Giorgio e il sole del tramonto

Giorgio doveva passeggiare. Ogni giorno indossava la tuta, le scarpe da trekking, infilava il giubbotto antivento e usciva. Camminava almeno per un’ora e mezza a passo veloce, sotto qualsiasi tempo. Anzi, più il tempo era inclemente più lui si divertiva. Adorava in particolare il momento in cui la pioggia o il vento cessavano all’improvviso e si apriva uno squarcio nella coltre di nubi nere. In quel buco, stretto o largo che fosse, si intrufolavano i raggi gialli o arancio del sole avviato verso il tramonto. Giorgio rallentava, estasiato, e ammirava con un sorriso sulle labbra l’effetto specchio nelle pozzanghere tonde che bucherellavano il terreno intorno al sentiero. Qualche volta tirava fuori dal taschino del giubbotto il suo iphone e le fotograva. Camminando visionava il risultato e se ne era soddisfatto le socializzava con Instagram, Facebook e Twitter. Inviava le fotografie, senza alcun filtro e senza commenti. Giorgio mal sopportava i filtri, quel falsificare la bontà, o la mediocrità di una foto, così come non sopportava quel vago bisogno diffuso di apparire migliori di quello che si era. Una buona foto è la capacità di cogliere un attimo, di raccontare un momento della propria vita, del proprio punto di vista così come è, con la luce vera, con il punto di vista di chi sta scattando quel benedetto pulsante. Il resto è solo impostura, finzione. E la vita va vissuta e raccontata così come è. Senza falsità.

Giorgio modificava ogni giorno il suo percorso. Aveva, inevitabilmente, dei sentieri o delle strade preferite ma sentiva la necessità di cambiare, di guardare strade nuove, di incontrare persone diverse e poterle osservare con la coda dell’occhio. Perché Giorgio è un uomo molto timido e di poche parole. Preferisce camminare da solo, anche se non è che abbia molte alternative. Non ha amici, ma solo qualche conoscente e rifugge qualsiasi presenza. Quando cammina vuole solo godere il silenzio intorno a sé e non vuole essere coinvolto in nessun tipo di discussione, chiacchierata o condivisione di stati d’animo. Non gli interessa, vuole stare da solo e respirare il silenzio della natura. Vuole solo cercare la pace.

I sentieri percorsi finiscono inevitabilmente, tutti, per smarrirsi nella natura che circonda la città. Abbandona le strade asfaltate e si infila in quelle sterrate avendo un solo obiettivo: tirare dritto verso il sole che tramonta al finire del giorno. Vuole averlo di fronte a sé, lì vuole tuffare i suoi occhi, socchiuderli per riconoscere i colori che si saturano mentre la parabola della palla di fuoco scivola verso il sonno dietro l’orizzonte.

Giorgio segue il sole e il suo respiro rallenta, il diaframma si allarga e le mucose assorbono gli odori della terra bagnata, o di quella secca per la siccità che spesso brucia la sua città e la campagna circostante. In autunno e in primavera l’intensità dei profumi degrada o aumenta, con la stessa progressione e la stessa intensità. Il profumo della campagna è un miscuglio di menta, finocchio selvatico, rucola, salvia, cespugli di rosmarino, mirto e intere distese di piante di more. Dietro si stendono, come un enorme lenzuolo disteso dal vento di scirocco, lunghi filari di vite e boschi di ulivi centenari, con i loro tronchi attorcigliati e aggrappati alla terra nera, quasi un segno di un amore profondo e disperato. Il sottobosco, in primavera, è una tappeto colorato di fiori gialli e bianchi, mentre i filari di vite in autunno, quando diventano fantasmi secchi e contorti, sono avvolti con delicatezza da gialle e rosse piante di rose.

