Il sentiero inesplorato

Ho deciso di riprendere a scrivere un racconto lungo che avevo abbandonato più di un anno fa. L’avevo lasciato da qualche parte sul mio MacBook, come un amico con cui ero arrabbiato. E lo ero per una serie di ragioni. Da diverse settimane ci rimuginavo sù perché è da tempo che mi è chiaro come continuarlo ma, da pigro quale sono, non riuscivo a rimetterci le mani. Stasera ho deciso di ricominciare partendo da un obiettivo minimo: scrivere una pagina al giorno. Con questo spirito minimalista, ho riaperto il file e ho ricominciato a scrivere. Ed è stato come non aver mai smesso. Ho scritto per un’ora e mezza e quello che leggerete più avanti è il frutto di questo lavoro. Lo pubblico per condividerlo con quelle poche persone che mi leggono e vi chiedo di commentarlo. Ovviamente mancano, a chi legge questo stralcio, molti collegamenti. Ma penso che in buona parte regga anche così come racconto. Vi chiedo di esprimere un vostro parere. Con schiettezza perché non mi offendo. Sono troppo vecchio per prendermela e sono consapevole che tutto posso essere tranne che uno scrittore. Semplicemente ditemi quel che pensate. Mi serve per andare avanti. Grazie!

 

IL SENTIERO INESPLORATO

Alberto si lasciò andare al mattino che si apriva sul lago. Respirò con calma, cercò di gestire il respiro. Ma la rabbia era tanta, uno strappo violento al centro dello sterno. Non riusciva a capire il senso di quello che gli stava accadendo, sia dentro di sé che nella vita, in quel posto sperduto così lontano dal suo mondo. Sì, lui sapeva bene chi aveva deciso di abbandonare quel mondo. Conosceva il perché: gli stava stretto. Perché gli aveva tolto l’aria, violato l’anima. E ora era lì, in quel paradiso che il caso, e la fortuna, gli avevano messo davanti. Ma, ancora una volta, una donna gli si era parata davanti.

Una donna di cui non capiva nulla, non sapeva da dove prendere, non ne capiva i pensieri, gli istinti. Diventava matto. Qualche volta, molto raramente, la sentiva vicina. Intuiva di essere ad un passo dalla sua intimità, un passo a sfiorarne il cuore, il suo centro. Altre volte, sempre più spesso, gli sfuggiva tra le mani come la sabbia minuscola del suo mare. Non comprendeva il perché di certe sue ruvidezze, il perché del suo essere così chiusa, scostante. Aveva l’impressione di avere a che fare con una roccia aguzza in un mare in tempesta. E lui era tra le onde, sotto l’impatto di una corrente violenta che lo mandava a sbattere su quella roccia. E lui sentiva solo il dolore, intenso, duro, violento.

Era sempre nella stessa situazione. Non cambiava mai. Lo sconforto lo assalì. L’acqua del lago era leggermente increspata per effetto della brezza. L’immagine riflessa delle montagne, delle nuvole e del cielo si era sminuzzata in tanti pezzi di un puzzle difficile da ricomporre. Così sentiva la sua anima, frantumata in tanti minuscoli pezzi e sentiva che diventava sempre più complicato da ricostruire. Per un attimo pensò che forse la scelta migliore da fare fosse quella di rinunciare ad una ricomposizione probabilmente inutile. Perché, alla fine, tutto si sarebbe rotto di nuovo, come sempre era stato nella sua vita. La rabbia riapparve. E decisa di non sedarla più. Era stufo.

Prese una pietra aguzza e la scagliò con violenza verso il lago. Vide il sasso disegnare un arco nel cielo e poi piombare nello specchio d’acqua, con un sbuffo di acqua che salì nel cielo per poi ricadere in mille gocce.

Si alzò, scosse dagli abiti la terra umida. Rientrò nella baita, mentre il cane si era alzato dalla sua solita posizione sdraiata e lo guardò con la punta del muso piegata verso terra. Lo guardava di sottecchi e Alberto ebbe l’impressione che quello sguardo puntato su di lui fosse di riprovazione. Pensò per un attimo: anche il cane è contro di me? Poi scosse la testa mentre faceva un gesto liquidatorio nei confronti dell’animale. Aprì la porta ed entrò. Non vide che il cane si sdraiò di nuovo sull’erba scuotendo sconsolato la testa con uno sbuffo.

Alberto decise che era arrivato il momento di fare qualcosa. Doveva riflettere, con calma ma soprattutto doveva liberarsi dalla rabbia. L’unico modo che conosceva era quello di muoversi, andare da qualche parte, scoprire una strada inesplorata. Andò nella sua stanza, nel piano superiore, prese lo zaino, ci infilò un paio di pantaloni e una felpa, un cambio di biancheria. Scese, dal tavolo afferrò il taccuino su cui aveva scritto la mattina. Lo soppesò e decise di infilarne nella tasca esterna della borsa altri due intonsi. Afferrò il giaccone, una sciarpa che avvolse intorno al collo, il cappello e un bastone di legno. Uscì dalla baita, appoggiò il palmo della mano sul legno spesso della porta e con un gesto secco la accarezzò.

Guardò il cane che alzò gli occhi neri e lo guardò, senza spostarsi di un centimetro.

Alberto era incerto sul cosa fare. Lo fissò con un’espressione seria e senza nascondere la sua inquietudine nella voce gli intimò: “Io vado via. Vuoi venire?”

Il cane restò fermo e in silenzio sdraiato sotto il grande albero, come se soppesasse quelle parole e la sua indecisione sul cosa fare. Seguire quello strano uomo oppure no?

L’istinto ebbe il sopravvento. Come al solito, alzò il muso e gli mostrò i denti con un ringhio leggero, un po’ più basso del solito.

Alberto alzò gli occhi al cielo e con un gesto spazientito lo mandò al diavolo. “Beh, fai quello che ti pare. Io vado. Ciao!”.

E si avviò verso il sentiero al lato della baita. Quello che non aveva ancora mai percorso. Decise che era il momento di sperimentare una nuova via. Ancora una volta.

Prima di avviarsi sul sentiero si girò e osservò, con una punta di tristezza e di inquietudine diversa dalla rabbia, il suo lago. La brezza era aumentata d’intensità e al centro l’acqua era increspata come un tessuto stropicciato. Il cielo era di un azzurro intenso, con sbuffi di nuvole sulle cime delle montagne. Era incerto sull’evoluzione del tempo. Puntò il sentiero, abbassò lo sguardo verso il selciato, alzò la mano verso il cane e salutò in silenzio.

L’animale alzò il muso da terra e guardò, perplesso, l’uomo che si avviava verso il bosco.

Scosse ancora la sua testa pezzata, si alzò lentamente e decise di seguirlo.

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