Oggi la mia città, Brindisi, è stata scossa da una orrenda strage. Una ragazza di 16 anni è stata dilaniata, insieme ad altri ragazzi che adesso combattono contro la morte, da bombe fatte esplodere davanti il cancello d’ingresso della scuola superiore Morvillo- Falcone. Un delitto atroce, terribile.

Mai, nella storia di questo paese, era stata colpita una scuola. Mai erano stati uccisi dei ragazzini, in questo barbaro modo, nel luogo della cultura, della costruzione del futuro, della speranza, della crescita.

Questa infame tragedia grida vendetta.  Ma la vendetta va costruita ritessendo le fila di una società divisa, strappata da una crisi sociale ed economica la cui matrice è nell’incapacità della politica di mediare i conflitti, di dare l’esempio con atti virtuosi, di ascoltare i bisogni delle persone, di fare scelte per il bene collettivo e non per tutelare interessi, capitali e vizi privati.

L’haiku che avevo pubblicato ieri aveva ragioni e finalità diverse, interiori. E invece letto oggi appare come una preveggenza. Mi vergogno di questo, anche se non ne ho colpa. Lo lascio postato e lo dedico a Melissa. Perché il presente di quella ragazza era l’amore. E lo sarebbe stato anche il futuro se qualche bastardo non l’avesse reciso.

Ora tocca a noi lavorare per trovare chi ha compiuto un gesto così assurdo. Ora tocca a noi riprendere le redini di Brindisi. Ora tocca a noi reagire con fermezza, senza paura, e con l’esempio nella quotidianità. Per i nostri figli.

Ora tocca a noi rimboccarci le maniche. E abbassarle quando avremo finito.

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N. 66

Urlo muto,

Squarcio purulento,

Era amore!

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C’era una volta (parte terza)

Di fronte a me si aprì una larga vallata, i cui confini erano ancora nascosti dalla nebbia del mattino. Una vasta pianura irregolare con cespugli secchi e i resti di quello che un tempo era stato un grande prato. La strada si allargava e girava verso il centro della valle. Sulla destra, enorme cattedrale nel cotone sporco dei banchi di nebbia, si ergeva un enorme struttura di ferro. Era una gigantesca scatola con delle lunghe e alte rampe traforate di metallo che si arcuavano verso il cielo per poi ricadere, come gigantesche zampe, sul terreno arido.

Una strana inquietudine mi avvolse con le sue spire gelide. Mi allontanai dalla strada e mi intrufolai nei bosco per non restare in vista. All’apparenza quella enorme scatola di latta pareva deserta. Una sensazione di pericolo, però, mi saliva acida nello stomaco.Mi acquattai dietro una roccia levigata e osservai la valle con il binocolo. Sembrava tutto tranquillo. Pensai fosse il caso di aggirare la valle e riprendere la strada subito dopo. Mi guardai intorno. Le montagne erano completamente avvolte dalla nebbia ed era molto fitta. A causa della pendenza e della difficoltà visiva avrei impiegato molto tempo per aggirare la struttura. Non potevo perdere troppo tempo. Decisi di rischiare. Mi incamminai attraverso la piana camminando a zig zag e incurvandomi. Lo sguardo puntava sempre verso l’animale metallico. Mi avvicinai lentamente. I piedi schiacciavano l’erba arida, ormai secca, e dovevo abbassare la discesa sul terreno per evitare di fare troppo rumore. Fui attirato all’improvviso da qualcosa di colorato sul terreno. Era di un verde smeraldo, un colore intenso che non vedevo da tanto tempo. Mi avvicinai, incuriosito, e alla vista di cosa fosse mi commossi. Mi inginocchiai, la presi tra le mani e la accarezzai. Era uno scarponcino di camoscio verde, sporco di terra secca e grigia, con la suola di gomma consumata dal cammino. Era una scarpetta di una bambina.

La tenni tra le mani per qualche minuto, poi la rimisi per terra con delicatezza. Mi chiesi dove fosse, ora, quella bambina.

