Ritorno all’essenza

Con questo post ritorno su un argomento già trattato recentemente: la ricerca dell’essenza nella tecnologia.

Il tutto parte da un incidente del tutto personale. Sapete quando ci sono quei periodi in cui tutto va male e praticamente ogni cosa su cui mettete le mani, beh quella si rompe? A me capitano spesso quei periodi e in questi ultimi tre giorni la sfiga si è manifestata in tutte le sue forme e possibili varianti. In questa casa, quella da cui vi scrivo, si utilizzano due portatili, entrambi Apple MacBook Pro. Uno è del 2009 mentre l’altro, invece, è del 2010. Uno è di mia moglie, l’altro è il mio. Quello di mia moglie è graffiato, sporco, pieno di polvere e iperutilizzato. Il mio è pulito, spolverato, lucido e iperutilizzato. Il Mac di Valeria era lento, ma talmente lento che era praticamente impossibile lavorarci. Ho provato a rianimarlo e ci sono sempre riuscito. Un po’ di sana manutenzione con le Utility di sistema sul disco rigido e sui privilegi di amministrazione e talvolta con un utilizzo smaliziato del Terminale Unix. Fino a quando non è definitivamente morto. Nel senso che si accendeva ma non caricava più il sistema operativo. La manutenzione “ordinaria” e “straordinaria” davano esiti nefasti. Dopo giorni di tentativi e di duro lavoro ho dovuto capitolare. Cioè acquistare un nuovo portatile. E son dolori per le mie sofferte finanze. Ma per un insegnante il portatile è uno strumento di lavoro indispensabile e c’è poco da stare a filosofeggiare.

Esco dall’ospedale, dove nel frattempo ho villeggiato un po’ tagliuzzato, torno a casa, arriva il nuovo portatile e tutto pare, finalmente, andare un po’ meglio. Dopo due giorni che il nuovo pargoletto viveva nella nostra casa, apro il mio amato MacBook Pro 2010 e lo avvio. Il monitor si illumina, doppio boing, disegno della mela grigia e rotellina che gira. Un minuto. Due minuti. Cinque minuti. Dieci minuti. Mezzora. Il sudore inizia a colare sulla mia fronte. Forzo lo spegnimento. Riavvio, reset della PRAM, carico del Recovery System e controllo su disco rigido e privilegi. Un urlo disperato si alza dalla mia gola. Il Mac, il mio Mac, è morto!!! Sistema non riparabile.

Senza farla lunga, ci sbatto due giorni. Non so come riesco, dopo moltissimi tentativi, a collegarmi con il Recovery direttamente sui server della Apple. Riesco a piallare il disco rigido, cancellando TUTTO!, e a reinstallare il sistema. Lo riavvio ma non funziona, esattamente come prima. Riprovo, testardo, cinque o sei volte e alla fine riesco a farlo ripartire. Ricarico il back up utilizzando TimeMachine della Apple, che come sempre funziona male per cui mi carica, chissà perché, il back up del 1 gennaio 2014 cancellando tutto ciò che c’era dopo. Almeno, però, non perdo tutto.

In sintesi riesco a recuperare il mio Mac. Non per molto. Due giorni dopo inserisco il CD per caricare i driver delle due stampanti Samsung che usiamo in rete nell’appartamento. Il CD si blocca nel lettore Superdrive e non esce più. Il lettore si è rotto. La sfiga continua imperterrita. Però stavolta mi incazzo di brutto. E decido che devo essere io ad avere la meglio. Non è possibile che per scrivere un post del cavolo su questo blog e per lavorare sulla posta elettronica, cioè un quarto d’ora di tempo netto, debba sbattere per giorni su sistemi operativi fasulli o su macchine che costano una barca di soldi e non funzionano bene.

Anche qui provo a non farla troppo lunga. Decido di mettere le mani sul portatile. Scarico da Youtube, dopo una sana ricerca su Google, i filmati per riparare il SuperDrive. Mi armo di cacciavite acquistati all’uopo tempo fa e smonto la pancia del MacBook. Seguo il filmato solo per un po’, poi decido di seguire il mio “naso”. Smonto il Superdrive, lo estraggo, lo seziono pezzo pezzo e recupero il CD incastrato. Apro il vecchio portatile di Valeria, estraggo il Superdrive funzionante e lo inserisco nel mio MacBook. Avvito tutto, controllando che i contatti siano ben stretti e funzionanti. Lo giro, premo il tasto di accensione e….”Boing!!!”. Funziona. Lento ma funziona.

