L’acqua scivola sulla luna

Piove. Il sole è scomparso dietro l’orizzonte. Il cielo è nero ed è gonfio di nuvole. L’acqua scivola lentamente dall’alto. Sono gocce leggere che cadono sul cemento e allargano le pozzanghere con una sottile scarica di “plof”.

Cammino sulle chianche del vialetto, evitando le piccole pozzanghere. Esco dal cancello. Abbasso lo sguardo e osservo i miei piedi sul cemento. Le luci arancioni sulla strada trasformano il mondo in bianco e nero, con una tonalità asciutta che vira verso il seppia. Mi sento infilato in un mondo antico, senza odori e sapori.

Allungo la mano e sento le gocce cadere sulla pelle. Alzo il cappuccio sulla testa e all’improvviso i rumori si gonfiano, come onde del mare. Guardo a destra, poi a sinistra.

Ed inizio a correre. Il passo rimbomba sul cemento arancione. Il cappuccio lo amplifica. E’ come un “bong” su un tamburo. Accelero e diventa il ritmo sincopato di una batteria.

Il “bong” si unisce al “ciaf” delle scarpe che battono nelle pozzanghere di acqua nera e il ritmo è completo. Mi ritrovo a danzare sotto la pioggia, il vento che si infila nel cappuccio e mi gela la nuca.

Lentamente la corsa si regolarizza, il respiro segue i passi e si abbassa, i muscoli si riscaldano sotto i leggins termici. Anche i pensieri, come un motore che aumenta i giri e lubrifica le pareti dei pistoni, si incardinano e trovano la loro sequenza ritmica e logica.

La strada, i marciapiedi, i muri delle case, i lampioni, si dissolvono. Gli occhi ricordano, le immagini si formano, i contorni si schiariscono. Vedo un lungo corridoio bianco, le luci a neon scorrono verticali dal basso verso l’alto. Le vedo appannate perché le lacrime escono da sole, anche se cerco di fermarle.

Una macchina lampeggia. Chiudo gli occhi. Li riapro. Sono di nuovo nella strada, rivedo intorno a me il cemento arancione, i marciapiedi grigi, i muri bianchi. La pioggia è un reticolo silenzioso che mi bagna il viso. La macchina passa veloce. Osservo l’acqua che schizza sotto le ruote, uno spruzzo nero che si tuffa nelle pozzanghere. Scarto per evitare di essere bagnato.

I ricordi rallentano, scivolano, si spezzettano, perdono la sequenza, si sgonfiano sino a diventare pezzi che non si possono più incollare e tenere insieme. Scivolo nel silenzio della strada. Il ritmo del tamburo si è perso nelle macchie nere dell’acqua che spezzano la mezzeria della strada.

La pioggia si interrompe di colpo, il vento cala. Ora ascolto il “tonf” ritmico delle scarpe. Poi, all’improvviso, la vedo. E’ lì, nel cielo. Le nuvole si sono aperte in pochi secondi, come un sipario che si apre veloce sulla scena buia. La rappresentazione tra poco inizierà, si accenderanno le luci, partirà la musica e dalla penombra di intuiranno i profili degli attori.

Questo accade nel cielo. Le nuvole si tirano via, con uno strappo delicato. Le stelle appaiono veloci a tessere lo sfondo del cielo cobalto. Un velo di luce illumina i bordi frastagliati della tenda che scivola via. Ed ecco la rappresentazione è lì, chiara, bianca, gelida, al centro del cielo. La luna, striscia sottile e incurvata, si affaccia e pretende il centro della scena.

Mi ritrovo a sorridere, un sorriso ebete come di bambino che si incanta di fronte al mistero.  La ritrovo questa bella luna. la ritrovo nel cielo mentre corro, mentre ascolto i miei passi, mentre cerco di ricostruire i miei pensieri, mentre mi ascolto immerso nella natura intorno alla mia corsa.

Un ricordo si affaccia. La bandana sulla testa. I colori sono vivaci, ammiro i disegni celesti. Gli occhiali da vista sono infilati sulla punta del naso. Non riesco a muovere le braccia. Sono legate. Alla mia destra sento distorta la voce di una ragazza. E’ preoccupata, lo intuisco dal tono della voce, anche se è frantumato nei contorni. L’uomo si china su di me. Mi infila una mascherina sulla faccia. Il cuore mi batte nella testa, sempre più veloce, con un ritmo irregolare, mi manca il respiro. “Perché non inspiri? Forza! Inspira!!!”. Il buio scende all’improvviso, in un attimo. Un pensiero si affaccia, un attimo prima che l’interruttore si spenga: “è così che si muore?”. E forse sorrido. Un attimo, solo un attimo.

La luce della luna è alta nel cielo. I colori scendono e si stendono sugli oggetti nella strada. Le pozzanghere non sono più nere, riflettono la luce arancione dei lampioni.

Sono passati sette mesi. E’ la prima corsa al buio dell’ora solare. Respiro profondamente. Guardo l’iphone. Il tempo è pessimo, troppo alto. Allungo il passo, scatto. Abbasso il cappuccio. Questo freddo umido me lo voglio godere. Sono qui. Sono vivo. Corro. Respiro.

Fanculo.

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