Il mare nero

Ho provato a resistere, ma non ce l’ho fatta. Nella mia mente, durante le notti insonni, ho elaborato la volontà di cambiare le cose. Ho immaginato un’organizzazione, la costituzione di un gruppo di lavoro, la ricerca delle notizie da sbattere sul muso ai troll e ai provocatori, lo scandaglio continuo sui social per identificare le zone grigie in cui il conflitto si scatenerà, la scelta del momento in cui intervenire. Ho provato a ripetere a me stesso e a chi mi era vicino che l’unica strada è il social activism, la ricerca delle parole giuste, il senso di responsabilità, l’adesione al Manifesto per la buona comunicazione, il seguire Parole O Stili. C’era la voglia di fare, la voglia di cambiare una deriva, la voglia di metterci la faccia. Mi sono imbevuto dei video quotidiani, determinati, di Donata Columbro alias @dontyna su Instagram. Ho pensato: devo fare come lei. Studiare, scegliere la strada, seguirla con convinzione.

Nel frattempo il mondo, l’Europa, l’Italia, si avvita sempre di più in una spirale che strangola il sorriso, la solidarietà, l’umanità, quel sentimento che ti porta a guardare le persone con compassione, che spinge ad aiutare chi ha problemi, che ti porta ad aprire la porta di casa,  a cucinare un piatto in più, ad acquistare quando fai la spesa un pacco di pasta e una scatola di pelati e a metterli nelle mani della ragazza africana che aspetta all’uscita del supermercato. Lei è lì, in piedi, dritta come un fuso, con gli occhi spalancati e ti guarda, con uno sguardo dritto nei tuoi occhi. I suoi sono grandi, neri e lucidi, hanno dignità e tristezza. Nelle orecchie arriva il rombo delle onde, in sottofondo le sue urla quando l’hanno stuprata in una casupola lercia, dai muri scrostati e su un terriccio polveroso. Le metti in mano quelle due cose che hai pagato pochi centesimi e per lei rappresentano un paio di pasti. Vorresti sapere da dove viene, come si chiama, cosa ha subito per arrivare lì ed accontentarsi della tua elemosina. Ma non lo farai perché i vostri due mondi sono così diversi, così lontani.

La guardi e non capisci perché il motorino che passa veloce davanti all’uscita del supermercato rallenta per lanciarle un grido, una parolaccia, uno  sputo. Non capisci. Possibile che in un mondo sempre più piccolo il colore della pelle sia ancora sinonimo di una inferiorità, di un’appartenenza al pianeta delle scimmie? Ti guardi intorno disorientato. Pensi, è un incubo. Invece è la realtà.

Ho cercato di resistere, lo giuro. Ho cercato di provare a cambiare le cose. Ho provato anche a scriverlo ma i troll, username di persone sconosciute, nomi e cognomi di persone che, invece, credevo di conoscere bene mi hanno aggredito. Parole, parole, parole. Grida. Giudizi. Improperi. Inviti osceni. Uso distorto delle notizie già false di loro. Qualunque cosa va bene per scatenare la rissa. Mi sono guardato intorno. Mi sono guardato dentro. Mi sono sentito solo, abbandonato, senza forze. Ho provato a smentire le notizie false, a ricostruire un filo di ragionamento logico, mi sono aggrappato al buonsenso, alla solidarietà umana, persino alle statistiche che smentiscono i luoghi comuni di cui si alimentano a mandibole spalancate i fascisti di nuovo al governo dell’Italia. Niente. Mi hanno opposto di tutto, persino le ricostruzioni di avvenimenti di trenta-quarant’anni prima e che nulla hanno a che fare con quello che accade oggi, adesso, nel mare di fronte alle nostre coste. Non si può fare una ricostruzione storica mentre migliaia di persone boccheggiano nell’acqua. Non si può pensare ad aggredire verbalmente su uno schermo di uno smartphone mentre donne e uomini in carne ed ossa ingoiano l’acqua salata. Non si può. E invece è quello che accade.

Ho cercato. Non ce l’ho fatta. Mi hanno sconfitto. I loro sorrisi cattivi, il ghigno sbilenco di chi sputa odio, di chi cerca nel colore dell’altro il senso della propria povertà, hanno avuto la meglio. Non li giudico. Non sono migliore di loro, anzi probabilmente sono molto peggio di loro. Ma non li capisco, non li seguo, forse inizio ad odiarli. Ho pensato che le parole non servono più, non hanno la forza di cambiare. Ho pensato che l’unica soluzione fosse prendere in mano un bastone e spaccare quel ghigno bavoso che vedo sui loro volti. Sconfitto più volte. Anche per questo bisogno di violenza. Il bisogno di chiudere la bocca  e lasciare che il rumore sordo del legno che spacca la carne sia la risposta alla sete di giustizia, a quel vago sapore di vendetta che inizia a scorrere nel mio sangue.

E allora mi sono arreso. Ho chiuso i profili social. Ho spento gli schermi. Il ronzio elettrico è scemato, il rumore di fondo si è allentato, l’adrenalina, ci ha messo un po’, si è abbassata e, finalmente, il silenzio ha iniziato a entrare dentro di me.

E’ durato poco. Il rumore delle onde lo continuo a sentire, il battere dei piedi e delle mani, le urla delle bocche che si riempiono di acqua, lo spruzzo dalle bocche schiumanti. Il mare nero. E noi, nelle nostre case, che sogghigniamo soddisfatti. Salvini è uno statista. Salvini ha vinto. Bastardo.

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Una risposta a Il mare nero

  1. LETIZIA scrive:

    “I loro sorrisi cattivi, il ghigno sbilenco di chi sputa odio, di chi cerca nel colore dell’altro il senso della propria povertà, hanno avuto la meglio. ”

    splendida frase 🙂

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