Giorgio camminava ogni giorno osservando la natura, la sua vita, il suo evolversi continuo e pensava alla sua vita. Ma mentre la natura si rigenerava alternando morte apparente e rinascita di vita rigogliosa e naturale, lui avvertiva nel suo corpo, e nella sua mente, il tempo che passava e che lasciava un segno indelebile di rottura. Ogni stagione era una nuova crepa. Fisicamente stava bene, ma dentro di sé iniziava ad avvertire il vuoto della solitudine e le sue granitiche certezze via via si affievolivano ogni giorno un po’ di più. Continuava a camminare cercando la solitudine e il silenzio. Ma ogni giorno quando incontrava altre persone che camminavano come lui oppure correvano, e ne incontrava tante, il suo sguardo si soffermava e dentro di sé percepiva forte il bisogno di un saluto, di un sorriso, di scambiare un cenno che fosse segno di apertura, di interesse per l’altro. O meglio, di interesse per lui. Poi scuoteva la testa e riprendeva a camminare sempre più veloce cercando di fronte a sé il sole, i suoi colori, le nuvole grigie, il cielo scuro.

Poi, un giorno, la incontrò. Nel suo ricordo avvertì la sensazione del già visto. Quel dubbio, sottile ma insistente, che quel viso, quel passo, quei capelli, quello sguardo li avesse già visti da qualche parte nel tempo e nello spazio. Ma non ricordò dove, e nemmeno quando. Eppure la memoria era lì, non poteva sbagliarsi. Si scervellò, grattò la polvere, cercò il contatto che poteva essere un colore, un’immagine, un luogo che sentì vicini a identificare ma poi tutto sfuggì e svanì nel buio del non ricordo.

E Giorgio quando vide quella donna avvertì quella sensazione bruciante. L’aveva già vista. Per la prima volta venne meno alla sua timidezza e si fermò per osservarla bene, in modo diretto. Si girò anche per guardarla meglio. Poi, scuotendo la testa, continuò a far girare il disco rigido della sua memoria ma non risucì a trovare il file giusto.

Il giorno dopo, divorato dalla curiosità, contravvenne ad un’altra abitudine e decise di rifare lo stesso percorso. Non la incontrò.

Il giorno dopo ancora, ormai sconfitto, decise di riprendere le sue buone e sane abitudini e fece un’altro percorso, scegliendolo a caso.

E la incontrò di nuovo. Alla sua vista sgranò gli occhi e pensò: “non è possibile!!!”

Si bloccò e la fissò. Magra e dritta come un chiodo per legno, di quelli lunghi e sottili con la testa in rilievo. Le gambe leggermente divaricate camminavano svelte, a piccoli passi scattanti. Il viso era piccolo e leggermente tondo, circondato da lunghi capelli lisci e scuri raccolti con un elastico in una lunga coda. Fu attratto da quell’elastico perché aveva i colori che lui cercava nel cielo. Erano tonalità pastello e ricordava il tramonto intenso e saturo dopo la pioggia e il vento. Quello della pace, quello a cui lui ambiva ogni sera che usciva da casa e, a testa bassa, voleva assorbire nel suo corpo, nei suoi pensieri, nel suo respiro affannoso.

Fu un incontro rapido, lei come apparì scomparve dietro una curva a gomito. Lui fu tentato di tornare sui suoi passi, di andarle dietro. Si fermò e guardò il cielo. Il sole era ancora alto. Si fece forza e continuò il suo cammino, come sempre.

La crepa si fece più profonda. Un crampo gli afferrò lo stomaco e lo costrinse a fermarsi. Si appoggiò al muro, respirando veloce e a fatica. Volse la testa verso la curva, e poi iniziò a correre. Veloce, sempre più veloce. Affrontò la curva. Ma non era abituato ad affrontarla correndo. Sbandò e per riprendere l’assetto fu costretto a spostarsi verso il centro. In quel momento udì il motore mentre gocce di sudore gli scivolavano sugli occhi. La vista gli si appannò. La macchina rombando affrontò la curva.

La donna sentì lo stridio dei freni alle sue spalle. Si girò di scatto, riuscì solo ad intuire che proveniva dalla curva che aveva lasciato alle sue spalle. Un attimo e sentì il botto.

Una nuvola scura in quel momento coprì di nuovo il sole e il buio scese sulla strada.

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