Scossi la testa e rialzai lo sguardo verso l’orizzonte. Mi ero avvicinato molto e mi resi conto che la struttura altro non era che un gigantesco hangar. Lì vicino doveva esserci un aeroporto.

Ripresi il cammino e puntai con decisione verso l’edificio. A qualche centinaio di metri con la coda dell’occhio intuii un movimento e mi gettai per terra. Strisciai rapido verso una roccia appuntita. Mi nascosi. Attesi qualche minuto e poi rialzai con prudenza la testa.Una figura si muoveva all’esterno, proprio sotto le travi di ferro. Dall’hangar uscì una seconda figura. Presi il binocolo e osservai aumentando al massimo lo zoom.Erano due uomini. Parlavano fra di loro e il primo fumava nervosamente, portandosi spesso la sigaretta alle labbra. Pareva che discutessero animatamente gesticolando con foga.

Poi il primo gettò la sigaretta per terra e rientrò nell’hangar mentre il primo restò all’esterno. All’improvviso si girò verso di me. Gettai il binocolo per terra e mi schiacciai dietro la roccia.Attesi per prudenza diversi minuti e poi guardai di nuovo, ma non c’era più nessuno.

Cercai di riflettere e decidere cosa fare. Era strano che non avessero messo nessuno a guardia dell’edificio.La prudenza mi spingeva ad andare via. Ma se quei due uomini fossero stati gli stessi del carro?

Mi diressi verso il lato posteriore dell’hangar. Trovai un punto di osservazione riparato. Alle spalle del lato lungo dell’edificio si ergeva una bassa collina, alla cui cima c’era un albero con un largo tronco. Doveva essere una vecchia quercia secolare. Mi nascosi dietro l’albero e accarezzai lentamente quel legno ormai scuro e senza vita. Doveva essere un albero dalla fronda larga e molto ombreggiato; uno di quei posti dove un tempo era piacevole sdraiarsi e riposare al fresco mentre il sole estivo batteva implacabile e gli uccelli vi si nascondevano cinguettando rumorosamente.

Chiusi gli occhi a quel pensiero. Un rumore violento me li fece riaprire. Fu come un colpo secco, un urto terribile contro il ferro dell’edificio.Volevo correre con tutte le mie forze verso la costruzione.

Decisi che fosse più opportuno attendere. Ripresi il binocolo e osservai. L’hangar era una grande struttura tutta in metallo e pur essendoci poca la luce, a causa della nebbia persistente, notai come fosse ormai consumato dalla ruggine. Doveva essere molto vecchio oppure l’umido ne aveva accelerato il degrado.

Al centro della parete posteriore c’era una lunga vetrata orizzontale. Molti vetri erano rotti tranne quelli, quattro, al centro della striscia. Osservai le finestre con maggiore attenzione e  il vetro verde e deformato mi fece intuire che fossero vetri antisfondamento. Vidi un’ombra. Un brivido salì lungo la schiena. Era il carro che avevo visto la notte precedente.

Le ore trascorsero lente. Dall’hangar non arrivava più alcun rumore, né uscì nessuno all’aperto.

La luce grigia del cielo iniziò rapidamente a scurire mentre la nebbia dalle montagne scese a valle. Riposi il binocolo perché in quello scenario lunare e ovattato era ormai impossibile osservare nulla.

Preparai lo zaino. Dovevo muovermi leggero. Decisi che fosse più opportuno alleggerirlo. Lasciai solo un ricambio, la borraccia e la torcia a dinamo. Presi il coltello e lo infilai nella custodia attaccata al cinturone. Senza pensarci troppo scattai verso il mostro di metallo. Corsi rapido a scatti ondeggiando e saltando le rocce. Un’ombra scattò più veloce di me. Vidi la striscia nera e sottile sul terreno grigio. Rallentai e alzai la testa. Mi fermai di colpo. La bocca spalancata. Un enorme uccello volava basso nel cielo, lì sopra di me. Non potevo credere ai miei occhi. Non vedevo un uccello non so più da quanto tempo. Come poteva essere ancora vivo?

