Il mare contrario

La giornata è grigia. Le nuvole nel cielo sono compatte. Il vento soffia forte, quasi di burrasca, da sud. L’aria, stranamente, non è umida ma secca come se il vento provenisse comunque dal nord. Il soffio è violento, sbatte i rami degli alberi che hanno un colore scuro, quasi nero. E’ come se la terra avesse smesso di respirare, stordita dalla burrasca improvvisa. Fa caldo; è un calore che permea l’aria, ed è come se il vento sbuffasse fuori da piccoli buchi neri nell’etere.

Aggiusto l’orologio, faccio partire il gps e inizio a correre. All’inizio non riesco a trovare il passo giusto. Inizio con una falcata lunga, poi rallento, poi riduco la falcata e sento che i muscoli iniziano a rispondere. Mi assesto su un tempo di poco superiore ai sei minuti per chilometro. In fondo alla strada il profilo di due donne che portano a spasso i loro cani. Sembrano le figurine di un fumetto che si muovono a scatti se non fosse per i due cani, che mi sembrano di stazza piccola, che strattonano le due ombre. Dalla loro reazione allo strappo intuisco che sono anziane.

Intorno a me continua ad essere tutto grigio. Un po’ come lo sono i miei pensieri che non decollano, proprio come la mia corsa. Decido di zittire tutto e di concentrarmi sul respiro. Inspirare contando sino a quattro. Espirare sbuffando quattro volte in modo regolare. Il passo continua ad essere stabile. La strada è vuota, solo due donne anziane dai capelli rosso melanzana che parlottano tra di loro con un sorriso di circostanza stampato sul viso. Come guidate da un telecomando al mio arrivo staccano gli occhi l’una dall’altra e mi guardano, continuando con quel sorriso falso appiccicato sulle labbra sottili e screpolate.

Dietro la curva della strada incontro il solito uomo di mezza età con una tuta azzurra fiammante che rientra a casa dalla passeggiata. Cammina veloce, la fronte imperlata di sudore, i capelli tinti appiccicati sulla fronte che disegnano sbaffi di matita colorata sul bianco della fronte. Lo guardo, alzo la mano per un saluto veloce e vado avanti senza voltarmi. Sento che lui, invece, si è girato a guardarmi. Forse mi invidia perché corro o forse penserà anche lui a me come un tizio che, nonostante la mezza età, continua a correre e poi, la sera, si sdraierà su un vecchio divano verde martoriato dal mal di schiena.

Percorro un altro chilometro anonimo. I muri delle case sono grigio chiaro, l’asfalto è pieno di buche ed è anch’esso grigio. Costeggio il piccolo stadio. Osservo gli alti lampioni dell’illuminazione del campo di calcio spenti. Arrivo al largo parcheggio e il vento mi inonda la faccia, spalanco la bocca senza fiato e lui mi entra rapido in gola, lasciandomi senza fiato. Sento le pareti dell’esofago raschiate, come se la raffica avesse aghi e aculei che mi hanno graffiato dentro. Riesco a chiudere la bocca e ad ingoiare un po’ di saliva. In realtà non ho spalancato la bocca per il vento , ma per lo spettacolo nel cielo e intorno a me.

All’improvviso, dopo l’ultima curva che si spalanca sul piazzale del parcheggio dello stadio, si è aperta la campagna gettando via dietro le mie spalle il cemento e le ultime case della città. Il grigio è stato ingoiato dal verde. Dalle infinite tonalità del verde della primavera. Aumento il passo, corro veloce verso la stradina che si infila negli alberi. A sinistra un immenso campo di grano verde che era stato arato un mese fa. Adesso il grano è alto, fitto, rigoglioso, con le spighe giovani che si alzano dritte e sfidano il vento: non si piegano e restano orgogliosamente ferme sotto le raffiche. Al bordo del campo il contadino ha nuovamente arato e una strada piccola, gialla, si infila dentro questa piccola foresta di piante. Alla mia destra, invece, è pieno di cespugli di erba dal colore verde chiaro e luminoso, in mezzo a banchi di fiori gialli e blu. Qualche papavero dal rosso intenso si alza anch’esso dritto ma con il fiore leggermente curvato contro vento.

Sono senza fiato, per il vento che soffia dritto contro di me e la fatica aumenta passo dopo passo. Ma sono senza fiato anche per questo spettacolo gratuito che mi commuove. Oltre il rumore del vento che si infila tra l’erba e i fiori sono schiacciato da una coltre di silenzio denso. Alzo lo sguardo verso il cielo e mi fermo. Le nuvole, compatte, sono delle onde che lo solcano a strisce gonfie di spuma, una dopo l’altra, e scivolano verso l’orizzonte come un mare infinito. Resto a bocca aperta. Prendo il cellulare e le fotografo. Guardo lo schermo e vedo invece solo un cielo piatto e dritto. Guardo di nuovo verso l’altro. Sono onde, alte, maestose e in movimento. Riprendo a correre e il vento diventa un muro solido contro cui è molto faticoso aprirsi un varco per passare. E’ come se nuotassi contro la corrente, sudando e faticando e disperando di potercela fare.

Mi sento così, disperato di potercela fare. Ma contro questo mare grigio al contrario, cioè il mare che è lì, sopra di me nel cielo, e immerso nel verde intenso mi voglio perdere.

Voglio perdermi qui, in mezzo a questo nulla così pieno.

Questa voce è stata pubblicata in Pensieri, Racconti, Sottrazione. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *