La voce del vuoto

Guardo il telefono. Come se ci fosse un contatto telepatico fra lui e me, squilla. Lo osservo mentre squilla. C’è un pulviscolo bianco intorno ai tasti, come se fosse indeciso se infilarsi o meno negli interstizi. Lo squillo continua, rimbomba nel silenzio della sera. La luce gialla della lampada illumina il marrone scuro della scrivania e il grigio metallico del mac.

Mi accarezzo la barba mentre afferro la cornetta. Con un gesto lento l’avvicino all’orecchio. Dico “pronto?” al fruscio elettrico che avverto nel microfono. Ascolto la mia voce. E’ roca, profonda, stanca. E’ così diversa dalla tua, dalla memoria che conservo della tua voce.

Non risponde nessuno. Ascolto il mio respiro lento che rimbomba nel vuoto delle onde. Dall’altra parte avverto lo spessore del silenzio. E’ un impasto di suoni leggeri, una intelaiatura di sospiri del tempo e dello spazio. Li avverto tutti, come se percepissi la dimensione dello spazio che si inerpica lungo le onde infilate nei cavi. Da dove arriva quella telefonata? Avverto un brivido interiore ma lo scaccio con un gesto vago della mano libera.

Alzo lo sguardo verso la finestra. Il sole è tramontato e la luce grigia inizia a mescolarsi con il blu cobalto della notte che si spande nel cielo. All’orizzonte si smontano gli ultimi colori del giorno. Gli alberi diventano ombre nere, spazzate dal vento del nord.

“Pronto?”. Ancora lo stridio elettrico e un vuoto. Ne avverto ancor di più la densità cosmica. Non risponde nessuno. Vorrei sentire ancora una volta la tua voce. Sentire il mio nome sulle tue labbra. Ancora, solo una volta. Per sedare la rabbia che ho dentro e che non va via. Quella rabbia che non mi fa dormire la notte, che mi fa divorare libri su libri, che mi fa cercare in altri occhi il tuo sguardo indagatore, burbero e dolce.

C’è solo silenzio. E’ il tuo silenzio. Ha il suo tessuto, il suo intreccio, il suo profumo amaro.

E percepisco la tua assenza. Un vuoto che colma le distanze, le discussioni, la violenza, la rabbia distruttiva. Tutto scompare in un vortice.

“Pronto?” Sento il clic della cornetta che si chiude e il silenzio diventa una linea sottile, piatta. E’ un vuoto che sa del nulla, che non ha spessore, che cancella la presenza e la schiaccia.

Allontano la cornetta dall’orecchio. La guardo, come se l’attesa confidasse in un suono qualsiasi che mi ricollegasse a te.

Scuoto la testa. Poggio la cornetta. Mi strofino le mani, come se le volessi ripulire. Uno sguardo alla finestra. La luna piena si affaccia dietro una nuvola che corre rapida nel cielo.

Alzo lo schermo del mac. La tastiera si illumina della luce del led. Bianca, senza colori e senz’anima.

Inizio a scrivere questo racconto, lanciando uno sguardo al telefono. La tua voce non l’ascolterò mai più.

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