Piccola storia triste con finale andante

Ok, l’ho fatto. Ho abbandonato il Mac. Dopo 23 anni ho acquistato il mio primo portatile non Apple. Non è stato un dolore: è stata una liberazione. Definitiva. E’ un amore che si è consumato nel tempo. E’ un amore che è gonfio del tradimento. Non mio. Ma della mela. 

Non voglio perderci molto tempo a raccontare delle ragioni che mi hanno portato a questa scelta per il semplice motivo che ne ho scritto a lungo nel passato nel mio blog. Il mio Macbook 12 pollici ha iniziato a creare problemi perché il disco rigido si era saturato e quello è stato il primo modello in cui la Apple ha deciso di uniformarsi alla concorrenza di basso livello saldando alla scheda madre sia la ram che il disco rigido. La sostanza è che non è sostituibile, si getta via è basta. Il piccolo, ma molto piccolo, particolare è che l’ho pagato ben 1.299 euro. Dopo soli tre anni ero nella condizione di dover gettare via un portatile, con una spesa annuale di oltre 450 euro. Una follia.

Per cui ho deciso di aprire gli occhi e mettermi in giro ad osservare per scegliere il nuovo portatile con attenzione, molta attenzione, forse troppa.

Per mesi ho studiato su internet, ho cercato su Amazon, sui siti dei produttori, ho seguito su Youtube decine di esperti di tecnologia. Quando mi avvicinavo alla soluzione e finalmente trovavo una possibile scelta, mi mettevo in auto e andavo alla ricerca di qualche negozio specializzato in cui poter visionare dal vivo il prescelto. Beh, ogni volta che me lo ritrovavo nelle mani la delusione mi assaliva. O era costruito male, oppure non trovavo esattamente il modello, oppure la tastiera sprofondava nel metallo troppo plasticoso, o il monitor fletteva facendo apparire sullo schermo delle orribili bolle. Insomma, una continua e costante delusione.

Ogni fine settimana era un peregrinare tra Euronics, Mediaworld, Expert, Unieuro ecc. ecc.

Ogni fine settimana era un ritorno a casa con le pive nel sacco dietro gli sfottò dei figli che non riconoscevano più in quell’essere indeciso il loro padre. Fino a qualche mese prima avevano a che fare con una persona che alla prima scusa si fiondava e acquistava tecnologia. Anche loro si erano resi conto che qualcosa era cambiato. Qualcosa si era rotto, definitivamente. Insomma ero passato dall’essere uno che rincorreva le novità a prescindere ad uno che non aveva più voglia di spendere soldi inutilmente. Ora volevo solo privilegiare la sostanza, cioè scegliere lo strumento in base a quello che volevo fare. Al centro dei miei desideri non c’erano più la grafica, la costruzione di mondi virtuali, i giochi. Per quei desideri negli ultimi anni mi ero dedicato allo studio per diventare autonomo e assemblarmi due pc, scegliendo i pezzi ed evitando di farmi dissanguare da qualche tecnico spudorato che mi poteva rifilare qualunque sciocchezza, considerando la mia ignoranza. Invece avevo deciso di metterci le mani e di imparare. Sono seguiti mesi di duro lavoro e di esercizio su due poveri vecchi pc abbandonati in cantina e che avevo resuscitato, cannibalizzato e rimessi in funzione. In questo lungo percorso ho iniziato ad innamorarmi di nuovo: del sistema operativo Linux. Anche in questo caso ho studiato, provato, sperimentato, sbattuto la testa per scegliere quello di cui avevo bisogno. Ed ho scelto Linux Mint. Con mia grande soddisfazione. Anche in questo caso ho assaporato il piacere di imparare a sporcarmi le mani, a sapere con precisione quello che volevo realizzare e a comprendere come farlo. Aprire il Terminale, digitare i comandi e veder scorrere velocemente le stringhe bianche su schermo nero è stata una iniziazione sconvolgente.

