Muto

Paolo decise di non parlare più. Era una sera di marzo. Una tipica giornata dal clima impazzito. La mattina un vento impetuoso lo svegliò, all’improvviso il silenzio fu rotto dallo scuotersi degli alberi. Le raffiche si alzarono all’improvviso e andarono a infrangersi sulle mura della casa, sulle tapparelle, sui vetri che scricchiolavano all’impatto. Poi sopraggiunse la pioggia, dapprima leggera come se fuoriuscisse leggera e frantumata dal bocchettone di una doccia. Poi diventò violenta, minacciosa nel suo legame furibondo con il vento di Grecale, umido e freddo. Le raffiche convogliarono gli scrosci di pioggia in nodi densi e dolorosi all’impatto con la pelle, rovesciando gli ombrelli, sradicandoli dalle mani delle persone che si arresero e accettarono passivamente di inzupparsi, impotenti di fronte a tanta furia. Poi il vento decise di spazzare le nuvole e pezzi di cielo azzurro comparvero a sprazzi tra il grigio e il bianco. 

Paolo ne approfittò per uscire e andarsi a prendere un caffè al bar vicino casa. L’aria era impregnata del profumo di muschio e mescolata con il puzzo di merda che usciva dai tombini intasati dalla troppa pioggia.

Nel bar, immerso nella fredda luce dei led bianchi, sorseggiò con calma il caffè, guardando di sottecchi la bella barista magra, dai lunghi capelli neri raccolti in una coda lucente e dal piccolo seno che traspariva dal tessuto leggero della camicia, sapientemente sbottonata. Adorava i suoi larghi occhi neri, con le iridi enormi e che lo guardavano dritte, spavalde, consapevoli della loro profondità.

Pagò e all’uscita fu sorpreso da un nuovo scroscio di pioggia. L’acqua era talmente spessa che lui pensò che fosse davvero molto, ma molto bagnata. Si soffermò a pensare che probabilmente non si fosse mai inzuppato così nella sua vita. E scoprì quanto fosse bello ricevere quell’acqua sul viso, percepirne i rivoli che si infilavano nel collo impregnando il tessuto della camicia e del maglione. Gli abiti divennero una seconda pelle, umida e incollata come nessun vestito era mai stato capace di fare. Camminò lentamente fino a quando l’acqua scivolò nelle scarpe, dopo aver percorso in lungo e in largo il suo corpo in un lavacro radicale e completo, riempiendole. Lui ascoltò il cik-ciak e l’ondeggiare del liquido nella tomaia. Si divertì ad alzare la punta allungando il passo e alzando il tallone nella spinta in avanti lasciando che l’acqua scorresse intorno ai piedi. In quel momento la pioggia cessò. Lui avvertì un vuoto. Improvviso.

Paolo era stanco. Da tempo. Era in quell’età in cui non si è più giovani, quell’età in cui si inizia a percepire che il futuro smarrisce la speranza, in cui l’orizzonte si rimpicciolisce e si intravede il termine della propria strada. Cosa poi questo volesse significare, ancora non ne aveva idea.

Però era stanco. Alzò lo sguardo dalle scarpe e guardò il muro che separava la via dove abitava dalla caserma abbandonata. L’intonaco verde era ormai sbiadito e scrostato. La pioggia si era infilata nelle crepe formando della macchie scure. Alla base il muschio si arrampicava disegnando ghirigori affascinanti che facevano da sfondo ai cespugli di erba. Una piantina di pomodoro spiccava sfacciata, pur essendo ancora piccola. Dietro il muro si intravedeva il bosco abbandonato, gli alberi alti e fitti intorno a ciò che restava dei ruderi della caserma. Lui rammentò il tempo in cui al mattino risuonava l’alzabandiera e la sera la musica de Il Silenzio accompagnava i soldati verso il buio silenzioso della notte. Notò, guardando il muro, che la scritta che campeggiava da anni era stata cancellata con una mano di vernice verde scuro. Ci restò male. C’era scritto “S’agapò poliù”, in un greco casareccio. Quella scritta ogni giorno lo faceva sorridere. Era una bella dichiarazione d’amore e il fatto che fosse lì, proprio di fronte casa sua lo rendeva allegro, gli dava un vago senso di fiducia nel futuro. Ora non c’era più. Perché? Si guardò intorno, come se volesse cercare il colpevole di quello che per lui era uno sfregio. Lo percepì come un affronto personale, come se quella scritta fosse stata sua.

Si avvicinò per osservare con più attenzione. E vide, con un moto di disgusto, che al centro di quella macchia verdastra qualcuno aveva scritto “andatevene a casa vostra! Negri di merda”.

Gli si spalancò la bocca, come se fosse autonoma, e il vento freddo entrò in gola ghiacciandola.

Il suo era un urlo muto. Si guardò ancora intorno. Non c’era nessuno. Solo qualche ramo spezzato lungo la strada grigia e macchiata da pozzanghere scure in cui si rifletteva il cielo screziato.

In quel momento capì che le parole non avevano più speranza. Il greco antico, la dichiarazione di un amore antico, era stato cancellato con un gesto arrogante e violento da parole senza senso, ancor più violente. Si sentì colpito, come se l’atto di cancellare quella scritta fosse aver stracciato la sua personale dichiarazione di amore. Si sentì violentato.

Con rabbia sfregò con forza la mano sulla scritta ma non riuscì nemmeno a sbavarne l’inchiostro. Guardò stupito i palmi arrossati ma la scritta continuò a stare lì, davanti ai suoi occhi, con il suo messaggio.

Fu in quel momento che decise. Fu in quel preciso istante in cui il sole fece capolino dietro una nuvola grigia e compatta. Le parole avevano perso di significato, avevano smarrito il potere di sedurre, convincere, aggregare. Le parole erano diventate clave nella bocche e nelle mani di barbari. Capì che per comprendere doveva ascoltare. Capì che doveva cercare altro. Capì che doveva cercare il silenzio, quello totale, stordente.

Da quel momento Paolo smise di parlare. Decise solo di ascoltare. Decise di abbandonare la sua casa. Decise di andare nel bosco, in quell’intrico di rami che era in fondo alla sua strada, oltre il muro verde scrostato. Abbandonò tutto della sua vita e visse ascoltando il rumore del vento, dei rami che oscillavano, crescevano e si spezzavano sotto il peso della neve d’inverno. Ascoltò i rumori delle stagioni morenti e di quelle che nascevano, vide i rovi di more fiorire e poi fruttare. Si cibò di quel frutto denso e succoso, si leccò le dita macchiate di viola. Visse nel rumore della vita che passava di fronte ai suoi occhi e lasciò che il rombo dell’odio e della distruzione si mangiasse la sua strada, la sua casa, la sua città, il suo mondo. E fu lì, in quel vecchio bosco abbandonato, che un giorno lo trovarono, imputridito e incollato al tronco ammuffito e grigio di un vecchio ulivo mangiato dalla Xylella.

Questa voce è stata pubblicata in Racconti, Resistenza, Sottrazione. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.