Lo ammirai, trattenendo il fiato. Un grido lacerò l’aria. E lo riconobbi. Era una gigantesca poiana che volteggiava nel cielo che imbruniva. Volteggiò a cerchi concentrici per due, tre volte e poi volò via verso la quercia che avevo appena lasciato alle mie spalle.

Un sorriso si disegnò, spontaneo, sulle mie labbra. Una poiana! Ancora viva! C’era una speranza, allora.Ripresi a correre verso la mia meta e mi allargai sulla sinistra, per deviare sulla strada che portava all’ingresso, sotto le zampe di metallo che lo ancoravano al terreno.

Scattai verso l’ingresso, una bocca spalancata verso il buio imminente. E la vidi. Il corpo esile, i capelli lunghi, il vestito stracciato. Aveva la testa bassa e le braccia abbandonate lungo i fianchi. Era la ragazzina chiusa nel carro, che mi aveva osservato nella luce verde del binocolo ad infrarossi.

Smisi di correre e mi incamminai guardingo. Mentre mi avvicinavo, la figura si girò e rientrò nell’enorme ingresso spalancato.

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C’era una volta (parte seconda)

L’alba arrivò all’improvviso. Il grigio del cielo diventò un po’ più chiaro. L’intermittenza della luce fu sostituita da una uniformità fangosa che mi fece riaprire gli occhi, sottraendomi ad un dormiveglia angosciante. La notte avevo tolto gli abiti bagnati dalla pioggia e mi ero infilato nel sacco a pelo. Ma il freddo mi era rimasto nelle ossa. Mi alzai e mi rivestii in fretta. Gli abiti erano ancora umidi. Tolsi dallo zaino un vecchio paio di pantaloni, trovati in un negozio ormai saccheggiato, e un mio vecchio maglione a collo alto. Lo accarezzai con un sorriso storto: fu un regalo di compleanno di Eleonora. Mi strofinai forte il viso con le mani, più per riscaldarmi che per altro. Mi avvicinai alla roccia e sbirciai verso la strada. Non c’era nessuno. Sistemai le cose nello zaino, ripresi il bastone di legno e ripresi la marcia.

La luce nel cielo era più intensa del solito e mi chiesi come mai. Le nuvole gonfie e sporche, come tutto ciò che avevo intorno, erano massicce e compatte. Il cielo era nascosto completamente. Ogni tanto un tuono violento, un secco graffio elettrico, squarciava il silenzio assoluto del bosco. Non un rumore, un sussurro, un qualcosa di morbido, di arrotondato. Oltre i tuoni gli unici rumori che si sentivano erano i rami che si spezzavano dagli alberi ormai secchi e crollavano sulla terra. Ogni tanto, con una frequenza che progressivamente aumentava, si schiantavano i tronchi bruciati trascinandosi tutto ciò che incontravano nella caduta rovinosa. Erano come delle grida di dolore, una resa incondizionata alla fine del mondo.Camminai lentamente rimanendo nel bosco ma parallelamente alla strada di cemento. Decisi, per ciò che avevo visto nella notte, di essere più prudente del solito e di mantenermi nascosto dalla vista. Fu più faticoso ma mi mossi con una buona lena.

Sulla strada ogni tanto incontrai tracce di qualche passaggio umano. Carcasse di macchine senza ruote, o con i vetri sfondati, bruciate. In una vecchia BMW notai, senza riuscire a soffermare lo sguardo per il disgusto, il cadavere di un uomo ormai gonfio al posto di guida.

La strada era piena di buche e di strisce ondeggianti lasciate da qualche vecchio trattore senza ruote che si era trascinato a fatica per qualche centinaio di metri per poi essere abbandonato. Infatti, dopo qualche chilometro, mi imbattei in un Iveco sbandato fuori strada. Mi avvicinai, cercai il serbatoio e aprii il tappo. Annusai. C’era solo un vago sentore di benzina ma del prezioso liquido non era stato lasciato nulla.

