Un sermone da quattro soldi.

Ennesime elezioni. Ennesimo scivolamento verso un baratro nero e buio. Questa è oggi l’Italia. Un paese piombato in una penombra che nasconde la polvere, le ragnatele e i rifiuti ormai marci. Sono abituato a perdere. Perdo da sempre, da quando sono nato. Le idee in cui ho creduto sin da bambino, a partire dalle figurine dei calciatori Panini, sono state sconfitte e abbandonate. Solo nel campionato 1970/71, e in quello precedente, le figurine riprendevano i calciatori nella loro interezza, mostrando le divise nella loro sconvolgente bellezza. I colori saturi, il cielo nuvolo o azzurro da sfondo, i calzettoni tirati fino alle ginocchia, il colore nero della divisa dei portieri (Ginulfi, Rado, Cudicini, Albertosi, Zoff, Spalazzi…). Ebbene sì, ci ho creduto. Ma dall’anno successivo si è tornati al triste mezzo busto. L’unica particolarità era il colore slavato delle figurine più difficili e per rintracciarle si spendeva un capitale oppure si mettevano in gioco centinaia di doppioni. Beh, la politica ha seguito un percorso analogo: ho sempre sperato nella foto integrale e invece mi sono beccato sempre il mezzo busto.

Già, il mezzo busto. Immagine insidiosa perché rimanda ad altre immagini di un mezzo busto dalla mascella volitiva e dal casco liscio e tondo. L’Italia è ancora rinchiusa in quell’immagine di un uomo forte, che poi forte non è mai stato? E’ questo quello che insegue il popolo di questa nazione? Un popolo che è passato da Mussolini a Berlusconi, con un intervallo che è andato da De Gasperi a Nenni, Pertini, Berlinguer, per poi riprendere da Renzi, Grillo e finire in questi giorni a Salvini?

Qual’è l’Italia? Quella dei troll da tastiera? Quella del bacio al Rosario per poi avere sulla coscienza centinaia di morti in mare? O è quella delle lenzuola appese alle finestre per protesta? E’ quella dei poliziotti che picchiano selvaggiamente inermi, dalla scuola Diaz a Genova nel 2001 al giornalista di Repubblica l’altro giorno? Oppure è quella delle famiglie che in riva al mare fanno la staffetta per salvare i naufraghi di un gommone affondato nel mare a pochi metri dalla salvezza? E’ quella degli ignoranti al governo, ammesso che siano ignoranti e che quello sia un Governo? Oppure è quella dei moderati con il finto sorriso sulle labbra che cianciano di democrazia e che poi si divorano le risorse pubbliche per pagarsi i viaggi in yacht o per sistemare qualche occasionale amante? O è quella di chi riporta al medioevo oscurantista acclamando la famiglia di una mamma e un papà per poi divorziare due-tre-quattro volte e cambiare corpi in cui giacere come se fossero gomme scoppiate dai troppi chilometri percorsi?

L’Italia è tutto questo. Una somma di luoghi comuni, di un continuo giudicare, del bianco e nero, dei guelfi e ghibellini, del “sono meglio io”, del “dagli al negro”, del “prima gli italiani” ma anche della puzza sotto il naso di chi crede di essere migliore perché si sente più colto, più profondo, più strutturato, un po’ più rosso dell’altro. Insomma questo è ormai il paese dell’io individualista e arruffone come se tutti fossimo influencer di un qualche account Instagram in grado di spiegare al mondo quale sia la ricetta della felicità. Per poi alzarsi al mattino e scoprire che si continuano a perdere i capelli, che se non ci si lava la puzza copre anche il profumo più costoso, che nella buca delle lettere si accatastano le bollette da pagare, che il futuro si assottiglia sempre di più perché il tempo passa inesorabile e ci si ritrova vecchi e claudicanti prima di aver potuto lasciare il segno in qualche cosa per farsi ricordare dai posteri.

L’Italia scopre di essere leghista. I paesi del profondo sud, quello irriso e sfruttato dai leghisti veri del nord, votano in massa Salvini e il marchio Lega consegnandosi mani e piedi al barbaro invasore. In realtà le persone che questo popolo ignorante e ingrato ha votato sono le stesse che, elezione dopo elezione, salgono sempre sul carro del vincitore. E quindi sono in gran parte già transitati per Forza Italia, o il PD, o il M5S e ora hanno il timbro della Lega. Il popolo ignorante continua ciecamente a fidarsi di chi sgancia qualche biglietto da 50 euro con un sorriso sornione, poi si accontentano di una pacca sulla spalla e vanno avanti. Non possono fare altrimenti: in paese la gente mormora e se si vota qualcun altro che non sia il piccolo potente di turno si viene a sapere. Appuntatevi da qualche parte questo punto. I dati, chi si vota all’interno dell’urna, comunque si vengono a sapere.

Ma come è possibile che sia finita così? Eppure ai comizi di Salvini c’era poca gente. Erano di più i contestatori, quelli che hanno appeso le lenzuola con frasi che lo prendevano per culo. Che fine hanno fatto? Chi hanno votato?

