Il vecchio e il vento

Non corro con gli auricolari, non ascolto la musica. Mi piace sentire quello che ho intorno. Soprattutto quando corro per le stradine di campagna. Voglio sentire il fischio del vento nelle orecchie, lo sbattere delle ali di un falchetto, il rombo di un aereo che atterra sulla pista dell’aeroporto, il rombo delle onde del mare che si infrangono sulle rocce. Oggi no. Oggi avevo gli auricolari. Quelli bluetooth, senza fili. Libero di muovermi. La sera era ancora lontana, il sole luminoso che scaldava, il sudore che scivolava lungo la schiena e sulla fronte e che il cappellino giallo non riusciva a bloccare. Ero ormai a circa metà percorso, quasi tre chilometri. Mi sentivo bene, e non avevo nessuna voglia di forzare la corsa.

All’improvviso dalla curva in fondo la strada sbucano due biciclette, una dietro l’altra. Le osservo. Sono una coppia anziana che pedala lentamente su due biciclette di quelle vecchie, con il tubolare obliquo. La testa è alta e la pedalata è fluida. Si avvicinano lentamente. Quando ci incrociamo l’uomo alza la mano sinistra e disegnando un elegante figura nell’aria mi grida “Metticela tutta! Mi raccomando!” e tirano via con una espressione concentrata, quasi seriosa. Ho avuto l’impressione che fosse una specie di rimprovero, piuttosto che che uno sprone. Mi sono accorto di aver corrugato la fronte nel mentre mi chiedevo: “che voleva dire? Cosa intendeva per mettercela tutta? Corro troppo piano?”.

Non avevo voglia di aumentare il ritmo. Nel frattempo ero arrivato al palo metallico che segna la mia esatta metà percorso. Piroetto su me stesso e sono tornato indietro. Non avevo più il vento fresco di fronte. Avvertivo il suo soffio sulla nuca sudata. Un lieve solletico ai peli sul collo. Ma la frase dell’uomo sulla bicicletta mi ronzava nella testa. Nel frattempo la musica è cambiata e il ritmo della batteria è aumentato. Senza nemmeno farci caso anche il mio passo è aumentato e si è allineato. Mi sento di nuovo sereno, nonostante il battere di quella frase nel cervello. Alzo la testa e guardo il cielo. E’ di un azzurro intenso, limpido. A sinistra c’è qualche screziatura di bianco, sbaffi di nuvole. In fondo si affacciano, dietro la linea limpida dell’orizzonte disegnata da un mare blu scuro, banchi di nuvole grigie sulla pancia ma bianchissime in cima.

E capisco. La corsa è un esercizio di pulitura interiore. Certo è bello andare veloci e cercare un tempo di cui inorgoglirsi. Ma per me la corsa è altro. Quando corro assorbo le cose belle. Entrano dentro di me la luce, i colori pastello e quelli intensi, l’aria pulita e profumata. Inspiro a fondo i profumi dei fiori, inghiotto il giallo, il il celeste, il rosso, il bianco e il glicine. Inspiro l’intenso aroma della liquirizia, della menta selvatica, della rucola, dell’erba appena tagliata. Assorbo il soffio del vento, il suo sfiorare icampi di grano, il ronzio delle api che volano da un fiore all’altro. Osservo il falchetto che batte le ali immobile nell’aria sfidando le correnti, con la testa abbassata alla ricerca di una preda da afferrare nel campo sotto la sua pancia. Entrano il volo delle rondini che stridono nel cielo, gli incontri con donne e uomini che incrocio correndo.

La corsa è un lavaggio di ciò che è scoria. Si soffiano via i muchi dal naso, si sputa la saliva amara in eccesso, si sudano le tossine e le gocce scivolano via liberando i pori della pelle, Si espira l’anidride carbonica, ci si libera dei pensieri cattivi che volano via dietro le spalle spinti dalle raffiche di vento. Perché quando si corre, in qualunque direzione si vada, il vento è sempre di fronte. Il ritmo, insieme alla musica che esce dagli auricolari, scende nelle gambe, passo e respito si inseguono e si intrecciano, non appena si trovano. La rabbia accumulata nei muscoli scivola per terra e si scioglie al contatto con la terra. L’effetto è un calore fluido che entra nei muscoli e libera la mente. Passo e respiro, allora, corrono insieme e non si lasciano più. In quel momento il pensiero è libero. Sale il desiderio di raccontare, di lasciare un segno. E non è detto che il segno lo debba lasciare a qualcuno. Magari è bello lasciarlo al vento che mi soffia sul viso. Fare in modo che lo prenda e lo porti via e poi ne faccia ciò che vuole. Sarebbe bello lo lasciasse scivolare in un prato perché semini nella terra scura e poi possano nascere tanti piccoli racconti che qualcuno un giorno raccoglierà. Oppure no.

Questi pensieri si affollavano nella mente mentre tornavo verso casa correndo, sudando, sentendo il passo crescere la sua spinta e la sua forza. Non ho consultato il cronometro, non ho visto nulla. Ho solo lasciato che la corsa mi ripulisse dentro. Tusso sommato è una faccenda che è bene tenere privata. Ma sono certo di avercela messa tutta.

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