Ha vinto Trump. E’ ora di tornare a casa e chiudere la porta.

Una piccola provocazione. Seria.

La vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America, pone una serie di questioni e spinge a conseguenti riflessioni. Per quanto mi riguarda, in questo momento, voglio pensare solo al futuro senza attardarmi troppo sui perché la Clinton abbia perso.

La sinistra e i movimenti progressisti in questi ultimi due anni, praticamente in tutto il mondo con poche eccezioni felici come ad esempio in Canada e un po’ meno felici come in Grecia, è uscita schiantata dalle elezioni democratiche. E’ stata distrutta nei suoi fondamentali e cancellata dal governo delle principali potenze mondiali. In alcuni casi questo è avvenuto, addirittura, dopo aver dato prova di una buona capacità di governo riuscendo a tenere insieme necessità di sviluppo e coesione sociale. Sapendo contemperare, cioè, il bisogno delle imprese a una maggiore redditività e quello dei lavoratori e delle famiglie a un lavoro degno e garantito ed un giusto salario. La stessa presidenza Obama negli USA ha dimostrato che è possibile governare con sapienza ed equilibrio sociale introducendo politiche innovative (si pensi alla riforma sanitaria pesantemente attaccata dalla destra e alle stesse piccole ma importanti campagne di Michelle Obama sull’educazione ad una sana alimentazione per tutti, sul movimento, per finire alle fondamentali campagne contro il razzismo e la giustizia sociale). In questo momento la sinistra e i movimenti progressisti hanno di fronte a sé due strade.

La prima è ascoltare, comprendere e mescolarsi all’ Occupy Movement che con entusiasmo hanno spinto la candidatura, alternativa alla Clinton, di Bernie Sanders nel Partito Democratico americano. L’Occupy Movement è un movimento spontaneo di piazza con una grande capacità di analisi e di progettualità politica costruita dai più giovani. Sono proprio quei giovani che sono caratterizzati dalle felpe con i cappucci e dall’inseparabile zainetto in cui è riposto l’immancabile laptop e lo smartphone con cui restano connessi alla rete. Sono quegli stessi giovani che sono costretti a vivacchiare, dopo aver completato con successo un lungo e complesso sistema scolastico e universitario, lavorando in modo saltuario e mal pagato. Sono quelle ragazze e quei ragazzi che controllano i biglietti sui treni, che sono dietro i banconi dei bar a fare il caffé che beviamo ogni giorno, sono i camerieri delle osterie e dei ristoranti in cui passiamo le nostre saltuarie serate con gli amici, sono i cassieri dei cinema, sono i giovani che puliscono le strade dalla spazzatura, sono i praticanti pagati sottozero e ad orario continuato sfruttati negli studi professionali. Sono proprio loro, che hanno centrato il nodo dell’epoca: il potere esorbitante della Finanza sul futuro della società mondiale. E lo combattono in solitudine e spesso inascoltati.

La seconda strada, a mio parere ormai suicida, è quella di continuare a lavorare per costruire nuovi contenitori, nomi per nuove formazioni politiche senza però essere più capaci di rivoluzionarne il contenuto per l’elaborazione di un nuovo progetto politico. In questi ultimi trent’anni la sinistra mondiale ha perseguito l’unico obiettivo politico di governare, di andare al potere, perdendo per strada la propria identità e smarrendo la capacità di rinnovare i propri fondamentali. L’obiettivo della sinistra non può più essere solo quello di prepararsi a governare ma dovrebbe essere quello di saper dare delle risposte, delle speranze, a chi oggi è emarginato ed è escluso dalla società. Il paradosso è che in questa categoria ci sono in gran numero quasi tutti i giovani delle ultime generazioni. E quando dico tutti, parlo sia delle ragazze e dei ragazzi dell’ Occupy Movement, ma anche le migliaia di persone disoccupate e di coloro che migrano per allontanarsi dalla guerra e dalla povertà. Ed è un disastro umanitario senza precedenti per le sue caratteristiche.

