Assolvenza Moro

26 marzo 2018: su RAI3 hanno trasmesso Blob dedicato a Fabrizio Frizzi. In coda è partita una sezione intitolata “Assolvenza Moro”. E sono state trasmesse immagini dei telegiornali dal ’76 al ’78, dimensioni di 4/3 dai colori sfocati delle prime trasmissioni a colori. Mi sono rivisto, all’improvviso, nel tinello della grande casa di Via Principe Belmonte a Palermo. Ogni sera cenavamo, i miei genitori ed io, seduti al tavolo tondo della stanza rettangolare, di fronte la finestra con la tenda bianca chiusa  e all’angolo, di traverso al tavolo, la vecchia tv in bianco e nero. I colori non c’erano, guardavo i grigi sfumati e morbidi del vecchio tubo catodico. Ho cancellato il ricordo scuotendo la testa e ho iniziato a scodellare la pasta nei piatti dei ragazzi. Ho riportato la pentola in cucina e sono tornato verso il tavolo per sedermi.

Ho sentito la voce provenire dalla tv in alta definizione. Mi sono fermato e ho guardato. Nello schermo c’era lui, allora vice direttore del TG2, che parlava fissando la telecamera con il suo inconfondibile accento sardo, i pochi capelli pettinati, la cravatta rossa, la giacca di lana grezza. Era una vecchia nota serale, quella che chiudeva l’edizione di cena del telegiornale.

In quella nota parlava delle Brigate Rosse, due anni prima del rapimento di Aldo Moro. Lo faceva con il suo solito tono pacato, scandendo bene le parole senza lasciarsi andare all’enfasi o alle emozioni. Era serio, chiaro, diretto. Parlava di rivoluzione e di come le Brigate Rosse si appropriassero di quella parola, rivoluzione, usurpandola quasi fosse una bestemmia. E li smentì, con l’uso delle sole parole, usando quelle del padre della rivoluzione. Legge un brano. La sua voce si alza di un tono, per scandire al meglio il senso di quelle frasi. Rialza lo sguardo, fissa la telecamera e chiede: queste parole sapete chi le ha dette? Chi credete le abbia dette? Un borghese? Un capitalista? No, le ha dette Lenin.

Un vice direttore del TG2, nel 1976, smentiva le BR citando Lenin e leggendo un passo di un testo comunista e rivoluzionario. E lo faceva senza considerare i telespettatori dei deficienti incolti da imbonire con slogan di quart’ordine. Quell’uomo era Peppino Fiori, uno dei più grandi giornalisti che l’Italia abbia mai avuto. Un uomo che ha segnato la mia vita perché mi sono formato un primo abbozzo di coscienza sociale e politica leggendo un suo libro, scovato in mezzo ai fumetti porno in una casa, non ricordo di chi, un lontano pomeriggio di circa quarant’anni fa. Era “Vita di Antonio Gramsci”.

Non sono riuscito a sedermi, Sono rimasto in piedi, contratto, a guardare quelle immagini e a sentire quelle parole. In un lampo mi sono apparse davanti agli occhi le immagini di una vita lontana, le speranze e le amarezze di un adolescente costretto dal lavoro del padre a restare lontano più di mille km da parte della sua famiglia e dai suoi affetti. Ma ero in una terra splendida che poi ha dovuto abbandonare per sempre nel momento dei primi amori e lasciando amicizie la cui assenza mi ha segnato per tutta la vita.

Mi sono seduto, ho guardato i miei figli. E mi sono chiesto loro, tra quarant’anni, cosa ricorderanno delle cene con i genitori?

Nel frattempo, però, il buco nel mio stomaco si è allargato e il rimpianto di un passato tradito ha ripreso a sanguinare.

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