Comunque, torniamo a noi. Dopo mesi di insoddisfazione avevo intuito quale fosse il problema principale: non avevo nessuna intenzione di spendere molti soldi per un ennesimo computer. Perché  osservando mi ero reso conto che per poter acquistare il portatile che avevo in mente io dovevo spendere minimo mille euro, se non di più. Mi ero orientato da tempo verso il Dell Xps 13 il cui costo si aggira tra i 1.300 e i 1400 euro, poco più o poco meno. Una cifra che ritenevo spropositata. E pensavo anche che sarebbe stato un pessimo esempio per i miei figli dare l’idea che si potesse facilmente spendere una cifra del genere dopo soli tre anni dall’acquisto del Macbook. Per cui ripresi a cercare, sia virtualmente che concretamente. Mio figlio piccolo ormai mi prendeva in giro quotidianamente. Non appena mi vedeva borbottare con la testa china sul Mac oppure vestirmi per uscire e andare negli ipermercati mi rifilava la battuta ironica o lo sbeffeggiamento.

Insomma, non trovavo la quadra. Non riuscivo a mettere insieme il bisogno con la realtà delle cose. Mi ero, però, reso conto che la qualità costruttiva media dei portatili, laptop o netbook era decisamente bassa. Il mio bisogno principale, la prima cosa che andavo a verificare non appena mettevo le mani su una macchina, era la tastiera: mi serviva una tastiera solida, con i tasti ben distanziati e dalla corsa lunga. Non doveva flettere e avere un feedback tattile soddisfacente.

E qui cadeva l’asino: perché la stragrande maggioranza dei portatili avevano una tastiera che si incurvava sotto il peso del dito oppure dei tasti poco sporgenti e con una corsa molto ridotta. L’effetto era avere la sensazione di battere sulla tastiera virtuale dell’ipad. In sintesi: un disastro.

Ormai stavo meditando di lasciar perdere. Restava, però, il problema dell’Ssd del Macbook che ormai aveva pochissimo spazio libero nonostante l’avessi liberato di tutto ciò che poteva non essermi utile. L’unica idea percorribile era formattarlo e installare il Linux Mint che ha pochissime esigenze di spazio fisico. Ma era una strada che non potevo percorrere perché era l’ultima macchina Apple e lì sopra c’era un capitale di musica, film e libri acquistati, oltre che il back up di 25 anni di lavoro e di scrittura. Mi ero liberato, nel corso degli ultimi mesi, dei miei iPad, dell’iPhone e avevo formattato i vecchi MacBook pro, installandoci anche lì il Linux Mint 19.1.

Ero in un guado deprimente.

Ed è stato in quel momento che è arrivato il fulmine che mi avrebbe illuminato la via!

Da anni seguo il sito e il canale Youtube di Hdblog.it. All’interno di quel canale c’è un ragazzone belloccio e dal familiare accento toscano che si chiama Riccardo Palombo. Seguo da sempre con molto interesse le sue recensioni. Perché è bravo e, soprattutto, ha un approccio alla tecnologia che mi appartiene: va usata per i propri bisogni e non viceversa. E’ uno specialista che spinge molto verso le macchine, e le soluzioni informatiche, di buona qualità e dal costo basso. Al contrario di quello che normalmente accade. Poi ha altri interessi che mi hanno fatto innalzare le orecchie: la corsa, la lettura e Linux. In ogni recensione di un portatile c’è sempre lo spazio per fare due chiacchiere sulla possibilità di installare una bella distro Linux.

