Berlinguer e i paraculi

Avevo due passioni profonde, radicate, su cui ho studiato per anni impegnando letture, ricerche, ore di lavoro duro: la politica e la tecnologia. Una strana giornata uggiosa e noiosa ha messo insieme le due passioni e le ha stritolate, sbriciolandole su strade bagnate da una pioggia sottile e gonfia di sabbia. Si sa che la tecnologia oggi è fatta così: quando serve si rompe o si blocca; le batterie si scaricano e se si ha fretta ci vuole molto tempo per ripristinare un minimo di autonomia che consenta di fare almeno parte di quello che si vorrebbe. Oppure il computer su cui hai riversato gran parte della vita si rompe, all’improvviso. Una rotella colorata che gira di botto non lo fa più. Ho potuto guardare, finalmente, i singoli colori che nel girare si mescolavano rendendoli schizzi impazziti. Si resta qualche secondo ad ammirare la loro lucentezza, la morbidezza. Ma quando ci si rende conto che questo punto di osservazione dipende dal blocco del sistema, parte il pugno diretto verso la scocca del computer e il colpo distruggerà il disco rigido interno. Il momento in cui si percepisce il terrore arriva sempre un attimo troppo tardi. Il colpo secco è giunto a destinazione. Il computer è irrimediabilmente rotto. E con quel colpo si cancellano scritti, foto, pensieri, mail di anni. Qualcuno dirà: e il backup non lo potevi fare? L’ho fatto, tranquilli. Ma l’affetto che si prova verso quella tastiera consumata, il trackpad ormai traslucido per l’uso, le piccole briciole di pane che si intravedono nelle fessure dei tasti non me li restituirà nessuno.

Incazzato sono uscito per fare una passeggiata nel centro della mia città. Il cielo è grigio, tende al color grafite perché il sole sta tramontando, da qualche parte dietro le nuvole gonfie. Sembrano onde di ovatta sporca di una caligine compatta. L’aria si è fermata dopo una tempesta di vento. Sulle strade si sono formate pozzanghere nere stranamente circondate da cemento perfettamente asciutto e screziato solo da qualche striscia di acqua che sta lentamente evaporando. Da lontano noto un gruppo di persone accalcate davanti ad un locale vuoto da mesi. La porta però è aperta. Passando vicino alle vetrate vedo che ora sono coperte da un grande manifesto elettorale, dai colori blu e grigi. Capisco osservando quei colori che è un candidato di destra, o di qualche formazione di centro. Perché in questa città fra poco ci saranno le elezioni comunali. Un altro sindaco, l’ennesimo, è stato arrestato per aver preso tangenti nell’esercizio delle sue funzioni. Certo, il processo è in corso e bisogna aspettare l’esito del processo. Ma nel frattempo questa povera città è di nuovo senza un governo. Probabilmente non lo ha da molti anni, o forse non l’ha mai avuto veramente. Sento applausi provenire dalla sala. Guardo con più attenzione i volti e ritrovo compagni di vecchia data, persone incontrate per tanto tempo nelle sezioni del PCI, poi PDS e poi da me persi perché ho seguito altre strade più coerenti, dal mio punto di vista, con la mia personale idea comunista. Però li avevo rivisti e rincontrati nelle varie tornate elettorali come compagni del PD.

Ma i colori sono blu e grigi. Non c’è traccia di rosso in quel manifesto. Mi avvicino. Osservo. Leggo. Capisco.

Passo oltre, osservando i volti di quelli che un tempo ero compagni e si definivano comunisti.

Cerco qualcosa di rosso, nel grigio di questa serata. Lo trovo nella Libreria Feltrinelli. Guardo le insegne e immergo lo sguardo nel rosso che è la base della scritta bianca Feltrinelli. Un cognome anch’esso rosso, come il sangue coagulato di un uomo ritrovato fulminato sotto un traliccio tanti e tanti anni fa, in un’altra Italia, in un altro mondo. Diverso da questo ma che evidentemente tanto migliore non dove essere visto quello che ha seminato e costruito.

Lascio i pensieri sul marciapiede grigio. Entro e abbandono i pensieri sullo stuoino all’ingresso. Mi perdo nelle copertine, nelle presentazioni delle storie nella terza di copertina dei libri. Cerco un conforto e so che lo troverò, come sempre.

Un’immagine si costruisce lentamente davanti ai miei occhi. E’ giugno del 1984. Sono i funerali di Enrico Berlinguer. Li guardo su una vecchia televisione in bianco e nero in un tugurio sul lungomare di Salerno. Sono seduto su una poltrona sfondata e molto vecchia. Ho le lacrime agli occhi.

Oggi quelle lacrime sono asciutte come la rabbia che ho dentro. Per un mondo impregnato di voltafaccia, di paraculi trasformisti, di gente che ha a cuore solo il proprio personale tornaconto e che è capace di salire su qualsiasi treno, di qualunque colore. L’importante è la garanzia di una poltrona da incollare al proprio sedere. Senza pudore, senza contenuto ma solo con il proprio personale vuoto.

Un vuoto molto diverso dal mio. Forse qualcosa da raccontare c’è. Perché si può essere migliori di quello schifo. Perché la merda se usata bene fa nascere i fiori e gli alberi da frutta. Ma bisogna saperla usare.

Devo dire grazie ad una persona che con alcuni messaggi un paio di giorni fa mi ha aiutato ad aprire gli occhi. E le orecchie.

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