Il riflesso d’oro

Si avvicinò alle tende, osservò il colore grigio chiaro. Non le piaceva. Chissà cosa le era passato per la testa quando le aveva scelte. Le scostò, gli scuri erano chiusi e la stanza era illuminata solo dall’abatjour. Fu infastidita anche dalla luce della lampadina che emanava poco calore. Aprì la finestra e socchiuse gli scuri. Il cielo era grigio ferro, le nuvole erano compatte e coprivano il cielo. Del sole nemmeno una traccia. Pioveva, leggermente, una doccia di gocce sottili che battevano sul selciato ad una intermittenza regolare. Fu colpita da questa scansione del tempo, così simile al battito del suo cuore, regolare e solido.

Sbuffò, chiuse gli scuri e la finestra. Voleva uscire, la scusa era andare nella piccola libreria del borgo per dare un’occhiata alle nuove uscite della settimana. Si guardò. Aveva indossato un paio di collant neri e velati. L’aveva fatto per lui, per fargli una sorpresa. Voleva fotografarsi e inviargli un paio di foto, per fargli ricordare quanto lei sapesse essere sensuale, senza volgarità. Ma il malumore aveva preso il sopravvento. Lui non si meritava quelle attenzioni e lei non voleva essere succube. Lui non le aveva mai chiesto nulla. Anzi, alle maliziose provocazioni di lei rispondeva con un sorriso ironico, quasi beffardo. Scosse la testa. Accese la luce nella stanza da letto, aprì l’anta dell’armadio e si specchiò. Le sue gambe erano lunghe, eleganti e con quelle calze si ritrovò bella. Era lei, insomma. E lui, invece, era scomparso.

Indossò sopra i collant un paio di calzini a rombi neri, un paio di jeans e un maglione a collo alto e largo perché non sopportava la costrizione, il collo doveva muoversi liberamente. Nel bagno si specchiò, passò un filo di matita intorno agli occhi e si spruzzò un paio di gocce di profumo, Riavviò i capelli crespi, in quei mesi erano ricresciuti. A lui piacevano così e lei, per provocarlo, la mattina se li stirava e poi gli mandava una foto sul cellulare come buongiorno. Immaginò ancora il suo sorriso, ironico come sempre, e si ritrovò anche lei a sorridere.

Si infilò il giubbotto, indossò la borsa a tracolla, calzò gli stivaletti e prese l’ombrello. Scelse il color viola chiaro che adorava.

Lungo la strada inspirò a fondo l’aria fresca ed umida. Le colline intorno al borgo erano sfocate, le nuvole gonfie e pesanti stavano velocemente scendendo a coprire le cime. Camminò lentamente, evitando le pozzanghere, cercando con gli occhi qualche volto amico con cui fermarsi a scambiare due parole. Non c’era nessuno. E la sua mente ritornò con rabbia a lui. Ormai non lo vedeva da sei mesi. L’ultima volta fu quando si salutarono sulla baita, in cima al passo del monte sopra il borgo. Lui la salutò con un abbraccio forte, la baciò con intensità, girò le spalle e scese a valle inseguito dal cane. Da quel momento lui era scomparso, anche il cane. L’aveva cercato ovunque, spesso entrò nella casetta vicino alla riva del lago dove lui viveva. Non c’era nessuno. Eppure tutto era stato lasciato come se fosse uscito per fare una passeggiata, i quaderni e i libri sul tavolo sotto la finestra, il letto e la cucina in ordine, era come se tutto fosse in sospeso.

Dopo qualche giorno si fece vivo da un numero sconosciuto e via mail. Le aveva chiesto scusa e aveva spiegato il perché di quell’allontanamento. Lei si era infuriata, non rispose più ai suoi messaggi su Telegram, che lui le aveva chiesto di utilizzare, e neppure alle mail, inviate da un account Proton criptato. Camminava e ripensava rabbiosa a quell’abbandono. Lui le mancava, intensamente, maledettamente. Le mancava la sua voce, il suo corpo, il sorriso, lo sguardo con gli occhi socchiusi e l’aria sorniona, da gatto pigro. Da alcuni giorni lei aveva deciso di inviargli dei messaggi audio. Era consapevole dell’effetto che la sua voce aveva su di lui, di come riuscisse ad abbattere la sua razionalità e ad intrufolarsi nella crepa delle emozioni. Lui le blindava con determinazione. Lei riusciva ad intrufolarsi e ad aprire le pareti di quel mondo.

