Il tempo scorre

Spesso ho sentito dire che dopo i cinquant’anni il corpo inizia rapidamente ad invecchiare. Non ci ho mai creduto granché. Ora ho 53 anni. E credo che sia, invece, vero. Sarà perché ho vissuto momenti migliori nella mia vita, sarà perché troppe cose vanno storte, ma il mio fisico inizia a dare segnali di cedimento che mi sorprendono; e non poco. Dopo oltre vent’anni ho avuto l’influenza e quel cavolo di virus si è girato in lungo e in largo il mio corpo, già un bel po’ magro, lasciandomi a pezzi. Era venerdì notte e, ancora con la febbre alta,  mi sono svegliato di soprassalto nel letto. Avevo fatto un brutto sogno in cui l’elemento dominante, come spesso mi capita, era l’acqua. Avevo sognato un mare in tempesta schiacciato da nuvole gonfie e nere. Il vento era forte ed io dovevo necessariamente solcare quell’acqua scura e incazzata con una nave, tra l’altro non molto grande. Insomma era un sogno decisamente angosciante. Mi sono svegliato proprio nel momento in cui la nave salpava ed iniziava a ballare paurosamente tra le onde alte e frastagliate. Non ho avuto molto tempo per pensare e mi sono ritrovato in piedi per tentare di andare a bere un bicchiere di acqua.  Ho avvertito un dolore acuto dietro la schiena e mi sono ritrovato a mugolare per il dolore, cercando però di non svegliare nessuno, perché non riuscivo più a camminare. Il colpo della strega!

Da quel giorno ne sono passati altri dieci. Il dolore è rimasto lì, a farmi compagnia. Per altri quattro giorni l’unico posto in cui riuscivo a respirare è stato il mio divano arancione. Mentre in qualunque altra posizione non avevo pace: il dolore era continuo, acuto, assordante.

Odio assumere farmaci, in particolare gli antinfiammatori. Sono andato avanti con il mio mitico Fastum gel che piano piano ha fatto il suo sporco mestiere. Il miglioramento era impercettibile ma io l’avvertivo. Sono rientrato al lavoro, guidando tra una bestemmia e l’altra e pregando di non dover frenareall’improvviso perché non ce l’avrei fatta. In certi momenti desideravo avere tra le mani il mio bastone della montagna, sia per aiutarmi nella fatica del camminare tra corridoi e scale da salire in continuazione che per colpirmi quella maledetta schiena.

Sentire il medico? Certo: risonanza magnetica da fare (un’altra!) e una settimana di antinfiammatori pesanti. Non se ne parla proprio, per cui vita normale (tra urla e ancora bestemmie) e continuare con il mio Fastum gel. Qualche giorno fa, non contento, ho ricominciato un minimo di attività fisica. Per cui un paio di camminate pseudo veloci, tra dolori, noia e altre bestemmie.

Arriviamo ad oggi. Un’altra giornata grigia di lavoro. La solita depressione, quel vuoto pneumatico che si infila nella testa a fare per ore un qualcosa che non sa di nulla, che non ha odori, nemmeno saporie che in certi momenti assomiglia ad un bicchiere di acqua di rubinetto un po’ puzzolente mentre invece si ha desiderio di una bella birra ghiacciata oppure, perché no?, di un bicchierino di grappa di Nosiola. Ed invece tocca bersi qull’acqua mefitica e incolore.

In sintesi, torno a casa e finisco a fatica di leggere i giornali sull’ipad. Poi, per tentare di distrarmi, gioco una partita a tennis sempre sull’ipad e stravinco facile (sono Federer che si prende una bella rivincita su Seppi). Mia moglie mi guarda, tirando fuori la testa dal MacBook Air in cui da giorni infila i voti dei compiti di Latino corretti nel fine settimana: “vai a comprare le mozzarelle?”. Ok. Mi infilo il giaccone e vado. Fuori c’è un vento secco di tramontana che taglia la faccia, chiudo gli occhi e aspiro l’aria profumata e fredda. Pian piano si infila un pensiero nella testa. “Ma sì… perché non provare?” E’ un rischio, mi dico. “Corrilo!”.

Mi fiondo a casa, novello Superman mi cambio d’abito e sono di nuovo fuori, non senza un rapido saluto con la mano verso mia moglie e mio figlio che mi guardano in tralice. Non dicono nulla e li adoro per questo.

Uscendo afferro l’iphone e attivo le due app. Sono sulla strada. Il cemento è arancione per le luci. Le pozzanghere sono larghe e luccicano come pianeti caduti. Il vento si infila forte tra le foglie degli alberi che circondano il serpente della strada e il sibilo diventa un urlo che sale da dentro i tronchi scuri.

Mi guardo i piedi, mi tocco la schiena e, finalmente, parto! Dopo più di due settimane torno a correre. Il passo è lento, ho un po’ di timore. Ma proseguo. Ritrovo subito il mio ritmo, ascolto l’urto leggero e ritmico della gomma sull’asfalto, ogni tanto intervallato dal ciak dell’acqua. Chiudo gli occhi un attimo, alzo la testa e lascio che la tramontana si infili nelle mie narici, che il profumo dell’erba bagnata arrivi dentro la mia testa, che i pensieri si gonfino di nuova linfa, che il flusso dei pensieri riprenda e scaccino il grigio torpore di una giornata, un’altra!, inutile.

Riapro gli occhi ritrovo tutto: la vita, la passione, il senso, il piacere della natura. Guardo il cielo, le nuvole arancioni che si rincorrono veloci sul blu cobalto, intravedo la luce della luna calante, qualche stella che è più di una puntura luminosa e che diventa una piccola palla. Sarà Venere, oppure Marte, o qualche alieno che ci osserva dall’alto e lontano con una smorfia di disgusto? Corro, cavolo, corro! Vedo la mia ombra sul cemento, rivedo le mie braccia strette al torace, le lunghe gambe che si inseguono. E poi arriva il vento gelato che mi sferza il viso, che si infila nelle maglie del cappello di lana, che si intrufola delicato lungo il collo e che mi fa il solletico.

E poi non penso più, guardo solo il mondo intorno a me che mi viene incontro ma io vado veloce, come lo sono i pensieri, i ricordi, il piacere. Non c’è più freno. E’ vita, pura, profumata, fresca. Come il vento che lascio alle mie spalle.

Il dolore non c’è più. So che tornerà. Ma non importa. Mi sono ritagliato una mezzora di pura vita. E anche se ho 53 anni, corro come il vento. E la corsa mi ha riportato qui, su questo foglio di carta bianco e mi ha fatto scrivere. Di nuovo. Dopo tanto tempo. Troppo. Ma mi ero inaridito. Probabilmente lo sono ancora, arido. Ma oggi ho corso. Ed è stato bellissimo, come sempre. E finalmente mi posso godere, con un gran sorriso disegnato sulle labbra, il suono acuto di mio figlio che soffia dentro un flauto. Chiudo gli occhi e sono ancora lì, sulla strada, a correre in mezzo al vento e al freddo profumato della sera.

 

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