Mr. Mac e Doctor Linux

Le cose vecchie non si gettano via. Le cose vecchie hanno un’anima, hanno la memoria, hanno un cuore. Le cose vecchie conservano la polvere, il profumo dei luoghi dove quel pulviscolo quasi trasparente si è depositato su di loro. Le cose vecchie sono macchiate dall’alone delle lacrime che sono scivolate sulla loro superficie, sono consumate dalle mani che le hanno carezzate o usate. Ne conservano la forma, la illuminano scolorendosi. Le cose vecchie ci appartengono intimamente perché sanno cose di noi che in pochi conoscono.

Queste righe le scrivo su un vecchio portatile di mia moglie. La tastiera è opaca al centro di ogni tasto, le lettere sono sfumate, ogni singolo tasto ha una macchiolina. Ogni macchia è diversa dall’altra. Ogni macchia racconta una storia. Su questi tasti sono scivolate molte lacrime, questi tasti le sue dita le hanno pestati o sfiorati. La polvere è ammucchiata negli interstizi dello schermo.

Lo schermo che è rimasto aperto per giorni e intere notti. Lo schermo che è stato aperto delicatamente all’alba, ancor prima che il sole iniziasse a sorgere, mentre lei, sorseggiando un caffè caldo, studiava e sbirciava su facebook e con le orecchie ascoltava, sempre con un pizzico di ansia mescolato ad un sorriso grato, il respiro dei bambini che dormivano nella loro stanza.

Un giorno questo portatile, un vecchio MacBook, non ha più funzionato. Il sistema operativo non partiva più e lei ha di nuovo pianto. Perché quelle macchie sulla tastiera, ma anche quelle sulla scocca di alluminio grigio chiaro erano le sue rughe, i segni del suo tempo, i respiri ingoiati nel silenzio della notte, o nel vuoto interiore, e nel chiasso di una canzone di Jovanotti sparata a tutto volume.

Ma questo vecchio MacBook era stanco, non ce la faceva più. Non riusciva più a reggere il ritmo della modernità. I nuovi sistemi operativi erano troppo esigenti, i programmi richiedevano uno sforzo che la scheda grafica non poteva più garantire. Lo schermo iniziò a sfarfallare, una pioggia di lampi luminosi. Il disco rigido arrancava. Il calore era insopportabile e le ventole sferragliavano rumorose. Un giorno disse basta, il boing di avvio restò zitto, lo schermo nero.

Io non ho mai avuto problemi. La tecnologia, la sua fame di consumo, mi affascina. Da sempre. Alla prima occasione, al primo segnale di difficoltà del mio computer, qualunque esso fosse, lo cambiavo.

Ma quando mi ritrovai tra le mani questo MacBook, così silenzioso e così stanco, sentii che qualcosa dentro di me si crepò. Le certezze che il nuovo è bello si offuscarono, come un colpo di vento gelido in una calda serata di fine settembre. Capii che il mio inverno era alle porte. Qualcosa era cambiato.

Osservai il nero dei tasti così consumato con un sorriso. Lisciai con il dito una macchia più grande sul tasto di tabulazione. Passai il pollice sul trackpad liso e sentii lo scatto ancora forte sotto la pressione. Guardai il tasto dello spazio controluce e vidi nitidamente la striscia lucida, il posto dove lei premeva con forza per andare avanti nella scrittura. Con una pezza pulii lo schermo nero. Sotto le mani il Mac slittava verso sinistra. Lo alzai e vidi che un gommino nero sulla sua pancia era saltato. C’era solo un buco liscio. E sorrisi di nuovo.

Ci armeggiai per giorni. Con una combinazione di tasti riuscii a farlo ripartire, con l’assistente Apple verificai che il disco rigido fosse integro. Poi con l’altro portatile nuovo girovagai su internet e trovai le risposte alle mie domande. Mi sentivo come un vecchio genitore che si aggrappa a qualunque ricordo fosse passato tra le mani di un figlio, per conservarne il ricordo, magari per riportare in vita quel ricordo lontano, per assaporarne un profumo antico che non annusa più da troppo tempo e che gli toglie la voglia di andare avanti, di vivere.

Ho lavorato per due giorni. Ora è qui, da mesi ormai, sotto le mie mani e con le dita scrivo i miei piccoli racconti. Ho installato una versione di Linux, il Linux Mint, e il Mac ha ripreso a respirare. Sento che non fa fatica, avverto la sua ansia di riprendere a correre, a fare le cose che sa ma con il giusto tempo. E’ il tempo che la sua età gli consente. E’ il tempo di chi vuole assaporare la vita che gli resta con calma, usando i colori che conosce e di cui ha memoria.

Fa tutto quello che serve. Lo fa bene, con affetto. E il rumore dei tasti, con la loro corsa lunga e rumorosa, è di quelli che soddisfa lo scrittore. Anche quello autodidatta e che magari scrittore non è. Ma gli piace dirselo ogni tanto. Giusto così, per un breve piacere personale. Questo vecchietto ed io ci intendiamo alla grande. E le macchie restano dove sono. Perché profumano di una vita vissuta. Perché hanno la memoria di momenti bui e di momenti belli. Perché questi tasti mi ricordano il profumo di un caffè alle quattro di mattina e il respiro di un paio di bambini che dormono raggomitolati in un vecchio letto a castello con adesivi appiccicati dappertutto e il legno scrostato. E mi ricordano la dolcezza delle dita che pigiavano su questi tasti.

Le cose vecchie non si gettano via. E’ come gettare via la memoria.

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