Dove sei? Perché non sei qui con me? Aumentò il passo, infilò il piede in una pozzanghera e bestemmiò con la voce rotta.

Il cielo si era scurito, un lampo scosse il silenzio del borgo. Una folata di vento gelido arrivò dall’oceano mescolata all’odore delle alghe e un vago sentore di sabbia bagnata.

All’improvviso si scatenò il nubifragio. L’acqua cadde a secchiate, rimbalzando sull’asfalto crepato e schizzando via quella nelle pozzanghere. Si rese conto che l’ombrello era piccolo e non reggeva l’acqua. Onde di pioggia scivolava verso la parte posteriore e colava sul giubbotto per poi intrufolarsi nell’apertura degli stivaletti. In pochi secondi si ritrovò i piedi inzuppati. Scappò e si infilò sotto un porticato buio e umido. Scosse l’ombrello, innervosita. Lanciò un urlo: “dove sei??? Perché non sei qui con me? Perchè?” E si ritrovò con le lacrime che scendevano sulle guance. Se le asciugò con un gesto rapido e si scosse, arrabbiata da questa debolezza. Strinse i pugni e serrò le labbra. Lui era la sua pioggia, era l’acqua che le aveva inumidito la schiena, era i brividi che la scuotevano.

In quel momento avvertì una scossa al polso. Guardò l’orologio e vide l’avviso di un messaggio Telegram. Afferrò il suo cellulare, lo sbloccò. Era lui.

“Che fai?” Le gli rispose che stava andando in libreria e chiuse la comunicazione.

Riprese il cammino verso la sua destinazione ormai indifferente alla pioggia, all’acqua nelle scarpe, ai calzini bagnati, ai collant neri indossati per lui e alle lacrime che continuavano a scendere senza che nemmeno se ne accorgesse.

Arrivò in libreria. Entrò con un sorriso, infilò l’ombrello nel secchio all’ingresso. Salutò la proprietaria, sua amica, si abbracciarono ridendo per la pioggia e per come si fosse inzuppata.

“Scusami, ti bagnerò il pavimento”. La proprietaria le rispose con un gesto che diceva: non importa. Chiacchierarono per qualche minuto e dopo la lasciò libera di gironzolare dirigendosi verso il banco dove aveva già preparato il libro che l’amica le aveva ordinato.

Lei prese il telefono, accese la app per le fotografie e scattò una foto del locale mettendo al centro dell’immagine i nuovi arrivi. Prima di ripensarci la inviò a lui. Dopo qualche secondo vibrò di nuovo. Lei si sorprese. Aprì rapida Telegram. “Guarda, il libro al centro della foto: è bellissimo”. Lei rispose, secca: “oggi no. Devo ritirare quello che ho ordinato. Lo sai che non riesco a accumulare inutilmente.”

“Ok, hai ragione.” e di fianco l’emoticon sorridente.

Poi un altro messaggio: “Fammi vedere il libro che hai ordinato. Sono curioso”

Lo lasciò aspettare. Girò nei due corridoi della piccola libreria, un vago senso di fretta dietro la schiena contro cui cercò di imporsi. La luce della bottega era calda, piacevole e illuminava tutti gli angoli. Gli scaffali laterali erano colmi di libri ordinati e ben tenuti.

Si avvicinò al banco. L’amica le posò il libro sul banco, sorridente. Lei riprese il telefono e scattò una foto, la inviò a lui. Poi sorrise all’amica e le chiese il costo. Pagò, abbracciò stretta la donna e uscì dal locale. La pioggia era meno intensa, di nuovo si era trasformata nella cascatella continua di gocce che offuscava i contorni di tutto ciò che aveva di fronte. Era una nebbiolina increspata e fastidiosa.

