Titoli di coda

Le luci in sala si accendono, mentre scorrono i titoli di coda. Lettere bianche scivolano veloci sul telo nero. I pensieri si accavallano mentre l’adrenalina gocciola via, piano.

I faretti bianchi illuminano la sala di getto. Socchiudo gli occhi, accecato dalla luce improvvisa. Mi massaggio la fronte. Due ragazze al mio fianco si alzano di scatto. Una getta il bicchiere dei pop corn per terra. Le guardo le gambe scoperte da un vestito chiaro e corto. Sono lunghe e affusolate, coperte da collant neri. Mentre passa le guardo il viso. Scuoto la testa e distolgo lo sguardo da lei, è molto, troppo, giovane. Ho ancora le gambe accavallate e il volto appoggiato sulla mano, come se dovessi ancora vedere il film. Invece è finito.

Nella fila davanti un gruppo di coppie di mezza età si muove lentamente, infilando con calma i giubbotti e le sciarpe. Sono in piedi e mi coprono la vista dello schermo.

Non sopporto chi va via senza vedere i titoli di coda di un film. In quelle file di nomi, di sigle, di parole scopro il mondo sommerso di un’opera d’arte. Riesco a conoscere almeno il mondo di tutti quelli che lavorano nell’ombre e che rendono possibile la tessitura di quella storia che ho appena visto. La scelta dei luoghi, i vestiti, le sceneggiature, i tecnici del suono, quelli video. Senza di loro il regista non potrebbe fare granché. Eppure non si conosceranno mai i loro volti, le loro voci, i loro sorrisi o gli scatti d’ira, il loro modo fi gesticolare o di muovere le mani sugli strumenti, che sia un computer, un microfono, una macchina da presa, un pennello.

Ma questi qui, nella fila davanti, non si siedono e né vanno via.

Sospiro, afferro il giubbotto e lo zaino. Mi alzo per andare via. I gradini del corridoio di uscita sono illuminati da lunghi neon che schizzano di bianco il linoleum grigio antracite.

Mi dirigo verso la porta metallica di uscita. E mentre aspetto il mio turno, giro la testa. E ti vedo.

Sei ferma, in mezzo alla fila, tra un uomo basso e grasso e una donna distinta che tiene stretta la borsa con entrambe le mani. Ti sei fermata, hai stretto gli occhi ed è come se mi stessi soppesando.

Sono passati anni. Quanti? Il cervello insegue rapidamente i ricordi. Sette anni. Sette. Com’ero sette anni fa? Non ricordo e un sorriso si disegna sulle mie labbra. O un sogghigno, non so. So solo che è passato molto tempo e la crepa è ancora lì, intatta.

Ti guardo. I capelli ora sono più lunghi, sciolti sulle tue spalle. Sembri uguale, come se gli anni, i mesi, i giorni, le stagioni, le foglie cadute e poi ricresciute, il vento gelido dell’inverno e quello rovente dell’estate, non avessero intaccato nemmeno una ruga del tuo volto. O forse sono io che voglio vederti così. Cosa darei per un tuo sorriso. Solo per me, almeno per una volta.

“Allora?” Una signora con occhiali spessi e scuri mi spinge, con delicatezza, su una spalla. Mi scosto, con un gesto di scusa, e la lascio passare. Dietro di lei segue il gruppo della fila che era davanti alla mia. Li guardo in fila, disciplinati e impeccabili; poi mi giro a cercarti.

Sei ferma. I tuoi occhi scuri sono limpidi, luccicano intatti, e guardano me. Ancora una volta stringi le palpebre, come per mettermi a fuoco. Mi infilo in quello sguardo. La ferita, dentro di me, è aperta e il sangue sgorga intenso, spesso, vischioso. Il dolore è lì. C’è sempre stato. Uguale. Ma lo scopro solo ora. Una smorfia di dolore sul mio viso.

Ora li spalanchi, quegli occhi scuri e curiosi. Poi, lentamente come in una moviola, li abbassi, scuoti la testa e ti dirigi verso la porta metallica nera che un signore mantiene aperta con un piede per farti uscire. La mantieni con la mano, mentre riprendo a salire le scale, verso di te.

Ti fermi, è un attimo, giri la testa verso di me. E mi sorridi.

Resto immobile. Sento il gorgoglio del sangue e il dolore intenso della ferita.

E’ un attimo. Poi sei scomparsa.

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