Leggere il silenzio

Sono le quattro del pomeriggio. Il sole sta già scendendo e una grigia penombra cala nella casa. Voglio leggere. Accendo le luci e inizio a camminare. Mi piace leggere camminando. Ho sempre fatto così, tranne quando ero bambino. In quegli anni, invece, mi sedevo sulla vecchia poltrona ritappezzata sotto la lampada bianca svedese. E restavo ore a leggere i libri di Jules Verne.

La casa è silenziosa. Riesco a percepire solo il respiro del vento che si infila nel legno delle finestre e fa vibrare i vetri. Nelle stanze ticchettano gli orologi, i secondi si inseguono, si affiancano, si distaccano. All’improvviso il rombo di un aereo che atterra squarcia il silenzio ovattato della casa. Alzo lo sguardo dal libro, mi avvicino alla finestra, sono schiacciato dal rumore ma non vedo la fusoliera dell’aereo che si avvicina al suolo. Lo percepisco ma niente di più.

Non riesco a concentrarmi. Guardo le righe sui fogli ingialliti ma non le traduco in parole. Restano solo dei segni e nient’altro. Cammino più veloce ma lo spazio è stretto. Con i libro in mano inizio a correre per la casa. Sento il tonfo del passo, il rumore della mia spalla che sbatte sul muro bianco, avverto il dolore dell’urto ma continuo a correre. Poi, all’improvviso, smetto. E ascolto il mio respiro pesante. Ansimo. Sì, è corretto: ansimo.

Scuoto la testa e riprendo a camminare e a leggere. Le parole riacquistano la loro consistenza, la densità, un senso, e le frasi ridiventano costruzioni con una logica, un inizio, una fine. E poi un punto. La frase è finita. L’ho letta. L’ho compresa. Sorrido. Mi fermo, guardo oltre il vetro le nuvole che corrono scure nel cielo. E’ una distesa compatta e la forma a intuisco nei confini più scuri, alcuni più chiari, che scivolano sopra il fondo compatto del grigio scuro e avvolgente.

Ora il silenzio è tornato totale, avvolgente, incombente, assordante. E’ talmente spesso che esalta il fischio elettrico delle mie orecchie. Un fischio che da leggero sottofondo si eleva ad acuto e insopportabile. Chiamo Alexa e le chiedo un pezzo dei Cigarettes after sex da Spotify. Una coperta densa di musica si stende per la casa, la voce pastosa della cantante francese raggiunge anche le mura dei bagni. Il fischio è stato spezzato e frantumato. Posso tornare, di nuovo, a leggere.

Passano i minuti, poi le ore e io continuo a camminare e a leggere.

Ti sento. Percepisco il tuo respiro. Intuisco le tue forme. Ascolto i tuoi pensieri. Sei qui. Con me. Giro per le stanze per cercarti. Non ci sei. Ti sei nascosta. Ti piace giocare a nascondino con me. Ti piace che ti trovi. Che ti afferri. Che ti stringa. Che affondi il mio viso nei tuoi capelli. Giro. Non ti trovo. Ti chiamo con un urlo silenzioso. Non mi rispondi. Ma ti percepisco. Ascolto il rumore del tuo corpo, il fruscio dei tuoi passi, lo strofinìo delle cosce che si sfregano. Continuo a girare. Non ti trovo.

Il rombo potente dei motori dell’aereo esplodono nel cielo, aumentano di giri, il rumore diventa più forte, i vetri tremano. Mi affaccio. Eccolo. Ora lo vedo. La punta verso l’alto, le ali dispiegate, si alza. Decolla lentamente, e poi sale. Per un attimo ho l’impressione che si fermi nell’aria, ho il timore che stalli e poi precipiti. Invece vira verso sinistra, gira, torna indietro e spicca il suo volo. L’ho visto, finalmente. Ora posso tornare a leggere.

Ma questa è un’altra storia.

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