Vibrò il telefono. Lo prese.

“Ma è il libro che ti avevo consigliato qualche mese fa!”

“Sì”

“Sono contento”

Iniziò a digitare furibonda, poi cancellò, poi ricominciò e cancellò di nuovo.

“Beh? A chi stai scrivendo?” scrisse lui, l’emoticon arrabbiato.

“Cretino, che vuoi?”

“Te”

“Allora dove cazzo sei? Perché sei sparito?”

“Devi fidarti di me”

“Sono sei mesi che non ti vedo!”

“Lo so. Mi dispiace. Ma ti penso sempre. Ogni secondo sei nei miei pensieri.”

“Io ti voglio qui con me!”

“Fiducia”

Si rese conto che stava tremando, invasa dalla rabbia. Non riusciva a tenere fermo l’ombrello, le gocce avevano ripreso a bagnarla. Aveva freddo, si sentiva un buco nel cuore. Strinse ancora i pugni e le labbra.

Abbassò la testa, l’asfalto era grigio scuro. Sotto i suoi piedi c’era una piccola crepa e all’interno era cresciuto un cespuglio verde e al centro un bocciolo di fiore giallo. Lo osservò. Doveva fidarsi? C’era una speranza?

Davanti ai suoi piedi si era creata una larga pozzanghera scura, in cui si specchiavano le nuvole che come batuffoli di cotone sporco ingombravano il cielo. In quello specchio screziato dalle gocce di pioggia apparve un’ombra. Nello scuro si specchiò un piccolo riflesso dorato. Lei alzò la testa.

Lui era lì, davanti ai suoi occhi, con la pioggia che gli scivolava sulla testa lucida. Si era rasato i capelli e aveva una folta barba. Gli occhi neri erano ancorati ai suoi. Sulle labbra il suo sorriso, ironico, sornione, con una leggera piega verso destra.

Lei gli tirò un pugno sulla spalla. Lui invece si avvicinò ela abbracciò stretta, inzuppando quel poco di lei che era rimasto solo umido. Lei guardò l’orecchino, il riflesso d’oro nell’acqua. Sorrise. Avvicinò le labbra all’orecchio e gli leccò il lobo e l’orecchino. Lui ebbe una scossa violenta e finalmente scoppiarono a ridere. Si baciarono a lungo, intensamente, le lingue intrecciate. L’ombrello era caduto per terra. Lui le prese la mano, la strinse mentre lei si piegò per raccogliere l’ombrello.

“Andiamo a casa” le disse lui.

“Sì, andiamo” e pensò alle sue mani su di lei, finalmente.

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L’alba del lockdown

Il vento fresco soffia contro il mio viso. Il sole caldo lo avverto sulla pelle. Il passo è cadenzato e la caduta della suola sull’asfalto rimbomba nel silenzio del mattino. E’ la seconda pasquetta di lockdown. Corro lungo le strade deserte. Il sole si affaccia tra i rami dei pini marittimi, storti e arrotolati su loro stessi. Incrocio qualche runner o qualche persona che cammina, a passo svelto e concentrato ad ascoltare la musica nelle air pods. C’è una sorta di tacito accordo tra di noi, fare il minor rumore possibile, salutarsi con la mano alzata senza parlare, c’è il desiderio di rispettare il silenzio. Il mio sguardo è dritto, non indosso le cuffie, voglio godere i rumori della natura. E li avverto, come se fossi concentrato a meditare nel silenzio della mia stanza. Correre è come meditare, la mente vaga liberamente, rincorre i pensieri, non li rincorre, non li accartoccia ma soprattutto non impone la ragione alla loro libera follìa. E’ un piacere assoluto in cui le endorfine si mescolano al piacere della riflessione, lenta inversamente alla velocità del passo di chi corre.