Non è una guerra mondiale che interessa contemporaneamente tutto il pianeta ma è un fenomeno diffuso e crescente di cui non si ha la piena consapevolezza. E’ un fenomeno che interroga singolarmente molte nazioni mentre sfugge la portata planetaria del processo. Secondo me il problema politico per la sinistra è nella incapacità di leggere i bisogni di queste persone, perché si tratta di uomini e donne in carne ed ossa, e soprattutto di dargli una risposta politica. La generazione a cui appartengo, quella dei cinquantenni, è la generazione che ha distrutto il futuro delle giovani generazioni; di quelle persone che in questi ultimi anni si stanno affacciando al mondo del lavoro per costruirsi un futuro. Lo abbiamo fatto smantellando, incapaci di fronteggiare le crisi perenni che angustiano il mondo occidentale ormai strangolato dalla sua sete di perenne arricchimento, ogni forma di lavoro a tempo indeterminato, smantellando e distruggendo tutte le categorie produttive costruite negli ultimi due secoli, attaccando e distruggendo i diritti del mondo del lavoro e minando il rapporto lavoratori- sindacato. La sinistra non è capace di progettare un futuro che tenga conto delle esigenze ambientali di un pianeta che ci ospita e di pensare ad un diverso modo di produrre ricchezza. Ha giocato in difesa di modelli produttivi superati e di una società che nel frattempo si è invece profondamente modificata nella sua struttura e nei suoi bisogni.

Nel mezzo, schiacciati, i giovani.

In questa mia personale riflessione non ho intenzione di mitizzare i “giovani” come se fossero entità sovrannaturali da tutelare. Non è vero, come spesso invece sento dire, che i giovani (i “millenial”) siano più innovativi dei “baby boomer”, la mia generazione, perché loro usano strumenti tecnologicamente avanzati che, però, sono stati realizzati proprio dalla generazione dei “baby boomer”. In realtà, però, loro (i “millenial”) sono la generazione più preparata che la storia abbia mai avuto. E’ la generazione che ha più fantasia nella costruzione ipotetica di un proprio futuro e ha idee molto diverse da una sinistra che è rimasta arcaicamente legata ad un modello produttivo e sociale che non esiste più. La sinistra non è capace di costruire obiettivi e strade politiche attraenti per i giovani e per gli emarginati del pianeta.

Di conseguenza ha lasciato un’autostrada aperta ai più ricchi e al mondo della finanza che ha preso le redini del governo mondiale. Un governo mondiale che in pochi anni ha drenato ricchezza dai lavoratori per indirizzarlo nelle tasche dei finanzieri e di alcune categorie imprenditoriali.

Oggi la sinistra è duramente colpita nelle sue idealità e nelle sue forme di organizzazione politica. Non so nemmeno se sarà più possibile ricostruirla.

E’ invece certo che la mia generazione esca da queste elezioni presidenziali statunitensi definitivamente sconfitta, sia dalla storia che dalla società.

Personalmente non credo che sia stata sconfitta la società multiculturale e multirazziale. Penso siano state sconfitte i balbettii ambigui rispetto alle richieste montanti dal disagio sociale.

Non credo che avremo più modo di poter contribuire alla costruzione di un’alternativa. Penso invece che sia arrivato il triste momento di togliersi di torno e di tornare nelle proprie case e ad una vita privata lasciando completamente la responsabilità della costruzione di una politica futura a chi oggi è sottomesso, schiacciato, schiavizzato, escluso dai più ricchi a cui noi, di fatto, abbiamo consegnato incoscientemente le chiavi del potere.

Ha ragione Obama a dire che comunque vada domani il sole sorgerà lo stesso.

Ma noi, la generazione di cui faccio parte, nel frattempo abbiamo già fatto fin troppi danni.

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