Vieni via con me

Il cielo è grigio metallo. Le nuvole gonfie corrono nel cielo, spinte da un maestrale violento, secco e pungente. Decido all’ultimo momento. Mi prendo in giro e mi cambio prima che la ragione mi blocchi. Mi infilo la maglietta e i pantaloncini, indosso le scarpe. Osservo la suola, i segni dei chilometri si vedono tra le righe e i cuscinetti consumati. Mi infilo il cappellino nero, prendo al volo l’iphone, decido di evitare le cuffie perché voglio godermi il soffio del vento nelle orecchie, apro la porta e scendo le scale.

Percorro il vialetto condominiale ed esco dal cancello nero, cigolante e mezzo rotto. Il vento sconvolge le carte per la strada, le alza da terra, le ributta giù, fanno capriole nell’aria. Avvio Runkeeper e inizio a correre. Ho fregato il mio cervello, la sua pigrizia, il mal di schiena che mi tormenta.

La corsa è come la scrittura. Pesa il pensiero di iniziare, ci si aggrappa a ogni scusa per evitarla, si è convinti di non farcela, di non aver nulla da dare. Quest’ultima impressione molto spesso è vera, ma c’è una cosa, una sola cosa, che annulla tutto: il piacere puro, semplice, dell’atto di correre. E’ quella sensazione di godimento fisico che sta nel gesto di andare veloci sulla strada, di osservare il grigio stinco e sporco dell’asfalto che viene incontro alle gambe e che si abbandona dietro la schiena, è il vento che oggi soffia forte sul viso o sulla nuca, il fiato che si scalda, il sudore che scivola lungo la pelle, la potenza fisica dei muscoli che si contraggono e subito dopo si rilasciano. E’ l’armonia che si scopre di poter disegnare nella strada con il proprio corpo e che dà sostanza a ciò che si temeva di aver smarrito. E ci sono le endorfine che si irradiano nel corpo e che danno un benedetto piacere fisico, un godimento che sfiora il piacere dell’eiaculazione.

Anche la scrittura, per quanto mi riguarda, è questo insieme di sensazioni. E’ un miscuglio di piaceri che nascono dalla sofferenza, da un impegno che spesso è insopportabile. So di non avere nulla da dire. So di non essere niente. Per questo scrivo solo per me o su questo blog che non legge nessuno. Per fortuna. Anche la corsa la vivo in solitudine, nel silenzio interiore che in realtà è un mucchiodi pensieri che si inseguono, per poi mettersi in fila da soli e darsi un ordine che mi aiuta a pensare meglio, in modo più lucido, e mi spinge a decidere. I rumori secchi, insieme a quelli ovattati del passo sul cemento, mi ricordano la fatica, l’impegno, la costanza necessaria. Decido di aumentare il passo, di darmi velocità, di provare ad uscire dalla mediocrità dei tempi che mi avvolge da mesi. Scendo sotto i sei minuti a chilometro, i battiti si mantengono stabili, ce la faccio e sono contento.

Per la scrittura non è più così, ma il godimento di scegliere le parole, mettere anch’esse in fila, è identico. Sono scelte che mi ricordano di essere vivo. Non ci sono più storie da raccontare perché la vita è diventata banale, triste, eccessivamente solitaria. E se non si osservano le persone, se non si parla con loro, non ci sono storie da raccontare. La corsa, invece, è un racconto ancora più intenso se si vive in solitudine. Inspiro, i profumi della natura che si sta seccando, le foglie che cadono dagli alberi mentre alcune piante, confuse dal caldo anomalo, continuano a fiorire. E’ anomalo anche il profumo del finocchietto selvatico ma penetra nelle mucose del naso e fa chiudere gli occhi per assaporarne fino infondo l’aroma intenso. I corvi volano nel cielo e si inseguono gracchiando, i motori degli aerei del vicino aeroporto si riscaldano ma il rombo è portato via da vento che soffia impetuoso da sud. In lontananza l’orizzonte blu è irregolare, sono le onde che si alzano verso l’Albania.

La corsa è come la scrittura. Ogni volta è un racconto uguale ma diverso, è un pezzo di vita intensa che va vissuta e che, come il grigio dell’asfalto che si percorre, va via per non tornare più se non in un altro modo e con un altro odore e sapore.

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