Ripresi il cammino e iniziai la salita di una lunga collina. La strada era dolce e in progressiva pendenza. Gli alberi del bosco erano fitti ma ormai scheletri senza più vita. Mi chiesi com’era prima. Mi fermai e chiusi gli occhi. Provai ad immaginare il cinguettio degli uccelli, il sole fumoso che tagliava il buio del sottobosco, l’erba alta e i fiori multicolori. Provai a respirare a fondo ma la puzza di marcio e di bruciato mi riportarono al presente. Il duro presente.

Lo zaino mi pesava sulla spalla. Mi fermai con il fiato grosso e mi sedetti su una roccia grigia come il cielo. Presi la borraccia e bevvi una lunga sorsata d’acqua dal sapore metallico. Mi asciugai le labbra con la mano. Nel riavvitare il tappo mi guardai le unghie nere e la pelle incrostate dal fango secco e nero. Provai a ricordare da quanto tempo non mi facevo una doccia. Inutilmente.

Mi rimisi in cammino. La cima della collina era vicina. La strada ora era di nuovo sgombra. Decisi di rischiare e mi riportai su ciò che restava del suo asfalto. Sentivo le gambe dure. Avevo dormito male e scomodo. Percorsi le poche centinaia di metri rapidamente e giunsi sulla cima. Guardai e quel che vidi era inaspettato.

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C’era una volta… (Prima Parte)

Il cielo era ferroso. Un vago biancore lattiginoso appiattiva tutto intorno a me, come se un blocco di ovatta avvolgesse ogni cosa. Un vento umido soffiava da sud e mi incollava i vestiti sulla pelle. Avevo camminato per gran parte della notte seguendo il lungo serpente grigio della strada. Il buio era stato cancellato dai lampi continui nel cielo. Un temporale elettrico rombava lontano.

Nell’intervallo tra i fulmini e l’arrivo dei tuoni il silenzio era agghiacciante. Intuivo il profilo degli alberi secchi, i larghi fusti dritti e i rami frastagliati ormai spogli di qualunque tipo di vita. Dopo non so quante ore di cammino abbandonai la strada, deserta, e mi infilai nel bosco. Nel buio rischiarato dai continui lampi mi arrampicai su una collina e arrivato in cima mi abbandonai in un avvallamento tra due larghe rocce che mi nascondevano alla vista dalla strada. Mi infilai nel sacco a pelo e appoggiai la testa sullo zaino. Sentii i muscoli tesi lasciarsi andare lentamente al riposo. Sopra di me il cielo scuro. Era gonfio di nuvole dalle linee arrotondate e fuse in un’unica trama. La luce intermittente ne esaltava i contorni.

Erano mesi che non vedevo il cielo. Ormai non riuscivo più a ricordarmi quale fosse la sua tonalità di azzurro. Il calore intenso del sole, la sua luce. Mi venne in mente il rumore della risacca del mare, lo sfrigolio rovente della sabbia gialla, le palpebre chiuse e il tono di rosso che si trasformava in arancione, poi in giallo per diventare una luce bollente che mi faceva risalire le lacrime. Poi scattavo seduto sulla spiaggia e riparandomi con la mano aprivo gli occhi guardando il verde scuro del mare di fronte a me.

Adesso intorno era buio e talvolta di un grigiore infinito, senza colori, senza calore. Chiusi gli occhi e cercai di ricordare la sensazione del tepore, il profumo delle alghe verdi, l’intenso aroma del rosmarino, dei cardi e del mirto; il sapore della vita che cresceva. Tentai di dimenticare il buio, il freddo umido, il bosco arido che mi ospitava in quella notte senza profumi ma con la compagnia del solo odore di marcio che era tutto intorno a me.La stanchezza mi avvolse e mi addormentai cullato dai tuoni all’orizzonte.

