Il fumo del caffè

In cucina la tapparella è abbassata a metà. Il sole del pomeriggio rimbalza sul muro bianco, nel pozzo luce. Inspiro forte e assaporo i primi profumi della primavera. Sono gialli e viola, sono delicati con vaghe tracce di rosmarino. Svito la caffettiera, la sciacquo grattando la filettatura del serbatoio, la riempio di acqua fredda, verso la polvere marrone scuro del caffè nel filtro.

Accendo il gas sotto la moka, nel riduco l’intensità della fiamma azzurra. Asciugo le mani nello strofinaccio bianco.

Il sibilo del gas riempie il silenzio.

Le urla esplodono all’improvviso. Provengono dall’appartamento di fronte. Istintivamente mi abbasso sotto la linea della tapparella per osservare. La finestra è chiusa, la tendina tirata. Non si vede nulla.

“Basta! Non cela faccio più! Sei una troia!” urla l’uomo. Un grido bombato, gravido di rabbia.

La voce della donna la segue, acuta e graffiante come un vetro rotto.

“Zitto! Devi stare zitto! Sei un fallito!!

Le urla si inseguono, i corpi probabilmente immobili. Le mani sbattono su un tavolo di legno, si sente il colpo ovattato, gli scricchiolii che gocciolano nella stanza.

Lei singhiozza.

Mi affaccio. Li vedo dietro la tenda, ne intuisco gli sguardi colmi di odio e di rancore accumulato.

Alle mie spalle sento un fruscio.

“Che succede?”

Mi giro. Nella penombra gli occhi verdi luccicano, lo sguardo è nello stesso tempo rassegnato e inquieto. Con gli occhi seguo le rughe sottili sul viso.

Mi avvicino. Le prendo il viso tra le mani. Le labbra sono piene, morbide, chiare.

La bacio. Dentro di me le chiedo scusa.

Il caffé gorgoglia nella moka e un sottile filo di fumo caldo sale verso il buio del soffitto.

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