Sì, la pacchia è finita.

E’ difficile sentirsi un essere umano in questa Italia che cambia. Viene voglia di abbandonare tutto, di mollare gli ormeggi e navigare via. Via da qui, da questa terra che è diventata inospitale, che sente più semplice definire le persone e le cose con parole dure, spesso violente. E’ una rincorsa a chi costruisce lo slogan più truculento, a chi definisce l’altro nel modo più sprezzante, a chi rincorre lo sfregio, a chi si diverte a cancellare la storia, che poi è anche la sua storia.

Cammino lungo le strade della mia città. E’ piccola, si percorre in qualche ora. E’ una lunga retta, il tratto terminale della Via Appia, intorno a cui si è gonfiata, estesa. Di poco. Anche qui ci sono gruppi di ragazzi e ragazze africane. Si incontrano in alcune zone in cui si rinchiudono. Camminano con passo leggero, le cuffiette nelle orecchie, i cappelli infilati sui ricci crespi, scelgono abiti scuri. Le donne sono invece colorate, rumorose, allegre, piene di vita, talvolta con un bambino piccolo infilato in un panno morbido allacciato dietro la schiena.

Li osservo di sfuggita e mi rendo conto che non so chi siano. Ogni tanto mi fermo a chiacchierare con un uomo sorridente e gentile che dà una mano all’ingresso del supermercato dove vado a fare la spesa. Ormai è un dipendente che viene lasciato fuori la porta scorrevole all’ingresso. Sia che ci sia bel tempo che la pioggia, resta lì tranquillo. Entra solo per dare una mano a infilare le bottiglie di olio, per portare la spesa pesante delle vecchiette. Se qualcuno lo chiede prende i pacchi di bottiglie di acqua e le buste della spesa e le infila nei portabagagli delle macchine. Non chiede soldi, anzi si gira e va via, discreto e silenzioso. Lo sento ridere solo quando parla la telefono o con un suo amico, alto e scuro, che ogni tanto, al tramonto, passa per salutarlo e fare due chiacchiere.

Non so chi siano. Non so da dove vengono. Nella mia ignoranza mi appaiono simili, nelle fattezze e nella lingua, che non comprendo. Ma non sono uguali e le loro lingue sono diverse. Vivono qui ma sono lasciati da soli, ai margini. Ne sento la responsabilità. Soprattutto quando li incrocio la sera, al buio, lungo le strade periferiche. Scivolano veloci sulle biciclette arrugginite lungo il bordo asfaltato. Rientrano dai campi dove hanno lavorato per tutto il giorno. Sono sfruttati da qualche caporale italiano, probabilmente collegato alla camorra. Li si incontra tutti i giorni, le schiene piegate sulla terra, con qualsiasi tempo. E’ un ritorno ad un tempo passato perché è la cancellazione silente di una società civile, in cui il lavoro è fondato sui diritti, sul rispetto della dignità di una persona. Quella società in cui il lavoro è espressione di sé, è la ricerca di un riscatto sociale, di migliorare la qualità della propria vita, la ricerca dei mezzi per studiare e far studiare i propri figli, acquistare una casa, accudire il proprio corpo, trovare la pace.

E invece, in questa terra smemorata, non è più così. I ricchi diventano ogni giorno più ricchi mentre noi, e siamo miliardi, ci impoveriamo ogni giorno che passa. C’è chi ha deciso di sventolare la bandiera dell’odio e ci sono quelli, e sono proprio tanti, che ci cascano come allocchi e allocchi non sono. La gente, la gente!, muore ogni giorno a centinaia nel mare, il mare che dovrebbe essere la madre, la speranza, e chi dovrebbe aiutarli li sbeffeggia al grido “è finita la pacchia”. Quelli che annegano sono esseri umani, sono bambini, donne giovani, uomini giovani. Nessuno prova ad immaginare cosa voglia dire morire così, su un barcone marcio che affonda nell’acqua gelida senza potersi difendere perché la gran parte di loro non hanno mai visto il mare e non sanno nuotare. Cosa si prova a veder morire così i propri figli, il proprio marito, la propria compagna? Nessuno se lo chiede. La pacchia è finita. Oggi, in questa terra smemorata, cercare di sfuggire dalla guerra e dalla miseria, lasciarsi tutto, affetti e radici, alle spalle, subire stupro, violenze e degrado viene considerata una pacchia. Nessun uomo, nessuna donna, potrebbe mai accettare una simile follia. Ma questa paese smemorato l’ha fatto. E l’ha fatto con facilità. Ha dimenticato la propria storia, la propria cultura più progressista; quella che l’ha fatto crescere facendolo diventare una potenza mondiale. Oggi ricorda solo la cultura del suo periodo più buio con la stessa truculenza, abbandonando per strada l’ironia e l’allegria caciarona, la solidarietà umana, l’attenzione a chi viene lasciato per strada. Oggi è una vergogna dichiarare di essere comunista nel paese che ha avuto per decenni il più forte e democratico partito comunista che ha contribuito a costruirla L’Italia e l’ha poi difesa dal terrorismo. Si è sbeffeggiati, sull’onda di una ricostruzione storica falsa, fondata sugli slogan e sulle bugie. Eppure si crede a quello bugie, è facile crederci, fa comodo. Come fa comodo sdoganare il nero del passato, il fascio, Casapound, le teste rasate, l’ordine fasullo, la violenza gratuita, le storielle sconce su Mussolini, le strade, le ferrovie e cazzate varie.

Questa è una terra smemorata. Ma non potrà esserlo ancora a lungo. Perché queste ragazze e questi ragazzi africani sono giovani, forti, sono venuti qui e ci restano, perché amano questa terra. Non gli importa che noi si diventi smemorati perché loro vivono, lavorano, sperano, ambiscono esattamente come gli italiani di settanta anni fa. Loro la studiano questa terra, studiano la lingua. Se avete occhi per guardare li troverete seduti la sera tardi sulle panchine a leggere i libri di grammatica italiana. Loro vogliono contribuire a ricostruire questo paese. Noi diventiamo ogni giorno che passa più vecchi. Loro sono belli e giovani e la storia va avanti per conto suo scrivendo il futuro sotto i nostri occhi, che ci piaccia o no. Questa è la speranze per il futuro. E bene ha fatto oggi la parlamentare di LeU, Rossella Murioni, a fermare il bus che stava portando via un gruppo di migranti da una struttura per decisione del bullo Salvini. Ha fatto bene perché mandare via quelle famiglie integrate sarebbe stato spezzare un altro ramo del futuro. Perché quello è il futuro. Il futuro della nuova memoria. Noi la stiamo dimenticando, loro la stanno ricostruendo nonostante noi. E’ vero: la pacchia è finita. Per te, Salvini.

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