La forma del buio

Sera. Interno casa. Davide era seduto alla scrivania. La casa era al buio. Dalla finestra alle sue spalle filtravano le luci arancioni della strada. Era stravaccato sulla sua vecchia sedia di legno. La faceva oscillare spingendola all’indietro, lentamente. Con la mano si arricciava la barba e pensava che fosse troppo lunga. Cercava di sciogliere i piccoli nodi dei lunghi peli brizzolati, senza riuscirci. Guardava di fronte a sé, verso il muro in fondo alla stanza. Riusciva ad intuire nel buio solo la cornice del quadro appeso perché i riflessi provenienti dalla finestra disegnavano sottili e lunghe strisce arancioni sul legno dorato. Il muro era nero, come il suo umore.

Con l’altra mano manteneva la cornetta del telefono appoggiata all’orecchio.

Non parlava. Ascoltava la voce di Giulia che gli raccontava la sua giornata, con un tono leggermente stridulo. Non lo sopportava quel tono di voce, così maschile, così duro. Gli sembrava un’altra persona. Qualcuno che non conosceva. Una sensazione acuta che gli provocava un bruciore nello stomaco e un vago senso di allarme.

Si voltò verso la finestra. Il vento soffiava impetuoso. Le onde d’aria sbattevano contro il vetro facendolo vibrare. La tapparella, anche se alzata, tremava con colpi secchi seguendo un ritmo che Davide ascoltava concentrato e con un denso senso di pace. Si rilassò e chiuse gli occhi, allontanandosi dalla voce di Giulia.

Seguì i suoi pensieri mentre le parole della donna si smarrivano nelle sue orecchie, perdevano di identità, si sbriciolavano nell’aria e lui non ne percepiva più la struttura, la densità.

“Perché non vuoi passare una notte con me?” le chiese all’improvviso, con la voce arrocchita e profonda di chi non parla da tempo.

Dall’altra parte della cornetta seguì il silenzio.

“Dai. Rispondi. E’ importante. Dimmi la verità, non aver paura di ferirmi.”

Lui stesso non capiva da dove gli fosse spuntata quella domanda. Che covava da tempo. Se ne rese contyo in quel momento. E voleva una risposta.

Il silenzio di Giulia fu rotto solo dal suo respiro, all’improvviso diventato pesante. Davide ne percepiva la difficoltà, e di sottofondo una sofferenza intensa. Intuiva i pensieri fermi nella bocca di lei, le parole immobili, anche se inquiete, alla soglia dei denti pronti ad aprirsi per lasciarle passare. Come se avessero paura di essere masticate e distrutte.

Davide si fermò. Decise di non parlare più. Le lasciò la scelta perché amava la sua libertà. Era una casamatta che non desiderava attaccare anche se ne intuiva le debolezze.

Non l’attaccò perché vedeva quelle crepe che lui voleva fortificare. Senza fretta. Senza paura.

Ancora silenzio.

Giulia sospirò. Seguì un colpo di tosse.

“Perché ho paura che, dopo, possa essere spinta a fare delle scelte definitive”.

Davide ascoltò. Ingoiò quelle parole. “In che senso?”

“E’ un limite che mi sono imposta. E’ una via di fuga”.

“Da cosa?”

“Da chi, semmai…”

“Da me?”

“Sì. Da te.”

“Perché?” La voce di Davide vibrò, il suo perimetro scheggiato.

“Perché se mi dovessi accoccolare vicino a te e scoprissi che nel tuo corpo c’è un posto per me, solo per me… Se dovessi scoprire che quella forma è la mia…”

Davide ascoltò in silenzio. Ora toccò a lei ascoltare il suo respiro. Lo sentì veloce.

Poi non resistette.

“Che succederebbe? Giulia?”

Però sorrise al pensiero di lei addormentata, ancorata al suo corpo nel buio della notte, e lui ad ascoltare il suo respiro quieto nel silenzio nero di una stanza da letto.

“Non vorrei lasciarti mai più. Non ci riuscirei.”

“E quindi?”

“Il limite sarebbe valicato!”

“E quindi?” ripeté Davide, alzando di un tono la voce. La sentì, nel silenzio ovattato della cornetta del telefono, spazientita. Pensò, dubbioso, che stesse attaccando la casamatta.

Lui sospirò ancora.

“Pensa…” le disse ancora “potremmo finalmente fare l’amore scegliendo noi il tempo!”

Giulia respirava lentamente ma Davide ne percepiva l’ansia, il leggero tremore nell’espirare il fiato.

Lui chiuse gli occhi. Pensò alla casamatta di Giulia, alle sue crepe così evidenti ai suoi occhi. Doveva spaccare quelle mura oppure aiutarla a chiudere i varchi? Aspettò, ancora in silenzio.

Il silenzio era parte solida del loro rapporto. Le lunghe pause nelle chiacchierate, le strade percorse per chilometri senza dire una parola tenendosi per mano. Lui spesso, seduto su una panchina di legno screpolato dal sole, le accarezzava le rughe sulle mani, sfiorava le sue unghie dipinte in modo bizzarro, le premeva i piccoli nei. Senza proferire una sola parola. Si intendevano nel silenzio, anche senza sfiorarsi gli occhi con uno sguardo.

Davide riaprì gli occhi e girò la testa verso la finestra. Nel cielo buio guardò le nuvole chiare solcare il cielo velocemente, le cime dei pini marittimi ondeggiare sotto il soffiare violento del vento.

“I limiti sono fatti per essere stracciati. Scoprire che dopo, forse, non è come pensavamo fosse. E potrebbe essere deludente. Meglio saperlo oppure no?”

La immaginò aggrottare la fronte. Le vide le rughe comparire e la sua mano accarezzarla per spianarle.

“Non credo…” disse Giulia, con la voce bassa e roca “…che sarebbe deludente.”

“Nemmeno io.” le rispose con un sorriso.

Si salutarono così.

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