Il vento grigio

E’ una sera buia e tempestosa. Raffiche furibonde del vento del nord battono il cielo e la terra. Sono bordate violente che spazzano l’asfalto delle strade, che strappano i rami degli alberi facendoli piombare per terra, sulle auto per le strade, che sfiorano pericolosamente i passanti curvi per resistere alla sua forza.

Io sono dentro casa che osservo il cielo nero da dietro una finestra. Il mio punto di riferimento per intuire la forza del vento è una palla d’acciaio grigio e lucido incima alla canna fumaria di un camino, nella villetta di fronte. Beh, quella palla ruota furiosamente. Non si notano più le lame, è una superficie liscia per la velocità con cui gira su se stessa. Subito sopra nuvole dense e nere si accalcano, sbandando paurosamente nel cielo. Sono al caldo. Osservo la furia della natura. La struttura spessa di quelle nuvole mi fa capire che fra poco, nonostante il vento, la pioggia inizierà a cadere copiosa e anch’essa spazzerà le strade. Il vento porterà con sé il gelo della steppa siberiana. Lame ghiacciate sferzeranno i volti di chi sarà per strada, geleranno la terra nelle campagne e lastre bianche si formeranno ai bordi dell’asfalto. La pioggia ritarderà di poco la gelatura che comunque arriverà inesorabile.

Io osservo ammirato la forza della natura. Un velo di tristezza però avvolge la curiosità del bambino che è ancora in me. Mi guardo all’improvviso nello specchio di fronte a me e resto interdetto. Mi chiedo, confuso, “ma chi è quel vecchio?”.

Sono rientrato da poco da una visita medica. Mi hanno sottoposto ad una lunga e accurata visita. Mi ha accolto un dottore di mezza età, basso, il viso tondo e sorridente. Indossava il camice immacolato e abbottonato. Mi ha trasmesso una sensazione di fiducia, una sensazione calda di tranquillità. I suoi gesti erano pacati, misurati, lo sguardo attento e diretto. Le sue mani mi hanno palpato, hanno saggiato la consistenza delle anse addominali, hanno verificato il livello del dolore mentre schiacciava quella strana e minuscola escrescenza che si era formata. Mi ha riempito l’addome, i fianchi e il pube di gel, mi ha sondato con l’ecografo. Avvicinava il suo viso al monitor della macchina, stringeva i suoi occhi miopi osservando le ombre nella poltiglia grigiastra che si intuiva nello schermo. Mi ha rimesso in piedi, mi ha strizzato dolorosamente nella zona dove si era formata l’escrescenza.

Ho aspettato l’esito della visita in uno stretto corridoio dopo che lui mi ha invitato a svuotare la vescica, una ulteriore ecografia. Poi mi ha fatto rivestire e mi ha spinto, l’espressione seria, verso il corridoio esterno. Ho atteso stravaccato su una scomoda poltroncina di plastica bianca. Pensavo che era assurdo pagare ed essere costretto ad aspettare su una sedia così ridicola e così scomoda. Lo pensavo e sorridevo, sorpreso da un simile pensiero che non credevo mi appartenesse.

Ho atteso che quella porta bianca si riaprisse e che lui mi richiamasse. Quel momento arrivò così come arrivò l’esito. Lo ascoltai con una attenzione svogliata. Qualunque fosse stato l’esito della visita desideravo solo andare via da lì, infilarmi in macchina e correre verso il mare. Fermarmi sulla costa, scendere e sentire il gelo sferzante del vento sul viso. Volevo solo quello: sentire il freddo della vita dentro di me, mescolato al rombo del mare e delle onde che si frangono sulla roccia, guardare ammirato la spuma bianca che si gonfia, si alza e si frantuma con un boato sulla pietra lucida e grigia. Invece il mio viso era impostato sulla modalità “concentrato” e “cortese”. In fin dei conti stava parlando del mio corpo e delle sue bizzarìe, della mia vita e del suo futuro, ammesso che ce ne fosse ancora uno.