Leggete i dati: non sono andati a votare. Poco meno della metà degli aventi diritto al voto, non è andata a votare. E la Lega ha preso il 35% di chi ha votato. Cioé non è la maggioranza, ma una minoranza, nemmeno tanto massiccia che, però, si mangerà il paese pezzo dopo pezzo. Perché la flat-tax renderà più ricchi i ricchi e più poveri i poveri. Perché toglierà i soldi per la scuola pubblica, per la sanità, per le pensioni che, ricordatelo, serve ai più poveri. Perché i più ricchi, con i soldi risparmiati e per le tasse non pagate con le buone e con le cattive, andranno nelle cliniche private e nelle scuole altrettanto private e della pensione non se ne fanno nulla. Non ne hanno bisogno. Si farà la TAV. La leggenda dice che la TAV serve per ridurre il traffico su ruote. Falso: perché gli interessi delle lobbies dei camionisti, dei produttori di auto/tir e dei petrolieri non li tocca nessuno altrimenti non avremmo un pianeta che ormai è al collasso con centinaia di specie animali che si estinguono per sempre giorno dopo giorno o i cicloni tropicali sulle spiagge di Lignano Sabbiadoro nel mese di marzo.

E la sinistra che fa? Piange. Sempre. Si rifonda. Sempre. Riflette. Sempre. Cambia nome. Sempre. Dall’allegra e gioiosa armata di Occhetto, a Sinistra Ecologia e Libertà, Potere al Popolo, L’altra Europa per Tsipras, Liberi e Uguali, Sinistra Italiana, E’ Viva, Possibile ecc. ecc. Si è partiti dal più grande Partito Comunista dell’Occidente ai risultati elettorali da prefisso telefonico. Ogni volta una delusione. Ogni volta una approfondita riflessione. Su cosa? Sul nome da scegliere per la prossima tornata elettorale. Nel frattempo, con i pochi spicci rimasti nelle tasche, si organizzano convegni. E giù a spiegare come dovrebbe andare il mondo, su come siano brutti e sbagliati gli altri, quelli che ruttano dopo aver bevuto la birra, mentre noi siamo i più bravi e i più colti, i più preparati. E via con le facce schifate. Dimenticando che la nostra, eh sì ci sono anche io, origine è nelle campagne con i braccianti pugliesi, siciliani e calabresi, e nelle fabbriche del nord. Dimenticando che Gramsci era di origini contadine, che Di Vittorio era un bracciante del Sud, che la forza di quel partito era l’organizzazione e le campagne di alfabetizzazione degli sfruttati, non i convegni nei salotti degli intellettuali. La forza di quel popolo era la lotta di liberazione dalla povertà. Ma i loro dirigenti erano scelti tra chi era come loro, tra chi li rappresentava giorno per giorno condividendo il dolore e la fame. Cazzo, la parola Compagno/Compagna significa proprio questo. Condividere il pane.

Non si giudica chi non sa parlare, chi è povero, fuori e dentro, chi non può lavarsi, chi ruba per la fame, chi fugge dalla povertà e dalla guerra, chi ambisce a migliorare la propria vita. Non si giudica. Si aiuta. Ecco, secondo me, questo è quello che abbiamo dimenticato: la misericordia, la condivisione, la comprensione.

A parte il pistolotto, che spero leggiate con un pizzico di disincanto e che vuole essere solo uno sfogo, vorrei solo che faceste una cosa: chiudete tutto e uscite a fare una passeggiata, ovunque voi siate. Guardatevi intorno con qualcosa che assomigli ad un punto di vista obiettivo. Contate i visi africani che incontrate, osservate lo stato delle scuole intorno alle vostre case, valutate la qualità dell’asfalto delle strade che percorrete, lo stato di dissesto dei marciapiedi, la qualità dell’intonaco dei palazzi, contate gli alberi e le piante di fiori. Pensate al tempo necessario per ottenere una visita medica, alle possibilità di un lavoro stabile e ben pagato per voi stessi, le vostre figlie o i vostri figli, nipoti, cugini, amiche e amici. E poi pensate se è questo che sognate la notte, se è questo il posto in cui vorreste vivere e far vivere le giovani e i giovani, insomma il futuro, di questo paese.

Ecco, è proprio lì, in quella risposta che è racchiuso il senso del fallimento dell’Italia, dei suoi gruppi dirigenti, di Mussolini, Berlusconi, Grillo, Salvini, Renzi, Prodi, Napolitano. Metteteci chi volete, tanto la somma alla fine è simile perché ognuno di noi ha le sue responsabilità. A partire da chi ha votato nella giornata di ieri, da chi continua a delegare anziché partecipare e farsi parte attiva nella costruzione di un futuro diverso.

Basta scatole, contenitori, nomi, miti. Basta. E’ l’ora di diventare parte attiva del cambiamento. Che non è una parola priva di senso: significa cambiare le cose. Facendo altre cose. Piccole e grandi. Senza delegare, senza giudicare, senza puzze sotto il naso, senza arroganza ma con umiltà determinata. A partire dal buttare la spazzatura differenziando e nei giorni previsti, al pagare le tasse e farle pagare pretendendo gli scontrini/ricevute fiscali, fino ad una lotta per l’ambiente con la ricerca di imballi non di plastica, con l’uso dell’acqua pubblica e delle borracce, con la lotta gli sprechi, con la lotta al maschilismo beota, a dire no ai docenti universitari che vogliono toccare il culo o il pisello, a manifestare contro qualsiasi ingiustizia, all’obbligo delle targhette identificative per i poliziotti. E così via. Di lavoro da fare ce n’è tantissimo. E va fatto. Senza delegare ad un pupazzo che bacia il rosario per prendere per i fondelli un Papa solidale e accogliente. Svegliamoci. E’ già tardi.

Ah, un’ultima cosa: la prossima cosa di sinistra, o presunta tale, chiamatela Labor. Fatica, difficoltà, lavoro. Più chiaro di così.

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