Verso l’infinito

La strada si stringe tra una fila di ville antiche, l’intonaco chiaro è corroso dal tempo e dall’umido, e un muro alto di un verde ormai scrostato. Il muro è un reticolo di amori e di promesse scritti negli anni. Chissà quanti sono stati mantenuti. La strada mi porta verso casa.

Ho camminato a lungo per le strade del quartiere aspettando il tramonto. Ho percorso marciapiedi sbreccati, scavalcato stronzi solidi e liquidi scaricati da sfinteri di cani di vari tipi e taglie. Ogni volta che ne ho schivato uno ho desiderato farlo ingoiare ai loro padroni. Persone annoiate che camminavano al loro fianco fumando una sigaretta o chiacchierando con qualcun altro sull’altro marciapiede oppure parlando ad alta voce nel loro cellulare, o che ne consultavano compulsivamente lo schermo. Ho saltellato tra strada e battistrada come un adolescente.

La mia testa era bassa, fissa sul cemento grigio crepato che faceva da perno alla gomma delle scarpe.

Ho occupato il tempo, che lentamente scorreva, inventando acquisti. Sono entrato nella farmacia all’angolo di via Duca degli Abbruzzi. Lampi di luce bianca, led infilati nel controsoffitto anch’esso bianco, che laceravano con violenza la penombra della strada. Ho socchiuso gli occhi non appena ho superato la porta scorrevole, ho guardato con scetticismo la pedana del peso che al mio passaggio mi ha invitato a misurare il mio peso corporeo, come se lo avessi un peso corporeo. Ho acquistato un paio di scatole di medicinali, ho salutato la ragazza dai capelli ricci, ho accarezzato la testa del cane di una tizia che, appoggiata con i gomiti sul bancone, chiacchierava sorridente con il farmacista. Il cane aveva un lungo pelo bianco, digrignava i denti per poi tuffarsi sui lacci delle mie scarpe e giocarci.

Ho ripreso la strada, sono passato davanti alla vecchia scuola elementare chiusa da due anni perchè pericolante. Ho attraversato un paio di piccole strade buie per infilarmi nel piccolo e vecchio panificio, inalando avidamente il profumo morbido del lievito. Ho osservato le pareti e gli scaffali di legno scuro. Ho atteso il panettiere, un anziano uomo basso e dalle braccia larghe. Alle pareti erano attaccate vecchie fotografie in cui lui, con pantaloncini e cappellino bianco, correva sotto le antiche mura di Roma. Ho preso la busta che mi ha porto, ho pagato con le monetine e sono andato via, ritornando sui marciapiedi rotti del mio quartiere.

Ho alzato lo sguardo verso il cielo. L’azzurro si avviava lentamente a scurirsi.

Sono tornato sui miei passi, sono passato nuovamente davanti al panificio. Ho osservato la giovane signora dai lunghi capelli biondi che aspettava il vecchio panettiere. Mi sono fermato anche io, restando fuori dalla porta di vetro del panificio. Ho atteso che il panettiere dalle braccia larghe si affacciasse dietro il bancone, al di là del quale si intravedeva a fatica, e ho ripreso il cammino.

Arrivato alla banca ho estratto dal portafoglio la tessera bancomat, l’ho inserita nello scannello: si è aperta la porta di vetro a scorrimento e sono entrato. Altre luci bianche, strisce di led glaciali subito sopra i due sportelli bancomat. Ho compiuto le operazioni preliminari, tamburellando con le dita sul metallo cromato della macchina. Ho atteso il lungo tempo necessario per completare le operazioni, ho ritirato la tessera e poi, finalmente, i soldi.

La porta di vetri si è aperta da sola e con un sospiro di sollievo, sono uscito sulla strada.

Ho camminato ancora a lungo. Ho sollevato lo sguardo dal grigio del cemento. Ho osservato i giardini delle case ai lati della strada. Ho notato come ormai la terra fosse sostituita da mattonelle di cemento quadrate, come le piante fossero state sradicate per lasciare spazio a piccoli vasi riempiti con piante grasse; perché non comportano alcuna fatica. Sono piante che non seguono le stagioni, non muoiono mai a meno che non sia proprio delle capre, non vanno potate, fioriscono per conto loro sbocciando piccoli fiorellini inodori, non hanno bisogno di acqua con regolarità. Basta attendere la pioggia. Così si smarrisce la sapienza del tempo che passa e della cura verso la terra, la conoscenza delle regole minime, il nome delle piante, degli alberi, dei loro fiori, dei loro frutti. Si smarrisce la memoria. Scuoto la testa e vado oltre.

