L’Uomo Nero

Era notte. Una notte profonda in cui il silenzio è di stoffa e avvolge tutto con il suo mantello spesso e opprimente. Libero non riusciva a dormire e la paura gli stringeva la gola. Lui non lo poteva sapere ancora, ma per tutti i bambini la notte è un territorio sconosciuto in cui ogni cosa svanisce nell’ombra e fa paura. Intuiva, però, che quel territorio aveva un suo fascino; d’accordo, un po’ nascosto ma lo aveva. Dentro di sé “sentiva” che non potevano esserci solo cose brutte dentro quel vuoto di colori e di rumori. Non poteva essere un grande telo che si mangiava tutte le cose belle del giorno. Oppure se le portava via il sole al tramonto? Libero non lo sapeva, ci rifletteva sù ma non riusciva, nonostante si impegnasse anche fisicamente, a scoprirlo. C’erano dei momenti in cui poggiava i gomiti sul tavolo tondo della sala da pranzo, si prendeva il viso tra le mani, stringeva gli occhi e aggrottava la fronte per pensare. Suo nonno gli aveva spiegato che con quel trucco si sarebbe concentrato meglio. Ma anche quel consiglio lo convinceva poco. Lui adorava il nonno ma non lo vedeva mai con i gomiti sul tavolo e la fronte aggrottata per pensare meglio. Anzi, lo vedeva sempre in piedi, alto ed ossuto, con i suoi grandi occhi azzurri, i radi capelli biondi sulla testa tonda e lunga, e con il suo meraviglioso sottile sorriso buono disegnato sulle labbra. Però, dopo averci pensato su, provava comunque ad applicare il consiglio del nonno. Non riusciva, però, a venirne a capo e la notte continuava ad avere paura di un mucchio di cose: del ticchettio metallico dell’orologio a pendolo che batteva il tempo nel corridoio dal pavimento lucido di marmo grigio, degli scricchiolii del legno dell’armadio nella stanza da letto, del momento in cui la lampada delle scale, alle dieci di sera, si sarebbe spenta, del silenzio denso della strada in cui non passavano che pochissime macchine. E che sollievo era per lui nella notte sentire da lontano il rumore di un motore di un auto e poi vedere la luce dei fari che illuminava i muri del palazzo di fronte alla sua finestra, che finalmente spezzava l’angosciante buio della notte.

“Quella” notte, all’improvviso, il pendolo iniziò il suo lento e inesorabile rintocco delle ore. Lo faceva solo una volta la notte: a mezzanotte in punto. Il bong del piccolo disco di metallo era ovattato, sapeva di polvere e di grasso. Libero ne intuiva l’odore azzurro di un tempo antico, che a lui sfuggiva. Durante il giorno era una compagnia, anche se un po’ inquietante, ma la notte l’angoscia e la paura aumentavano.

Qualche racconto che aveva rubato, ascoltando con l’orecchio incollato alla porta chiusa della camera di fianco i discorsi dei fratelli, che a lui erano vietati, parlava di un misterioso uomo nero che al rintocco della mezzanotte entrava nelle stanze dei bambini per rubarli e portarli via. Ogni notte il suono del pendolo scatenava in lui il terrore e allora aguzzava le orecchie e ascoltava il silenzio della casa. E quasi ogni notte, spezzando il solido silenzio nero che circondava e ingoiava la casa, lui sentiva il fruscio del passo di quel misterioso uomo nero. Libero infilava, terrorizzato, la testa sotto le coperte. Resisteva poco perché l’aria gli mancava quasi subito. Il suo respiro era accelerato dalla paura e lo spazio, lì sotto, era poco. Era costretto ad uscire la testa e a ingoiare l’aria inalandola con un grugnito. Spesso la notte vedeva che la luce della cucina accesa. Qualcuno si era alzato. L’uomo nero che accendeva la luce? E che uomo nero era? Quel pensiero lo rendeva dubbioso e, quasi inavvertitamente, si rilassava mentre invece qualcos’altro restava in allerta. Poi la luce della cucina si spegneva, il fruscio delle pantofole, e capiva come fossero proprio le pantofole del padre, si allontanava e lui finalmente poteva abbandonarsi, un po’ più tranquillo, al sonno.

“Quella” notte sentì i dodici bong dell’orologio. Era sveglio da tempo e, stranamente, la luce delle scale era rimasta accesa. La intravedeva dalla porta a vetri della sua stanza da letto che si affacciava sul lato del corridoio che andava verso la porta d’ingresso. In quel piccolo paese in cui la famiglia si era trasferita da qualche mese la porta d’ingresso non era tutta di legno, come lui era abituato a vedere, ma nella parte superiore aveva un lungo rettangolo di vetro che lasciava filtrare la luce che illuminava le scale del palazzotto in cui era andato ad abitare. Era una luce fioca, arancione, spesso tremolante. La notte era però una compagnia discreta ma rassicurante per Libero. Fino alle dieci. Poi anche lei era ingoiata dal buio profondo.

