Il sentiero e il bastone

Il passo è lento lungo il sentiero. Le suole delle scarpe scricchiolano sui sassi, un passo dietro l’altro. Intorno l’aria è grigia, nel cielo le nuvole si sommano e si mescolano in un manto denso. Intorno è silenzio. Totale, assoluto. E’ interrotto solo dal passo dell’uomo e dal suo respiro che inizia ad essere pesante.

Si ferma, l’uomo. Alza lo sguardo dal sentiero e si guarda intorno. Gli alberi sono fitti, alti e dal verde scuro. Alla sua destra si apre la valle, segnata a metà dal lago piccolo e fermo. Aggrotta la fronte e socchiude gli occhi: la superficie dello specchio d’acqua è immobile, un foglio di carta verde chiaro steso sul prato lungo e sottile che divide le due montagne.

Alla sua sinistra si erge la salita che solca il bosco e la montagna. Si lascia scivolare lo zaino dalle spalle e si tocca la schiena dolorante per la fatica del salire. Si siede su un tronco di un cembro tagliato. Apre lo zaino, prende la bottiglia di acqua e beve. Si pulisce la bocca con il dorso della mano mentre continua a guardarsi intorno. L’erba è alta sotto gli alberi, ma resta sorpreso dalla quantità impressionante di piante dalle foglie così diverse tra loro: lunghe e sottili, corte ed ampie, tondeggianti, zigrinate sui contorni, lisce oppure vellutate, fiori lillà, bianchi, gialli, rossi. Le farfalle volano a scatti andando da un fiore all’altro. Una, dalle ali nere con un punto rosso sull’estremità si poggia sul suo braccio. Sorride, l’uomo, e resta immobile per evitare che si spaventi.

Non può fermarsi a lungo, deve riprendere il cammino. Si alza, tira sù lo zaino e lo sistema con un mugolio sulle spalle. Afferra il lungo bastone di legno. Lo guarda, l’uomo, quel bastone. Lo ha lavorato lui, una delle prime cose che ha imparato a fare una volta arrivato fra le montagne. Ha acquistato un piccolo coltellino dal manico di legno e dalla lama richiudibile. Ha trovato quel ramo nodoso accanto ad una roccia. L’ha afferrato con delicatezza, l’ha soppesato e ne ha intuito l’utilità. Si fermò accanto ad un torrente, tolse le scarpe, infilò i piedi nell’acqua gelata e iniziò a lavorarlo. Con delicatezza, quasi con il timore di fargli male, di poterlo rovinare. Scorticò la pellicola bagnata dal legno, tirò via la muffa di un colore verde scuro, lo grattò in modo uniforme usando il lato non tagliente della piccola lama del coltellino. Poi disegno a mano sul manico, che lavorò per giorni lasciando la corteccia grigio scuro per rendere più comoda l’impugnatura, un piccolo marchio: una semplice “e” circondata da un cerchio che gli riuscì perfetto. Da quel giorno il bastone è stato un compagno inseparabile del suo cammino.

Prima di ricominciare a marciare, inspira a fondo e trattiene il fiato nei polmoni chiudendo gli occhi. Si lascia andare al silenzio, immobile sul sentiero. Resta così per un po’. E finalmente lo sente. Avverte, prima in modo confuso ma poi sempre più chiaramente, un sibilo leggero che si amplia e poi si chiude. Avverte un respiro, quello della montagna. Si china piano e avvicina la mano alla terra. Ne percepisce, e mai c’era riuscito ad avvertirlo in modo così chiaro, il calore che emana. Percepisce la vita sotto le rocce, il pulsare rapido delle piante. Lontano, da qualche parte nel bosco, gli uccelli riprendono a cinguettare e gli scoiattoli a correre sui rami degli alberi. La vita riprende. Nonostante lui. Nonostante la sua presenza, il suo turbare l’equilibrio.

L’uomo riapre gli occhi, espira rumorosamente e riprende il suo cammino.

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