Le bolle

Le parole escono da un corpo e vanno alla ricerca di un altro corpo in cui immergersi. Le parole sono delle bolle piene di sostanza densa e nutriente. Quando entrano in un altro corpo si pigiano, si infilano nelle fessure, premono, si modellano senza schiacciarsi e quando hanno trovato un cantuccio comodo e accogliente scoppiano. La sostanza densa e nutriente si spande, si mescola alle cellule e irradiano la loro forza ovunque sia possibile arrivare. Le parole hanno bisogno di un altro corpo.

Quando le parole vagano e non riescono a raggiungere nessun altro corpo, o quando lo trovano ma non ci sono fessure in cui intrufolarsi o se ci sono ma una porta ne impedisce l’accesso, la loro cera esterna inizia a seccarsi. Alcune piccole crepe si formano, si arricciano lentamente, poi si slabbrano e infine spaccano la cera delle piccole, anche se molte sono grandi di dimensioni, bolle. E il liquido denso fuoriesce, sgocciola per terra, la bolla si smarrisce e precipita sul cemento o sulla terra seccata dal sole. Non raggiungeranno un altro corpo, non si mescoleranno con altre cellule. Moriranno. Il loro viaggio potrà breve o anche lungo ma sarà comunque vano, inutile.

Le parole escono dal mio corpo. Il liquido denso è il mio. Mi è costato sforzo farle uscire dalla bocca. Le vedo volare nell’aria, vedo come si orientano, in modo un po’ disunito all’inizio ma poi trovano con coraggio la strada. Vedo il corpo verso cui si indirizzano. L’ho scelto io oppure l’ho incontrato per caso. Qualche volta sono un po’ birichine e si dirigono verso altre orecchie, diverse da quelle a cui volevo giungessero. Mi chiedo spesso se dipenda dal caso, non so: un colpo di vento, oppure perché una volta uscite dalle mie labbra acquistano una loro dimensione autonoma, insomma decidano per fatti loro dove andare e chi raggiungere.

Spesso le vedo sbattere contro un corpo. Le vedo respinte o semplicemente rimbalzare non accolte. Volano indietro, sbandando, poi è come se si scrollassero di dosso la paura e prendessero di nuovo la rincorsa. E le osservo, con le sopracciglia sollevato e un vago sguardo preoccupato, sbattere di nuovo, ancora respinte. Loro provano e riprovano, inutilmente. Le vedo sempre più deboli, stanche, deluse. Per poi morire disidratate.

Alcune volte sono accolte, si infilano nell’altro corpo. Ed io aspetto di vedere l’effetto del liquido denso che viene assunto e metabolizzato. Ed invece non succede nulla. L’altro corpo resta inerte, uguale a sé stesso. Per poi essere sputate, impietosamente, dalla bocca dell’altro corpo. Piombano a terra e scoppiano. Il liquido si spande sulla terra, o sul cemento, per poi sciogliersi e diventare vapore sotto il caldo del sole giallo.

Sgomento fisso il volto dell’altro corpo. A sua volta mi osserva con un sorriso beffardo o con un ghigno dalle labbra sottili e amare.

Le parole senza un altro corpo con cui fondersi non hanno senso. E’ un peccato vederle morire così, senza poter fare nulla per salvarle. Perché il liquido denso che contengono è il mio, mi è costato fatica e sofferenza.

Ho deciso che non sopporto più questa sofferenza. Ho deciso che non voglio che escano dalla mia bocca. Ho deciso che non voglio più soffrire.

C’è un solo modo.

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