interesse, un obiettivo?

Possibile che tutto sia mercificato e che sia scomparsa l’attenzione gratuita verso l’altro? Dov’è la cura? Dov’è l’affetto sincero? Dove sono quei piccoli gesti scomparsi o comunque in via di estinzione come gli animali paleolitici? Qualcuno si ricorda il gesto spontaneo di una carezza sfiorata all’improvviso? Dov’è la richiesta di un incontro anche solo per guardarsi negli occhi senza che le parole appaiano per lasciare lo spazio ad un sorriso? Dov’è la ricerca dell’altro per sentire quel respiro che riempie l’anima e che può anche essere nascosto in un messaggio Whatsapp o su Telegram?

Possibile che ogni atto sia solo dettato dall’interesse per sé stessi e la propria vita nel disinteresse totale per l’altro, chiunque esso sia?

Quanta rabbia, quanta delusione, quanta paura della solitudine. Tutto questo si nasconde dietro la ricerca di un suono. Il rumore di un messaggio sul cellulare, o lo squillo della suoneria. Quanta importanza diamo agli strumenti e quanto poco riflettiamo sui sentimenti che nascondiamo dietro quell’attesa. E quanto poco siamo attenti alla dignità che pian piano si sgretola mentre perdiamo il contatto con i nostri pensieri, con i nostri veri sentimenti, con la realtà oggettiva delle cose che ci circondano.

E’ un mondo difficile che cerchiamo di semplificare banalizzando ciò che banale non è.

E nel frattempo, mentre siamo infilati nella placenta calda dell’autocommiserazione rabbiosa, ci stanno fottendo la vita.

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Che tristezza

L’Italia è diventato uno strano paese. Tutti si lamentano dello stato delle cose, della disoccupazione, del degrado sociale, della politica che non si occupa dei problemi delle persone, dell’immigrazione. Il colpevole è sempre qualcun altro. Poi, quando arriva il momento di cambiare lo stato delle cose, di mandare via la politica menefreghista e ladrona, gli italiani semplicemente non vanno a votare. E quelli che invece vanno, votano gli stessi che criticavano oppure dei loro prestanome.

Votare è faticoso, bisogna informarsi, partecipare, assumersi la responsabilità di fare una scelta per il futuro. Meglio fare altro: dire che sono tutti uguali, e magari è anche vero, oppure aggredire a calci e pugni due poveri ragazzi, uno pakistano e l’altro egiziano, ad una fermata dell’autobus la cui colpa era quella di aver lavorato onestamente e umilmente per dodici (!!!) ore al giorno, e menare pugni al grido di “sporco negro”. Dimostrando anche in quel caso di essere, oltre che violenti, incolti e ciechi perché un pakistano e un egiziano non sono negri.

Ostia è stata al centro di indagini sul controllo mafioso del Comune? Cosa c’è di meglio che mandare al potere Forza Nuova e Fratelli d’Italia? Votando 1 cittadino su 3. E’ più comodo sedersi su una panchina dove lamentarsi che la politica fa schifo e aspettare il primo immigrato da offendere. Perché la colpa del degrado è di chi ha viaggiato per mesi soffrendo soprusi e violenze e rischiando la vita per allontanarsi dalle stragi e dai bombardamenti che ci sono nel loro paese, mica di chi ha governato male la cosa pubblica vendendola alla delinquenza per qualche spicciolo.

La colpa è di nuovo il colore della pelle, il negro, lo straniero, il frocio, la donna puttana. La colpa è sempre di qualcun altro. Ed è preferibile che quel qualcun altro sia uno diverso perché la diversità non è più una ricchezza ma un pericolo alla moralità pubblica. Ovviamente alla moralità corrotta degli ignavi.

E’ il pericolo di cambiare effettivamente le cose portando una ventata di freschezza, un diverso punto di vista, una nuova cultura che scompagini le certezze di chi si lamenta dell’esistente. E’ più semplice essere l’uomo vero che sottopone la donna, ogni santo giorno su tutti i posti di lavoro. alla radiografia sul suo abbigliamento. Avete presente quell’uomo con lo sguardo malizioso e ammiccante che scivola con lo sguardo sulle gambe e poi risale piano piano esprimendo il suo apprezzamento? A quell’uomo vero non passa nemmeno per l’anticamera del cervello che sta facendo una violenza su una persona impicciandosi di qualcosa che non lo riguarda. Perché non sono fatti suoi come si veste quella donna e la lunghezza della gonna non esprime un codice etico di quella persona, ma solo la sua dannatissima libertà di esprimersi e di essere se stessa. Figuriamoci se sarà mai in grado di confrontarsi con un omosessuale come se poi fossero, anche in quel caso, fatti suoi la sessualità di quella persona. Un po’  come se ognuno di noi dovesse portare scritto in fronte le proprie attitudini. Indossare un simbolo. Sei etero? Bene, vai avanti. Sei omosessuale? Pussa via. Come fecero i nazisti.

