La curva

L’Uomo spinse il pulsante e il motore si avviò. Spinse l’acceleratore con il motore in folle e ascoltò il rombo del potente motore diesel. Pensò che gli sarebbe piaciuto fare una scelta etica e sostituire quell’auto con un nuovo modello ibrido. Il pensiero di essere corresponsabile dell’inquinamento atmosferico lo irritava molto.

Scosse la testa, spinse la frizione, innestò la marcia e accelerò. Si diresse verso la costa. La giornata era mite e il clima piacevole. Il cielo era limpido e di un azzurro intenso. Abbassò la testa per osservarlo meglio. Non c’era nemmeno uno sbaffo di nuvola. Decise di abbassare il finestrino, appoggiò il gomito sullo sportello e sentì il vento fresco scivolargli sulla pelle e poi sul viso. Si guardò nello specchietto retrovisore. Lo sguardo gli cadde sulla lunga e folta barba bianca. Pensò a quanti mesi avesse impiegato a farsela crescere, a curarla, ad accudirla. Lui, così lontano dalle mode e dalle tendenze. Lui che evitava di guardarsi allo specchio la mattina perché, una volta specchiato, vedeva solo il nulla.

Riprese ad osservare il panorama. L’auto lungo la strada di cemento grigio chiaro lambiva i muri dell’aeroporto civile. Mura che all’improvviso si interrompevano per lasciare il posto ad un alto reticolato elettrificato. Lui perse il suo sguardo sui larghi prati spelacchiati e sulla lunga pista che terminava in prossimità di un enorme cartello lampeggiante che sanciva la fine della pista.

Un rapido pensiero lo portò ad immaginare un aereo che non riusciva a frenare in tempo prima della fine della pista. E chissà perché un largo sorriso gli si disegnò sul viso.

Dopo una curva stretta e un ampio cespuglio dal verde intenso si trovò di fronte la scogliera e il mare. Rallentò istintivamente per poi decidere di fermarsi sullo sterrato al lato della strada. Lasciò il motore acceso, scese dall’auto e si incamminò sul bordo della scogliera. Il vento di tramontana soffiava lento, ancora stava iniziando a caricare la sua tensione che poi si sarebbe scatenata in un vento forte, ruvido, dalle raffiche simili ad aghi gelati che avrebbe sferzato la costa e l’entroterra.

Per il momento, però, era ancora una brezza leggera e fresca che disegnava di blu il cielo e l’acqua del mare. Una spuma dal bianco intenso si intravedeva a macchie al largo. L’Uomo infilò le mani in tasca. Guardò la scogliera dal colore marrone scuro che contrastava il verde intenso degli arbusti sulla cima. Erano colori saturi, intensi. Dentro di sé pensò che erano simili ai colori della vita che sentiva dentro di sé. La vita che avrebbe desiderato vivere, quella per cui si era impegnato. Inutilmente.

Lo sguardo si distese sulla massa di acqua di fronte a sé. Si innalzò sino all’orizzonte, limpido, netto, lineare. Intravide una massa di gabbiani bianchi che galleggiavano al largo. Sorrise ancora ammirando la spregiudicatezza di quegli uccelli. Avrebbe voluto essere lì, in mezzo a loro.

Avrebbe voluto essere libero di volare, di guardare il mondo dall’alto, lasciandosi andare al vento, alla sua direzione, planando sereno verso terra. Si chiese come sarebbe apparso dall’alto. Sicuramente un piccolo punto immerso nei colori della terra, un infinitesimale essere la cui inutilità sarebbe apparsa in tutta la sua reale dimensione.

Il suo viso si rabbuiò. Pensò a Lei. Al suo sorriso, alla sua risata contagiosa, ai suoi enormi occhi allegri, alla sue mani rovinate dal tempo, al suo corpo che aveva amato intensamente.

Pensò a lei. E sentì il vento che iniziava a fischiare con maggiore intensità. Un brivido lo scosse. E lo risvegliò dai suoi pensieri.

Tornò verso l’auto, risalì. Rifletté se fosse il caso di chiudere il finestrino. Decise di lasciarlo aperto.

Sospirò. La sua espressione era seria. Inserì la marcia. Accelerò.

Lo schianto si perse nel rumore delle onde che risucchiarono la macchina. Aveva ancora nelle orecchie il suono della risata fragorosa di Lei.

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