Il viola e la notte

La baita era una casupola di cemento con un tetto di solidi tronchi di legno. Le pareti erano color grigio topo. All’interno era spoglio, solo un grande camino di pietra sulla parete in fondo. La casa era alle pendici di due vette che si stagliavano ripide. Non mancava molto alla vetta.

Al lato della casa era stata posizionata una catasta di legna, rami tagliati in misure regolari e impilati in ordine. Alberto si chiese il senso di una simile attenzione per una casa completamente spoglia di tutto. Prese della legna e accese il fuoco nel camino che prese abbastanza rapidamente perché era pulito e libero. Notò che l’ambiente era asciutto e abbastanza caldo. Non avrebbe avuto problemi di freddo durante la notte. Non si chiese se potesse fare a tempo a rientrare verso il lago prima del buio. Ormai aveva deciso in cuor suo che desiderava restare lì, in quel posto vuoto da tutto ma nello stesso tempo accogliente come un ventre materno. Era esattamente quello che cercava per sfiatare la rabbia e lasciare che i pensieri scivolassero liberamente nella sua testa.

Si affacciò sulla porta. Appoggiata al muro c’era una panca di legno scuro. Si accasciò stanco e poggiò la schiena sul muro liscio.

Di fronte a sé aveva un panorama incredibile. Dritto di fronte al suo sguardo c’era il sentiero a strapiombo che aveva percorso poco prima. La sottile strada di pietra era al centro di un intreccio di valli e montagne dalle linee morbide, senza picchi e punte.

Intorno a sé il silenzio era come un rimbombo, l’aria risucchiata in un vuoto cosmico. Tutto pareva fermo, immobile, in attesa di qualcosa. Il passaggio veloce di uno stormo di uccelli che rientrava nel bosco lo scosse da questa sensazione. Subito dopo si alzò il vento che accompagnava il tramonto del sole. Al sopraggiungere della notte si sarebbe placato.

Nel cielo la luna si era già alzata.

All’orizzonte, verso ovest, il cielo era striato da linee sovrapposte di nuvole. In basso batuffoli di cotone grigio sporco. Sopra pennellate di bianco abbacinante. Il cielo era un intreccio di sfumature, dal viola al rosa, all’albicocca, all’indaco, all’azzurro sino al bianco trasparente. Lui rimase sconvolto dalla bellezza di quel panorama. Sentì il battito del suo cuore rallentare, il suo respiro unirsi al soffio del vento.

Restò lì, su quella panca, e accompagnò il sole fino all’ultimo saluto, fino all’ultima striatura di luce viola. Dopo, il viola scivolò lentamente verso il blu scuro e infine al nero. Il cielo iniziò ad accendersi di milioni di luci e Alberto restò senza fiato.

La volta del cielo era una mappa di miliardi di punti luminosi, ognuno di una dimensione differente dall’altra. Si sentì schiacciare dalla sua pochezza rispetto alla natura. Non aveva mai visto nulla del genere, lui abituato a qualche debole stella nel cielo violentato da milioni di luci della città. Si sentì piccolo e misero, senza forze e senza potere, in balia della natura di cui capì essere una minuscola e insignificante parte.

La luna, ormai alta nel cielo, irradiava una luce bianca, gelida. Riverberi di ghiaccio erano sui profili illuminati delle montagne di fronte al suo sguardo. Era troppo per lui, si mise le mani sul viso e singhiozzò. Perso.

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