Il pericolo è proprio quello, anzi ormai è una certezza: il ritorno imperioso della destra nera. In questo paese, in cui una sinistra timida e timorosa della propria storia si è frantumata e sembra debba chiedere il permesso a chiunque per esprimere uno straccio di pensiero, avanza il fascismo più becero e un qualunquismo d’accatto. Entrambi avanzano verso il potere, si sono radicati tra le persone e approfittano dell’indifferenza generale. Sono proprio quelli che si incuneano nell’astensionismo al voto e nell’indifferenza di chi osserva anonimo le violenze contro le donne, contro gli immigrati, contro chiunque sia diverso dalla piatta società etero-clericale. Quella società che rifiuta il diverso ma accetta e protegge gli stupratori e i pedofili. Oppure accetta che le ragazzine minorenni africane, bellissime e colorate, facciano le prostitute sulle strade comunali e provinciali. In quel caso la mano lurida del bianco può impunemente sporcare il colore della pelle di una ragazzina.

E’ uno strano paese l’Italia. Un paese che è passato dalle masse oceaniche dei funerali di Togliatti e Berlinguer, dalle manifestazioni contro il terrorismo, dal 23 marzo della CGIL in difesa dell’articolo 18 alla indifferenza generale verso una crisi che ha frantumato un patto sociale di solidarietà antifascista che era alla base della più bella Costituzione democratica del mondo.

Che tristezza. Da De Gasperi, Nenni, Togliatti, Di Vittorio a Renzi, Salvini, Meloni e Berlusconi. E nel frattempo la generazione di giovani più preparata, colta e intelligente della storia costretta a fare i bigliettai sui treni, i commessi nei negozi oppure gli apprendisti fornai. Quando va bene.

Che tristezza. Che squallore. E’ stato smarrito il cuore, il buonsenso, l’umanità.

E nel frattempo sono morte 26 ragazzine africane nel Mediterraneo durante l’ennesimo viaggio della morte dalle coste libiche verso l’Italia. Che per loro doveva essere una speranza dopo stupri, violenze inaudite, perdita della dignità. E invece l’acqua le ha inghiottite probabilmente uccise perché non testimoniassero il dramma subito.

La colpa è di qualcun altro.

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Il senso del potere

“Un tempo eravamo educati al rispetto del senso del dovere. Oggi i giovani sono educati al rispetto del senso del potere”. Seduti ad un tavolino di una locanda, sobria e pulita, due colleghi quasi sessantenni mangiano durante la pausa pranzo dal lavoro. Il volto è basso, lo sguardo concentrato a tagliare le sottili cotolette nel piatto. Tagliano, afferrano e masticano. Non rinunciano al dialogo e non rinunciano nemmeno a sforzarsi di guardare, leggere, comprendere quello che accade intorno a loro. I loro volti sono segnati dalle rughe, le labbra rese sottili dalle amarezze, lo sguardo è velato dalla delusione. Ma i loro gesti sono ancora giovani, il tono della voce è vigoroso, le parole costruiscono periodi strutturati, i dubbi emergono a testa alta e con un alito di profonda dignità.

La donna si ferma, guarda l’uomo di fronte a sé e butta nella discussione la frase. Piega la testa, lo sguardo è dritto, un vago sorriso si disegna sulle labbra. “Cosa ne pensi?”

L’uomo si ferma. Poggia le posate di fianco al piatto e termina di masticare il pezzo di cotoletta. Si sofferma ad osservare, pensoso, un pezzo di rosmarino sul piatto bianco. Alla sua sinistra la fila al banco si allunga ma il ronzio è sordo, un vago chiacchiericcio di sottofondo.

Si allunga sulla sedia e si liscia la barba. Alza gli occhi verso il soffitto.

“Sai, è difficile dare una risposta. Pensavo alle discussioni, alcune volte feroci, con mio padre e mia madre. Il buffo è che erano quasi sempre a tavola, a pranzo o a cena. Rimproveravo a loro il continuo battere proprio sul “senso del dovere”. Per me, allora adolescente polemico, era intollerabile. Non accettavo il rispetto del dovere. Desideravo, invece, inseguire il bello della scelta, intesa come inseguire la passione, il proprio percepire le cose da fare. Rispettare un qualcosa solo perché era un dovere mi sembrava fortemente riduttivo. Però poi ho tentato di ricostruire i ricordi tentando di essere più obiettivo e ho ricordato la differenza. Paradossalmente la persona che percepivo coma la più rigida, mio padre, fu quella che invece smorzava. Mio padre non contraddiva mai madre, a meno che non si toccassero corde sensibili che solo loro potevano conoscere. Però poi, con il suo modo burbero di approcciarsi a me, mi lasciava intuire che in realtà lui mi spingeva sì a rispettare il senso del dovere, legge primaria in natura, ma con un minimo di disincanto. Fra le sue parole emergeva la spinta a provare altro, ad inseguire sé stessi, i propri desideri. Comunque a provare nuove strade. Perché la vita era una e andava vissuta.”

Lei ascoltava attenta, sempre con la testa leggermente piegata e lo sguardo concentrato. L’uomo era gratificato dalla sua attenzione. Percepiva il rispetto del suo ragionare. Lei riprese ad affettare ciò che restava della cotoletta e delle patate.