Ma all’improvviso, e per puro caso, mi imbatto in un suo tweet: andate sul sito Riccardo.im. Vado a darci un’occhiata, incuriosito. E trovo un mondo nuovo. Insomma, il ragazzone dall’accento toscano ha deciso di aprirsi al mondo e farsi conoscere. Tra le tante risorse c’è anche un link ad una cosa che si chiama Il Mordente.it. Un altro sito? Anche. Ma soprattutto un podcast. Mi fiondo e mi scarico la prima puntata. La ascolto con curiosità e mi ritrovo in un mondo familiare, ricco di spunti sulla corsa, sulla vita, sulla tecnologia, sulla lettura e sulla scrittura. Sono tutti argomenti che stuzzicano la mia curiosità e anche una mia certa vanità.

All’interno di quella prima puntata, all’inizio della seconda metà, scoppia il fulmine. Riccardo racconta del come non sia mai riuscito a trovare un portatile che sentisse come suo. E del desiderio di costruirsene uno su misura. E subito dopo racconta di come l’abbia trovato. Dove? Su Ebay. Quale? Un Lenovo ThinkPad x1 carbon. Cioè IL portatile business. Mi fermo e riascolto. Non l’avevo mai preso in considerazione perché molto costoso e poco diffuso in Italia. Palombo racconta nel dettaglio come cercarlo. Lui ne ha acquistato uno del 2015 con un processore i7, 8 giga di ram ma senza SSD, però dotato di uno slot 4g per inserirvi una sim ed essere autonomo in mobilità. Mi chiedo: ma quanto avrà speso. Perché su Ebay si trovano occasioni ma non ti regalano nulla. E in quel momento spara nel microfono: l’ho pagato 280 euro. Sobbalzo sulla sedia. Come? Quanto????

E poi aggiunge: “il pannello è un Tn e non mi andava bene. Allora ho acquistato un pannello Ips per una trentina di euro e non appena mi arriverà lo sostituirò. Con poco più di trecento euro mi sono procurato il portatile definito!”

Bam! Il fulmine è arrivato a terra, ha squarciato il pavimento e mi ha bruciacchiato i peli del braccio. Trecento euro. Un Lenovo ThinkPad x1 carbon. Non è possibile.

Era la risposta che cercavo? 

Da quel momento è iniziato un nuovo percorso, pieno di entusiasmo. Vado su Youtube e mi guardo tutte le recensioni possibile su quella macchina. Navigo sul sito della Lenovo e do un’occhiata ai prezzi del portatile nuovo. E sono altissimi. Poi, una volta accertato che quella macchina soddisfa tutte le mie esigenze vado, con un certo imbarazzo e timore, su Ebay. Ho riattivato il mio account fermo da anni. Ho sempre avuto un forte timore nel fare acquisti su Ebay. Ho avuto paura delle fregature anche se lì ho acquistato un paio di computer senza problemi.

Ma adesso…. Adesso la curiosità era fortissima.

Da quel momento è stato come fumarsi una canna: adrenalina e sindrome del giocatore d’azzardo. Ho iniziato a seguire alcuni venditori inglesi, ho scartato quelli tedeschi, ho provato anche a partecipare a qualche asta e in un paio di casi sono quasi arrivato a vincerle. I prezzi, però, erano superiori.

Ma una mattina l’occhio cade su una proposta di vendita di un modello del 2015 con un processore i5, 8 giga di ram e un SSD di ben 512 GB. Prezzo un po’ superiore a quello speso da Riccardo, ma comunque inferiore alla media dei prezzi. C’era in bacheca solo una foto non molto chiara ma sembrava integro. Contatto il venditore per chiedere un chiarimento sul pannello e mi arriva in poco tempo una risposta che appare onesta: non lo so. Come posso vedere?

Decido di tenerlo sott’occhio. Nel frattempo continuo a girare per Ebay. Visualizzo e ricerco sia i ThinkPad x1 carbon che i Dell Xps 13. Questi ultimi sono decisamente più costosi. Mi viene spontaneo pensare che siano i migliori perché no si può giustificare in altro modo la differenza di prezzo. Mi prendo una pausa di alcuni giorni. Me la prendo con calma, anche qui seguendo un consiglio di Riccardo: aver pazienza e aspettare l’offerta che si sente propria, quella più adatta alle proprie esigenze. Ogni giorno, però, torno a visualizzare quell’offerta. Non so, è come se il fatto che sia un italiano a vendere mi offra più garanzia, una maggiore fiducia. 

