Lo scrittore e l’ape operaia

Aveva adorato quell’appartamento. Al secondo piano, nulla sopra di lui, nulla intorno a lui. Solo il cielo bucato da qualche antenna che oscillava al vento e la canna fumaria di un camino, sormontata da una palla di metallo cromato che girava vorticosamente spinta dal vento. Il terrazzo ampio e coperto era esposto a sud, al vento di scirocco caldo e umido ma protetto dalle bordate gelide della tramontana. La città era esposta sempre al vento. Per suo figlio aveva scritto alcune fiabe che avevano per protagonisti i tre venti che battevano ogni giorno che dio comandi la città: tramontana, scirocco e grecale.

Gli era piaciuto da subito sedersi al sole sul terrazzo e scrivere, le gambe incrociate nella posizione del mezzo loto, il laptop comprato usato su ebay poggiato sulle ginocchia e le sue mani che pestavano rapide sui tasti. Lui restava ore in quella posizione, seguendo lo spostamento del sole. A fine giornata rientrava nella casa, rintronato dalla luce e bruciato dal calore. In primavera le rondini giravano in tondo sopra il suo appartamento, qualcuna si infilava sotto il tetto temeraria e gli sfrecciava intorno. Le api giravano veloci e tranquille succhiando il polline dai fiori, senza mai infastidirlo perché lui non infastidiva loro. Una di quelle api un giorno iniziò a andare e venire e ad infilarsi dentro un cespuglio, proprio di fronte al suo naso. Non si avvicinava mai e restava a lavorare a qualche centimetro da lui. Alcune volte quando riprendeva il volo restava un attimo ad osservarlo, oscillando con le ali che ruotavano rapide, e poi andava via. Lui vedeva su quel piccolo musetto un sorriso leggero. Non lo immaginava. Lo vedeva con i suoi occhi e ne era sicuro. Dopo alcuni giorni, incuriosito, si alzò e infilò il naso nel cespuglio e vide ciò che l’ape stava facendo ogni giorno, di fronte a lui che lavorava: stava costruendo un favo. Probabilmente avrebbe dovuto allarmarsi ma cosi non fu. Anzi, restò molto contento di quella novità. Voleva dire che l’ape lo considerava affidabile. Si sedette e riprese a lavorare.

Il vento spesso condizionava il clima della sua città. E quando spirava un forte vento di scirocco che gli sferzava, umido e tiepido, la faccia, dopo qualche ora il sole spariva coperto da nuvole dense e sfilacciate nel cielo. Un brivido gli percorreva la schiena, alzava la testa e restava ammirato a guardare la novità. Dopodiché riprendeva a battere i tasti sul laptop, apparentemente indifferente. Dopo alcune ore il cielo si copriva di una coltre grigia e scura e le prime gocce di pioggia iniziavano a battere sul terrazzo. Lui restava lì e continuava a scrivere finché la pioggia non diventava solida e copiosa. Solo in quel momento si alzava, rientrava nell’appartamento, spostava un tavolo vicino alla finestra e senza chiuderla si sedeva e riprendeva a scrivere, preceduto solo da un rapido scuotimento scocciato della testa.

Ogni mattina si alzava quando il cielo era ancora buio, si lavava infreddolito, si preparava il caffè con la moka che aveva sciacquato e asciugato con cura la sera prima. Nel silenzio della notte che lasciava il posto al mattino che si stiracchiava con lentezza illuminando gradualmente il cielo, lui leggeva i giornali su un vecchio tablet, acquistato anch’esso usato su ebay, e sorseggiava il caffè bollente mordicchiando un biscotto su cui aveva spalmato una striscia abbondante di marmellata rossa di ciliege.

Dopodiché si vestiva e andava a correre lungo le strade ancora silenziose. Nel correre, oltre il tonfo sordo delle scarpe sul cemento umido, percepiva il respiro profondo della natura, degli alberi, dell’erba che sprigionava la brina, della terra che scrocchiava alla prima luce del sole e poi ascoltava il profondo, rumoroso, respiro dell’umanità che stava per svegliarsi e mettere in moto la sua prodigiosa macchina produttiva e distruttiva. Dopo qualche decina di minuti l’acqua sarebbe uscita dai rubinetti, gli scarichi dei water sarebbero stati tirati e le fogne si sarebbero riempite degli scarti umani. Le cucine si sarebbero illuminate, le lenzuola dei letti tirate via per prendere aria e gli zaini si sarebbero riempiti.

Ma lui sarebbe tornato nel suo appartamento, evitando di incontrare quella umanità chiassosa, e dopo una doccia calda avrebbe ripreso il suo laptop, incrociato le gambe sul terrazzo, e ripreso a scrivere, mentre le rondini giocavano e l’ape ricominciava a costruire il suo favo.

Un mattino, come al solito, dopo aver bevuto il suo caffé, essere andato a correre sotto la pioggia umida e calda della primavera ormai invecchiata, aver fatto la doccia tiepida e aver scosso le ossa prima di lavorare, uscì sul terrazzo e trovò la sua ape morta sul pavimento grigio. Rimase sorpreso. Si chinò e la osservò con attenzione. Alzò la testa per un attimo e si rese conto che aveva smesso di piovere. Tra le nuvole si crearono le prime crepe di cielo azzurro. Prese un pezzo di canne raccolta su una spiaggia e accantonata sul suo balcone, tra i vasi di ceramica vuoti. Toccò con delicatezza l’ape, la smosse ma non reagì. Era proprio morta. Incredibilmente ci restò male. Rientrò in casa, prese un pezzo di carta, la raccolse e la depositò sulla terra in un vaso in cui stavano crescendo le piccole piante di pomodoro che aveva seminato a fine marzo. La seppellì sotto un dito di terra nera e gonfia di umore. Poi infilò il naso nel cespuglio e fu attaccato da un’ape nera e più grande della sua. Indietreggiò e cadde per terra. L’ape continuò a ronzargli intorno con quello che lui percepì come una difesa del territorio, ostile e minacciosa.

Era indeciso se spazzare via tutto con quel pezzo di canna. Si sentì violato, era solidale con la sua ape ormai morta e con l’immane lavoro che le era costato costruire quel favo, invaso da altri.

Ma poi scosse la testa, si rialzò, andò a lavarsi le mani. Riprese il laptop, uscì sul terrazzo e riprese a scrivere con vigore.

Dopo alcune ore di lavoro sotto il sole riapparso dopo aver spazzato le nuvole, rientrò in casa, accese la stampante e mandò in stampa la bozza del suo racconto.

Attese che la stampante facesse uscire tutte le pagine, le prese dal cassettino, le impilò e batté con cura maniacale fino a quando tutti i bordi furono perfettamente allineati e ordinati. E iniziò a leggere il suo libro:

“Aveva adorato quell’appartamento. Al secondo piano, nulla sopra di lui, nulla intorno a lui. Solo il cielo bucato da qualche antenna che oscillava al vento e la canna fumaria di un camino, sormontata da una palla di metallo cromato che girava vorticosamente spinta dal vento…”

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