La paranoia è in uno schermo di 5 pollici

In questi ultimi anni quando si parla di tecnologia e innovazione pare si faccia riferimento a una entità sovrannaturale con una grande virtù: riesce a creare nuovi lavori e nuova occupazione con il semplice schiocco delle dita di una mano. E’ un qualcosa che risolve i problemi della disoccupazione nel mondo, in particolare nelle zone disagiate dove la tecnologia, leggi la banale elettricità che gli dà vita, non è diffusa.

Eppure in questa diffusa opinione c’è una contraddizione di fondo, e qui scopiazzo una elementare riflessione di Federico Rampini nel suo ultimo libro “Il Tradimento”: mai come negli ultimi venticinque anni la tecnologia ha avuto il massimo della accelerazione e della diffusione. Pensate un attimo ai computer del 1991 e ai cellulari che si usavano: dei mattoni dagli schermi a cristalli neri con scritte verdi oppure grigi con scritte nere. Ognuno dei quali costava una fortuna. Nel 1991 acquistai il mio primo Macintosh Plus con un piccolo monitor di 9 pollici al modico costo di 7.700.000 lire italiane. Era il primo computer che aveva un sistema operativo con i menu e le finestre a tendina, il primo con i font intercambiabili, il primo con il mouse, anche quella allora era una scatoletta rettangolare, come quelle del tonno Nostromo.

Eppure, paradossalmente, nonostante tanta tecnologia il mondo vive una profonda crisi economica e sociale. La peggiore della storia moderna. Una crisi impressionante in cui le ricchezze si sono spostate dalle tasche delle masse a quelle di pochi eletti, con una concentrazione di capitali e di potere mai vista prima nella storia dell’umanità. Non sembra che la diffusione della tecnologia e dell’innovazione abbia portato ricchezza e inventiva, invece sembra che abbia aiutato molto a sviluppare il processo esattamente opposto.

Come è stato possibile? La risposta è, tutto sommato, abbastanza banale. La tecnologia è neutra. Sono strumenti che danno possibilità, e potere di controllo, a chi li usa. Il problema, quindi, è capire come sia usata, con quali obiettivi o fini e che cosa ha in mente chi li controlla. Perché la tecnologia ha bisogno che qualcuno decida cosa deve fare e come. I famosi algoritmi da soli non servono a nulla. Sono formule matematiche che vanno attivate e hanno bisogno di una parola chiave o di un obiettivo chiaro per essere attivate e dare un risultato. E il risultato non necessariamente è utile a chi la utilizza. E’ probabile, invece, che esso serva a qualcun altro che ha il controllo remoto.

Se questo concetto dovesse essere vero allora è possibile spiegare in un altro modo la attuale concentrazione delle banche dati nelle mani di poche grande multinazionali: le mitiche grandi e potenti aziende tecnologiche che risiedono nella Silicon Valley, in Cina e nella Corea del Sud.

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