Il battito vuoto

Il libro non parla dell’autore ma gli scrittori scrivono di cose che conoscono. Sarà per questo motivo che non riesco più a scrivere nemmeno una riga? Certe volte, anzi quasi sempre, penso che la mia sia solo un’aspirazione, un sogno ad occhi aperti. Perché se volessi davvero scrivere non riuscirei a stare lontano dalla tastiera e dal mio taccuino. Invece negli ultimi mesi, se non proprio negli ultimi due anni, non ho scritto granché. Nel senso che sento la mia fantasia prosciugata ma provare a scriere mi provoca sofferenza, quasi un fastidio intenso. E’ il riconoscimento di un fallimento.

Fino ad un paio di anni fa ogni sera quando uscivo, qualunque fosse il tempo lì fuori, per correre la mia testa iniziava a frullare idee e immagini. Poi tornavo a casa e dopo la doccia iniziavo a scrivere. Alcune volte con una determinazione e una furia che mi lasciava di stucco. Forse avevo stimoli esterni o forse ero solo meno disincantato come lo sono adesso.

Ricordo con un certo magone il mio passo sulla strada bagnata sotto i riflessi arancioni dei lampioni. Il vento freddo mi pungeva la pelle del viso, come piccoli spilli che si infilavano ovunque. Era un immenso piacere che mi rincuorava. Credevo di avere una prospettiva per il futuro, una valvola di sfogo alla mediocrità del mio lavoro, sia di quello bancario che di quello sindacale.

Stasera sono andato a correre per la prima volta al buio. Ho percorso, dopo diversi mesi, il mio anello invernale vicino casa. Niente più campagna, niente più tramonti infuocati dai colori pastello.

Correvo dopo due settimane di blocco a causa di un brutto raffreddore che, come al solito, mi ha fuso le orecchie mandandomi in tilt. Ho corso una prima volta un paio di giorni fa, ma era una corsettina leggera per riprendere il contatto con l’asfalto e, soprattutto, con un me stesso un po’ spaventato. Oggi, invece, sono partito da subito con una bella falcata e con un buon tempo. Mi sono rinfrancato e con il passo robusto la testa ha ripreso a funzionare. Ho pensato e ripensato, ho mollato le briglie ma la fantasia non si è affacciata. E’ rimasta chiusa da qualche parte, ammesso che sia ancora dentro di me. Guardavo le solite luci arancioni, le stesse di due anni fa, e le osservavo un po’ invecchiate come me. La luce tremolava e l’umido sull’asfalto granulato sfavillava. Insomma l’ambiente esterno mi rimandava a tempi fecondi ma ascoltandomi sentivo l’eco del vuoto.

Ho lasciato che la striscia della delusione gocciolasse sulla strada e mi sono solo concentrato su un piacere che non provavo da tempo: il silenzio della corsa immerso nel soffio del vento. Ho alzato la testa alla ricerca della luna piena che stasera sarà visibile più grande e più luminosa che mai.

Ma le nuvole coprono il cielo e si intravede solo una sagoma opaca dietro gli strati grigio scuri.

Ho corso a lungo, il cuore veloce, il silenzio intorno a me, le gocce di sudore freddo che scorrevano dietro il collo.

Non ho avuto idee, ho riprovato solo il desiderio di raccontare, come non facevo da tempo, le sensazioni contradditorie ma intense di una corsa serale.

E’ poca roba. Non è un racconto. Non è nulla. E’ solo un frammento di vita sotto la luce arancione di vecchi lampioni in un quartiere di periferia che ha la fortuna di essere incollato alla campagna brindisina.

Per un racconto vero dovrò aspettare.

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