Prendo la strada che porta verso la campagna e i rumori della natura si impongono, uno dietro l’altro per poi unirsi in un chiacchiericcio di fondo. Si mescolano ai profumi della primavera. Lascio sulla destra le ultime case. Avverto il profumo di detersivo di chi ha lustrato l’ingresso di marmo per disinfettarlo dal Covid, la brezza scuote i panni stesi e porta a me l’odore delicato di un ammorbidente. Un gatto attraversa la strada e mi guarda, indolente ma vigile. Si ferma, si siede e sistema con eleganza la coda, mi lascia passare seguendomi con gli occhi. Sui rami dei pini qualche colombo grigio gioca, si inseguono, provano ad accoppiarsi frullando rumorosamente le ali.

Mi dirigo verso la campagna, onde d’erba si distendono verso il mare, il vento le pettina lentamente. Il profumo della liquirizia e del finocchietto selvatico si alza e si irradia nello spazio.

In fondo, in qualche casetta di campagna, si alza la voce di un vecchio brano di Adele, la sua voce potente squarcia il silenzio e si distende nel cielo.

Nell’asfalto c’è una grande buca circolare colma d’acqua, immobile. E’ uno specchio che riflette il cielo azzurro e le nuvole che scivolano pigre.

Tu mi accompagni, passo dopo passo, i tuoi occhi sono dentro il sangue che viene pompato veloce dentro il mio corpo. Mi danno la spinta per andare avanti, con la forza che supera il limite del tempo che è passato. Vado avanti, passo dopo passo, senza avvertire la stanchezza ma percependo, invece, qualche pezzo irregolare di forza e di speranza per il futuro.

Sorrido e mi infilo veloce dentro l’erba alta. Spingo per arrivare al mare e annusare, insieme al profumo delle alghe e della sabbia umida, il desiderio di libertà. Ha la densità del tuo sguardo, il fragore delle onde di spuma bianca che si infrangono sulle rocce lucenti. In fondo c’è l’orizzonte. Lo guardo e capisco che ho ancora voglia di raggiungerlo e di superarlo.

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Il respiro della notte

Nel silenzio guardo i miei piedi che scattano in avanti. Disegnano un’ombra rapida e fuggente sull’asfalto. La luce dei lampioni è arancione e sbiadisce i colori, li ingrigisce. Oltre la bolla del led l’alone della luce si gonfia per poi pian piano assottigliarsi; si scioglie nel nero della sera. Sul lato della strada sono infilate le auto, parcheggiate una dietro l’altra. Osservo la simmetria delle lamiere e quando è sbavata ho l’impulso di spostarle con un calcio. Ma romperei il ritmo, e anche il piede; non lo faccio. Corro, corro, corro. Le mie scarpe sono nere e gialle, ed è strano che la luce dei lampioni non sfiori l’intensità di quel giallo. I cani dietro le inferriate dei piani terra delle case, si fiondano sui muretti, provano ad abbaiarmi e poi si sospendono, le bocche aperte ma silenti. Restano sorpresi da quell’ombra nera, colore rotto solo dalla strisca gialla nelle scarpe, che sfugge davanti ai loro occhi. Non fanno in tempo ad abbaiare, a reagire, a imporre il richiamo. Lo faranno dopo, ma io sarò passato avanti. Raggiungo il fondo della strada, nel buio profondo all’orizzonte intravedo le fronde degli alberi. E’ il bosco che mi attende, il legno dei rami che scricchiolano alla brezza serale che giunge dal mare. Un soffio lento che si gonfia come le onde del mare e che spinge la nebbia verso la terra. Ed è in quel momento, in quel preciso momento del passaggio del tempo che chiude la giornata, giorno, pomeriggio, sera, e si spinge verso la notte. E’ quella cerniera temporale che è in realtà il quarto momento del giorno che tramonta ed il primo del giorno che verrà. E’ il lungo silenzio, l’umanità dorme, gli aerei restano parcheggiati neghli hangar, i treni nelle stazioni, le macchine lungo le strade e nei garage. Il mondo respira, ne avverto il lento movimento che contrasta il tonfo dei miei passi.