Attendo fiducioso, ci ragiono. Poi prendo qualche giorno di pausa in cui rinuncio completamente a cercare, giusto il tempo di pacificare la testa e non fissarmi.

Dopo un paio di settimane rientro in Ebay e vedo che il portatile è ancora lì, nessuno l’ha acquistato. Questo accade una mattina in cui il cielo è limpido e un forte vento di tramontana si infila attraverso i rami della grande magnolia che è dietro l’ampio vetro del mio ufficio. Prendo un sospiro, mi giro lentamente verso la vetrata e osservo il cielo il cui colore è di un azzurro immacolato. Mi ricorda il cielo dei giorni di sole a Roma, è di un colore talmente netto, pulito, da lasciare senza fiato. Ed è esattamente in quel momento che mi rendo conto che la scelta è fatta. Ed è, da un certo punto di vista, un momento simbolico, catartico. E’ la scelta di cambiare strada. E’ quell’attimo in cui si decide di abbandonare una via battuta per tanto tempo, una strada in cui ci sei è impegnati, in cui si sono impegnate le energie. Ma è anche quel momento in cui si intuisce che l’unica alternativa è abbandonarla per percorrerne una nuova. Una strada che riporti alla luce la curiosità, dei nuovi stimoli, la paura dell’ignoto. Sono tutte sensazioni che si sono perse nel tempo sostituite dalla tranquilla monotonia della sicurezza e delle cose note.

In quel momento, esattamente appena abbandono la vista del cielo blu, che decido di cliccare il tasto di acquisto accettando il prezzo proposto dal venditore. Un prezzo, lo ripeto, che da subito ho ritenuto onesto ed equilibrato. Probabilmente avrei potuto spuntarne uno migliore, ma non era quello il mio obiettivo. Io desideravo solo prendere la nuova strada. Ero pronto, incuriosito, anche un po’ ansioso.

Ora si trattava solo di aspettare e sperare che andasse tutto bene. In fin dei conti era la prima volta che mi avventuravo in una operazione simile. Su Ebay non avevo mai acquistato nulla di così impegnativo. Mi è tornato in mente, invece, il breve periodo in cui acquistai un portatile e un paio di computer usati. Rientrato a casa, sono andato in garage, li ho rintracciati con qualche fatica e li ho portati in casa.

Uno di questi era un vecchio MacBook Wallstreet, di cui ho scritto spesso. Lo acquistai nel mercatino dell’usato del sito Macity da un giornalista informatico, allora personaggio noto. Scriveva su importanti riviste di tecnologia ed era un buon programmatore. Senza saperlo avevo utilizzato un suo ottimo programma di catalogazione libri che lui diffondeva gratuitamente per le biblioteche delle scuole pubbliche. La trattativa fu privata e lo trovai persona affabile. Quando il portatile mi fu recapitato fui sorpreso dall’odore di fumo di sigaretta che emanava. Era vissuto ma perfettamente funzionante. 

Rientrato a casa lo estrassi dalla busta in cui l’avevo conservato con cura. Provai ad accenderlo e ripartì immediatamente, anche se erano trascorsi molti anni dall’ultima volta in cui l’avevo utilizzato.

L’ho fatto vedere con un moto di orgoglio ai miei figli. Nel periodo in cui l’acquistai la Apple era ancora un’azienda innovativa e quel portatile, se acquistato nuovo, costava quasi quanto un’autovettura.

Fatta la scelta, il passato resta dentro, ma si va avanti senza guardarsi indietro. Non c’è bisogno di pensare al tempo trascorso con nostalgia perché le cose importanti restano dentro, sono state metabolizzate e circolano nel sangue e nei gangli vitali del cervello. Perlomeno quei neuroni che non sono stati ancora bruciati.

