Ombre

Camminavo con passo pesante sulle chianche bianche. La strada era assolata e infilata in un’afa lattiginosa. Cercavo di scivolare lentamente lungo i muri afferrando i pochi millimetri di ombra. Maledicevo, in una oscura interiorità, chi aveva sostituito i vecchi lecci dalle chiome verdi e folte con queste palme spennate e ingiallite. Ogni tre passi raddriddavo la schiena nel vano tentativo di darmi un contegno e riprendere il mio solito passo dinoccolato. Fallendo. Lo zainetto blu mi bruciava la schiena. Lentamente, molto lentamente, andavo avanti. Una leggera brezza tagliava la strada da est, proveniva direttamente dal mare. In fondo alla strada intravedevo il porto, il comignolo di una nave bianca da crociera in attesa di entrare.

Immerso nel caldo e nei miei pensieri, rimuginavo su come fosse facile riconoscere gli impiegati di banca lungo la strada. Era incredibile come in questa piccola città di mare in cui il lavoro era una chimera per intere generazioni, l’unica razza florida e diffusa fosse quella degli impiegati di banca. Li riconoscevo ovunque, con le loro camicie spiegazzate, le giacche poggiate mollemente sulle spalle, gli occhiali da sole dai colori improbabili, le borse di pelle, rigorosamente “The Bridge” o Piquadro, nella mano sinistra, i Samsung Galaxy qualchecosa che pomposamente si affacciavano dai taschini della camicia, ingentiliti dalle iniziali dei oro nomi e cognomi. Come se quelle camicie con ‘sto caldo le volesse indossare qualcun altro, oltre i legittimi proprietari.

Ne incrocio un paio, di quelli particolarmente fighetti, immersi in una discussione tutta finanziaria che, anche se solo sfiorata dalle mie orecchie, già mi provocava una sottile ma crescente emicrania.

Dietro di loro, sul marciapiede bianco, tre uomini erano accovacciati per terra. Capelli e barbe lunghe, pelle cotta dal sole, vestiti sporchi, zaini logori e carichi. Passo davanti a loro. Uno alza su di me i suoi occhi azzurrissimi, stira le labbra in un sorriso stretto.

“Ciao! Dottore!” Mi guardo intorno. Non c’è nessuno. Ce l’ha con me? Lo guardo e punto il dito verso il mio petto con una espressione interrogativa.

“Dottore! Per favore, mi offri una sigaretta?”

Mi riguardo intorno. No, non c’è nessuno. Ce l’ha proprio con me.

Apro le braccia e, con una espressione che cerco di mostrare la più desolata possibile, gli dico: “Mi dispiace….” Come lo chiamo? “…signore. E’ capitato male: non fumo.” E riprendo a camminare.

Con la coda dell’occhio vedo che il suo volto assume un’espressione tra lo schifato e lo stupore. “Ciao dottore…” mi saluta con la mano.

Che stavo dicendo degli impiegati di banca?

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