Mi svegliai all’improvviso. Il rumore era sordo. Ma lo sentii nitido come uno schiocco di frusta. Aprii gli occhi. I lampi erano più vicini ma la bolla di luce dei fulmini si era come ammorbidita e dilatata nel tempo. Le saette nel cielo non producevano alcun rumore. Se sentiva solo lo scatto rapido dell’elettricità che cadeva dalle nuvole gonfie sopra la mia testa. Il rumore era di sottofondo, lento ma crescente. Proveniva dalla strada, ad una distanza che valutai ancora lontana. Una leggera pioggia iniziò a scendere dal cielo. Erano gocce sottili, steli appuntiti che cadevano sulla terra secca con un rumore ovattato, che sollevavano spruzzi asciutti di polvere. Mi sollevai lentamente e strisciando arrivai ad una fenditura sulla roccia. Presi dallo zaino il binocolo ad infrarossi e lo puntai verso la fine della strada, in quel punto in cui si perde la vista di ciò che c’è dopo.

Già. Cosa ci sarà dopo? La domanda si affacciò improvvisa nella mia testa. Non era il momento. La cacciai con un gesto rapido della mano.

Nella luce verde dentro il mirino intravidi un’ombra. Attesi che avanzasse per tentare di individuare cosa fosse. Aveva una forma rettangolare e oscillava nel suo andare lento. Dopo qualche minuto l’immagine si fece più grande e nitida. Era un carro trainato da un cavallo. Non riuscii a capire di più. Poggiai il binocolo e attesi abbassandomi ancor di più tra le rocce. Il rumore delle ruote del carro si fece più forte. Era lo stridio di ferro arrugginito e legno che graffiava le orecchie lacerando il silenzio gommoso del bosco. L’intensità della pioggia aumentò ma non la dimensione delle gocce. L’acqua nel cielo era ormai sempre di meno.

Dopo alcuni minuti il carro arrivò a vista ma l’ombra degli alberi sulla strada era uniforme e la luce dei fulmini non apriva varchi. Ripresi il binocolo. Poggiai una mano di taglio sopra le lenti per evitare che i fulmini si specchiassero sul vetro, facendomi scoprire.Sentivo l’umido risalire nelle gambe. Brividi di freddo mi scossero la schiena. Cercai di mantenermi immobile e osservai attentamente.

Il carro era di legno scrostato, trainato a fatica da un ronzino magrissimo. Un uomo incappucciato lo guidava, una frusta nella mano. Dietro, a piedi, si trascinavano due figure che avanzavano ancor più lentamente del carro. Mi strofinai gli occhi con una mano e cercai di pulire i vetri del binocolo, bagnati dalla pioggia. Non riuscivo a capire cosa portasse il carro. Guardai nelle lenti, strizzando gli occhi. E quando misi a fuoco trasalii. C’era una gabbia di ferro, una di quelle che un tempo erano usate per tenere rinchiusi animali di grossa stazza. Dentro c’era qualcuno. Puntai le lenti sulla figura, che non si muoveva. Lasciai cadere il binocolo per terra e mi sdraiai al riparo dietro la roccia.

Dentro la gabbia c’era una bambina.

I suoi occhi, due palle verdi, guardavano verso di me.

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La porta verde di legno scrostato

Il corridoio era stretto e lungo, illuminato da una fredda luce al neon. La porta di legno tinta di un verde scrostato era socchiusa. La stanza, aperta come una mela sbucciata, era vuota al suo interno. In fila davanti a quella striscia aperta sul nulla c’era una fila di uomini e donne. Vocianti.

Filippo si mise in fila in silenzio senza chiedere chi fosse l’ultimo. Una donna robusta, con i lunghi capelli ricci stirati e stretti in una lunga coda, arrivò dietro di lui. “Chi è l’ultimo?” e lui alzò il dito lentamente e abbassando la testa. La donna si avvicinò e alzando la voce chiese, a conferma: “E’ lei l’ultimo?”.