All’ultimo rintocco Libero restò in attesa del fruscio discreto dei passi dell’Uomo Nero. Ma il silenzio quella notte era ancora più solido delle altre. Era un silenzio totale che gli opprimeva le orecchie. Riusciva solo a sentire il sibilo metallico dentro le sue orecchie. E gli faceva paura, più paura del solito. Alzò la testa dal cuscino cercando di afferrare il respiro di qualche suo fratello che dormiva nelle stanze vicine, o il russare graffiante del padre, oppure lo sbuffo ritmico della madre. Invece non arrivava nulla. Solo il silenzio, totale, profondo, angosciante della notte. E lui maledì suo padre che l’aveva costretto ad andare a vivere in quel piccolo paesino in cui la notte tutto sembrava morto, fermo, immobile. Anche il respiro delle persone. Girò lo sguardo verso la finestra. Vide uno strano chiarore illuminare il muro del palazzo di fronte. Non arrivava il rumore di nessun motore e sembravano fari di una macchina o di una moto. Era una luce lenta, oscillante e flebile. Poi sentì un fruscio. Di scatto guardò verso la porta della stanza cercando l’ombra dell’Uomo Nero. La porta non si aprì e il fruscio non veniva da là dietro. Cercò di calmarsi e gli parve che il rumore provenisse dalla strada. La luce continuava ad avanzare e illuminava pezzi più ampi del palazzo. Oscillava avanti e indietro, come una barca scossa dalle onde del mare. Il fruscio si fece più nitido e lui afferrò il rumore strascinato del passo di qualcuno. Sì, proveniva dalla strada. Libero era sì terrorizzato, ma in lui c’era una spinta nuova: la voglia di capire. La sua prima reazione fu quella di infilarsi sotto le coperte, di spingersi in fondo al letto. Lì sotto si raggomitolò su sé stesso. Ma non era contento di sé. Qualcosa, nascosto da qualche parte, lo spingeva a cercare. Cos’era quella luce?

Risalì lungo le lenzuola bianche del suo piccolo letto, afferrò il bordo con le mani e lentamente spinse il viso oltre. Girò la testa verso la finestra. La luce era lì e sentì anche una voce. Non afferrava le parole di quella voce. La curiosità ebbe la meglio della paura. Spinse via le coperte e si sedette sul bordo del letto. Infilò i piedi nelle pantofole rosse e si alzò. Il freddo lo investì e gli provocò un tremore incontrollabile. Si strinse con le braccia, strofinandosi vigorosamente senza abbandonare con lo sguardo la finestra. Dalla sedia alla base del letto prese la sua felpa e la indossò velocemente in fretta perché la paura era lì, non mollava la presa sul suo cuore.

Pian piano iniziò a camminare, strascicando i piedi, verso la finestra. La luce continuava a muoversi piano, quasi con una sottile delicatezza; la luce risaliva lungo il muro giallo del palazzo. Raggiunse il vetro e buttò lo sguardo verso la strada. Un uomo camminava lento, una mano alzata che reggeva un lume. Dietro le piccole pareti di vetro e metallo del lume una fiamma gialle e rossa ardeva. L’uomo era alto e molto magro, il suo passo era spezzato da una evidente zoppia della gamba sinistra. Si appoggiava ad un lungo bastone, che a Libero parve di legno, ed il suo passo era comunque elegante. Per un attimo gli ricordò il nonno. L’uomo aveva lunghi capelli sulle spalle, ma radi sulla testa, Un passo zoppicante a sinistra accompagnato da un colpo secco del bastone, un passo dritto a destra tenendo alta la mano con il lume. Quella figura emanava un fascino avvolgente e Libero non riusciva a staccare gli occhi da quell’uomo. Che faceva per la strada? Perché aveva il lume in mano. Gli apparve come una figura di un lontano passato e che si era smarrita lungo le strade del paese. Libero aprì la finestra. Un vento gelido entrò nella stanza. Il bambino si rincattucciò nella felpa di lana spessa, e si affacciò poggiando le mani sul metallo freddo della ringhiera. L’uomo, giù nella strada, si fermò e alzò la testa girando lo sguardo intorno a sé, come se cercasse qualcosa nell’aria buia della notte. Poi ad alta voce disse: “E’ la mezzanotte del 24 dicembre! E tutto va beneeee!”. Libero per un attimo si ritrasse spaventato. Poi, lentamente, si riaffacciò. Guardò ancora l’uomo che ripeté la frase, con una voce limpida, fredda come l’aria che tagliava il viso del bambino: “E’ la mezzanotte del 24 dicembre! E tutto va beneee!!!”

