Il ciclope e lo scoiattolo

Chiudo gli occhi, sento il fischio del vento di Grecale umido e fresco. Ascolto il rombo assordante delle onde che, muraglia d’acqua, spumeggianti si infrangono sulle rocce di pietra lavica, grigie e bitorzolute.

Il profumo del mirto, mescolato a quello acido e verde delle alghe, mi inebria i sensi.

Apro un attimo gli occhi, una linea sottile ma sufficiente per essere uno spiraglio in cui la realtà possa colare con la sua malvagità; mi assale il grigio sporco e screpolato del muro.

Richiudo gli occhi.

Sono in un altro luogo. Mi smarrisco, ma è solo un attimo.

Il silenzio è assoluto, interrotto solo dal tocco leggero e ritmico del mio bastone di legno sul pietrisco del sentiero che, lento e ondeggiante, si inerpica verso la montagna tagliando il bosco come se fosse una lama ghiacciata.

Il freddo di Tramontana è uno schiaffo sul mio viso, si infila tra le pieghe della sciarpa che avvolge il collo. Il vento è molto forte. Le raffiche sono rasoiate che strapazzano le foglie lunghe e sottili degli abeti. I tronchi lunghi ed esili ondeggiano pigramente, indifferenti alle bordate, e un sinistro suono acuto, come corde di metallo picchiettate da una mano robusta, invade il silenzio crepitante del bosco.

Cammino lento, lottando contro il vento e faticando verso la salita. Gocce di sudore gelato mi scivolano lungo la schiena. Alzo lo sguardo e il cielo blu taglia le cime degli alberi. Raggi di sole lucente si frangono tra gli alberi e ricadono come una polvere dorata sottile verso l’erba lucida del sottobosco. Lentamente le foglie gialle e rosse che formano il manto sotto gli alberi si sollevano e giocano inseguendosi.

Uno scoiattolo nero si arrampica lungo il tronco rosso di un albero. Sento il rumore grattante degli artigli che bucano la corteccia per cercare un appiglio. E’ veloce, scattante. Si ferma in un lampo. Lo vedo girare la testolina verso di me. I suoi grandi occhi neri mi guardano, incuriositi più che spaventati. E’ un lungo attimo. Ci incrociamo, ci annusiamo, ci riconosciamo. Siamo entrambi due viandanti del bosco. Rapido riprende la sua salita. E’ un attimo e non lo vedo più. Sento solo il rumore delle foglie spostate dal suo passaggio veloce.

Riapro gli occhi. E’ lì. E’ la mia scrivania sbreccata, grigia, solcata da sottili graffi e da due righe di inchiostro nero indelebile. E’ piena di carte, impolverate. Sono carte che devo dividere, catalogare, accoppiare con un colpo secco di spillatrice ad altre carte, anche loro impolverate.

L’aria è calda, umida. Il tanfo di polvere stantia è mescolato a quello dello sporco incrostato da decenni di pulizia saltuaria e superficiale. Quella pulizia che non va mai a fondo, che non scava negli angoli per ridurre, per sottrarre, per eliminare. Quella pulizia finta, che appare e che provoca accumulo di inutile.

Mi si gonfieranno le mucose delle narici e mi si irriteranno gli occhi.

Oggi va così.

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