Quel MacBook, le cose scritte e salvate lì dentro (il cloud non esisteva ancora e quel modello era dotato di un lettore Zip- qualcuno se lo ricorda?-), erano parte di me come l’affetto per quei tasti consumati e l’odore del fumo che ancora emana. Era vita mescolata nella plastica e nel ferro.

Nel tardo pomeriggio del giorno in cui avevo acquistato il ThinkPad mi arrivò la telefonata del venditore. Rimasi stupito perché giunse del tutto inaspettata. Fu molto cortese, mi spiegò lo stato in cui avrei trovato la macchina e garbatamente mi fece capire che l’avrebbe anche venduto ad un prezzo inferiore. Lo ringraziai e gli risposi che non avevo trattato perché il prezzo mi era parso onesto e che pensavo fosse esattamente ciò di cui avessi bisogno.

Mi rimaneva di attendere il suo arrivo. In realtà il pacco il venditore l’aveva già consegnato al corriere nel momento in cui mi aveva telefonato. Lo vidi nelle comunicazioni puntuali che mi arrivarono da Ebay. Era venerdì sera.

Il lunedì in tarda mattinata mi arrivò la telefonata del corriere. Avevo indicato come indirizzo di consegna quello di mia suocera che, poverina, era ormai una specie di ufficio consegna per la famiglia. In quella casa arrivavano pacchi di tutti i tipi, fondamentalmente libri, destinati a me, a mia moglie, ai miei figli, a mia cognata e quelli per mia suocera spediti da mio cognato che vive e lavora a New York.

Un paio di telefonate veloci per garantirmi che mia suocera fosse in casa e darne conferma al corriere. Fatto. Consegnato. L’ansia di vederlo mi assalì.

Dovetti attendere l’uscita dall’ufficio, nel pomeriggio, per andare a ritirare il pacco. 

Cosa avrei trovato? Era stato un errore?

A casa mi trovai fra le mani quel pacco rettangolare di carta grezza con il marchio Lenovo. Era la scatola originale, un po’ consumata. Ma già il fatto che ci fosse per me era un segnale positivo. 

Con qualche difficoltà, volevo evitare di lacerare la scatola, riuscii ad aprirlo. Non so se capita ad altri, ma quando devo aprire un pacco che contiene cose a cui tengo me la prendo con calma. Mi piace degustare quel momento di incertezza sospeso tra la gioia e la possibile delusione. E scelgo di dilatare quel momento trasformandolo da attimo in pausa lunga e riflessiva.

Ho fatto così anche davanti a quel pacco. L’ho aperto ma mi sono fermato. Ho atteso, ho assaporato l’adrenalina della curiosità sospesa. Poi, pesando i gesti, ho aperto la scatola e l’ho estratto con cautela. Era nero, pulito, senza un graffio. Non riuscivo a crederci. Mi attendevo un portatile usato, graffiato, con qualche segno di usura. Invece questo appariva come nuovo, perfetto. Ancora un po’ sospettoso ho tolto i fermagli antiurto e l’ho aperto. Incredibilmente anche dentro era integro, pulito, senza un solo segno sulla “scocca”. Certo, si intuiva la polvere ma la macchina era stata tenuta e pulita con cura. L’ultimo passo era l’accensione. L’ultimo dubbio. Anche in questo caso la sorpresa fu positiva. La macchina partì e veloce come una scheggia comparve la scrivania di Windows 10. 

Un sorriso ebete si disegnò sul mio viso. Ora arrivava il bello: la personalizzazione. E a questo punto sarebbe arrivato il vero divertimento. Su quel disco di 512 GB potevo installarci di tutto. 

Perché il progetto era ben preciso nella mia mente: liberarmi delle multinazionali che hanno drogato il mercato della tecnologia rendendolo accessibile solo a pochi fortunati e danarosi abbandonando la strada dell’informatica per tutti.

