Il bruno e il biondo

Sono due. Camminano l’uno affianco all’altro, anche se lievemente distanziati. Uno è bruno, l’altro è biondo. Hanno quasi la stessa altezza anche se c’è qualche anno di differenza tra i due. Il ragazzo bruno cammina veloce, sembra quasi sollevato da terra, impettito, le spalle larghe, la vita stretta, le braccia lievemente divergenti. Quello biondo si trascina le scarpe sul terreno ma ha comunque una sua levità pur nella sua andatura dinoccolata che lo fa apparire ondeggiante come un giovane albero sferzato dal vento.

Camminano in un bosco, calpestano il sentiero di terreno rossiccio tagliando le strisce di luce tra gli alberi. Parlano intensamente tra di loro, il biondo gesticola mulinando le braccia in uno strano gioco di assonanze con il suo passo strascicato ma leggero. Il bruno ascolta senza muovere un muscolo, risponde ma il suono delle sue parole non si percepisce. D’altronde anche le parole del biondo non si intuiscono, si percepisce solo una striscia rumorosa bassa, profonda con improvvisi acuti.

Li seguo. Dentro il bosco. Li osservo ammirato. Sono molto giovani.

Ogni tanto si fermano, afferrano lo smartphone, si guardano intorno, studiano la scena, la inquadrano, scattano la foto. Lo intuisco dal clic che simula il rumore secco dell’interruttore di una vecchia macchina fotografica. L’uno guarda la foto dell’altro, poi riprendono a camminare alla stessa andatura di prima, il biondo gesticola ancora di più di prima, il bruno scuote la testa in un vago gesto di assenso.

Il bosco si infittisce, il verde degli alberi diventa quasi nero, il terreno rosso scuro, l’erba verde intenso. Mi distraggo dalla vista dei ragazzi e ammiro incondizionatamente il lavoro oscuro e profondo della natura nel bosco. Le foglie cadute dagli alberi si sono seccate e hanno costruito un tappeto morbido che copre il terreno e lo mantiene caldo e umido lavorando affinché la vita continui ad andare avanti sia con il freddo dell’inverno che con il caldo di questa estate torrida. Lascio il sentiero, infilo gli scarponi nel manto di foglie. Pur essendo secche sono morbide, non scrocchiano e sento il calore umido che si sprigiona dalla terra. Alzo la testa e ascolto. Non c’è un rumore, non ci sono animali intorno a me. Ogni volta che mi infilo nel bosco resto stupefatto dal silenzio profondo come se non ci fosse vita. La vita in realtà c’è, è ricca di voci, di sussurri, di rumori ma in tutte le sue forme ha paura dell’uomo e trattiene il respiro in attesa che finalmente l’estraneo vada via. E’ incredibile il danno che l’uomo ha prodotto alla natura ed è incredibile scoprire come la natura sia terrorizzata dalla presenza dell’uomo. Non si ascolta il cinguettio di un solo uccello, gli scoiattoli restano immobili dietro i cespugli o sopra gli alberi. I serpentelli smettono di strisciare e si nascondono sotto le rocce. Solo qualche raro corvo vola da un ramo all’altro emettendo il suo rauco verso.

Rialzo la testa. La scuoto, perplesso. Riprendo il cammino. I ragazzi sono scomparsi in fondo al sentiero. Il bruno camminerà impettito. Il biondo strascicherà gli scarponi mulinando le mani nel vano tentativo di coinvolgere il bruno, suo fratello.

Sorrido. Ormai sono più veloci di me. Ci rivedremo in albergo.

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