Due pensieri sul futuro

Come affrontare la follia che sta divorando l’Italia e la sua gente? Mi guardo intorno, ascolto, leggo e resto di stucco. Razzismo, maschilismo, gesti fascisti, violenza verbale. Il tutto servito con una leggerezza che non si comprende. Era un qualcosa che strisciava sotto una pellicola di perbenismo oppure è emerso all’improvviso, condito con la rabbia per come il paese si sta involvendo?

Certe volte penso che la perdita del buonsenso stia scavando un buco profondo che sarà sempre più difficile ricoprire. Questo è un paese in cui il circolo virtuoso tasse- servizi pubblici non si è mai attivato, ma che adesso ha raggiunto livelli insopportabili. I servizi pubblici sono essenziali per diffondere una cultura di solidarietà. Servono scuole, ospedali, servizi pubblici efficienti che aiutino chi sta peggio a sentirsi parte di una collettività, a comprendere che non saranno lasciati indietro e che tutti insieme si risolvono i problemi. Perché i servizi funzionino bene servono due cose: strutture e personale adeguati. Servono quindi soldi, investimenti e manutenzione. Quindi servono soldi pubblici. E come si trovano, oggi, i soldi necessari in un paese che non produce più ricchezza da molti anni? Anche in questo caso le strade sono solo due: o si pagano più tasse o si fanno pagare a quelli che le evadono. E per fare quest’ultima cosa servono risorse, tecnologia e personale in numero adeguato e con competenze all’altezza.

L’Italia fa questo? No. Se si usasse il buon senso si capirebbe che reclamare un taglio delle tasse oppure continuare a difendere chi le evade non significa portare più soldi nelle tasche degli italiani ma significa solo che i servizi pubblici andranno a scomparire. E se questo dovesse accadere significherebbe che solo i più ricchi potranno permettersi una scuola privata, una sanità privata, servizi non più pubblici, una previdenza privata. E chi sta male semplicemente non potrebbe più curarsi, ambire a migliorare il proprio tenore di vita ma potrà solo sentirsi più escluso e più povero. Insomma, tutto quest’odio è la risposta sbagliata a problemi veri. Girare il collo verso il passato non è una risposta ma una minaccia alla collettività e a tutto ciò che si è costruito dopo la seconda guerra mondiale.

Non è nemmeno una risposta pensare a soluzioni tampone oppure balbettare timidamente risposte che non abbiano il carattere di un cambiamento politico. E il cambiamento non è il solito gioco del cambio di scatole, di contenitori o di nomi di nuovi partiti. Il cambiamento è avere il coraggio di fare scelte e dare risposte. Una cosa che la sinistra ha smesso di fare. Sono diversi anni che sono convinto che non esiste più in Italia una sinistra e una politica di sinistra. Dal 1990 ci si è limitati ad ambire al governo, al potere senza mai costruire una visione di ciò che stava accadendo nel mondo e nel nostro paese, senza mai alzare lo sguardo dalle emergenze e provare a tentare di pensare a come immaginare il futuro. La vicenda dell’Ilva e della città di Taranto è emblematico.

Sono decenni che si continua a blaterare di ricatto occupazionale e dell’inacettabilità dell scambio lavoro-salute. Ma parlarne e basta non risolve la questione. Taranto ha dentro di sé la più grande acciaieria al mondo. Dà lavoro all’intera città. E’ una fabbrica che ha violato da sempre le più elementari regole di tutela dell’ambiente. Ha sommerso di veleno il terreno, il cemento, il mare, le case, i polmoni delle persone e, soprattutto, dei bambini che vi abitano. Ora bisogna decidere cosa del futuro della città. E la sinistra deve assumersi la responsabilità di fare queste scelte. Nel mondo evoluto, nella Scandinavia, hanno elaborato progetti di ricerca, poi applicati, per produrre acciaio limitando l’inquinamento. E’ possibile studiare e verificare se sono applicabili all’ex Ilva? L’Arcelor Mittal ha firmato un contratto che prevede delle attività di bonifica e ambientalizzazione. Ora vuole rescindere il contratto senza aver fatto nulla di quanto avesse garantito. Un paese serio porta in Tribunale la Mittal, e in parte lo si sta facendo. Un paese serio nazionalizza subito la fabbrica. Un paese serio elabora un progetto di risanamento ambientale e per far questo destina delle risorse importanti. Un paese serio pensa da subito ad una politica industriale nuova, che abbia come obiettivo la produzione, il lavoro ma anche la salute dei cittadini. Un paese, e una politica seria, decide come recuperare i soldi necessari. In Italia vanno fatte delle scelte che guardino al futuro del paese, delle persone che ci abitano, e deve decidere subito con quali principi fare queste scelte. La sinistra ha il compito di fare queste scelte con trasparenza ma con chiarezza. Rispetto a temi fondamentali come la ricerca, l’innovazione, il ruolo dei servizi pubblici, la tecnologia, il lavoro, l’immigrazione, i diritti civili. Subito. E fare proposte coerenti. E battersi per quelle proposte: scuola e università pubblica perché non è giusto che chi ha i soldi abbia una strada privilegiata. E quindi servono luoghi, didattiche e tecnologie all’avanguardia. Non più scuole fatiscenti, con lavagne elettroniche non funzionanti e insegnanti ormai svuotati di tutto. Servono campus innovativi, tipo Google o Apple in piccolo. Serve un investimento sulle Università per attrarre intelligenze affinché i giovani non scelgano di andare via per costruirsi un futuro. Servono ospedali nuovi, efficienti, con macchinari e personale all’avanguardia. Persone motivate e ben pagate. Serve una politica di accoglienza: chi emigra va accolto, identificato, riconosciuto, rispettato e integrato nella diversità. E gli va offerto un lavoro e una casa. Non prima ma nemmeno dopo gli italiani. Perché questa palla del prima gli italiani va semplicemente smentita: l’Italia è un paese che invecchia e la domanda di lavoro fra qualche anno sarà sempre più ridotta. A questo punto bisogna iniziare da adesso a scegliere come affrontare questo problema. E non lo si può affrontare con una logica di paura e di razzismo ma, anche qui, con una logica di buon senso: cerchiamo di capire chi sono le persone che arrivano nel nostro paese, che competenze hanno, come possono contribuire alla costruzione di un paese migliore. Con regole, certo, ma anche applicando contratti di lavoro onesti e giusti.

Questo dovrebbe essere. E non c’è più tempo da perdere. Altrimenti finirà male.

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