Poi, all’improvviso, alzò la testa e si girò verso la finestra dove era affacciato Libero. Strinse gli occhi per osservare meglio. Vide il bambino, un sorriso comparve sulla sua faccia grigia, e gli gridò: “Buon Natale Libero! Buon Natale!”. Si girò e andò via. Un passo zoppicante a sinistra, un colpo secco del bastone; un passo dritto ed elegante a destra con la mano alzata per tenere ben alto il lume.

Libero restò, con la bocca aperta e sorridente, affacciato sino a quando il buio non ingoiò la strada e il palazzo di fronte alla sua casa.

“Buon Natale!” pensò Libero, mentre chiudeva, morto di freddo, la finestra per tornare a letto.

Libero Laera, oggi, è un uomo adulto. E’ un ispettore di polizia di quella stessa città che da piccola, nel frattempo, è diventata grande. Ogni giorno della sua vita cerca la verità e la giustizia. Non trova né l’una, né l’altra. E’ un uomo disilluso. Ma continua a cercare.

Oggi, però, non ha spazio per molti pensieri. Con gli incisivi infilati nel labbro risale le scale di un palazzotto dai muri scrostati dall’incuria, anche la sua, e dall’umido di quella maledetta città. E’ domenica, e ancora il profumo del sugo stracotto con le braciole e le polpette di carne di cavallo inonda l’aria delle scale del piccolo condominio. Inspira forte con il naso, Libero Laera, suo malgrado. E chiude gli occhi cerando di tornare indietro nel tempo. Vorrebbe aprire la porta della casa e sperare che il profumo venga da lì dentro; che il sugo sia pronto per tuffarci dentro la pasta, spolverarla con un mucchio di parmigiano e spolverarci il pepe nero.

Apre la porta di casa. Il profumo non viene da lì. Da quelle stanze, da quella casa, arriva solo un profumo di polvere, un leggero sentore di muffa e di chiuso. Accende la luce nell’ingresso. Una lampadina a incandescenza, Libero pensò “allora ce ne sono ancora in giro!”, oscillò illuminando flebilmente il corridoio di fronte a lui. Passeggiò lentamente dentro la casa, una stanza alla volta. Tutto era vuoto, i suoi passi rimbombavano sui muri. Nella stanza da letto, quella che un tempo fu dei suoi genitori, per terra erano impilati cinque o sei cartoni. Libero si avvicinò, li aprì: lenzuola, un paio di coperte marroni, due cuscini di lana ormai gialli. Libero richiuse subito i cartoni. Un colpo di tosse gli bloccò il magone che veloce risalì dal suo stomaco.

Lentamente si diresse verso la sua stanza da letto. Nel corridoio si fermò a fissare l’alone bianco dell’orologio a pendolo sul grigio sporco del muro. Chiuse gli occhi per riportare alla mente il bong di quell’orologio che da bambino aveva maledetto per anni. E che ora, invece, gli mancava tremendamente. Scosse la testa e aprì la porta a vetri della stanza. Prima di entrare girò lo sguardo verso la porta d’ingresso. Il grande vetro rettangolare sopra il legno massiccio della porta era lì. Libero sorrise al ricordo della pace che la luce della scale gli regalava la notte. Tirò un lungo sospiro ed entro nella stanza. Era vuota, come tutta la casa. La stanza gli parve molto più grande di come se la ricordava. Si guardò intorno, accarezzò con lo sguardo i muri. Poi si diresse verso la finestra, l’aprì con difficoltà perché il legno scrostato e gonfio strideva sulle scanallature. Si affacciò e guardò giù in strada. Il traffico delle macchine scorreva lento e irregolare, colpi di clacson si susseguivano, la gente camminava immersa nei propri pensieri sui marciapiedi. Alzò lo sguardo di fronte a sé. Il vecchio palazzotto era stato abbattuto. Ora c’era un alto palazzo rivestito da grandi vetri a specchio. Libero scosse ancora la testa. Alzò lo sguardo verso il cielo e all’improvviso urlò: “E’ mezzanotte del 24 dicembre! E niente va beneeee!!!” Lo urlò due volte. Nessuno udì quell’urlo.

Libero chiuse la finestra e uscì dalla casa senza girarsi. Fra due giorni sarebbe stata venduta. E del suo passato non sarebbe rimasto più nulla. Se non il suo nome: Libero.

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