Tic Tac

Ho smesso di scrivere. Eppure ne avrei un fottuto bisogno. Però ho smesso. Completamente. Non scrivo più nemmeno sui miei taccuini. Nulla. Nemmeno una parola. Prendo la penna solo per appuntarmi i numeri sul lavoro. Uso carta usata che riciclo con cura maniacale. La ritaglio con le forbici oppure usando un cartoncino plastificato. Sulla parte già stampata ci sono altri numeri o parole spezzate che smarriscono il loro senso. Diventano disegni, linee impazzite su un foglio dal contorno anch’esso spezzato.

Ho smesso di scrivere perché mi sono smarrito. Il mondo intorno a me è un’accozzaglia di rumori, un frastuono insopportabile. E’ una somma di singoli rumori, di parole, di gesti, che per me non hanno più senso. Non hanno un perimetro, una curva che li arrotondi in una chiusura dolce e che mi permetta di riconoscerli. No. E’ una cacofonia di suoni appuntiti che graffiano e gracchiano, stridendo come lamine di metallo che si scontrano. Un rumore acuto, che ferisce i miei timpani e che poi, una volta smesso il rumore, mi ovatta e mi fa rimbombare il respiro.

Sono tre mesi che vivo così, immerso nel rimbombo di me stesso. Mi guardo intorno e non riesco a riconoscere più nulla. Cerco facce amiche e trovo solo volti sconosciuti, con un ghigno sardonico dipinto sulle labbra. Non provo più emozioni, nemmeno desideri. Non ho fame. Non riesco a percepire i sapori. Bevo solo acqua. Non faccio più l’amore. Sono immobile. Intuisco ancora l’esistenza dei tic. Sento gli occhi sbattere fuori ritmo, i muscoli della pancia si contraggono in uno spasmo doloroso, è come se avessi una pietra appuntita nell’addome. E’ l’unico dolore che percepisco in modo nitido.

E’ un mondo che non riconosco. Guardo la foto della donna di colore che è ferma davanti a tre uomini che marciano, bianchi con i capelli rasati e le camicie bianche strette da un cravattino nero. La donna li guarda con uno sguardo fiero, anche lei con la testa rasata, e con il pugno sinistro alzato. E’ bella, senza paura. Loro hanno lo sguardo perso oltre il viso di quella donna. Vorrei sentire la voce di quella donna, credo che riuscirei a percepirla nitida, con le vocali tonde e le consonanti dolci. Invece il chiasso di quel passo cadenzato di stivali neri ai piedi di quei tre uomini bianchi è distorto, è un frastuono inutile. Perso in un tempo lontano.

Non riesco a scrivere perché non so cosa raccontare. Il racconto è per il futuro o per il presente? Se fosse per il futuro forse potrei ritrovare la forza e cercare da qualche parte per terra, o tra le buche del cemento grigio della strada, le parole smarrite. Provo a cercare allora nelle parole e nei racconti degli altri. Cerco un indizio, una traccia di futuro. Ma non trovo molto, solo qualche briciola che poi il vento si porta via. Perché il vento è furbo, sa afferrare le cose che possono essergli utili. Le afferra tra le mani delle sue raffiche, le afferra e le porta via nel suo scivolare verso il mare per poi arrivare sulle dune di un’altra costa e perdersi, infine, in qualche bosco all’interno di una valle verde e silenziosa dove poter, finalmente, ristorarsi dopo un lungo viaggio.

E’ un mondo lontano. Irriconoscibile. Il suo tempo è scandito da un rintocco disarmonico, frastagliato, che si smarrisce confuso. Perso nel nulla di piazze vuote in cui qualche individuo si specchia in un vetro con un ghigno sardonico.

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