L’obiettivo era installare Linux, cifrare il disco rigido e proteggerlo con password complesse.

In serata, finalmente, l’ho personalizzato. Ho installato Linux Mint 19.1, ho eseguito tutti i passaggi post installazione, dal terminale ho scaricato i programmi necessari per le mie routine, ho scaricato LastPass per configurare le password e, infine, ho cifrato l’intero disco rigido. Era pronto. Ora restava l’ultimo passaggio da compiere, la prova definitiva: verificare la tastiera.

Il motivo principale di questa mia ricerca è stata proprio la tastiera. Era un momento della mia vita in cui avevo la necessità di rompere con il passato e prendere, anche in questo caso, nuove vie. Doveva testare nuovi impegni, nuove emozioni. Era una rottura radicale con il passato che interessava gli aspetti più importanti della mia vita e forse si estendeva anche agli affetti. Per trent’anni mi ero impegnato su alcune direttrici. Ora desideravo solo romperle e dedicarmi ad altro. Bisogno solo di nuovi stimoli? Oppure la constatazione, amara, che non avevo più nulla da dare? Oppure che mi sentivo tradito?

All’interno di tutto questo si ripropose il bisogno di riprendere a scrivere. Un desiderio che avevo da sempre e che avevo perseguito a tratti, con lunghe pause. La scrittura è a tutti gli effetti un’attività fisica e come tale ha bisogno di costanza, allenamento, ricerca di obiettivi via via più complessi. Se si sospende si perde il ritmo e si perdono le parole. Ed è esattamente quello che mi è successo. Ma uno dei motivi che mi avevano spinto a smettere di scrivere cose un po’ più strutturate era proprio la tastiera del MacBook che era piatta e senz’anima. Una tastiera tecnologica che non procurava nessuna sensazione. 

La mia ricerca era incentrata sulla ricerca di una tastiera solida e “calda”. Il ThinkPad ce l’aveva eccome. La prova fu molto confortante. I tasti erano ben distanziati, la base solida che non fletteva mai. Da mesi avevo ricominciato, dopo molti anni, a digitare utilizzando le dieci dita delle mani. E’ stato un esercizio complicato perché dovevo ritrovare un equilibrio e un ritmo che avevo perso da tempo ma era un’altra scommessa che mi andava di fare con me stesso. Probabilmente anche in questo caso un tentativo di dimostrarmi che conservavo una buona elasticità nonostante gli anni che passano.

La prova fu, anche in questo caso, superata con successo, come si è intuito già da quello che ho scritto. Ho ritrovato un’anima persa e in fondo riafferrai il filo, smarrito nel tempo, del desiderio di scrivere sul computer. Negli ultimi mesi mi ero limitato a scrivere a mano sui miei taccuini ma fondamentalmente erano testi di un diario personale e solo in qualche caso buttai giù un racconto o appunti per qualche storia da approfondire successivamente.

Sono arrivato alla fine di questa storia. Una buona fine, una volta tanto. Ho avuto fortuna e ho fatto la scelta giusta. Ho cambiato strada. E’ stato meno difficile del previsto e non ho avuto contraccolpi. Faccio quello che facevo prima ma con uno strumento che è tornato ad essere tale e nulla di più. Eticamente ho abbandonato la sponsorizzazione di una multinazionale multimiliardaria; ho smesso di finanziare il costo folle dei suoi prodotti oggetto di culto e di design. Ora ho sotto le mani un computer usato i cui pezzi se si rompono possono essere sostituiti spendendo poche decine di euro e posso farlo con le mie mani, in autonomia e senza spendere soldi in tecnici. Utilizzo un sistema operativo free e fondato sulla collaborazione libera, gratuita e ormai accessibile a tutti.

Mi sento di essere dalla parte giusta. E credo che sia importante. Ora si può lavorare sui contenuti.

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