Ma il mio cervello sfrigola, non trova pace. Non è possibile che dopo quattro anni un portatile acquistato spendendo un bel po’ di soldi non funzioni più. Non è possibile che ogni anno si debbano accantonare soldi, non pochi ma tanti, per strumenti che sono di uso quotidiano, praticamente come se fossero elettrodomestici. Non è possibile che la Apple faccia pagare il doppio degli aggeggi che poi durano meno dei “ferri da stiro” che propongono altre marche come la Acer, Asus, HP, Dell, Sony, Toshiba e che comunque il loro sporco lavoro lo fanno comunque.

Devo trovare una strada alternativa. E la scelgo, quella strada.

Ieri pomeriggio prendo i miei cacciavite, una pezzolina e un vecchio plettro per chitarra. Mi siedo su un vecchio tavolaccio di legno, sposto tutti i giornali e i quaderni lì sopra impilati. Afferro il vecchio portatile non funzionante di Valeria e lo sdraio pancia all’aria. Lo apro togliendo con delicatezza tutte le minuscole viti che bloccano la scocca inferiore in alluminio. Guardo sconsolato il contenuto. Mi preparo un thé nero. Non faccio bollire l’acqua ma la scaldo bene. La verso sulla bustina di carta bianca nella tazza sbreccata, la mia tazza. Lo lascio in infusione tre minuti, spremo l’acqua dalla busta che getto nell’umido. Un cucchiaino raso di zucchero di canna e con la tazza fumante in mano vado verso il tavolo operatorio. Decido di essere radicale, senza scrupoli. Smonto tutta la macchina, svitando decine di viti nere e grigie, minuscole e sfuggenti. Non ne perdo nessuna. Estraggo tutti i pezzi, uno per uno. Li spolvero, li pulisco con delicatezza e li reinserisco. Collego i contatti minuscoli aiutandomi con il plettro. Faccio particolare attenzione nel collegare la piccola scheda Wireless, quella Ethernet e la ventola di raffreddamento. Stacco la batteria, la ripulisco e la ricollego. Poi, dopo un’oretta di lavoro, chiudo la pancia e suturo le viti.

Con l’altro Mac, il mio, mi collego al sito http://elementaryos.org e scarico una nuova distro Linux, molto leggera, potente e con kernel simile al MacOS. Prendo una chiavetta USB e con il programma Unetbootin carico la ISO del sistema operativo sulla chiavetta per  renderla avviabile sul portatile.

Inserisco la chiavetta nella porta USB del Mac di Valeria (che teoricamente è rotto). Premo il tasto di avvio e premo in contemporanea il tasto “Alt”. Il Mac parte e si avvia con la chiavetta USB (ah, è una chiavetta di soli 2 GB). Parte la versione Live di ElementaryOS. Decide di installare subito il sistema operativo sul disco rigido del vecchio portatile. Mi chiede: vuoi installarlo al fianco del MacOS X oppure vuoi sovrascriverlo? Come al fianco del MacOSX???? Non era morto???

Lo cancello e installo il nuovo Elementary OS. Tutto procede bene. Dieci minuti e il sistema è installato. Nel frattempo sull’iPad mi scarico questa guida. La seguo passo passo, aggiorno e personalizzo questa distro di Linux essenziale ma anche bella.

Sono due giorni che  ci sto lavorando. Il portatile del 2009, che per il sistema operativo della Apple era morto e sepolto, funziona perfettamente con un system leggero e potente che lo utilizza sino in fondo senza stressarlo inutilmente e con una interfaccia grafica, tra l’altro, molto simile al MacOS. Utilizzo solo dei software gratuiti, faccio esattamente le stesse cose che faccio con il mio MacBook Pro e tutto va che è una meraviglia.

Ovviamente c’è una morale dietro questo racconto. Ed è che siamo talmente fagocitati da un “sistema” fatto di marchi, di consumismo sfrenato, di pigrizia mentale e fisica che ci siamo abituati a gettare tutto ciò che non funziona, senza nemmeno tentare di capire il perché e cosa, eventualmente, possiamo fare per aggiustare. Già, il verbo “aggiustare”. Riparare le cose che non vanno, tentare di salvarle, di ripristinarle, di correggerle di tenerle con noi. Invece gettiamo tutto via alla prima difficoltà, ci fidiamo ciecamente di quello che ci propinano le multinazionali. Anche la Apple. Sia chiaro, continuo ad adorarla, ammirarla, ad acquistare i suoi prodotti. Per affetto, per ricordo di quel genio che fu Steve Jobs, di cui seguivo estasiato la logica dell’essenziale, delle linee pulite e semplici, dei sistemi operativi che rendevano facile quello che invece era molto complesso. Oggi quella società è un’altra cosa. Diversa, più orientata al mercato, a vendere prodotti che sono sostanzialmente mediocri come è diventato mediocre e pieno di errori anche il suo sistema operativo, sia il MacOS che l’iOS. La Apple è ormai un’altra multinazionale capitalistica che fa affari sulla pelle dei suoi clienti affezionati. Come tutte le multinazionali, e non, capitalistiche.

