25 anni dopo

25 anni fa. Pioveva, come oggi, il cielo era color grafite e l’acqua pungeva la pelle.

Tu. Arrivasti in anticipo e creasti subbuglio a chi, invece, arrivava in orario. Entrasti con passo deciso nella penombra, il sorriso raggiante e rosso sul tuo viso.

In 25 anni l’ho cancellato quel sorriso, giorno dopo giorno. Non dormo la notte per questo, ma l’ho fatto.

Io. Ero già dentro la penombra ad aspettarti, ripulito dentro e fuori. I capelli corti, sottili e fragili come noi due, e la barba lasciata sul pavimento lucido di Tony, che oggi lavora come operaio ma che allora era un bravo barbiere. Di quelli che, come i vecchi baristi dei film, sapeva di psicologia e dopo aver lasciato parlare e raccontare dispensava la soluzione con tre parole. Secche e pungenti. E vere.

Loro. C’erano. Tutti. Oggi, dopo 25 anni, molti non ci sono più. Se ne sono andati. Allontanati dalle incomprensioni o fuggiti da questa terra. Per lavoro. O per stanchezza. O perché la vita, certe volte, sa essere molto crudele, marchiando con il dolore e cancellando pezzi di quella lontana gioia e comunque di una vita condivisa.

Ci sono le foto. Non era un sogno. Era la vita. Era una scelta, consapevole.

Oggi. Piove, come 25 anni fa.

Tu. Lavori, come fai da 25 anni. Il tuo lavoro che ogni tanto ti fa piangere ma che, ogni tanto, fa riaffacciare timidamente quel bel sorriso raggiante, rosso. Sei bella come allora. Il tuo volto è liscio, come allora. Deentro ci sono le rughe, lo so perché molte le ho disegnate io. Qualcuna no.

Io. I capelli, sottili e fragili, li rado ogni mattina con crudeltà, senza sapone. Il rasoio lascia strisce sottili e rosse. Come quelle che tu hai dentro. Conosco il loro bruciore, la linea impercettibile di sangue.

Tu. Ti guardo allo specchio e ti vedo uguale, solo più triste.

Io. Mi guardo allo specchio e vedo un fantasma, consumato dall’attesa.

Nel mezzo ci sono 25 anni. Vissuti. Tutti. Intensamente.

Oggi. Scrivo queste righe su un vecchio portatile. Hai condiviso anche questo. Giorno dopo giorno, capriccio dopo capriccio, curiosità dopo curiosità. E oggi sei più brava, e concreta come sanno esserlo le donne, di me.

Scrivo rovistando nella cesta della testa le parole da battere su questa tastiera nera e grigia. Di là, a pochi metri, ci sono le loro voci. Quella profonda di Davide. Quella mangiucchiata e aristocratica di Francesco. Ogni tanto ascolto le parole, chiuse nelle bolle, di Lorenzo, il loro piccolo amico.

E sorrido. Perché fuori piove, come 25 anni fa, e ricordo la morbidezza dei tuoi baci in chiesa, il prenderti in braccio per non far sporcare il vestito bianco nel fango grigio sulla strada allagata. Tu che, inconsapevolmente, ispirasti uno schiaffone della mamma di un mio collega: Disgraziato! Che hai fatto a quella piccenna? Il tuo faccino ingannava. Di anni non ne avevi 16, ma 24. Oggi darei ragione alla mamma di Giovanni e lo schiaffone me lo darei da solo.

Di là ci sono le loro voci.

Quanto è costato perché ci fossero. Quanta sofferenza, quanti giorni vissuti con i denti stretti. Quante lacrime. Quanta gioia. Dopo, però. Sempre dopo la sofferenza.

25 anni. Ora conosciamo tutti i perché. Le nostre cicatrici interiori le accarezziamo, le coccoliamo, le sentiamo nostre come fossero rughe. Le accogliamo come le gocce di questa pioggia, che sono impastate di carbone, di sostanze chimiche ma che nascono dal profondo della terra. Comunque profumano di storia, di vite vissute e finite, di fiori colorati, di erba bagnata, di alberi solidi e dalle radici contorte ma profonde. Sono gocce che, a ben guardarle, sono anch’esse segnate da cicatrici profonde. Ma bagnano il volto e i capelli di Davide e Francesco, entrano nei loro occhi, nella loro pelle, e tramandano gli echi di storie lontane, il cozzo di lance, il sibilo delle frecce, il soffio del vento di scirocco, il grido rauco della risata liberatoria di un poeta, il nostro sì timido e convinto sussurrato un due di settembre del 1989.

 

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Una risposta a 25 anni dopo

  1. Fabio scrive:

    Quasi come Dumas + 5, direbbe Guccini. Auguri, anche se in ritardo.

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