Filippo alzò lo sguardo, socchiuse gli occhi e la fissò, con una nota di fastidio. Annuì e si girò.

Ma l’alito della donna arrivò al suo naso con un afrore di alcol mescolato allo sporco incrostato degli abiti che indossava. Gli sfuggì un ghigno di fastidio ma si vergognò della sua reazione. Si girò e le sorrise. La donna, però, si era girata a chiacchierare con altre due arrivate da qualche secondo.

La fila ormai si era allungata. Due ragazze si avvicinarono ai loro genitori e chiesero se le prof fossero arrivate.

Una mamma dai corti capelli biondi e dal seno impettito rispose ironicamente alla figlia alta e allampanata: “Eh, quando arrivate voi in ritardo scatta la nota. Quando arrivano loro l’orario diventa flessibile… no?” E stirò un sorriso storto guardando un’altra mamma, dal maglione rosso e dai jeans neri attillati, mollemente appoggiata al muro giallo, che le sorrise compiacente di rimando.

Fu in quel momento che Filippo la vide, proprio nell’attimo in cui una ragazzina secca e dai folti capelli ricci neri gli pestò un piede correndo. La prima cosa che lo colpì fu lo sguardo triste dell’uomo che la accompagnava. Gli occhi di quell’uomo erano spalancati, le iridi tonde, il passo lento e pesante. La teneva per mano, con delicatezza, quasi avesse paura si rompesse. Ma ogni passo era faticoso, quasi disperato. Ogni tanto abbassava lo sguardo sul pavimento di marmo grigio reso opaco dal tempo e dai tanti detersivi strofinati. Scuoteva la testa.

Poi Filippo la guardò e un brivido gelido salì lungo la schiena. Vide i larghi stivali in cui due gambette magre parevano fossero infilate per fare uno scherzo. Le spesse calze nere coprivano quel mucchietto di ossa. Il suo sguardo risalì al viso. La bellezza di un tempo non c’era più. Morta. La pelle era raggrinzita, verdastra, il viso smunto. Gli occhi erano neri come il carbone, ma ridotti a due piccole fessure che trasudavano dolore ad ogni passo. Un largo impermeabile le copriva il corpo. Filippo evitò di guardare nell’apertura tra i bottoni slacciati.

Si chiese cosa le fosse successo. Fu attratto dai riflessi dorati nei suoi capelli. Quei capelli che aveva sfiorato per tre anni, seduto nel banco dietro il suo. Quella luce gli parve innaturale e vi fissò lo sguardo. Restò impietrito nel notare l’attaccatura marrone della parrucca. Erano lunghi capelli biondi. Ma non erano più i suoi. Ebbe la certezza che il dolore fosse autentico, profondo, devastante.

Il suo accompagnatore incrociò gli occhi con quelli di Filippo che, dopo quello sguardo addolorato, intuì la fine imminente.

Il respiro di Filippo si sospese. I rumori cessarono e un silenzio profondo invase le sue orecchie. Si guardò intorno e vide le bocche delle persone che continuavano a muoversi ma lui non sentiva nulla. Percepì invece un sospiro profondo, e ebbe la sensazione che l’aria venisse risucchiata via aumentando la pressione che batteva sui suoi timpani, percuotendo, spingendo, lacerando. Portò le mani alle orecchie nel disperato tentativo di proteggerle.

Chiuse gli occhi.

