La vespa e il bambù

Questi per me sono giorni di quasi immobilità totale. Il clima si sta preparando per accogliere pienamente la primavera. Sono giornate assolate, ancora ventilate, il cielo blu che si scurisce sempre di più, l’aria è gonfia di profumi di terra nera e fertile. La mattina, dopo una breve passeggiata, vado sul balcone, sposto la sedia di plastica bianca, ormai ingrigita dalle intemperie e dal sole che batte per l’esposizione a sud, e mi godo il sole caldo.

Leggo molto, moltissimo. Divoro almeno un libro al giorno a prescindere dal numero di pagine, talvolta addirittura due. E’ come se fosse una droga, o una bevanda fresca con cui dissetarmi. Leggo a ritmi veloci, ingoio le righe con voracità, mi immergo nelle storie. Qualunque cosa pur di sfuggire ala realtà. Cerco la pace. Non la trovo. Ogni tanto mi fermo per osservare le api e i calabroni che succhiano il polline dai fiori delle piante che curo sul mio balcone. Le ho seminate io e mi alimenteranno durante l’estate. Sono circondato da vasi di pomodori, basilico, salvia rosmarino, rucola selvatica, zucchine, limoni, nespole, kumcat, menta, melanzane. Ora compaiono i primi fiori per alcune di esse e la natura svolge il suo compito. Ogni tanto, invece, si affacciano un paio di vespe. Sono enormi, con la coda a strisce giallonere, e con due lunghe antenne. Ronzano ogni dieci minuti, girano intorno a me ma non vanno sui fiori. No, loro vanno sulle canne di bambù, che userò per legare le piante di pomodoro quando diventeranno troppo alte per reggersi da sole, appoggiate sul tavolino al centro del balcone. Si poggiano lì sopra, sembra che accarezzino con le zampe il legno della canna e poi iniziano a raschiarlo. Sì, lo raschiano. Si sente un sottile rumore come di martello che picchia o di sega che taglia. Lo fanno con un ritmo regolare che spezza il silenzio e che solo talvolta si mescola con il ronzio delle api. E’ un rumore continuo, che alla lunga diventa fastidioso. Quando non lo sopporto più, perché mi distrae dalla lettura, provo con una mano a cacciarle. Ma non si spostano. Continuano imperterrite. Ma nel momento in cui decideranno che è arrivato il momento di fare altro, si alzeranno in volo e cercheranno di attaccarmi. E mi toccherà scappare dentro casa per evitare danni.

A parte questi intermezzi, io leggo. Come un invasato. E mentre leggo aumenta il desiderio di scrivere, di raccontare. Le idee si affacciano, la voglia di mettere su carta pensieri, opinioni, dolori, desideri, impulsi, diventa forte. Si affaccia il dubbio se farlo su carta o su computer. Prendere la penna, o la matita e rispettare il ritmo naturale che la scrittura manuale regala alle idee e alla pace interiore. Oppure evitare lo sforzo fisico e battere con le dita sulla tastiera del macbook che aiuta il lavoro successivo di rilettura e di correzione, pur sapendo che non lo farò mai perché scrivo di getto e faccio fatica, una fatica immensa quasi insopportabile, a rileggere, tagliare, correggere, riscrivere. Sbaglio, lo so. Ma non riesco a fare diversamente.

Il punto è che in realtà non faccio né l’una cosa, né l’altra. Perché le mie idee mi sembrano stupide, perché sono certo di non riuscire a trovare una trama, a costruire i personaggi, ad andare avanti. Non ci riesco perché non so scegliere a quale idea dare la preferenza. E allora scrivo racconti brevi, la cui lunghezza è sostanzialmente sempre la stessa. E’ come se avessi dentro di me un metro e una volta raggiunta la misura si asciuga la vena e non ho più nulla da scrivere.

Tutto questo non mi dà pace. Al contrario alimenta, quasi coccola, la rabbia che mi porto dentro.

Perché io sono questo: uno arrabbiato. Sempre. E anche se la vita, le esperienze che questa contiene, ad un certo punto mi porta ad un bivio in cui scegliere una strada provoca comunque una sofferenza intensa, di quelle che ti cambiano la vita, non riesco mai a trarne il giusto insegnamento. Nel momento in cui soffro dico a me stesso che stavolta ho imparato, che vivrò il tempo che mi resta con serenità, con leggerezza, con distacco.

Invece poi la rabbia mi assale, mi ingoia.

E riprendo a leggere. E’ per questo che adoro la scrittura essenziale, asciutta, costruita con periodi brevi e in cui si narrano protagonisti sofferti che accettano e vivono le loro debolezze. Quei libri, quelle storie, li ricerco con un pizzico di ansia ma quando li trovo mi ci tuffo dentro e riesco a dimenticare tutto. O quasi tutto.

Sono molti gli autori che mi aiutano in questa strano percorso ad ostacoli: Erri De Luca, Carlo Lucarelli, Davide Longo, Paolo Rumiz, Agotha Kristof, Henning Mankell, Jo Nesbo, Asa Larsson, Tiziano Terzani, Paolo Cognetti, Cristina Comencini, Elisabetta Bucciarelli ecc. ecc.

Un mondo di parole tagliate con l’accetta. Quella che non riesco ad usare io. O meglio, la userei per tagliare la mia testa e zittire l’alveare che c’è dentro. Lì dentro, però, non ci sono fiori da succhiare per seminare la vita tutto intorno.

 

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