Cigarettes after sex

Spesso scrivo solo per sentire il ticchettio dei tasti del laptop. Mi siedo alla scrivania nel mio piccolo studio immerso nei libri, sotto una vecchia lampada comprata all’Ikea di Bari una grigia e fredda domenica non so più di quanti anni fa. Non ho nulla di cui scrivere, mi invento un qualche motivo per aprire questo blog e scrivere. Il solo rumore dei tasti mi fa sentire meglio. Con l’età l’inversione delle lettere è aumentata ma ho compensato riprendendo a digitare con dieci dita, non guardando più la tastiera ma direttamente lo schermo. Poi ho fatto un’altra scelta controcorrente: la musica. Ho ripreso ad ascoltare la musica ma mi sono rifiutato di chiuderla nelle cuffie e ascoltarla solo io. No. Ho deciso, come sempre ho fatto da ragazzo, di condiverla con il palazzo. Per cui, volume alto, e sparata direttamente dalle casse biodinamiche Cerwin Vega che ormai hanno 38 anni di vita ma continuano a funzionare benissimo.

Cigarettes after sex. Un nome emblematico e splendido. Cercateli su Spotify e ascoltateli. Alla lunga magari diventano noiosi ma per un’oretta sono un ascolto molto., ma molto, interessante. Beh, in effetti, la musica copre il rumore dei tasti ma fino ad un certo punto perché in realtà pesto forte sulla tastiera e il rumore si mescola molto bene con il tump-tump della batteria. Un po’ meno con la stoffa intessuta dalla chitarra elettrica che è un fondo spaziale, un suono cosmico che mi riporta ai primi album dei Pink Floyd o ai primissimi U2. Ma era un’altra epoca.

E’ molto difficile in questi mesi raccontare storie perchè vivo in una dicotomia molto pericolosa. Adoro scrivere con il taglio essenziale, di cesello, di Agota Kristof. Poche linee chiare che identificano i gesti, le emozioni e raccontano i fatti. Ma oggi viviamo in un mondo cattivo, complicato, in cui è difficile scegliere cosa raccontare proprio perché ce ne sono tantissime di cose da dire. Ma come si fa a raccontare la storia di persone che per disperazione sono costrette ad imbarcarsi su gommoni semi sgonfi e che sono destinati ad annegare, a perdere tutto, affetti, denaro, la vita. E invece che fermarsi a soffrire per loro e con loro ci si ritrov circondati da odio, sbeffeggio, indifferenza, rabbia. Come se la fine del mondo di luci e di profumi venduto dal capitalismo fosse colpa loro. Come posso io, che sono seduto qui in una stanza al caldo e sentendo musica, raccontare un dolore così grande? Come posso scrivere di una sofferenza così grande o dell’odio che la circonda quando non riesco a provare quel sentimento di odio così profondo, nemmeno nei confronti di chi quell’odio si diverte a diffonderlo e a radicarlo?

Semplice: non ci riesco. Eppure ci deve essere un modo per farlo. Forse guardando ai margini di quei drammi così forti. Quei margini in cui non c’è l’odio ma inizia a gorgogliare un crampo sotterraneo e leggero che fa montare i dubbi e i gesti di chi sta perdendo le proprie certezze e si ritrova dubbi che bussano alla coscienza, che provocano una sorta di cattiva digestione perché quello di cui ci si alimenta si sta avariando. Noi, nelle società neoliberiste, ci alimentiamo di notizie non più filtrate se non dai potenti di turno che ormai indirizzano la formazione delle coscienze. Non sono più i giornali o la televisione a formare la coscienza collettiva. No. E’ altro. Un altro che ha facce e strutture differenti e che sono nelle mani di poche persone giuridiche. Un controllo di massa nascosto dietro la parvenza diuna libertà individuale forse mai avuta. Un tempo il controllo era tipico degli stati dittatura. Non so, pensate al KGB, alla Stasi ma anche alla FBI. Oggi il controllo è nelle mani della NSA che usa in modo spudorato gli strumenti che noi stessi, più o meno ignari, ormai pigiamo distrattamente ogni secondo delle nostre giornate: Facebook, Whatsapp, Twitter, Instagram. Il secondo e il quarto sono proprietà del primo. Sono strumenti incontrollabili e di cui pure non possiamo più fare a meno perché, paradossalmente, ci rendono effettivamente più liberi di scegliere cosa leggere e come informarci.

Insomma. Ci sono talmente tante storie. Perché la sofferenza è un intreccio delicato di sentimenti che vanno innazitutto rispettati. E poi, solo poi, vanno raccontati in qualche modo. Non sono in grado. Quindi leggo, guardo e ascolto.

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