La Santa Pasqua

Giorgio camminava lungo il corridoio. Il passo era lento, il piede sinistro che si apriva verso l’esterno. Lui cercava di raddrizzarlo ma il ginocchio non rispondeva e una fitta di dolore lo costringeva a storcerlo di nuovo. Leggeva un libro con il capo rivolto verso il basso. Era immerso nella lettura ma c’era qualcosa che lo distoglieva. Il corridoio era in penombra ma lui non voleva accendere la luce e la assorbiva dalle stanze che vi si affacciavano. Arrivato in fondo, di fronte a sé c’era la porta del bagno di servizio. Aprì la porta e la luce arancione, calda, del sole illuminò le pagine giallastre del volume. Si voltò e riprese a camminare e a leggere. Un passo alla volta. Una riga alla volta. Il cammino prese velocità come anche la lettura. Fu un ritmo che si fece unico con il respiro e con il suo passo. Il libro lo intrigava ma non completamente. Quel pomeriggio era distratto da pensieri e sentimenti contrastanti che faticava a centrare. Troppe cose si inseguivano e i loro contorni erano sfumati, sfuggivano. Nel proseguire il suo cammino da carcerato uscì dal corridoio e quasi si scontrò con Virginia. Lui alzò la testa e mormorò parole di scusa, anche se non l’aveva sfiorata. Lo stesso fece anche lei.

Pensò un attimo, con un sorriso stanco, che la loro era una storie di scuse. Ma l’aveva sempre percepita come una formalità più che una sostanza. Il male vero se l’erano fatto di nascosto, l’uno all’oscuro dell’altro, consapevolmente.

Riabbassò la testa e ricominciò a leggere. Ma un attimo dopo la rialzò e si fermò a guardarla. Della bellezza di un tempo, quella che l’aveva colpito sin dal primo istante in cui l’aveva conosciuta, era rimasta una traccia. Nella realtà Virginia era sempre una bella donna, alta, dai lunghi capelli ricci e dallo sguardo intenso, profondo da cui non si riusciva a sfuggire Ma in lei percepiva solo la freddezza algida che si era rivelata progressivamente e lentamente sino a diventarne l’elemento dominante. Lei era fredda, indifferente, spesso ruvida. Lui la osservava senza forze, senza reazione. Ci aveva provato a reggere il confronto ma ben presto si era stancato di parlare a sé stesso e smise. Il suo tempo lo trascorreva leggendo, scrivendo, andando al lavoro, rimasticando dentro di sé le parole che non uscivano più dalla sua bocca.

Nel rimuginare questi pensieri si infilò nel suo studio e appoggiò la fronte al vetro freddo della finestra. Il suo respiro disegnò un alone. Lo guardò scomparire lentamente. Le fronde dei pini erano scosse dal vento che era aumentato d’intensità. La piccola testa di un colombo si affacciò da dietro il muro sul balcone e si girò verso di lui per guardarlo. Inavvertitamente lui si ritrovò a sorridergli. Il colombo si girò di nuovo e spiccò il volo dispiegando le ali. Lo guardò sollevarsi e andare via.

In quel momento, in quel preciso istante, percepì la sua solitudine.

Era il giorno di Pasqua. Ascoltò il silenzio della casa. Ognuno era chiuso nel suo mondo privato, immerso nei pensieri o con la testa infilata nel monitor dello smartphone. Intuiva da tempo che Virginia avesse una relazione ma non era geloso e non provava rabbia verso di lei, a questo proposito. Ne percepiva, invece, il feroce distacco, quella modalità di farsi del male attraverso l’indifferenza che era tessuta di piccoli gesti, di ripicche, di smontaggi dell’altro che erano odiosi e facevano, soprattutto, molto male.

Nella sua testa riecheggiava l’eco lontano della sua voce allegra, la risata, le rughe sulla fronte concentrata a leggere o a inseguire i suoi pensieri. Lui si divertiva ad osservarla, a guardare in silenzio la manifestazione delle sue reazioni, del suo essere spontanea, libera, senza riserve.

Di quel suo essere non c’era più traccia, o perlomeno non c’era più per lui, ridotto invece a sentire montare una feroce sensazione di rabbia e di freddo. Mal sopportava l’immagine di lei costretta nel ruolo di una donna da secolo scorso, costretta a subire per il quieto vivere la noia e l’adattamento al meno peggio. Lei, così colorata, così libera. Lui così distaccato da averla spenta, un giorno dopo l’altro ed incapace di spingersi via da quella assurda deriva.

Ripensò ai primi giorni della loro relazione, alle sue gambe perfette che lui accarezzava per ore, a quelle labbra a cui dette il primo bacio, era il tramonto di una calda giornata di fine aprile e passeggiavano per un sentiero di campagna. Lei lo sorprese, spalancò le labbra e infilò la sua lingua rasposa e affamata di amore. L’immagine del suo seno con le aureole grandi e i capezzoli induriti lo stordì. Un pomeriggio buio erano soli a casa di lui. Erano silenziosi e l’aria era spessa, intrisa dell’umido di quella casa antica. Lui le manifestò il suo senso di colpa per una storia che allora pareva senza futuro. Lei lo guardò, i capelli ricci raccolti in una lunga coda, e gli disse, guardandolo negli occhi: “non essere ipocrita, per favore”. Gli mise una mano dietro la nuca e lo avvicinò. Si baciarono intensamente, il desiderio mescolato all’amore. Gli prese una mano e la poggiò sul seno. Lui strinse, forte, e sentì il capezzolo indurirsi. Lei indossava un morbido maglione bianco, ancora se lo ricordava con un pizzico di nostalgia. Dov’era ora quella donna? Cosa ne era rimasto di quel sentimento?

Si sentì mancare e si appoggiò al muro. Ripensò alla notte in cui suo padre morì, dilaniato dal dolore del cancro, lei lo prese lo spinse dentro una stanza buia e gli sussurrò in un orecchio: “non lasciarmi mai”.

Ma lui non lo fece. Non ci riuscì.

E ora continuava a camminare nel corridoio in penombra mentre il sole all’esterno tramontava, leggendo un libro che lo intrigava ma non completamente.

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