E noi dobbiamo capire che è arrivato il momento di liberarsi. E lo si può fare senza spendere un centesimo, recuperando dai garage vecchi computer abbandonati e che possono, invece, essere riutilizzati installandoci una versione adatta di Linux, e ce ne sono tantissime adeguate. Possiamo aggiustare, recuperare, riutilizzare, risparmiare. E fare esattamente le stesse cose, se non di più, che facevamo prima con un modello ultramoderno di netbook o di laptop, o di desktop. Lo possiamo fare con un qualunque modello di computer.

Chiudo con un collegamento forse un po’ strano. Ma questa idea, su cui ho scritto forse un po’ troppo a lungo in questo post, del recupero mi è venuta mentre ero bloccato nel letto di un vecchio ospedale e leggevo il nuovo libro di un giornalista che ammiro molto: Giorgio Boatti. Se provate a seguirlo su Facebook potrete osservare (oltre i suoi post molto belli e con riferimenti continui alla letteratura, alla poesia, alla bellezza della terra) le foto che spesso pubblica. Boatti gira in lungo e in largo per l’Italia. Lo fa portandosi dietro un vecchissimo iBook bianco che funziona perfettamente. E nelle foto casalinghe potrete notare che invece scrive su un altrettanto vecchissimo iMac bianco (quello a forma di mezza palla con il monitor da 15 pollici snodabile). Lui usa dei vecchi computer che cura con affetto e che gli permettono, pur essendo davvero molto datati, di scrivere libri, articoli, di essere collegato in rete. Di fare, cioè, il suo lavoro. Serenamente.

Già serenamente. Senza impazzire dietro le ultime mode o la corsa all’ultimo “device” (‘sto cavolo di slang americano che ci stritola cancellando anche la nostra cultura….)

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4 risposte a Ritorno all’essenza

  1. maurizio scrive:

    Ma non è che invece, lasciando stare la tecnologia, hai semplicemente fatto quel “salto” che un utente Windows evoluto o, meglio un utente Linux, ha nel suo DNA? e cioè mettere le “mani nelle cose”? Ho sempre pensato, forse sbagliando, che un utente Apple non sia “spronato” a guardare “sotto il cofano” delle cose che compra (a caro prezzo) e non ho mai capito come si facesse con tanta leggerezza a buttar via un computer per prenderne un altro, magari solo perché all’interno la polvere si era insinuata nelle parti meccaniche o semplicemente dei contatti si erano ossidati per i vapori della cucina o il fumo di sigaretta.Cmq bravo è così che si fa aldilà di tutto 🙂

  2. admin scrive:

    Grazie Maurizio. 🙂
    Le mani dentro i mac, e i pc, le metto da qualche anno. A dire il vero anche su una tua spinta per discorsi che anni facevamo sull’argomento.
    In questo caso il problema è un pochino differente. Nel senso che sul macbook di Valeria ho fatto un test: ho piallato il disco rigido e ho reinstallato ex novo il MacOS 10.9. Poi l’ho provato e continuava a manifestare gli stessi problemi di prima: blocchi incomprensibili del sistema, la rotellina che girava all’infinito, applicazioni che si chiudevano in continuazione senza alcuna giustificazione. Ho pensato che il problema fosse hardware. Allora ho cancellato tutto e installato il nostro amato ElementaryOS. Beh, funziona tutto perfettamente senza nessun rallentamento. L’ho testato per ore, ci ho lavorato sodo ed è una scheggia. Quindi il problema non è hardware ma software. E su questo credo ci sia da riflettere a fondo. Non credi?

    • maurizio scrive:

      Avrei pensato ad alcuni settori danneggiati ma se mi dici che non riscontri alcuna anomalia adesso…
      Comunque puoi sempre toglierti lo sfizio di fare un controllo approfondito:

      sudo fdisk -l

      ti elenca tutte le partizioni che hai (se non hai fatto il partizionamento manuale dovresti avere sul disco (/dev/sdX) 2 sole partizioni la root (/) e la swap).
      dopo aver individuato la tua (esem. /dev/sdb1)
      un bel:
      sudo fsck /dev/sdb1
      ti verifica eventuali problemi nei settori.
      Se uno o più settori sono danneggiati quando ci vai a scrivere su il sistema si inchioda.

  3. admin scrive:

    Ok. Grazie. Ora vado a vedere.

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