Si ritrovò in un’aula scalcinata con i muri marroni e larghe macchie di umido nero sul soffitto. Nella stanza ci sono una serie di file di banchi. Ragazzi e ragazze che ridono, chiacchierano mentre una giovane insegnante siede dietro la cattedra aperta con le gambe accavallate. Nella prima fila di banchi un paio di ragazzi guardano le sue lunghe gambe. Filippo, invece, guarda nella fila davanti la sua. Guarda una ragazza magra dai lunghi capelli biondi. Le spia i jeans a vita bassa, sospirando l’attimo in cui la maglietta si alza mostrando, finalmente!, il nylon dei collant color carne che Marilena alza fin quasi all’ombelico. Sente la sua voce che chiama: “Marilena!” e la vede girarsi verso di lui, gli occhi neri al centro di un paio di occhiali tondi dalla montatura di metallo rosso un po’ scrostato. Nel girarsi Filippo abbassa lo sguardo sul suo seno teso, che intuisce sotto la maglietta bianca, libero da qualsiasi costrizione perché i capezzoli sono dritti e puntano il futuro allegri e disinvolti.

Il vociare rimbalzò di nuovo nelle sue orecchie. Aprì gli occhi e sentì una voce: “tocca a lei… Signore! Tocca a lei!… Insomma! Che fa? Entra oppure no?… ma guarda questo…”

Filippo guardava davanti a sé e vide le labbra della donna bionda dai capelli corti muoversi.

Scosse la testa. Si passò le mani sul viso, sollevando gli occhiali. Sentì il bagnato caldo delle lacrime. Si asciugò. Guardò la bionda impettita e annuì verso di lei. Si costrinse a muoversi verso la porta verde di legno scrostato. Si fermò, prima di oltrepassarla, e guardò verso Marilena. La fissò. In fondo al corridoio lei si girò, lo riconobbe e gli sorrise, molto lentamente, restituendo il suo sguardo. Fu un attimo.

Poi il dolore ebbe il sopravvento.

 

 

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Nel tempo di mezzo

Questo è uno dei più bei libri che abbia mai letto. Fois ha un controllo della scrittura originale e personale. Ha anche una notevole capacità di descrivere in modo essenziale le emozioni. In questo libro ci sono alcune pagine memorabili e alcuni dialoghi che sarebbero da mandare a memoria per imparare come dovrebbero essere scritti.
La storia, che è la continuazione del libro “Stirpe”, è delicata, crudele e profondamente umana. Nelle vicende drammatiche della famiglia Chironi non c’è spazio per giudizi o pregiudizi. C’è spazio solo per osservare, con discrezione e umana comprensione, l’evolversi della incomprensibile natura umana. In questa storia è potente l’amore profondo per la Sardegna, per la sua gente, per la dignità che l’ha sempre caratterizzata. Il libro è candidato al Premio Strega e mi auguro che lo vinca, non solo perché lo merita a prescindere dalla bellezza o meno degli altri libri candidati, ma perché sarebbe un giusto riconoscimento per un grande scrittore. Mi dispiace averlo conosciuto con un ritardo che è grave, ma cercherò di recuperare il tempo perso.
Ne consiglio molto caldamente la lettura.

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L’origine del vento

E’ un giorno di inizio primavera. Uno di quei giorni in cui l’inverno decide di non mollare la presa.

Il cielo è una coltre di cotone sporco, gonfia di acqua. Il vento del nord soffia potente nell’aria, spazza il cemento delle strade, si infila nelle fessure degli infissi di legno, sibila, fa scricchiolare i mobili dentro le case, vibrare i vetri che traballano negli interstizi di legno scuro delle finestre. Il boato del vento, che vola tra le fronde degli alberi, arriva dalla campagna alla città.

Il cielo grigio scuro è scheggiato dalle ali dei gabbiani che si sono avventurati nell’entroterra, abbandonando il mare spumoso. È un mare nero che mugghia arrabbiato e infrange le sue onde violente sulla scogliera, avvolgendola di una pellicola lucida e bianca.

I gabbiani volano alti, osservano gli alberi piegati dalle raffiche metalliche, si avvicinano planando con le ali spiegate e poi virano, tornando indietro, verso le gocce spruzzate in alto dal mare. Le rondini, arrivate ieri dopo un lungo viaggio, si sono rincantucciate pentite tra le foglie delle querce e degli ulivi, che sono dimore sicure con i loro larghi tronchi secolari abbarbicati alla terra nera del Salento.