Arrivo ai margini del bosco, un ultimo scampolo di luce illumina l’inizio dell’erba e del tappeto di foglie cadute dagli alberi. Un banco di vapore sale dalla terra, è una striscia di fumo bianco che si gonfia lentamente, è il respiro sereno della notte. L’erba è lucida, bagnata.

Corro, corro, corro. Verso il bosco oscuro. La nebbia è bianca. In mezzo, nel punto di congiunzione tra il bianco è il nero li vedo. Al centro brillano di un lampo sorridente, intorno è il nero del buio più profondo. Corro verso di loro, adeguo la mia falcata al lento ritmo del pulsare delle stelle, lì, in alto nel cielo.

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L’ultimo sorriso

Ho il tuo viso davanti ai miei occhi. Un triangolo stretto e lungo, con l’angolo acuto verso il basso. Un cespuglio come sopracciglia, due occhi grandi come ciliegie mature, la pelle striata dal tempo e dai neon. Le tue mani sono angoli che cercano la morbidezza e la pace in qualcosa di morbido e tondo che le avvolga e le tenga calde. Invece sono gelide, il sangue non le irrora, bianche come il latte versato.

Mi guardi, abbozzi un sorriso e poi le tue labbra si piegano all’ingiù, la striscia sottile e spuntata dei baffi ne seguono la curva.

E’ la tua tristezza che prende il sopravvento, quell’aroma amaro che è il tuo profumo, l’essenza della tua vita. Hai dato il massimo, ma non ti è stato riconosciuto.

Ti ammalerai per questo. Ma lo supererai, nel sottile momento in cui il respiro si affievolirà e il tuo cuore darà l’ultimo sobbalzo.

Un sorriso, l’ultimo, apparirà sul tuo bel volto di uomo antico.

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Le storie. Ne aveva tante da raccontare. Erano impavide e rumorose come l’acqua e i sassi del torrente che scorreva furioso sotto gli abeti e i larici con i rami, carichi di neve candida, che scricchiolavano per il peso. Ma lui, paziente e sorridente, le prendeva per mano e le portava con sé in cima alla montagna glabra.

Lì sopra, dentro il frastuono del vento secco e irsuto con i piedi tra le rocce coperte di ghiaccio, le invitava, guardandole dentro, a inspirare l’aria pura e gelida e a contemplare la bellezza della tavolozza di colori di un luminoso tramonto infuocato.

Chiusero gli occhi e aspettarono che il silenzio le quietasse.

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Briciole di silenzio

Due passeri e un pettirosso mangiavano, saltellando senza geometria, le briciole che aveva sparpagliato sul balcone. Lui era dietro la finestra ad osservare, braccia conserte e chiuso nel suo silenzio. Nel vetro intravide la sua ombra, il disegno del suo viso, i capelli biondi, il sorriso leggero sulle labbra rosse. Si girò. Non c’era nessuno.

Tornò a guardare gli uccellini, ormai vicini alla finestra, il muso alzato verso di lui in un chiassoso cinguettio di ringraziamento.

Lo sguardo si confuse, le immagini si offuscarono. Il calore liquido scivolò lentamente dal viso e colò gocciolante sul pavimento

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Il muro macchiato e il puntino nero

L’uomo era seduto sul tappetino color ruggine, le gambe nella posizione del loto, gli occhi chiusi, la luce flebile della lampada Ikea alla sua destra. Inspirava lentamente e poi espirava, tirando giù il diaframma. Liberava i polmoni e la mente. No mente, si ripeteva come un mantra. No mente. La sera prima aveva visto in televisione per l’ennesima volta “L’ultimo Samurai”. No mente. I rumori intorno a lui si erano amplificati e moltiplicati. Percepiva con chiarezza gli scricchiolii nei muri, il legno dei mobili che si stiracchiava a scatti, il rombo lontano ed offuscato di un motore, il sibili del vento che smuoveva gli alberi. Fissava il punto nero nella parete bianca della sua coscienza. Ma era distratto dalle impronte che aveva lasciato durante la sua vita su quel muro. Ormai non era più bianco, anzi era molto sporco. Quelle macchie, le ombre, lo distraevano in continuazione. Il senso di colpa che era legato a ciascuna di quelle macchie era come un grumo di marmellata scivolato dal coltello sulla tovaglia immacolata appena stesa sul tavolo. Grugnì, innervosito. Cercava la pace. Trovava la confusione. Ma continuò ad inspirare ed espirare, lentamente.

