Il thé del mattino

Il sole di marzo batte luminoso sul terrazzo. E’ mattino presto. Apro la finestra e mi affaccio, sorseggiando una tazza di thé nero. Appoggio i gomiti sulla balaustra di metallo nero e osservo i raggi del sole che solidificano il vapore bollente che sale dalla tazza di ceramica bianca.

Il verde delle piante mi circonda. La pioggia della notte ha ridato lucentezza e colore alle foglie delle mie erbe. I profumi si alzano, insieme al profumo umido della terra, e si mescolano tra di loro. La salvia, il rosmarino, la rucola selvatica, le piantine di zucchine, il pomodoro. I profumi dei vari fiori attireranno tra qualche decina di minuti le api che inizieranno il loro lavoro continuo e instancabile. Io mi siederò al sole e leggerò i miei libri cercando di riscaldare il pallore del mio volto e i pensieri freddi che affollano la mente.

Lo so, dovrei sentirmi fortunato. Sono qui, il peggio è passato. Sono qui a guardare il cielo blu e le nuvole bianche che lo solcano, il vento che muove le palle di metallo lucido sulla cima delle canne fumarie dei camini. Ormai l’aria è mite e il fumo, mescolato all’odore della legna profumata, non si alza più nel cielo. Dovrei sorridere, sereno. Ma non è così. La notte non dormo. Gli incubi si attanagliano al cervello e lo stritolano. Il silenzio della notte li amplifica, li gonfia. Eppure il silenzio della mia casa era quello che cercavo nei miei ricordi la notte, in ospedale. Invece lì era un rumore continuo: i carrelli degli infermieri, le urla di dolore, i colpi di tosse, i lavaggi vescicali che ricordavano il rombo dei torrenti nei boschi delle montagne. Ma appena aprivo gli occhi il flusso continuo del sangue cancellava il sogno, il desiderio no, di essere sulla riva di un piccolo torrente gelato.

La testa girava verso l’unica fonte di luce non artificiale, una piccola finestra sul lato destro della stanza. Ma il vetro sporco annebbiava il colore del cielo. Lo rendeva incerto, indeciso e acuiva la sensazione di sconfitta che cresceva dentro la mente.

Non mi sento fortunato. Perché la vita cambia. Per sempre. Il dolore non si cancella, che sia il proprio o quello delle persone con cui si è condiviso tutto, anche l’intimità sistematicamente violata. I volti, il tono delle voci, i sorrisi, le lacrime di chi è stato vicino solca la pelle e la coscienza, come il bisturi che ha tagliato la pancia. Restano dentro, indelebili. Il dolore cambia la vita. Perché da quel momento si comprende che inizia una strada, forse anche lunga, in cui nulla sarà più uguale a prima. Nulla. Tornerà il sorriso, ma sarà comunque velato dalla tristezza. Le persone che sono intorno saranno guardate con uno sguardo diverso, più concentrato, più diffidente.

Con una mano caccio via i pensieri. Alzo lo sguardo e osservo il sole che timidamente appare dietro la casa di fronte. Il cielo si tinge di rosa, il giallo diventa più caldo, quasi dorato. Le nuvole da grigie si colorano di indaco e di un caldo color glicine. L’alba di un nuovo giorno sorge. Ed io sono qui ad afferrare il primo tepore del mattino. Sorseggiando un thé caldo. E penso a Vincenzo, a Paolo, a Nicola, all’impaurito Nobile, all’avvocato ricco e strafottente, alla moglie con i tacchi alti che imperversava alle due di notte nei corridoi del reparto. Penso al silenzio di Valeria, al suo viso arrossato per la tensione, alla sua solitudine al mio fianco, alla solitudine delle notti, agli incubi che ci tengono legati alla vita, alla paura che è la voglia di restare qui. Di esserci sino alla fine. Fin quando si può.

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