La pioggia di ottobre

L’uomo camminava nella strada deserta. Le luci arancioni dei lampioni disegnavano ombre inquietanti nel buio della sera. Il cielo era una lavagna di ardesia nera su cui scivolavano veloci nubi bianche gonfie di vento e di acqua. Un vento leggero soffiava dal nord, anch’esso gonfio di promesse e di ricordi. Lui le sentiva nell’aria, gli sfioravano il viso insieme alle sottili gocce di acqua che dal cielo rimbalzano sulle foglie degli alberi che costeggiavano la strada grigia.

Tracce di pensiero spuntavano nel suo silenzio interiore. Erano come le gocce di pioggia, sottili, delicate e rare. Macchiavano con strisce lunghe le lenti dei suoi occhiali. Gli impedivano di vedere con chiarezza quello che aveva davanti e intorno a sé. Questa strana coincidenza lo fece sorridere.

Il suo passo era veloce, solcava le mattonelle sbrecciate del marciapiede. Ogni passo gli ricordava un giorno del suo passato. Facce sorridenti, lunghi capelli che gli accarezzavano il viso, le sue dita tremanti che sfioravano un seno, un abbraccio rubato in un ascensore nel tremolio di un neon rotto, il digrigno dei denti di suo padre morente, i capelli rossi di un suo amico svanito nella nebbia della malattia, le passeggiate nelle strade buie di Siena insieme a Giorgio oltre trent’anni prima. Giorgio, napoletano e felice di aver trovato un posto di lavoro così poteva finalmente sposarsi e lasciare il distributore di benzina del padre. Non resse alla gioia, non seppe gestire quel cambiamento così improvviso. Entrò in crisi e un mattino, solo e senza risposte alle sue domande, si impiccò vicino al letto matrimoniale in cui, finalmente, avrebbe potuto fare l’amore con la sua ragazza.

Tracce di pensiero. Infilate nelle maglie di un paio di collant. Vedeva le forme perfette di un corpo sotto il tessuto chiaro e nudo di cui seguiva le linee parallele e lucide. Non riusciva a risalire lungo quel corpo. Non ne vedeva la schiena nuda, il collo, i capelli. All’improvviso vide, però, un viso girarsi verso di lui. Vide la linea delicata e perfetta del naso. Vide gli occhi e lo sguardo limpido, senza tracce di secondi fini, senza infingimenti. Troppo tempo era passato da quello sguardo, da quel viso che ormai era deformato, ingrigito, intristito, la linea delle labbra stirate in una linea di sofferenza.

Tracce di pensiero che si affannavano nella sua testa. Lo confondevano. L’acqua dal cielo scese più intensa, le linee sugli occhiali diventarono cerchi perfetti. Il mondo intorno a sé era nascosto dietro bolle trasparenti e deformanti che gli impedivano di andare avanti. Tolse gli occhiali e tutto divenne sfocato, nascosto dietro una sottile nebbia gelida che tutto svolgeva. Non sapeva più dove stesse andando. Era al buio.

E a quel punto scoppiò a ridere. Ma sì. Finalmente non vedeva più niente e poteva camminare a caso, abbandonandosi a quel sottile gioco per cui il fato decideva la strada. Il fato era il suo naso, l’inseguire un odore, oppure il suo gusto lasciandosi andare ad un colore oppure senza alcuna ragione razionale. Seguire il vento, la direzione della pioggia, il fumo nel cielo, l’intermittenza di una lampada, il verde di un semaforo, il passo di un paio di gambe. Ma sì. Perché no?

E pensò a quel ragazzo africano che aveva incontrato la mattina, lungo una strada affollata di macchine. Lui era in coda, dentro la sua vettura. Il ragazzo veniva incontro. Correva con un passo morbido, elegante. Sull’altro marciapiede un altro uomo, bianco, correva. Il ragazzo bianco era vestito con una tuta tecnica, una maglia gialla, la fascia nera tra i radi capelli, un paio di scarpe da running. Il ragazzo africano correva con una maglietta a maniche corte inzuppata di sudore, un paio di bermuda lunghi al ginocchio e larghi. L’uomo alzò lo sguardo per osservare le scarpe. Il ragazzo di colore indossava un paio di ciabatte logore, quasi senza suola. L’uomo bianco a sinistra correva sudato, lo sguardo sbarrato e un ghigno di sofferenza sulle labbra. Il ragazzo africano correva leggero e un sorriso divertito, libero, disegnato sul volto. Dedicò solo un attimo per osservare l’uomo bianco sull’altro marciapiede. Sul suo volto non accadde nulla, non un cenno, non uno sguardo di invidia, né di scherno. No, lui correva per sé, per divertirsi. Era evidente in quello sguardo allegro. Passò oltre e lasciò un buco di insoddisfazione nello stomaco dell’uomo, che passò oltre nella sua vettura.

Pensò a quel ragazzo. E iniziò a correre sotto la pioggia. Non per timore di bagnarsi. Se ne rese conto subito. No. Iniziò a correre perché voleva sentire la pioggia venirgli incontro, bagnare il suo viso, la testa. Sentire la punta acuminata dell’acqua segnargli la pelle, aprire la bocca e sentirla sulla lingua. Sentirne la morbidezza, come quella della lingua della donna amata. Che non c’era più.

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