L’uomo stretto in una tenuta nera e lucida corre incerto lungo i sentieri selciati della campagna. Il freddo tagliente della tramontana gli arrossa la pelle bianca del viso. Sente le lame appuntite che si infilano nei pori. Ma è un dolore purificante, che gli asciuga il sudore evaporato dal tessuto tecnico che avvolge i muscoli sottili. L’uomo corre verso il mare, alla ricerca dell’origine di quel vento. Non vuole sottrarsi al dolore, anzi ha scelto di cercarne l’origine e di lasciarsi andare ad essa. Vuole che entri in lui, che si fonda, che si sciolga come il metallo nella lava rovente del vulcano.

Il suo passo accelera, il gelo si infila nel corpo. Intorno a lui alberi antichi e immobili al tempo e alla sua memoria. Sono alberi dal tronco muschioso; è un verde brillante, intenso, che ricopre il bianco scheggiato e rugoso della corteccia. Ai piedi dei tronchi crescono cespugli rigogliosi di fiori gialli, azzurri e bianchi. Rare sono le pennellate di rosso dei papaveri che sono spazzati via dalle folate del vento del nord. Il profumo dolce si spande nel vento e si mescola con il sottofondo aspro dell’erba bagnata del mattino.

Ma l’uomo in nero corre. Continua ad andare incontro all’orizzonte. Il suo passo arranca contro il vento, sembra quasi sbandare ma lui caparbiamente riprende l’assetto elegante che si scioglie all’improvviso nel passo ritmato. I tonfi leggeri dei piedi che calpestano il pietrisco bianco si confondono nell’erba e nella rabbia del vento. Volano via e lui alza lo sguardo come per inseguire quel rumore leggero, quasi svuotato di peso e di senso. I gabbiani lo seguono dall’alto. Uno di loro, con le ali a freccia spiegate scende leggero e sembra quasi gli voglia indicare la direzione verso cui andare, alla ricerca del suo orizzonte. L’uomo corre, il sudore non fa a tempo a scivolare lungo le tempie che le raffiche di vento afferrano le gocce e le spandono nell’aria, sul sottofondo di un cielo dipinto con acquerelli. Le macchie grigie si stagliano su un fondo color grafite.

All’improvviso l’uomo si blocca e il suo profilo sottile si percepisce nitido sul cielo gonfio di rabbia e di acqua. Il rombo è fortissimo. La testa dell’uomo si abbassa e il labbro inferiore, se qualcuno lo osservasse con attenzione se ne accorgerebbe, trema. Sotto il suo sguardo c’è il mare nero che sbatte nervoso le onde sulla scogliera. Ai suoi piedi le rocce sono lastre accatastate l’une sulle altre. Il muro di pietra si alza dritto sull’acqua e si spinge verso il cielo. In cima a quel muro c’è l’uomo. Di fronte a sé ha la distesa di quell’acqua nera, gonfia di spuma. Sotto il filo inconsistente accartocciato dal vento c’è il silenzio ovattato di un mondo che lui non conosce. Alla fine di quel mondo c’è l’origine del suo dolore. È dietro la linea ondeggiante dell’orizzonte. Lì, ne è consapevole, troverà la matrice del vento. Lì troverà l’onda che risponderà alla sua domanda. Lì, dove incontrerà la sua fine.

Una raffica più secca, un boato più forte. L’uomo si abbandona al vuoto. Il momento dell’impatto è silenzioso, coperto dai colpi violenti dell’acqua sulla terra. Il profilo nero si confonde con il colore scuro dell’acqua, si spande, si perde, svanisce. Il filo inconsistente si richiude. Il silenzio ovattato lo assorbe.

Ora attende la risposta.

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N. 65

Una palla a rombi,

Due piedi un sorriso,

Era tutto lì?

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N. 64

Il Gelo risale,

Un lampo negli occhi,

Solitudine.

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