Il senso del cicalino

Il silenzio è profondo. Il tocco delle mie dita sulla tastiera del laptop è ovattato. La luce banca della lampada a led è soffusa. Tutto lascia trasparire un non so che di delicato, soffuso, quasi gentile nei miei confronti. Dalla finestra alla sinistra della piccola scrivania su cui sto scrivendo entra solo il buio della sera. La pioggia leggera picchietta in lontananza sull’asfalto della strada. Un lampo nel cielo squarcia il buio. Sembra una luce al neon, lontana, che non riesce ad accendersi.

Il vento all’improvviso rinforza, geme, si gonfia, sbatte contro gli infissi in legno. Il silenzio ormai è spezzato. Sento le folate che prendono a testate i muri, anche la pioggia si gonfia, dal leggero picchiettare si trasforma nel rombo di un torrente che scende arrabbiato dalle montagne.

Ascolto questi rumori, tento di collocarli, di dargli un senso, cerco di immaginare in che modo possano influenzare il mio tempo, la mia mente. Dal piano di sotto sale il suono disturbante di una sveglia elettronica. E’ un pigolio montante, fastidioso, che si insinua tra il suono della pioggia e quello del vento. E’ come un filo che taglia in due il suono della natura, come se tentasse di separarlo da me, dalla faticosa ricostruzione di un silenzio che mi serve, che è urgente che riesca a ritessere e a dargli spessore, tessuto, trama.

Ho bisogno del silenzio perché ho bisogno di ascoltare i miei pensieri che sono aggrovigliati, intrecciati, confusi, dal suono rauco. Non li capisco, alcuni sussurrano, altri urlano, quelli razionali hanno un tono rassicurante. Ma quelli nascosti, invece, sussurrano suoni che appaiono come spifferi. Non si capisce da dove vengano ma sono fastidiosi, freddi e colpiscono la pelle della razionalità. Vorrei metterli in fila, staccarli, ordinarli, dare lo spazio e la voce ad ognuno di loro. Anche a quelli che per farsi ascoltare urlano disperati e prepotenti. Sono quelli meno pericolosi. So che quelli più insidiosi sono proprio quelli che fatico ad ascoltare, quelli che si mimetizzano sotto la logica della mia ragione. Sono proprio quelli che all’improvviso, come il fulmine, spezzeranno il silenzio dell’equilibrio. Ho bisogno di portarli alla luce, di farli parlare nel silenzio di questa stanza, di darli la voce con questi tasti, di trasformarli in parole. Saranno parole che taglieranno, apriranno la pelle e faranno uscire il sangue di cui si nutriranno. Ma non ho alternative.

La sveglia continua a suonare, irritante. E’ un suono che entra nella testa, prende lo stomaco, impedisce di pensare. Alzo la testa guardo oltre i vetri. La pioggia ora è silenziosa ma è compatta come nebbia. Le luci sono offuscate, i raggi spezzati in linee oblique, le cime degli alberi non si vedono più. Ho smesso di scrivere da tempo. Non ho nulla di dire, non più storie da raccontare. Mi basta solo la sottile eccitazione delle mie dita che battono sui tasti del computer. Non è più importante che da questo movimento escano parole con un senso, con una missione da compiere. Non ne ho più di missioni da compiere. Spesso penso che il mio tempo sia semplicemente finito e che ora tocchi ad altri prendersi la responsabilità di raccontare una storia, che sia la propria o quella di qualcun altro. La violenza intorno mi ha ammutolito. Ed ho la fortuna di leggerla, non di viverla. Eppure ne percepisco con forza, ogni giorno, lo spessore, la forza distruttrice dei rapporti, degli affetti, del senso del limite, del rispetto.

Ne sono talmente colpito che ho deciso di rinchiudermi in questa stanza, cercando il silenzio e di interpretare i miei pensieri. Perché da un lato sono ammutolito ma da un altro non trovo pace che questo sia accaduto. Mi attacco alla tastiera per dare un senso ma questo senso non lo trovo. Invece, sotto traccia, si rileva, con l’immagine di un ghigno beffardo, il vuoto delle parole, l’abdicare delle storie che un tempo mi portavo dentro e che, pur faticando a tirarle fuori, erano pur sempre lì. Mentre adesso non ci sono più.

Per questo cerco il silenzio. Per cercare il suono dei pensieri intrecciati, per fare finta che siano talmente rumorosi dal dover cercare di metterli in fila e in ordine. In realtà nel silenzio non percepisco nulla. Solo il rumore della pioggia che scorre come un torrente in piena oppure quello del vento che sbatte sui vetri della finestra. Oppure questo cicalino elettrico che mi trapana il cervello. O forse è questo il racconto di una storia. Quella che in cui i pensieri sono andati via da una testa e si sono trasformati nel cicalino di una sveglia al piano di sotto, in una giornata ventosa e piovosa in un giorno qualunque di un posto qualsiasi.

Questa voce è stata pubblicata in Racconti, Sottrazione. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.