Ascoltai tutto, lo guardai scrivere a lungo e con una grafìa stranamente ordinata su un foglio di carta intestata. In alto a destra c’era il suo nome, la sua specializzazione, il suo indirizzo, il numero del cellulare e questo mi stupì. Spostai lo sguardo su di lui e lo guardai con maggiore attenzione vera. Era un uomo ormai anziano, la sua voce era cordiale e gentile, i suoi movimenti lenti. Era indubbiamente empatico. La sentenza era addolcita dal suo comportamento. Aspettai, annuii alle sue raccomandazioni. Gli strinsi forte la mano. Andai via. Mi fermai a pagare distratto al tizio seduto dietro l’isola dell’accettazione. Invidiai la sua giovinezza ma non il freddo che entrava dall’ingresso alle mie spalle e che lo colpiva ogni volta che la porta a vetri si apriva. Rimasi colpito dalla sua fredda indifferenza a quel calo termico. Pensai che fosse peggio per lui. Ero stranito. Andai via dopo aver pagato.

E ora ero dietro i vetri della mia finestra ad ammirare la rabbia del clima, la violenza della natura, incazzata. Pensai che in realtà dovessi essere io l’incazzato. Dovevo essere io a soffiare con violenza, a lasciar uscire le urla di terrore, a colpire con forza tutto ciò che avevo intorno, a strappare i miei libri, a gettare via gli LP affiancati con un ordine maniacale. Pensai che avrei dovuto gettare via dalla finestra il mio portatile e il cellulare, cancellare ogni traccia di vita. Anche se sapevo che non avrei cancellato nulla perché non si possono tracciare le tracce della propria vita digitale. Resta tutto lì, in rete, segnato e tracciato. I numeri sono registrati, la sincronia di 1 e 0 sanciscono ogni cosa che ognuno di noi fa in rete e ne lascia un segno indelebile, come l’inchiostro nero che resta sui polpastrelli di un dito e che ci si può sforzare inutilmente a grattare con saponi, olio, creme o quel che si vuole. La traccia resta. Lì. A lungo.

Ma il gesto simbolico di prendere e gettare tutto nel vuoto, alla mercé del vento freddo del nord, delle sue raffiche, del ghiaccio incombente, sarebbe stato catartico, liberatorio. Quasi come la traccia luminosa di una luce in movimento registrata in una foto al tramonto.

Invece ero lì, dietro il vetro di una mia finestra. A guardare e ammirare la furia del vento e lo spessore grigio scuro delle nuvole. Il giro vorticoso e furibondo della palla di acciaio mi ipnotizzava. Il mio sguardo restò fisso su di lei.

Il dolore si assopì, come ammorbidito dalla bellezza della natura. Ma era lì, comunque, dentro di me.

La visita era andata bene. Ero andato a guardare il mare in burrasca. Il mio viso fu colpito dalla spuma delle onde sbattute sulle rocce. Il cellulare l’avevo lasciato in macchina, sul sedile di fianco al mio.

L’avevo spento, subito dopo aver letto il suo messaggio.

Non l’avevo riletto. Avevo abbandonato la tua traccia. Non la potevo gettare via. Non potevo tornare indietro. Non potevo far nulla per cancellare quella traccia informatica. Ormai era lì, scolpita. Dentro di me.

Avrei voluto tornare a casa e trovarla lì. Avrei voluto che lenisse con le sue carezze e la sua lingua il mio corpo saggiato, strizzato, auscultato, violato.

Ho trovato solo la sua maledetta e fredda traccia informatica.

Ora sono qui. Con le braccia conserte, appoggiato al muro riscaldato dal termosifone a guardare oltre il vetro della finestra. Nel silenzio rotto dal vento che sbatte sui muri e sui vetri. Quel vento del nord che mi sfida, mi invita ad uscire, a misurarmi con lui. 

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