Metti una sera di marzo

Ok: devo iniziare a fare i conti con la mia età. Per la verità ho iniziato a farci i conti tre anni fa. Ed erano conti in negativo. Ma il tempo che scorre fa dimenticare le cose brutte, anche le cose belle della vita. Una cosa con cui, però, non pensavo di dover fare i conti era il mio impianto osseo. Sono magro, faccio una vita sana, mi alimento con attenzione e mi muovo molto. Invece, all’improvviso, una domenica mattina mentre mi asciugavo dopo una bella doccia bollente arriva un track dietro la schiena e un dolore acuto. E dopo tutto ciò che era normale diventa difficile e doloroso.

In quei momenti, dopo l’impatto con il dolore, ci si aggrappa a qualsiasi cosa per guardare al futuro con speranza. Si fanno progetti. Si pensa “quando sarà passato, farò…” e si iniziano a incolonnare nella propria testa un elenco nutrito di piccole cose che si vuole riprendere a compiere. Nella mia, di testa, però appare solo un desiderio: correre.

Però i giorni passano e il dolore, anche se leggermente attutito, è talmente forte che pensare di indossare le scarpette e rimettersi sul cemento è impresa che appare decisamente ardua.

Eppure…, c’è un eppure. La mia testa è dura. Le rinunce quotidiane sono già troppe per resistere più di tanto alla tentazione. E ieri sera, dopo una giornata pesante tra lavoro, impegni sindacali e familiari, decido di tentare il tutto per tutto. Nel frattempo, mentre lottavo con me stesso lasciandomi sedurre dal desiderio, la schiena mandava segnali inequivocabili. “Stai fermo! Non fare sciocchezze!”. Ho indossato la tenuta da corsa e le scarpe da running, infilato il cappellino di lana e sono uscito. L’aria era umida, il sole tramontato, il cielo nero come l’inchiostro, una leggerissima brezza da sud sfiorava le foglie degli alberi. Ho schiacciato il tasto della app e sono partito.

L’atto del correre ha un qualcosa di molto simile ad un atto sessuale. E’ amore, è fatica, è piacere fisico. Ma i primi venti minuti sono un atto di fede perché è più la sofferenza che il piacere. Come spesso capita nella vita si deve cercare un equilibrio. E’ una ricerca di pace tra il respiro, il movimento degli arti, l’allungamento dei muscoli che deve essere morbido e non contratto, lasciare che il dolore si sciolga lottando contro la tentazione di indurirsi o di interrompere la corsa, imparare ad inspirare e poi espirare con il naso evitando di aprire la bocca per ingoiare più aria possibile.

Se si resiste e si cerca con calma di ascoltare il corpo assecondandolo, arriva il punto di equilibrio e inizia ad arrivare il piacere quasi orgasmico della corsa. In quel preciso momento inizia finalmente a scorrere fluido il sangue nelle vene e ad uscire dai pori il sudore caldo.

Ieri sera quel momento l’ho raggiunto mentre correvo su uno spiazzo buio, scivolando lungo le lunghe ombre azzurrine dei lampioni di uno stadio in cui giocavano bambini e ragazzi in divise colorate. Alla mia destra la campagna aperta sapeva di erba bagnata e un vago profumo di margherite arrivava al mio naso.

Non vedevo dove mettevo i piedi anche se conosco quel cemento scuro in ogni millimetro. Ogni tonfo del piede era un passo sicuro. All’improvviso ho percepito un frullare di ali. Uno sbattere tranquillo ma denso, allineato al mio passo. Il cielo era buio, segnato solo da qualche luce bianca di stelle lontane. Il battito era lì. Non vedevo nulla ma lo percepivo, tagliava l’aria immobile della sera. Era un’ombra che si materializzava e disegnava i contorni dell’uccello, pur continuando a non vederlo fisicamente con gli occhi.

E poi è arrivato, secco come un lampo. Il suo grido. Un grido che ha squarciato l’aria ferma. Era il suo richiamo. Il battito allineato alla mia corsa, il richiamo che da qual momento è diventato costante, ritmico, l’affermarsi di una presenza, amichevole.

Era lì, correva con me, nel buio di una notte appena iniziata. Era la poiana.

Il mal di schiena è scomparso. Il futuro, l’elenco delle cose da fare erano lì. In quel momento. Insieme al richiamo della poiana. Dentro quel grido secco, asciutto, tagliente, amichevole.

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