L’inizio e la fine di una storia.

Il cicalino della sveglia suona. Un trillo leggero ma che, determinato, diventa rapidamente un trapano che penetra nella testa di Mario. Socchiude gli occhi, si lecca le labbra secche. Intorno è buio. Pensa per un attimo di aver sbagliato a predisporla la sera prima. E perché suona in questo modo strano? Cerca con le mani il suo vecchio apparecchio rettangolare, un tempo era bianco ma con il tempo è diventato giallino, con con i grandi numeri arancioni. Sposta le mani ma non lo trova. Eppure è grande. Sbuffa e si decide ad aprire gli occhi. E’ buio, le luci della sveglia non ci sono. Che fine ha fatto? Cosa sta suonando. pensa mentre il suono diventa insopportabile. D’istinto guarda verso l’altro lato del letto, ma è buio anche lì. Infine, alla sua destra, intravede, di taglio, una piccola luce azzurra. Finalmente capisce che è l’iphone che sta suonando. Non è a casa!

Spalanca gli occhi, afferra il cellulare e cerca il tasto per silenziarlo perché il suono è una lacerazione del suo timpano. Lo preme. E finalmente cala il silenzio.

Per un attimo è in pace. Quel momento in cui, pur con risveglio così brusco, ancora non si è consapevoli della realtà, di quello che c’è intorno. Di quello che c’è dentro la testa. I pensieri si stiracchiano lentamente e questo è un bene. Ma quell’attimo dura, appunto, solo un attimo.

Poi Mario ricorda. E il gelo cala su lui perché tutto gli ritorna lucidamente alla mente. E si rende conto di quello che ha fatto. Si rende conto che è finita. Finalmente, o purtroppo, comunque sia, è finita.

Si siede lentamente sulla sponda del letto. Appoggia le mani sulle lenzuola bianche, la testa bassa. Accende la luce sul comodino di legno scuro. La stanza dell’albergo si illumina di una vaga penombra che lo angoscia ancor di più. Le tende spesse sono accostate, al centro filtra una striscia sottile di luce. Il sole sta sorgendo e intuisce il color albicocca del cielo all’orizzonte. Si strofina con le mani il viso, gira la testa e vede sul lenzuolo, sul lato sinistro del letto, una piccola macchia. Stende la mano e la sfiora. La accarezza lentamente con la punta delle dita. Appoggia tutto il palmo della mano e sente, realtà o immaginazione non lo sa, la forma del corpo di lei sul materasso. C’é un avvallamento e lui pensa al suo corpo sdraiato lì sopra mentre facevamo l’amore. Oppure quella macchia lei l’ha lasciata mentre lui la baciava tra le gambe? Perché lei gode così, con forza, con intensità, chiudendo gli occhi, inarcando la schiena e mugolando il suo piacere. Con dolcezza, sottovoce, quasi con il timore di lasciarsi andare tra le sue mani e le sue labbra. Perché lei è così. Lei non si sarebbe mai sottomessa a lui o a nessun altro uomo. E lui, ora lo realizza con una limpidezza disarmante, l’ha persa. Per sempre. E l’ha deciso lui.

Si alza, apre le tende con un gesto secco. La grande vetrata si spalanca sulla valle ai piedi della collina. Il cielo è limpido, ancora velato di un tono di grigio. Un raggio di sole si specchia sul laghetto poco distante. Poi nota un movimento veloce e vede sull’erba scura un piccolo scoiattolo. E’ di fronte a lui, ora seduto sulle zampette posteriori mentre con le anteriore mantiene una piccola pigna chiusa, le orecchie dritte, i grandi occhi spalancati. E’ immobile e sembra lo stia osservando con la stessa curiosità con cui lo guarda l’uomo. All’improvviso lascia cadere la piccola pigna, che dopo un paio di saltelli si ferma sull’erba. Un attimo e lo scoiattolo zampetta veloce verso il tronco dell’albero più vicino. In un baleno si arrampica sulla corteccia e si nasconde tra i rami e le foglie. Mario rimane solo. Mentre il sole inizia lentamente ad alzarsi nel cielo.

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