Andare via.

E’ un momento che passa veloce come un flash. E’ un pensiero lucido che con la sua potenza soffia via tutta la polvere incrostata. Quella che si è accumulata negli angoli del cervello e quella che annebbia la vista e che rende la luce interiore offuscata.

Succede senza alcun avviso. Può essere causato da qualsiasi cosa. Uno sguardo, una parola, un inciampo, il rigo di un libro, un haiku.

In quel preciso momento, quello in cui il flash illumina dentro e fuori, si intuisce il peso del superfluo, la sua inutilità.

In quelle rare volte che ho la fortuna di percepire quel lampo, avverto un bisogno denso, magmatico, di pesare le parole. Avverto il bisogno di scegliere con cura i gesti, di rintracciare un filo conduttore, una linea guida. Il bisogno di ritrovarmi, di centrarmi.

Avverto anche, con una buona dose di stanchezza fisica, il bisogno di cercare la pace, di centellinare i pensieri, di sentire la calma che si spande del corpo. E in quel centesimo di secondo so che serve il silenzio. Totale e assoluto.

Sono seduto su una sediola pieghevole di legno su un terrazzo stretto e lungo. Il sole del pomeriggio mi riscalda la pelle. Le doghe sottili della sedia mi fanno male ai glutei e lungo la schiena. Non trovo una posizione comoda, mi annodo e mi sciolgo senza tregua. Allungo le gambe e poggio i piedi sul marmo grigio scuro che delimita una vasca di cemento in cui un folto cespuglio di piante grasse, dalle ampie foglie orlate di lunghe spine, copre la vista delle case basse di fronte al terrazzo. Il mio sguardo coglie, oltre quel cespuglio, solo gli alti pini dai tronchi grigi e storti che delimitano l’inizio della campagna. Quegli alberi sono stati potati in modo maldestro, lasciando alcuni rami lunghi e pieni di foglie ed altri accorciati in misura diseguale e totalmente privati del verde.

Il cielo è sgombro di nuvole ed è di un colore azzurro intenso, saturo della luce del sole che inizia il suo cammino verso il tramonto. Un leggero vento da nord rende i profili netti e nitidi. Tutto appare più luminoso. Alzo il viso verso il sole caldo. Chiudo gli occhi e le palpebre diventano una lastra rossa in cui “vedo” il pulsare nero del sangue nei capillari.

Pum. Pum. Pum. Il sangue scorre lungo il tempo scandito dal cuore. Lentamente scivolo, ed è molto faticoso, nel silenzio, che pure è assoluto intorno a me. In quel momento, esattamente in quel preciso istante, mi appare negli occhi chiusi il tuo viso e sento la tua risata. Vedo le tue gambe che si aprono alle mie labbra. Cerco di ascoltare le tue parole, di capirne il suono, il significato, ma è come se fossero risucchiate da una nebbia densa e invisibile.

Non ci sei. Non ci sei mai stata.

Sò, lo intuisco chiaramente, che devo liberarmi di te. Devo sciogliermi dalla dipendenza da te. Solo tornando un uomo libero potrò fermarmi ad inalare il profumo dei fiori che il vento del nord trasporta nel suo cammino.

La libertà è dentro il silenzio.

Stranamente, e tuo malgrado, me la stai offrendo.

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