Netflix e la neve

Netflix è una figata pazzesca. Pensavo esattamente questo mentre ero stravaccato su una seziona pieghevole di legno davanti al monitor HD del mio pc nuovo. Sorridevo seguendo la trama del film. Le immagini erano nitide, i colori saturi come il mio godimento. Le ventole del pc ronzavano delicate, un ronf ronf da gatto che fa le fusa. Ogni tanto, con la coda dell’occhio, ammiravo soddisfatto la luce rossa diffusa dai led interni al computer. Intravedevo anche la scritta bianca e rossa della nuova scheda grafica. Cavolo, avevo comprato e montato una nVidia GeForce 1060. Una buona occasione presa al volo su Amazon e pagato con PayPal. Così ero anche dal sicuro da fregature.

La stanza era buia, illuminata solo dalla lampada sulla scrivania. Mi passai una mano sulla barba ispida. Era un giorno di festa e non l’avevo rasata. La mattina il cielo era di un grigio ghiaccio, tutto era bianco come la lama di un coltello. Faceva freddo, sentivo il vento che si infilava nelle fessure delle finestre. Percepivo il grattare del gelo sui muri e decisi che non sarebbe stato il caso di affrontare l’acqua gelida del mattino.

Il film continuava a scorrere sullo schermo, veloce come la storia che raccontava. Ogni tanto mi distraevo e lo sguardo vagava intorno a me. Nella penombra della stanza, spezzata dai bassi del woofer, seguivo il profilo di tutta la tecnologia che era distribuita. Erano frammenti di una ricerca continua. Pezzi slegati tra di loro che testimoniavano la mia irrequietezza. Due scatole con vecchi iPhone conservati e ricoperte dalla polvere, il mio attuale iPhone 6 con lo schermo distaccato da un lato e lento come una vecchia caffettiera incrostata, pur avendo solo un paio di anni di vita. Era poggiato sotto il nuovo smartphone cinese Honor 5x, appena acquistato anch’esso su Amazon, anche lui approfittando di una offerta e pagato sempre con PayPal. Avevo ceduto alla curiosità di testare l’odiato sistema operativo Android. Pensavo fosse costruito sul codice Linux e avevo, invece, scoperto, che era sviluppato su Java. Lo sguardo scese verso l’unico cassetto della scrivania. Dentro c’erano due modelli di smartphone su cui era installata la versione per sviluppatori di Windows 10: un Nokia 735 (uno degli ultimi modelli Nokia prodotti e commercializzati), e un Windows Phone 650 dallo schermo brillante e nitido. Entrambi con difetti emersi dopo solo un anno di utilizzo. Il sistema operativo mi era piaciuto molto, leggero e veloce, ma con pochissime app utilizzabili. Ai miei piedi c’era un secondo pc, che avevo costruito rimontando pezzi di due vecchi pc cannibalizzati, e su cui con i miei figli avevo installato l’ultima versione di Kali Linux. Una distro costruita da hacker e utilizzata per testare i “penetration test”. Sul pc che avevo di fronte avevo installato due SSD, su uno avevo installato Windows 10 mentre sull’altra avevo installato l’ultima versione di Linux Mint.

Sul tavolino del pc era poggiato i mio iPad 3.

E’ stato un lampo. Un flash che mi è passato rapido nel cervello. Ho iniziato a sudare, nonostante le bordate di vento ghiacciato che tuonavano contro i vetri della finestra. Ho fermato il film perché le scene e le parole scivolavano troppo veloci e non riuscivo a trattenerle. Era come seguire un video con i frame che saltavano impazziti. La domanda si era affacciata improvvisa: cosa diamine ci faccio con tutta questa roba dentro casa? Perché?

Sapevo sin dall’inizio che le risposte seguivano due linee parallele e che non avrebbero mai avuto alcun punto di contatto tra di loro. La prima linea era quella di comodo. Avevo bisogno di rispondere alla mia sete di conoscenza. alla voglia di curiosare, di esplorare, di conoscere strade nuove. MacOs, Windows, Linux, iOs, Android, Windows Mobile. Mettere le mani in ognuno di questa sistemi operativi, ammanettare, comprenderne i codice. Sul tavolino, di fianco all’iPad erano impilati tre libri: Android in 7 giorni, Swift 2.0, Hacker e le tecniche di penetrazione (per favore evitiamo battute facili!). Le mani su tutto. Curiosità. Perdita di tempo.

La seconda linea era quella più vicina al vero. Cercare solo una strada per liberarsi dal giogo di una vita reale per tuffarsi nell’idea di una vita alternativa in cui il lavoro è fare qualcosa che piaccia. Peccato che da quando ho cercato una strada alternativa legata la mondo dei computer, della programmazione, della grafica 3d, siano passati oltre venti anni. Con un risultato finale che mi ha portato solo ad avere stampata sulla terza pagina di copertina del manuale del software Vue della E-on software una mia immagine. Certo, sto parlando del software con cui si producono tutte le scene virtuali delle principali produzioni hollywoodiane. E’ una grande soddisfazione ma ormai, anche lei, è sepolta sotto la polvere del tempo.

Scuoto la testa e riavvio il film su Netflix. Il ronzio consolatorio delle ventole del novo pc irradiano una lenta, ma crescente, sensazione di calore e di torpore. All’improvviso una bordata più forte di vento urta contro i vetri della casa. Incuriosito mi infilo le scarpe e vado verso la finestra. Scosto con la mano la tenda. Fuori il cielo è ormai buio. Le luci arancioni dei lampioni illuminano il profilo scuro degli alberi che ondeggiano paurosamente sotto i colpi del vento del nord. Sul buio dell’orizzonte si stagliano i coni di luce e finalmente la vedo: la neve! Scendo vorticosa in piccoli fiocchi bianchi che si tingono di arancione. Infilo il cappotto, il cappello, i guanti ed esco. Scendo le scale di corsa, apro il protone ed esco. Le pietre bianche del pavimento sono bagnate, nelle larghe fughe si sono formate delle pozze d’acqua. Ci infilo il piede e scivolo perché si è formato il ghiaccio. Mi raddrizzo e alzo il viso verso il cielo. Intorno a me il silenzio è ovattato. Il cielo è coperto di nuvole bianche su cui si riflette, intensa come su uno specchio, la luce dei lampioni. Il cielo è quasi rosso. E poi la vedo, scendere lentamente con improvvise accelerazioni, cambiando veloce la la direzione. E’ la neve che nel silenzio scivola verso il mio viso e lo bagna.

In quel momento mi chiedo di nuovo a cosa mi serve tutta quella tecnologia. A quali domande potrà mai rispondere. A cosa potrà mai servire studiare codice di programmazione? Vorrei spegnere quelle domande, così come vorrei spegnere quelle orribili luci arancioni. La tecnologia è un po’ come quei lampioni, in realtà falsano la vera luce, alterano la percezione della natura, la spogliano della sua essenza e del suo essere “naturale”?

Prendo dalla tasca l’iPhone. Lo guardo accendersi e vedo le gocce di neve che si sciolgono sul suo schermo. Sorrido. E mentre premo a lungo il tasto sulla cornice destra per spegnerlo alzo la testa e sento sulle labbra che sorridono il freddo dei fiocchi che vi si posano.

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