Sentì il rumore della porta che si apriva. Fece finta di nulla. Intuì la sua ombra dietro il chiarore della lampada, sotto la palpebra chiusa. Lei iniziò a parlare, chiedendo scusa come al solito. E lui, come al solito, pensò dentro di sé: “perché chiede sempre scusa?”. Fu costretto ad aprire gli occhi. E la vide, dritta sulla schiena, i capelli lunghi sciolti sulle spalle, un largo scialle di lana grigia intorno al corpo, le mani giunte davanti la pancia. Era di spalle alla finestra e il chiarore della sera ne illuminava il profilo. Lui annuì, l’ascoltò, l’osservò piegando leggermente la testa. Lei apriva le mani, allargava le braccia e lui continuava a guardarla, colpito. Il viso, anche se poco illuminato, si intuiva rosso per le parole, per la grana pesante del suo racconto.

Dopo qualche minuto, lui si perse. Le parole diventarono lo scroscio di un torrente gonfio d’acqua che scorreva furibondo. Il suono diventò massa, groviglio di sentimenti e di sensi di colpa, di accuse e di dolore. Lui alzò lo sguardo e pensò che la sua postura, la penombra, i gesti erano quelli di un profeta. O di una suora. Era comunque qualcosa di trascendente.

Lei terminò il suo racconto. Lui sorrise, raddrizzò la testa. Lei uscì dalla stanza e richiuse delicatamente la porta dietro di sé. Lui richiuse gli occhi, riprese ad inspirare e respirare. Visualizzò di nuovo il muro della sua coscienza e cercò di rintracciare il punto nero al centro di quel muro. Fu attratto, invece, da un’altra macchia nera sul muro, una più recente. La guardò.

Si sentì sconfitto.

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Il bosco nella notte.

Nel buio della notte si ritrovò all’ingresso del sentiero. Di fronte a sè c’era il bosco. Era fitto, frondoso, oscuro. Intorno al sé c’era silenzio. L’uomo alzò lo sguardo verso il cielo. Vide le stelle, punti luminosi su una lavagna nera, di un nero profondo, assoluto. Inspirò a fondo e trattenne l’aria dentro di sé. Percepì uno scatto e comprese il respiro dell’universo, intorno e sopra di sé. Era un suono basso, profondo, lungo, quasi impercettibile.

Espirò, guardò il chiarore del pietrisco del sentiero ed entrò. L’ombra era totale, aveva una consistenza profonda, gli entrò nel corpo, gli mozzò il respiro. Il cuore aumentò il battito e offuscò i pensieri. All’improvviso l’agitazione, il rincorrersi del dolore, il ricordo delle speranze interrotte, diventarono un flusso interrotto, si spezzarono in mille rivoli. Lui non riuscì più a raccapezzarsi, scivolarono via, colando sulla terra sotto il suo corpo.

Si fermò, chiuse gli occhi. Li cercò dentro, provò a scandagliare il suo cuore e la mente. Non trovò più nulla, se non molliche: uno sguardo, una ciocca di capelli, un brandello di tessuto, schegge di parole di cui però non percepì il suono, ormai lontano.

Riaprì gli occhi. Il blando chiarore delle stelle si intrufolava tra i rami degli abeti. Con una mano li allargò e guardò cosa ci fosse oltre. Davanti ai suoi occhi si aprì una valle illuminata dal chiarore del cielo. In fondo la cima della montagna era imbiancata dalla neve. Lui rimase così, le mani appoggiate sui rami ruvidi e gelidi, lo sguardo rivolto verso il futuro, la fine del sentiero. Si osservò e sentì, forte, nitido, il silenzio interiore. Il dolore circolava nel suo sangue, lo percepiva chiaramente. Ma era come un vaccino che lo curava dalla malattia.

