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Ieri sera ho finito di guardare su Netflix un documentario su Aaron Swartz. Per chi non ne avesse mai sentito parlare, probabilmente si tratta del più grande programmatore della storia moderna. Un genio che ha lottato duramente per il libero accesso alla conoscenza tramite la tecnologia e che per questo è stato perseguito, in modo folle, dal FBI, dal Governo USA e dall’amministrazione Obama. Sino al punto che a soli 26 anni, schiacciato dall’impotenza a difendersi contro tanto accanimento, si è suicidato.

Aaron ha lasciato patrimonio di idee per cui lottare, oltre ad un patrimonio di codice libero da utilizzare. E’ stato uno dei primi seguaci del Creative Commons, dell’ Open Source, dell’Open Data. Uno di quei giovani che riteneva la tecnologia uno strumento importante per la diffusione della conoscenza e della libera diffusione del patrimonio culturale pubblico.

Il documentario molto ben fatto l’ho visto insieme ai miei due figli adolescenti. E nel seguire la storia e le interviste agli amici, ai compagni di lotta, ai fratelli e ai genitori di Swartz, mi chiedevo se dovessi proteggerli dalla violenza implicita nel dramma di quel ragazzo. Ho preferito non nascondere nulla, stare lì con loro spiegando in passaggi e stimolando, o perlomeno cercando di farlo, le loro domande.

Penso, infatti, che a loro tocchi il compito di portare avanti quelle idee. Insieme anche al mio contributo.

Era paradossale guardare la tenacia e la lucidità con cui un ragazzino lottava per un’idea collettiva, per garantire a tutti l’accesso alla conoscenza rifiutando di accettare che essa fosse invece intermediata dal mercato in cambio di profitti a vantaggio di poche grandi società. E rifiutando di patteggiare con un potere giudiziario che proteggeva il profitto privato anziché l’interesse collettivo. Tutto sommato questo sarebbe un principio elementare per una qualsiasi persona che abbia un’idea politica progressista. Invece nell’America di Obama non era così. Ma la tecnologia ha consentito ad Aaron di diffondere la sua idea e la sua lotta raggiungendo risultati importanti, come l’aver bloccato il SOPA, la legge americana che limitava il libero accesso ad internet.

La storia e la vita di Swartz sono un esempio, una specie di sveglia per noi che siamo addormentati e che subiamo ogni giorno soprusi da un potere ignorante e arrogante. Un potere che ha cancellato i diritti e la dignità del lavoro e che, pur nascondendosi dietro la scusa della tecnologia che sostituisce il lavoro delle persone e taglia l’occupazione, non è stato capace di investire un centesimo nella formazione e nell’innovazione tecnologica. Figuriamoci se dovessimo parlare nel nostro paese di libero accesso alla conoscenza.

Un disastro. Eppure mi chiedo cosa fare e come organizzarsi; come reagire. Perché se ci è riuscito un ragazzino potremmo riuscirci tutti. Lo pensavo oggi rientrando dal lavoro, mentre ero chiuso in macchina e in fila al semaforo dopo una dura giornata di lavoro. Una giornata in cui avevo solo tolto spille da pacchi di carte che avevo poi fotocopiato e rispillato con una vecchia spillatrice grigia e scrostata. Mentre spingevo il tasto della fotocopiatrice cercavo di pensare ma il cervello era spento, stanco, vuoto. Allora guardavo dalla finestra. Osservavo gli studenti sulle panchine di pietra che parlavano, una coppia che fumava con gli occhi socchiusi al sole, le macchine parcheggiate in doppia fila che bloccavano il traffico. E mi chiedevo se quella fosse la vita che avevo voluto.

Pensavo al coraggio di Aaron che ha lottato per le sue idee e la sua libertà. Una libertà a cui non ha voluto rinunciare, sia pure con un gesto estremo. E mi sono sentito un po’ complice dei suoi assassini.

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Una risposta a Open/Close

  1. Maurizio scrive:

    Possibile che me lo sia perso? 🙁
    Si trova nella sezione “documentari”? Titolo?

    M

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