Entro, per rincuorarmi, dall’ortolano. Acquisto la lattuga e un cespo di radicchio. Chiedo se hanno della rucola, sapendo che ormai non è più stagione. E la donna, giovane dai capelli ben pettinati e le sopracciglia disegnate con una striscia di matita, mi risponde che sarebbe assurdo che un ortolano non avesse la rucola. La guardo e le dico: ma non è più stagione. Un tizio alto e corpulento al suo fianco mi risponde: la rucola c’è tutto l’anno. Scuoto la testa. La rucola tutto l’anno? Mi verrebbe voglia di gridare: imbecille! Quella delle serre c’è tutta l’anno, non quella selvatica dei campi! Non quella che cresce nella terra che è solo a due chilometri dal tuo negozio. Pago e me ne vado.

Torno sulla strada. Cammino distratto scuotendo a ritmo le buste di plastica bianca che ho nelle mani. Un ritmo lento, come il mio passo scontento. Mi dirigo verso il porto. Percorro tutta via XV Novembre, poi svolto verso destra e scendo dalla breve discesa che costeggia l’altra scuola elementare, quella dei ricchi che funziona, illuminata dall’arancione degli alti lampioni.

Imbocco la strada che passa sotto il ponte di via XV Novembre e si tuffa, stringendosi lentamente, tra le mura costruite dai fascisti negli anni trenta. Le pietre sono marrone chiaro e riverberano la luce dei radi lampioni. Scendo lungo la discesa lentamente e arrivo alla piazza del Villaggio Pescatori.

Intorno alle lunghe tavole di legno artigianali sono assembrati diversi pescatori che, con movimenti veloci, sciolgono i nodi delle reti da pesca e le preparano per le uscite notturne dei pescherecci. Mi fermo qualche minuto ad osservare la sicurezza dei loro movimenti, le mani larghe e nodose, il ritmo rapido di un lavoro che per loro è routine quotidiana.

Poi lascio tutto alle mie spalle e arrivo, finalmente, al momento che ho atteso.

Mi fermo sulla banchina bianca del lungomare. Pianto i piedi sul bordo dell’ultima pietra, subito sopra l’acqua scura. Una famiglia di anatre scivola silenziosa sotto di me. Padre, madre e anatroccoli. Scodinzolano silenziosi sull’acqua, una breve berciata della mamma e si infilano in un buco dentro la pietra della banchina.

Osservo l’acqua calma mentre le ultime barche, al centro del porto, rientrano. Le scie lasciate dai loro scafi sollevano onde basse che si gonfiano e si spostano lentamente verso la banchina. Le barche ormeggiate alla banchina ondeggiano al movimento dell’acqua. Ascolto il rumore metallico e sincopato del loro beccheggio, lo scricchiolio delle gomene che si tirano e poi si rilassano con il movimento degli scafi.

Alzo il viso e osservo il cielo sopra le luci delle colonne terminali della Via Appia.

Il colore è di un azzurro scuro che tende al blu. Le nuvole bianche sono ai bordi del cielo subito sopra l’orizzonte colorato, sono i banchi di nebbia che iniziano a scivolare dal mare verso la terra. La luna è alta in cielo, un striscia lunga e sottile. Ne ammiro gli occhi, la bocca e il naso gentile. Sorrido, come se riconoscessi in lei il viso che amavo da bambino. In fondo all’orizzonte il sole è ormai scomparso. Ma il cielo trattiene ancora per qualche minuto i colori albicocca e prugna che salutano e lasciano lo spazio al nero della notte.

Lo spettacolo è andato in scena, anche stasera. L’ho voluto cercare, l’ho aspettato, l’ho ammirato. Mi ha pacificato. Ora posso tornare.

Verso l’infinito.

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