Un sorriso comparve sul suo viso. Riprese il cammino, senza guardarsi più indietro.

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Breve

L’uomo, nel silenzio della notte, osservava fumando il lago.

All’improvviso vide la sua ombra.

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La fame e il lago

Lui è alla finestra della baita, ha un quaderno davanti a sé, aperto sul tavolo segnato dal tempo, e la penna in mano. Sente dentro di sé la storia, avverte la fame di riprendere a scrivere. Ha scritto molto, nel passato, su quella storia. O meglio, ha scritto molto sul contorno di quella storia, ne ha disegnato la cornice con qualche cessione alla pruderìe sessuale che ogni tanto lo assale. Ma ha scritto talmente tanto che la nebbia della confusione lo ha avvolto e non sa più come districarsi. Insomma, ha smarrito il sentiero e non riesce più a ritrovare le sue coordinate.

Sì, ha dentro la fame di riprendere. Sente montare l’ansia dello sviluppo, la vista dell’ultimo chilometro, la curva che, una volta percorsa, gli svelerà il traguardo e la promessa dell’abbandono, del sospiro finale, del lento rilassamento muscolare e del fiato che prima singhiozza e poi si distende nella normalità, del battito cardiaco che scende rapidamente.

Guarda il taccuino aperto, la striscia di raso blu che segna la pagina, il pallore crespo della carta riciclata eppure a suo modo immacolata. Porta la mano a sorreggere il viso, alza la testa e guarda oltre il vetro. Il lago è lì, spiegazzato dal vento che soffia da tutte le direzioni. La luce è intrisa di ombre, un grigio metallico avvolge il bosco e le montagne, risucchiando i colori che ormai sono scomparsi.

E’ grato per quel panorama che qualche tempo prima, lui uomo di città, avrebbe percepito come opprimente. Aveva sempre pensato alla montagna come un luogo di silenzio tombale. Ora sa che non è così, che la vita nel bosco non va mai a riposare. La montagna è un luogo gonfiato dai rumori, dagli scricchiolii del legno e dell foglie, dallo zampettare di mille animali, dal raspare del fungo che cresce di notte e che sposta le foglie morte per uscire all’aria fredda e gonfiarsi di bianco sporco, dall’uh-uh dei gufi che non chiudono gli occhi e che vigilano per tutta la notte, dallo sbatter d’ali delle infinite specie di uccelli, del lavoro incessante dei ragni sul legno marcio degli alberi vecchi, del rimestare di milioni di formiche rosse e nere nella terra e sulla corteccia degli abeti e delle querce. E’ un mondo infinito, mai domo e mai fermo, è un richiamo costante alla fatica della vita in tutte le sue forme. Lì si è reso conto di non essere nulla, di non avere alcun diritto di primazia sulla natura. E’ solo un misero pezzo di quel mondo e nemmeno fra i più scaltri.

A questo pensa l’uomo mentre guarda quel mondo al riparo della sua baita ai piedi del lago e sotto tre montagne alte e confortanti, nonostante la loro minacciosa forma, con le guglie alte e rocciose che pungono il cielo in cui le nuvole quel giorno si rincorrono e si scontrano. L’uomo percepisce la carica montante di elettricità.

A questo e ad altro pensa mentre cerca di trovare il filo del racconto che è dentro di lui, la sua storia. Che non sarà più sua nel momento in cui la scriverà, ma fino a quel momento lo è. Una storia personale, in cui si mescola la fantasia con la realtà, in cui la sua voglia di sesso sarà fusa con il desiderio di carezze, di parole, di sospiri, di gesti morbidi, di rispetto, di alterità.

Ora, però, è la pigrizia della pace che lo avvolge, che da quel mondo oggi grigio cola nel legno della baita e che si diffonde dentro il suo corpo e la testa, svuotando i pensieri e placando, in altro modo, la fame.

Sorride, l’uomo. Sorride e si perde nelle onde crespe di quel lago.

Il tempo per pensare alla sua storia arriverà, lo sa.

Ma ora ha bisogno di quella pace.

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