Lasciando all’improvviso la forchetta sul piatto con il pezzo di carne infilato, lo guardò: “se pensi a questa frase, è comunque potente. Il senso del potere è una grande fregatura perché in realtà è un modo di tenere i giovani legati a chi quel potere ce l’ha, lo esercita e lo mantiene!”

Lui socchiuse gli occhi e corrugò la fronte. “Sì, hai ragione. Ma quarant’anni fa educare al senso del dovere non era poi la stessa cosa? Il dovere verso cosa? Verso chi? Cosa nascondeva il senso del dovere? Il rispetto degli orari in cui buttare la spazzatura? Lasciare il posto ad una persona anziana sul pullman? Far passare davanti in una fila le donne incinta? O era anche altro? Forse limitare la spinta ad andare contro l’autorità costituita? Il movimento del ’68 non fu forse una grande rottura del dovere verso la società cos’ com’era?”

Lei tenendo gli occhi abbassati sul piatto ribatté “non era solo quello. Il senso del dovere è anche rispetto della fatica per costruire e combattere per una nuova idea. Pensa al lavoro, allo studio, allo sforzo fisico che ci vuole per lottare per migliorare. Se la leggi così vedrai le cose con una prospettiva diversa anche se comunque quello che dici è anche vero. Dipende sempre dal punto di vista.”

Lei riprese la forchetta e imboccò il pezzo di carne.

Lui annuì lentamente.

“Ci hanno fottuti” disse la donna.

“Ci hanno fottuti” disse l’uomo.

E ripresero a masticare, ingoiando la rabbia insieme a un vago, sottile, amaro, senso di impotenza.

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Il bruno e il biondo

Sono due. Camminano l’uno affianco all’altro, anche se lievemente distanziati. Uno è bruno, l’altro è biondo. Hanno quasi la stessa altezza anche se c’è qualche anno di differenza tra i due. Il ragazzo bruno cammina veloce, sembra quasi sollevato da terra, impettito, le spalle larghe, la vita stretta, le braccia lievemente divergenti. Quello biondo si trascina le scarpe sul terreno ma ha comunque una sua levità pur nella sua andatura dinoccolata che lo fa apparire ondeggiante come un giovane albero sferzato dal vento.

Camminano in un bosco, calpestano il sentiero di terreno rossiccio tagliando le strisce di luce tra gli alberi. Parlano intensamente tra di loro, il biondo gesticola mulinando le braccia in uno strano gioco di assonanze con il suo passo strascicato ma leggero. Il bruno ascolta senza muovere un muscolo, risponde ma il suono delle sue parole non si percepisce. D’altronde anche le parole del biondo non si intuiscono, si percepisce solo una striscia rumorosa bassa, profonda con improvvisi acuti.

Li seguo. Dentro il bosco. Li osservo ammirato. Sono molto giovani.

Ogni tanto si fermano, afferrano lo smartphone, si guardano intorno, studiano la scena, la inquadrano, scattano la foto. Lo intuisco dal clic che simula il rumore secco dell’interruttore di una vecchia macchina fotografica. L’uno guarda la foto dell’altro, poi riprendono a camminare alla stessa andatura di prima, il biondo gesticola ancora di più di prima, il bruno scuote la testa in un vago gesto di assenso.

Il bosco si infittisce, il verde degli alberi diventa quasi nero, il terreno rosso scuro, l’erba verde intenso. Mi distraggo dalla vista dei ragazzi e ammiro incondizionatamente il lavoro oscuro e profondo della natura nel bosco. Le foglie cadute dagli alberi si sono seccate e hanno costruito un tappeto morbido che copre il terreno e lo mantiene caldo e umido lavorando affinché la vita continui ad andare avanti sia con il freddo dell’inverno che con il caldo di questa estate torrida. Lascio il sentiero, infilo gli scarponi nel manto di foglie. Pur essendo secche sono morbide, non scrocchiano e sento il calore umido che si sprigiona dalla terra. Alzo la testa e ascolto. Non c’è un rumore, non ci sono animali intorno a me. Ogni volta che mi infilo nel bosco resto stupefatto dal silenzio profondo come se non ci fosse vita. La vita in realtà c’è, è ricca di voci, di sussurri, di rumori ma in tutte le sue forme ha paura dell’uomo e trattiene il respiro in attesa che finalmente l’estraneo vada via. E’ incredibile il danno che l’uomo ha prodotto alla natura ed è incredibile scoprire come la natura sia terrorizzata dalla presenza dell’uomo. Non si ascolta il cinguettio di un solo uccello, gli scoiattoli restano immobili dietro i cespugli o sopra gli alberi. I serpentelli smettono di strisciare e si nascondono sotto le rocce. Solo qualche raro corvo vola da un ramo all’altro emettendo il suo rauco verso.

Rialzo la testa. La scuoto, perplesso. Riprendo il cammino. I ragazzi sono scomparsi in fondo al sentiero. Il bruno camminerà impettito. Il biondo strascicherà gli scarponi mulinando le mani nel vano tentativo di coinvolgere il bruno, suo fratello.

Sorrido. Ormai sono più veloci di me. Ci rivedremo in albergo.

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